Introduzione
di Maristella Diotaiuti per il volume Woman’s
Worst Enemy, di Beatrice Hastings, opera raccolta da Federico Tortora (Le
Cicale Operose), pubblicata nel 2022 da Astarte Editrice, Pisa. Traduzione di
Carolina Paolicchi. Il volume contiene il saggio di Stefania Tarantino “L’ascesa
della donna contro la tirannia della più potente passione al mondo”
e la Postfazione “Il mondo prima di
Beatrice Hastings”, di Giada Bonu.
Introduzione
[…]
mia cara donna! Intanto, sento il tuo pianto, e lo
interpreto al meglio che
posso.
Beatrice Hastings
Woman’s Worst Enemy: Woman [Il peggior nemico della donna: la donna] può essere considerato a buon diritto il manifesto femminista di Beatrice Hastings. Appare sotto forma di allegato, nel mese di luglio del 1909, come pubblicazione autonoma ma interna al giornale inglese d’avanguardia The New Age, nel quale Hastings ha impegnato gran parte della sua energia di scrittura. È la sua prima opera indipendente, dal momento che tutte le altre sue opere di narrativa e non, furono serializzate sulla rivista.
Scritto e redatto da Hastings, che del giornale è, sin dalla prima ora, contributrice prolifica e originale redattrice, questo libro si presenta come un corpus costituito da sette articoli-paragrafi o saggi, che scandiscono e accompagnano lo svolgersi della riflessione intorno a nodi teorici e tematici, politici, di estrema rilevanza nella Weltanschauung di Hastings, ma anche nei conflitti apertesi nel corpo della società occidentale di inizio Novecento.
La sequenza della riflessione si apre con quella che Hastings definisce significativamente Declaratory [Dichiarazione] avendo decisamente i tratti e i toni di una vera e propria dichiarazione di principi e di ostilità, e si chiude con un articolo, Woman as State Creditor [La donna come creditrice dello Stato], già pubblicato sullo stesso giornale il 27 giugno 1908, quindi recuperato da Hastings e inserito strategicamente in un lavoro redazionale più ampio che potesse offrire all’autrice l’occasione di raccogliere e chiarire organicamente e una volta per tutte il suo pensiero su certi argomenti che la vedono impegnata come donna e come intellettuale, chiarire non tanto a se stessa, che già da tempo aveva salda la consapevolezza della sua posizione ideologica, quanto a lettrici e lettori ancora polemici se non ostili nei suoi confronti, dopo l’uscita dell’articolo del 1908.
Argomenti non certo di seconda mano se investono, come un cataclisma, la ingessata, borghese e imperialista società inglese sospesa tra un’età vittoriana-edoardiana attardata e retriva e un’età modernista che incalza con le sue istanze di rinnovamento ma ancora dai contorni sfumati e tutta da definirsi. Argomenti che non esauriscono la loro portata in un tempo storicamente definito ma che attraverseranno i tempi rinnovandosi e accrescendosi e ridefinendosi al fuoco di nuovi femminismi che sempre più li sottoporranno a revisione, e la maternità si porrà ancora come sfida centrale dell’identità femminile tra rifiuti e rivalutazioni.
Un’età di mezzo, quella in cui si muove e pensa e agisce Hastings, che vede le donne, che di frequente sono anche artiste, scrittrici, giornaliste, editrici, intellettuali, impegnate sì in una ridefinizione della soggettività femminile, ma in prima istanza a rivendicare un nuovo spazio autonomo in cui porsi come soggetti portatrici di diritti, primo fra tutti il diritto al voto.
Il titolo, volutamente provocatorio, nasce dalla sua opposizione ai miti della maternità che le stesse donne promuovono e impongono alle altre donne. Hastings intende sottoporre a critica e riformare gli atteggiamenti morali verso la maternità, verso il parto e tutto il processo procreativo, investendo anche la sessualità e il secolare controllo esercitato sul corpo femminile dovuto alla sua capacità procreativa. Un corpo, né nominato e né previsto dagli atti legislativi, considerato come semplice contenitore riproduttivo, ma indispensabile, fondamentale per la costruzione della struttura mpatriarcale e capitalistica.
Tutto il pamphlet di Hastings, dentro una più generale ondata di rinnovamento, si colloca di sicuro in una posizione fortemente avanzata e divergente, tanto radicale, dirompente e appassionatamente assertivo da provocare, già all’indomani della sua pubblicazione, un’ondata di reazioni di diversa natura ma principalmente di riprovazione e di forte opposizione. Risposte e reazioni raccolte e pubblicate dalla stessa Hastings, in qualità di redattrice del giornale, nella pagina delle lettere dei lettori (alcune di queste raccolte dalla stessa Hasting e qui pubblicate) e alle quali non manca di rispondere, di controbattere con la sua consueta movenza stilistica provocatoria e sfrontata, urticante, giocata sull’utilizzo massiccio di ironia, parodia, iperbole, contrefision, nonché dei più irriverenti calembour, stile che contraddistingue le pagine di tutto il libro, ma anche altre sue opere.
Le ragioni di queste reazioni sono chiare: il libro di Hastings tematizza e problematizza importati questioni, prima tra tutte quella della maternità, nodo teorico del dibattito femminista, ancora oggi più che mai vivo e irrisolto, ma non ancora affrontato, o non sufficientemente ritenuto rilevante agli inizi del Novecento, in un momento in cui le rivendicazioni delle donne sono rivolte principalmente, se non esclusivamente, all’acquisizione del diritto al voto, senza toccare gli strati più profondi, i nuclei più dolorosamente scoperti della questione, quelli cioè che investono le dimensioni ontologiche, costitutive, archetipiche dell’essere donna.
Mettere in discussione la maternità significa mettere in discussione tutto il fondamento ideologico e culturale alla base, non solo dell’ordine sociale ed economico, ma della stessa identità di donna, la sua ragion d’essere, la sua funzione nel mondo stabilita sulla ferrea equazione biologica e culturale donna=madre. Hastings è, in altre parole, impegnata in una vera e propria decostruzione del simbolico materno e del femminile, nello smantellamento della mistica della femminilità e della maternità, nella liberazione dai ruoli classici previsti per le donne, in maniera così totalizzante e sistematica da far sembrare qualsiasi affermazione contraria oziosa e peregrina, da non lasciare vuoti di riflessione o interstizi che consentissero ulteriori passaggi del maschile.
Molto abilmente, infatti, alterna pars destruens a pars construens, smontando ad uno ad uno le costruzioni patriarcali liberiste e imperialiste che hanno ingabbiato le donne, proponendo però soluzioni, e delineando nuovi possibili scenari, tracciando nuovi percorsi di libertà e di emancipazione. Sottoporre a critica severa la condizione tradizionale della donna e proporre una diversa sua collocazione nel pubblico e nuove relazioni fra i generi nella sfera privata, in parallelo con una articolata opera di “risignificazione” simbolica della maternità, è sicuramente un approccio rivoluzionario al problema, che non poteva non allarmare gli uomini ma anche le donne.
Beatrice Hastings pensa in modo “inattuale” per il suo tempo, non conforme né contemporaneo, perché sostiene non tanto o non solo l’emancipazione della donna, che significa parificazione all’uomo nei diritti civili e politici, ma soprattutto la liberazione della donna, concetti questi di emancipazione e liberazione indagati e ridiscussi in tempi recentissimi.
L’emancipazione, e l’emancipazionismo derivante, è un pensiero che considera le donne come un gruppo sociale da tutelare, debole, in qualche modo inferiore, che ha bisogno appunto di emanciparsi per diventare simile all’uomo, che è considerato il vero modello a cui uniformarsi. L’emancipazionismo rimanda a una tutela accordata alle mancanze delle donne, e non fa altro che evidenziare la necessità da parte di una collettività di comportarsi almeno correttamente con chi non goda delle stesse prerogative fisiche, culturali ed economiche.
In forte anticipo con quello che sarebbe stato il “femminismo della differenza”, Hastings mira alla liberazione della donna, ad affermare un’identità femminile non subordinata né assimilata a quella maschile, al riconoscimento e alla valorizzazione delle differenze di cui le donne sono portatrici, rispetto a un maschile pervasivo, uniformante e neutralizzante.
Non vogliamo la vostra
galanteria. Per noi ha significato l’essere
state ingannate e obbligate
a sottostare alle regole stabilite
dagli uomini – “fino al
limite dell’autonegazione.” Ma noi, dal
canto nostro, non abbiamo
intenzione di schernire gli uomini
con la “galanteria”. (p. 97)
È la risposta di Hastings a una lettera di “un altro uomo”, come lei stessa lo definisce, il quale aveva scritto, in opposizione alle rivendicazione delle suffragette:
Queste suffragette senza
dubbio odiano gli uomini. Amano
fantasticare sul tempo in
cui gli uomini acconsentiranno alle
regole stabilite da queste
tiranne – fino al limite dell’autonegazione.
… Lascia che tutte le vere
donne marcino con noi
verso la nostra mutua
emancipazione, e poi saremo in grado
di mostrare la nostra
galanteria e il vero amore. (p. 97)
È questo uno dei punti nevralgici che oppone Hastings alle
suffragette.
Per Hastings non basta reclamare e ottenere il diritto al voto, ritenuto da lei connaturato e imprescindibile dallo statuto di essere-cittadina proprio delle donne, e non bastano le leggi per garantire le donne, tanto più se le leggi sono realizzate solo dagli uomini e, tra l’altro, anche in campi che sono prettamente di competenza delle donne, perché il dominio maschile insiste e persiste nella sfera privata delle donne, in quella più intima e quotidiana, come la famiglia, la sessualità, la procreazione, la maternità, l’uso del proprio corpo. L’emancipazione politica, suggellata dall’acquisizione del suffragio e di uguali diritti come cittadine, non garantisce ipso facto l’emancipazione sociale né la liberazione dal dominio maschile nella sfera intima.
Bisogna quindi passare, per risolvere questo problema, dal paradigma dell’oppressione al paradigma dell’espressione, cioè di prendere le decisioni sulle proprie vite e posizioni sulle questioni politiche.
Hastings, quindi, in questa prospettiva lungimirante e rivoluzionaria, contesta radicalmente la più antica e basilare forma di dominio, quella di un sesso sull’altro, quella all’origine di ogni rapporto di potere e di sopraffazione. Denuncia il patriarcato, i suoi obblighi, le sue leggi, le immagini della donna come subordinata, criticando i costumi sessuali, le abitudini, le convenzioni della vita quotidiana, ma chiama in causa anche le donne, responsabilizzandole, affinché prendano coscienza della propria condizione e si attivino per cambiarla.
Il perno su cui fa ruotare tutto questo processo è la maternità nelle forme e nelle sostanze con le quali è propagandata e vissuta.
Hasting mette in relazione la radicale
esperienza della gravidanza
e del parto alla perdita di
libertà, affermando che ‘le
donne amano la libertà della
mente e del corpo quanto gli uomini’
ma poi questa libertà è forzatamente
tolta alle donne appena
sono sottoposte al ‘calvario
del parto’ anno dopo anno. Se
le donne fossero lasciate
libere di operare una scelta, sicuramente
sceglierebbero di non essere
madri. Quando scrive,
nel suo stile di scrittura
iperbolica, “Non ho mai visto la creatura
adulta di cui vorrei essere
la madre” è perché per lei tutto ciò che
riguarda l’andare “non
intenzionale” verso la maternità, rappresenta una perdita della libertà
“reale”.
Ogni donna dovrebbe avere
l’opportunità di scegliere, e di
scegliere anche di
rinunciare alla maternità. [...] Il considerare
le donne in quanto donne,
non madri, è un’idea rivoluzionaria
nell’età di Beatrice.[1]
Attacca, quindi, con particolare virulenza, tutta la mistica della femminilità che vuole la donna necessariamente, per predisposizione naturale, moglie, madre, angelo del focolare, andando così a colpire il cuore del problema, quel determinismo biologico che inchioda la donna a un ruolo totalizzante e deprivatizzante, e che la costringe in una fascinazione ottenebrata della propria natura, quella che lei chiama, con un’espressione felice e provocatoria, “seduzione dell’utero”, scrivendo in proposito che «L’utero è plasmato per soffrire, ma è plasmato anche per bramare la propria sofferenza», coinvolgendo così anche le donne in questo complesso processo di mistificazione,
la chiave di ferro chiude tutto l’essere. Ed è
per questo che la
donna incinta è inebetita, e che la sua memoria
è separata dal
linguaggio. [...] la donna
non riesce a spiegare come è diventata
inebetita e senza memoria (p. 43).
Hastings è, evidentemente, per una maternità consapevole, liberamente progettata e vissuta, e quindi per una conoscenza scientifica della sessualità e del processo di procreazione, per la separazione della sessualità dalla maternità, per la diffusione della contraccezione, per la creazione di servizi sociali e istituti medici a sostegno delle donne prima durante e dopo il parto, per la sottrazione del parto stesso alle competenze e alle pratiche esclusive del maschio e la sua restituzione alla dimensione più naturale.
Propone nuovi modelli di comportamento basati su una più equa ripartizione dei compiti all’interno del matrimonio, della coppia, evidenziando l’autonomia del soggetto femminile, della sua libertà sessuale e promuovendo la solidarietà tra donne.
Hastings crede che
l’essere madre non sia un destino ineluttabile, né deterministicamente
naturale, ma sempre più un obbligo sociale. L’essere madre non è uno status in
cui si nasce, ma uno status che si acquisisce con il tempo sotto l’assedio di
una lunga e pervicace opera di costruzione di modelli funzionali a un certo
ordine del mondo, violentemente patriarcale e predatorio, che utilizza la
maternità, il corpo della donna, le sue funzioni biologiche, per costruire
un’architettura economica e sociale fondata sul dominio, un corpo né nominato e
né previsto dagli atti legislativi, considerato come semplice contenitore
riproduttivo.
Il corpo trasformato in oggetto da controllare e dominare. È lo
stesso dominio che l’uomo esercita su quello che i greci chiamavano phýsis cioè
la forza generatrice e quindi anche la Natura. Il corpo della Natura al pari
del corpo della donna. L’immagine della terra madre e nutrice si trasforma in
terra-patria e territorio da difendere, in luogo di esercizio del potere. È il
potere dell’uomo sulle forze della natura, sugli altri gruppi, sull’altra parte
dell’umanità, sul corpo sessuato della donna che, con i propri ritmi autonomi
e scanditi dalla natura, sembra sottrarsi a qualsiasi controllo.
È un potere, quello maschile, che dimostra il bisogno di porre dei
confini, tracciare i limiti di un territorio al fine di renderlo controllabile,
che nasconde la paura dei propri limiti e della propria finitezza.
La maternità, dunque, il sentimento d’amore
connesso, il cosiddetto “istinto materno”, la predisposizione innata alla
“cura” che di questo istinto è necessario corollario, per Hastings sono
piuttosto “fatti” storicizzabili, sentimenti acquisiti, storicamente e
socialmente determinati. La cosiddetta “natura femminile” è un costrutto
sociale utilizzato per legittimare l’esclusione della donna dalla politica e
relegare nel privato metà dell’umanità. «L’amore materno è solo un sentimento
umano. E come tutti i sentimenti è incerto, fragile e imperfetto.
Contrariamente a quanto si crede, forse non è inciso profondamente nella natura
femminile», scrive Elisabeth Badinter nel suo saggio L’amore in più. Storia
dell’amore materno[2].
Il nucleo maggiormente innovativo e dirompente
del pensiero femminista di Hastings, lo ritroviamo, pertanto, nell’articolo Woman
as State Creditor [Donna come creditrice dello Stato], che chiude il
pamphlet, dove l’attacco è diretto apertamente a tutto il sistema statale,
capitalistico e patriarcale, che fa del corpo della donna una proprietà dello
Stato, funzionale, strumentale alla sua politica di potenza e di egemonia
economica. Sono gli anni, è bene ricordarlo, in cui andava crescendo e
consolidandosi l’espansionismo imperiale della Gran Bretagna, sostenuto da una
sempre più convincente scienza eugenetica, che richiedeva un numero sempre
maggiore di corpi. Era convinzione radicata e diffusa, quindi, che fosse
responsabilità delle donne produrre questi corpi, persino per rafforzare, come
si cominciò a dire, “la razza” anglosassone.
Hastings, perciò, rivendica per la donna,
costretta nel ruolo forzato di moglie e madre, uno status assimilabile a
quello di una lavoratrice, con un riconosciuto salario e tutti i diritti
connessi a questo status, compresi assistenza sanitaria e adeguata preparazione
degli operatori sanitari che devono seguire la donna durante tutto il processo
della maternità, dalla gestazione al parto, e anche durante la crescita e
l’educazione dei figli. Lo Stato, se da una parte attribuisce alla donna un
ruolo fondamentale al suo interno, dall’altra lo nega, o lo sminuisce, non le
assicura un’adeguata attenzione in termine di legge.
Scrive Hastings, nell’articolo su citato:
È chiaro alle donne che il primo timido tentativo di ricompensarle per il loro contributo nel creare l’umanità, si basa sullo spietato disconoscimento della grandezza del servizio reso; e ripeto che anche la misera ricompensa offerta è priva di valore, perché male indirizzata. (p. 91)
E ancora:
Il
risarcimento per l’handicap femminile della gravidanza è vilmente inadeguato. Quanto esattamente questa disabilità colpisca
le donne, e come si possa alleviarne l’angosciante pressione, solo le donne
possono comprenderlo. E anche solo su tali basi l’intera pretesa di uno Stato
guidato solo da uomini si dimostra indifendibile. (p. 87)
E rivendica per le donne il diritto di legiferare per se stesse:
Nessuna
legge promulgata dall’uomo, nessuna preferenza accordata dall’uomo può davvero
aiutare le donne. Solo le donne sanno di cosa hanno bisogno. (p. 85)
Sono affermazioni di una straordinaria portata innovativa, che
proiettano Hastings vertiginosamente nel nostro presente, alle rivendicazioni
del femminismo storico, eppure, altrettanto straordinariamente la rimandano
indietro, a un formidabile recupero del femminile arcaico, alla solidarietà
femminile.
Per questo l’inversione che subisce, ad un certo punto, la riflessione
di Hastings, e dal mondo maschile si sposta a quello femminile che, come
esprime lo stesso titolo del libro, diventa il bersaglio della sua polemica,
viene avvertito ancora più violento e inaccettabile da parte delle donne, come
di fatto accadde, arrivando ad additare Hasting come antifemminista e nemica
delle donne, soprattutto quando argomenta nelle vesti di D. Triformis, uno dei
molti pseudonimi da lei usati[3],
fraintendendo così la vera portata del suo pensiero e della sua argomentazione.
Con lucidità analitica, attacca a viso aperto, senza infingimenti
protettivi, tutti quei comportamenti delle donne che concorrono a sostenere
l’ordine patriarcale, a partire dalla «perversa cospirazione contro la
giovinezza» (p. 33) messa in atto dalle donne che tacciono alle giovani
fanciulle sulle sofferenze e le ipocrisie di matrimonio e procreazione:
Questo
libro è stato scritto per il piacere di denunciare quel tipo di femmina la cui
modestia impone un silenzio tombale su
questioni così importanti come il sesso e la maternità. [...] Quando le figlie
si preparano all’altare ha già pronto un altro repertorio di menzogne, insieme
al velo e ai fiori d’arancio, e ai suoi auguri fasulli, così che possano
giungere mansuete all’altare, come la madre prima di loro, prima di scoprire
l’inganno (p. 31)
Condanna, senza appello, in un articolo che sollevò sdegno e
riprovazione, The case of the
anti-feminists [Le ragioni degli antifemministi] pubblicato sul The New Age del 28 agosto 1908,
quella che Hastings chiama “servitù volontaria” delle donne, che le spinge a
stringere una sorta di tacito accordo con l’uomo e marito, con il quale le
donne si assicurano protezione e mantenimento, anche economico, una minima
millantata libertà decisionale all’interno della dimensione domestica e
matrimoniale, accontentandosi di piccoli poteri, di insignificanti aree di
autonomia, rinunciando a esercitare ruoli e professioni nella sfera pubblica
che resta a esclusivo appannaggio maschile.
Tutte argomentazioni fiere e coraggiose, molto rivoluzionarie, che
però, o forse proprio per questo, non riescono a travalicare, scalfire, la dura
opposizione di una nutrita schiera di donne, tra le quali anche le suffragette
e le femministe anarchiche che tanto hanno in comune con il femminismo
libertario di Hastings. È stata avvertita come antifemminista, antisuffragista,
nociva per la causa femminile, nemica delle donne, e il suo libro è stato
boicottato e, se letto, ha ricevuto critiche astiose e violente.
Pericolosamente antifemminista, quindi, ma altrettando pericolosamente
femminista.
Scrive la lettrice Margaret M. Mack, in una lettera inviata
all’editore del The New Age,
nel numero del 4 luglio 1908: «Il femminismo esagerato di Beatrice Tina è molto
più dannoso per la causa suffragista dell’antifemminismo di Belfort Bax [...]»[4]
Beatrice Hastings non manca di rispondere nel numero dello stesso
giornale dell’11 luglio 1908, ribadendo ancora una volta il suo essere
femminista, la sua vicinanza alle donne, ma anche la sua profonda avversione
per un matrimonio, una sessualità e una maternità che non sono consapevoli e
liberi, oltre che auspicare per le donne, come unica forma di realizzazione
della propria identità, l’indipendenza economica e il lavoro fuori dalle mura
domestiche. In questa risposta Hastings si difende dalle accuse di
antifemminismo e chiarisce ulteriormente la sua posizione nei confronti della
richiesta del voto da parte del movimento delle suffragette che non ritiene
possa essere considerato come la soluzione di tutti i problemi delle donne,
come la panacea di tutti i loro mali. Così scrive:
Quelle fra
noi che sono economicamente indipendenti, fanno ciò che vogliono per quanto
riguarda l’invalidità del matrimonio e la maternità. Ma alcune donne non hanno
alternative. Questa la considero una preoccupazione più vitale persino della
disabilità politica. In materia di voto, plaudo a tutto ciò che viene fatto; ma
trovo qualcosa di obliato e procedo a denunciarlo. Miss Pankhurst, lei stessa
una Libertà incarnata, la cui libertà del voto non sarà altro che una spilla
nella sua sciarpa, combatte la battaglia politica per altre donne. Io, che non
odio gli uomini come sembra pensare la signorina Mack, scelgo di parlare per
le donne rese silenti da un trattamento criminale o insensibile.
Nell’argomentare le sofferenze di queste donne e la necessità di riforma,
ripudio l’insinuazione che io non sia una buona suffragetta.[5]
Il fatto è che il tratto distintivo del suo attivismo femminista
deriva dal suo essere prima di tutto una intellettuale, e da intellettuale
agisce il suo femminismo. Le sue lotte di emancipazione e di liberazione della
donna le svolge sempre con e sulla pagina scritta, da poeta, da scrittrice, da
giornalista. La penna come arma, come pungolo, come coltello nella carne viva
del problema. Senza esclusione di colpi. Una penna al vetriolo, ma sempre
aderente all’oggetto dell’analisi, sempre partecipe pur senza abbandoni
emotivi o sentimentali.
In questa sua militanza di scrittura si allontana anche da Emma Goldman,
che viceversa è un’abile oratrice, trascinatrice delle folle, organizzatrice
di seguitissime manifestazioni pubbliche, un’attivista con la quale invece ha
ampie aree di somiglianza in quanto a idee e principi e ideali di libertà. Non
è infatti un caso che il volumetto Woman’s Worst Enemy: Woman,
conservato presso il fondo Gerritsen,[6]
sia corredato dei nomi di Emma Goldman e del suo compagno, l’anarchico Ben
Reitman, a grafia della stessa Beatrice, a testimonianza del fatto che, con
molta probabilità, Hastings l’abbia fatto recapitare a Emma, oltre a delineare
la possibilità che le due donne si siano conosciute nella New York di inizio
Novecento, dove entrambe hanno vissuto, Beatrice per un breve periodo tra il
1904 e il 1905, e Goldman molto più a lungo, dal 1885 al 1919, anno in cui fu
espulsa dagli Stati Uniti d’America.
Una inaspettata testimonianza dell’accademico Harold Rosen, ci
restituisce però anche una Hastings che partecipa, negli anni Trenta, a
manifestazioni del Partito Comunista anglosassone:
Beatrice
Hastings aveva sentito il richiamo del partito comunista, come tanti altri che
negli anni Trenta vi si avvicinarono da altre buone cause. Lei era ora non
solo una Compagna e un’assidua lettrice del Daily Worker, ma anche una risorsa. Nonostante le impeccabili
credenziali comuniste di mia madre e la sua medaglietta con falce, martello e
stella rossa, devo dire che si immerse nell’aura di confidenza, educazione e
(c’è da aggiungerlo?) benessere emanata da Beatrice Hastings. Era, in questa
luce, una donna superiore da mostrare alla famiglia come un successo per la
carriera sociale di mia madre.[7]
L’accusa di antifemminismo addolora Hastings profondamente, anche per il conseguente isolamento e l’ostracismo che da essa derivano. La sua stessa esistenza di donna, con una costante e inesausta ricerca di libertà identitaria, nelle relazioni d’amore e di amicizia, nei rapporti con le strutture del potere, è una chiara e inequivocabile dimostrazione del suo innato femminismo.
In ogni caso la lotta per il diritto al voto, il suffragio delle
donne, rimane sempre un suo impegno costante: scrive della tortura inaccettabile
che le suffragette dovettero subire durante la loro prigionia e bolla sempre
l’antifemminismo come «una forma molto triste di entusiasmo».[8]
«Le suffragette militanti ci hanno salvate dall’ultima ignominia
della schiavitù – l’obbligo a ringraziare per la nostra liberazione», scrive a
chiusura del presente libro (p. 91).
Anche se, da un certo momento in poi, alcune sue affermazioni
sembrano andare verso una direzione opposta, tutto quello che Hastings scrive
va sempre correlato a un contesto, sottoposto ad analisi accurata e immesso in
una rete testuale che da sola può ricostruire e restituire il senso più
autentico del suo pensiero.
Chiarire la questione del femminismo o non femminismo di Hastings
è di fondamentale importanza nel processo di un suo riconoscimento all’interno
di una genealogia femminile e femminista che, attualmente, ancora la esclude
proditoriamente.
La natura apparentemente ambigua, o, meglio, ambivalente del
femminismo di Hastings è, in fondo, anche la natura ambigua e ambivalente del
movimento femminista di inizio secolo, soprattutto nell’Inghilterra vittoriana
e post-vittoriana. Un movimento ancora variegato e dai confini non netti.
I contorni
tra femminismo e antifemminismo a volte erano sfumati e con inaspettate
inversioni. Alcune femministe, ad esempio, come Mary Ward, Violet Markham e
altre, sono favorevoli all’estensione del ruolo delle donne nella vita
pubblica, di un ruolo di influenza politica, salvo poi restringere questa
influenza ai cosiddetti “regni femminili”, quelle aree di competenza
tradizionalmente riservate alle donne, come la politica sociale e di governo
locale, cioè una influenza esercitata in ambiti ristretti e ritenuti secondari
rispetto alla “grande politica” di competenza maschile.
La difficoltà di tracciare linee demarcatorie nette tra una
posizione femminista e una antifemminista di Hastings è complicata ulteriormente
da alcune caratteristiche strettamente connesse alla sua strategia di scrittura
e alla sua collocazione all’interno del Modernismo. Hastings è stata spesso
etichettata, definita, come una femminista antimodernista, ma anche come
modernista antifemminista, descrizioni entrambe valide ed entrambe
approssimative e imprecise.
Parallela, quindi, o se volete intimamente connessa, alla questione
“Hastings femminista o antifemminista”, corre quella “Hastings modernista o
antimodernista”. Nel senso che, se, da un lato, Hastings si attarda su alcune
posizioni tradizionali, in poesia ad esempio, dove utilizza ancora forme e
metri e ritmi classici, partecipa ciononostante alle istanze e ai processi di
rinnovamento della cultura e dell’arte e al fermento sperimentale di quei
decenni del secolo.
Hastings, infatti, è stata una scrittrice e una
editrice-giornalista sperimentale, e in entrambi gli ambiti ha realizzato
quello che è stato definito un “dialogismo strategico”,[9]
utilissimo per valutare e rivalutare la sua posizione come artista modernista,
editrice, critica e commentatrice sulle questioni di genere e sul suffragio
femminile.
Dialogismo strategico, nella sua attività di coeditrice del The
New Age, si traduce nell’organizzazione delle pagine del giornale in una
composizione, un assemblaggio di suoi e altrui testi fortemente variegati nel
contenuto e nelle forme, oltre che, vedremo, nelle firme.
Hastings supera la pratica puramente commerciale, perché vi
introduce un’altra pratica sperimentale, la creazione di identità multiple,
secondo certe necessità e per raggiungere certi obiettivi artistici e politici,
manipolando le immagini dei suoi volti pubblici attraverso la creazione di
numerosissimi pseudonimi.
L’aver scritto utilizzando firme in modo anonimo, non riferibili
alla sua vera identità, ha comportato ancora oggi la difficoltà di rendere ad
Hastings i dovuti meriti, e molte delle sue frustrazioni e rivendicazioni, che
la amareggiarono negli ultimi anni della sua vita per la mancanza di
riconoscimento, possono in parte derivare dal fatto che la sua scrittura
mutevole dipendeva dalle molte identità da lei adoperate.
Attraverso queste diverse identità Hastings mette in campo una
straordinaria capacità di costruire dibattiti sulle pagine del giornale, e in
alcuni casi veri e propri scontri di contrapposte posizioni di pensiero.
È il dialogismo strategico delle identità che porta Hastings a
paradossi e ardite inversioni di pensiero, di opinioni, di posizioni
ideologiche, a volte persino a simulate abiure, ma sono tutte forme
strategicamente e consapevolmente studiate e controllate.
Le identità di penna più significative per l’argomento qui trattato
sono senz’altro quelle di Beatrice Tina e di D. Triformis, e in parte la più
astratta e satirica T.K.L.
Particolarmente interessante è lo pseudonimo D. Triformis, uno
dei più affascinanti alter ego di Hastings, che può essere traducibile in “di
tre forme”, un indizio semantico della sua intrinseca natura artificiosa. Vi è
un chiaro rimando all’Ode 3.22 di Orazio che è un’invocazione a Diana nel suo
ruolo di protettrice delle donne durante il parto. È la Diana Trivia, o
Triforme, perché aveva le sembianze insieme della vecchia, della matrona e
della fanciulla. Questo riferimento oraziano chiarisce la volontà di Hastings
di far parlare D. Triformis in nome di tutte le donne. Triformis è stato anche
letto come un nome maschile, ma Triformis si autoidentifica da subito come una
donna già nel suo articolo di debutto Militancy and humanity [Militanza
e umanità] nel numero del 6 gennaio 1910. Il primo contributo di Triformis
mostra che Hastings è una femminista che ancora opera attraverso una opinione
positiva delle donne e del loro potenziale, anche se la funzione principale di
D. Triformis è quella di criticare il suffragismo militante. Ma le opinioni di
Triformis variano nel tempo, con alcune costanti: il pacifismo e l’appello alla
ragione.
Beatrice Tina è invece la maschera femminista di Hastings che
compare per la prima volta con questo nome nel numero del 28 marzo 1908, il
suo secondo anno al The New Age, come firma dell’articolo Woman as
State Creditor [Donna come creditrice del lo Stato], pubblicato in questo
volume, è quindi la femminista che argomenta per confutare alcune tesi
antifemministe, in particolare di Belford Bax, e ripropone lo stesso tono
aspro e provocatorio delle suffragette e la loro posizione sul suffragio,
appoggiando apertamente le militanti, come Emmeline Pankhurst e le sue figlie,
disposte a soffrire eroicamente nella loro lotta per il voto. Questo articolo,
quindi, è stato scritto da Hastings prima che avvenisse la rottura traumatica
con il movimento suffragista, i cui primi segni compaiono il 28 agosto 1908 con
la pubblicazione di The case of the anti-feminists a firma sempre di
Beatrice Tina.
La prima contrapposizione avviene, quindi, proprio tra D. Triformis
e Beatrice Tina, entrambe le identità si mobilitarono cioè per denunciarsi a
vicenda.
In realtà le contrapposizioni sono fittizie perché si muovono
tutte all’interno di un’unica identità, un po’ come accade per le matriosche,
singole figure contenute una nell’altra, che quindi possono essere considerate
pezzi a se stanti, ma che si ricompongono in un’unica figura che le comprende
tutte.
Hastings utilizza il giornale come una sorta di palcoscenico dove
mettere in scena le sue varie identità, farle giocare tra loro in uno
straordinario gioco delle parti, di pirandelliana memoria, con momenti
significativi in cui queste si confondono, in un continuo slittamento dell’una
nell’altra, finendo così con il creare un mosaico composito che molto bene si
addice al trasformismo di Hastings.
D. Triformis finisce così con il sostenere tesi e posizioni che dovrebbero
essere di Beatrice Tina, e viceversa, fino a quando Beatrice non sente il
bisogno di assumere su di sé tutte queste identità dichiarando apertamente di
essere lei sia l’una che l’altra, firmandosi Beatrice (Tina) Hastings, anche
per denunciare che è lei la vera persona vittima di tanti attacchi.
Un’attenzione analitica alle identità di Hastings rende un po’ più
chiare le difficoltà di leggere i suoi “femminismo” e “antifemminismo” come
discorsi contrapposti e indipendenti, e sgombra il campo dalle accuse mosse di
avere avuto, da un certo momento in poi, una deriva misogina. Come spesso
accade quando si ha a che fare con Hastings, e con la sua scrittura, è vera una
lettura ma è altrettanto vera anche la lettura opposta. I suoi testi vanno
letti proprio per le loro contraddizioni e con la consapevolezza che le sue
identità pubbliche prendono vita e senso proprio nel paradosso. Il voler
individuare a tutti i costi l’autenticità delle affermazioni di Hastings,
rischia di danneggiare, svilire il suo lavoro di tessitura dei testi, sia
individualmente che nella macro composizione del The New Age.
Alcuni articoli, più di altri, sono strutturati intorno alla figura
retorica dell’ironia, intesa come inversione di senso, e alcune affermazioni
sono iperbolicamente evidenti, create proprio con l’intento di stupire e
scandalizzare, come la frase, chiaramente ipertrofica e di rovesciamento, «in
vita mia non ho mai conosciuto un adulto di cui vorrei essere la madre» posta
a chiusura della Dichiarazione (p. 39).
Così come strutturata intorno all’ironia è l’altra espressione pronunciata
da Hastings «Le donne sono un sesso inferiore»[10]
che fu avvertita come uno scandaloso e inaccettabile tradimento di Hastings.
L’ironia è la figura retorica che meglio rappresenta Hastings, con
la sua dimensione sfuggente, inafferrabile, almeno doppia. L’ironia è una sorta
di sgambetto del senso, un modo per sparigliare le carte, per mettere
scompiglio, non arroccandosi mai su idee, pensieri, che possono per questo
diventare dogmi.
Anche la ricerca e la teorizzazione di una lingua letteraria personale,
elaborata già nel 1908, in una pagina intensa e importante di Note d’Oriolo
II, va in questa direzione. Una lingua connotata al femminile, varia e
mossa perché varia e mossa è la vita. Per questo la sua scrittura può essere
considerata una scrittura dell’esperienza e una scrittura del corpo.
Questo trascorrere quasi spontaneamente dal corpo alla scrittura
è di estremo rilievo per comprendere la personalità e la levatura
intellettuale e speculativa di Hastings, e anche la modernità delle sue
proposizioni. Hastings ha realizzato una correlazione tra corporeità, scrittura
e identità femminile che sarà discussa all’interno dei women’s studies e
poi degli studi di genere a partire dagli anni Sessanta, e da filosofe quali
Luce Irigaray, Hélène Sixous e Julia Kristeva, nei cui discorsi è centrale il
corpo come costrutto simbolico, e ancora è materia della contemporanea critica
letteraria femminista.
In Hastings il corpo e la sua materialità si riflettono nella sua
scrittura fortemente connotata al femminile, in un discorso identitario
complesso e ricco di sfumature.
Beatrice Hastings trasforma la differenza sessuale in differenza
testuale. Percepisce la donna come altro rispetto al soggetto maschile,
un’alterità indefinibile che emerge nella scrittura del sé che irrompe nel
testo. Un parlare del corpo sulla pagina bianca in segni che affermano la
“differenza” e il potere dell’immaginario femminile. Il testo diventa allora
un’opera aperta fondata sulla circolazione del desiderio, dell’eccesso,
dell’arcaico perduto di cui riemergono le tracce tra le righe.
Hastings scrive e vive il testo come inscindibile dal corpo e
dunque segue la pulsione a scrivere fuori da ogni confine, da ogni conformismo,
scrivere all’infinito, dentro e fuori il conflitto, anzi scrivere il conflitto.
Un conflitto perenne, quello di Hastings, nel rapporto sentimentale, nel
rapporto con la modernità, con il reale, con le donne nelle loro pratiche di
rivendicazione, nel rapporto con le strutture sociali, economiche, mentali e
culturali. Ma il conflitto, a differenza dello scontro e della guerra, che
tendono a distruggere l’altro, chiama l’altro a mettere in gioco la propria
differenza e le proprie parzialità, non a sopprimerle. La sua scrittura, per
questi motivi, inafferrabile e sovversiva, travolge la sintassi. Scrive Cixous
in Il riso della Medusa «La sua lingua [della donna] non contiene, essa
porta, essa non trattiene, essa rende possibile».[11]
Hastings può essere tranquillamente accostata, assimilata, come
donna e come autrice, con tutte le sue contraddizioni, le sue ambivalenze, al
soggetto postulato dalla critica femminista in questi anni, che, come dice
Raffaella Baccolini, nella sua introduzione sulla (ri)nascita dell’autrice:
non è
necessariamente un contro-soggetto forte, ma un soggetto multiplo,
contraddittorio e fluido, luogo di incontro di una rete complessa di categorie
e/o differenze multiple all’interno di ogni donna.[12]
Per questa esigenza di una lingua al femminile, di una storia letteraria
delle donne, Hastings denuncia la mancanza di una genealogia femminile, di una
tradizione anche letteraria al femminile nella quale ritrovarsi. Nell’articolo Women
and literature [Donne e letteratura], pubblicato nel The New Age il
14 aprile 1910, Hastings scrive, a firma non a caso di D. Triformis la più
ironica di tutte, la più doppia, anzi trina:
Tanto per
cominciare le donne non hanno una tradizione che valga la pena definire
intellettuale. Dobbiamo ancora crearne una. Non abbiamo uno standard
all’infuori dello standard maschile. Non è facile immaginarne uno più utile.
Poi la riflessione di Triformis, nello stesso articolo, si sposta
sulla letteratura:
Non è
facile, ma è necessario che le scrittrici si rendano conto di quanto siamo
ancora incatenate dalla superstizione, dalle convenzioni e dalla tradizione su
noi stesse e sulla nostra visione della vita tramandateci dagli uomini di
lettere. Tutte queste illusioni limitano la nostra concezione ed esecuzione
delle opere d’arte. Non abbiamo una pietra di paragone su cui mettere alla
prova le nostre idee. La nostra religione è una faccenda puramente maschile,
anche quando è il più possibile separata dal dogma.
Triformis lascia aperta la porta per una storia intellettuale, letteraria,
completamente separata e alternativa per le donne. L’atteggiamento di
Triformis non è di scoraggiamento, ma un invito all’azione. Una volta
rintracciata l’assenza del patrimonio intellettuale delle donne, Hastings si
augura che questo vuoto venga colmato al più presto.
Più e più volte nella sua intensa e complicata esistenza, Beatrice
Hastings ha ribadito l’altissimo ruolo della conoscenza, della cultura, anche e
soprattutto per la liberazione delle donne, per l’intera civiltà.
In Woman’s Worst Enemy: Woman, scrive: «Con le energie
vitali dirette ai mondi creativi dell’amore, dell’arte, della scienza, dell’invenzione
e della filosofia, il mondo creativo della procreazione decade» (p. 79). E
«Non c’è spreco nell’abbraccio d’amore» (p. 77).
L’amore al quale fa qui appello Hastings va riportato, in chiave
antropologica, alla sua funzione apotropaica, alla evocazione di una potenza
mana propria della donna. Una energia erotica, non necessariamente sessuale, in
grado di allontanare il male, il dolore, la sventura e di restituire la vita.
Non la sessualità ridotta a pratica produttiva e riproduttiva, ma
l’erotismo come pratica dissipativa che, in quanto tale, terrorizza il potere,
che per questo ha sempre cercato di organizzarlo e reprimerlo.
L’amore liberato, quindi, liberatorio e rivitalizzante, non l’amore
degradato e mercificato, ma l’amore come energia misteriosa ed esplosiva,
eversiva perché esibisce il nascosto, che, se implica la violazione della
norma, esprime anche tutto il potenziale di una forza generatrice e
rigeneratrice. Una energia gioiosa, accompagnata dal sorriso e dal riso, il
riso con il suo valore simbolico, come segno di un ritorno alla vita umana,
alla fertilità della terra. Il riso di Demetra che segnala l’uscita dalla crisi
luttuosa e il recupero della gioia di vivere.
Maristella
Diotaiuti
[1]
Maristella
Diotaiuti, Federico Tortora, Beatrice Hastings. In full revolt,
Caffè letterario Le Cicale Operose, Livorno 2020, p. 24.
[2] Elisabeth Badinter, L’amore in più. Storia dell’amore materno, Longanesi, Milano 1981, p. 9
[3]Hastings
utilizza lo pseudonimo Beatrice Tina dal 28 marzo 1907 al 16 dicembre 1909
(con questo nome firma infatti Woman’s Worst Enemy: Woman), D. Triformis
dal 6 gennaio 1910 al 16 gennaio 1911 e, infine, T.K.L. dall’11 gennaio 1912 al
25 giugno 1914.
[4] Belfot Bax, avvocato e giornalista antifemminista.
[5] Correspondence, «The
New Age», 11 luglio 1908, p. 218.
[6] Il fondo Gerritsen fu
proprietà dell’Università di Chicago dal 1903 e, dal 1954, si trova conservato
presso l’Università del Kansas. La copia digitalizzata da noi consultata è
conservata presso l’University of Houston Libraries.
[7] Harold Rosen, Are
you still circumcised? East End memories, Five Leaves Publications,
Nottingham 1999, p. 134, traduzione di C. Paolicchi.
[8] Correspondence. Woman’s suffrage, «The New Age», 21 aprile 1910.
[9] Raymond Tyler Babbie, Beatrice Hastings’ Modernism in Raymond Tyler Babbie, Issues of Modernism: Editorial Authority in Little Magazines of the “Avant Guerre”, University of Washington 2017, p. 21. Ringrazio Carlotta Pedrazzini, direttrice della rivista Emma, per averci fornito questo testo.
[10] Correspondence, «The
New Age», 17 aprile 1913, p. 592.
[11] Hélène Cixous,
Le Rire de la Méduse, «L’Arc», 61, 1975, pp. 39-54, traduzione a cura di
chi scrive.
[12] Raffaella
Baccolini, La (ri)nascita dell’autrice, in R. Baccolini, M.G. Fabi, V.
Fortunati, R. Monticelli (a cura di), Critiche femministe e teorie
letterarie, CLUEB, Bologna 1997, pp. 137-138.
