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giovedì 21 maggio 2026

L’errore antropocentrico, di Federica Nin

 


















Per millenni l’essere umano ha guardato il mondo come se tutto convergesse verso di lui. La natura è stata interpretata come scenario, risorsa, proprietà; gli altri animali come strumenti, simboli o materiali biologici; perfino il pianeta come qualcosa di inesauribile e subordinato ai bisogni della nostra specie.

Questa visione ha un nome: antropocentrismo.

L’antropocentrismo è l’idea secondo cui l’uomo occuperebbe una posizione privilegiata nell’ordine dell’esistenza, superiore alle altre forme di vita e legittimato a disporne. È una prospettiva così radicata nella cultura da apparire naturale, quasi invisibile. Eppure, proprio qui si trova uno degli errori più profondi della civiltà contemporanea.

L’errore antropocentrico consiste nel confondere capacità e valore.

L’essere umano possiede indubbiamente caratteristiche straordinarie: linguaggio simbolico complesso, tecnologia, autocoscienza riflessiva, capacità progettuale. Ma da queste peculiarità abbiamo tratto una conclusione arbitraria: che ciò ci renda ontologicamente superiori.

In realtà, la storia del pensiero umano è anche la storia di una progressiva demolizione della nostra presunta centralità. Sigmund Freud parlava di tre grandi “ferite narcisistiche” inflitte all’umanità dalla conoscenza scientifica: tre smacchi al nostro orgoglio di specie.

Il primo arrivò con la rivoluzione copernicana. Per secoli l’uomo aveva creduto che la Terra fosse il centro dell’universo. Poi Copernico, Galileo e la scienza moderna mostrarono che il nostro pianeta non occupa alcuna posizione privilegiata nel cosmo: è soltanto un piccolo corpo celeste che ruota attorno a una stella periferica, in una galassia tra miliardi di altre.

Il secondo smacco giunse con Darwin. La teoria dell’evoluzione distrusse l’idea che l’essere umano fosse una creatura separata dal resto della vita. L’uomo non è il prodotto finale della creazione, ma una specie animale emersa da un lungo processo evolutivo comune a tutti gli altri esseri viventi. La distanza che immaginiamo tra noi e gli altri animali si riduce drasticamente quando osserviamo la continuità biologica che ci lega a loro.

Il terzo colpo venne dalla psicoanalisi. Freud mostrò che l’uomo non è padrone nemmeno della propria mente. Pensieri inconsci, impulsi, paure e desideri influenzano continuamente le nostre decisioni, ridimensionando l’illusione di una razionalità pienamente sovrana.

Eppure, nonostante questi tre smacchi al nostro narcisismo, continuiamo a comportarci come se fossimo il centro del mondo.

La superiorità umana, infatti, non è un dato scientifico; è una costruzione culturale.

L’antropocentrismo sopravvive perché risponde a un bisogno psicologico profondo: sentirsi speciali, dominanti, indispensabili. L’idea di occupare una posizione privilegiata nell’universo attenua la nostra fragilità e la paura della finitudine.

Ma oggi questa visione mostra tutte le sue conseguenze.

La crisi climatica, la distruzione degli ecosistemi, l’estinzione accelerata delle specie, gli allevamenti intensivi, il cosiddetto “uso scientifico” degli animali, l’inquinamento globale e lo sfruttamento sistematico delle risorse naturali derivano da un presupposto comune: che il mondo esista principalmente per l’utilità umana.

Persino il linguaggio tradisce questa impostazione. Parliamo di “risorse naturali”, “capitale animale”, “modelli biologici”, “specie utili” o “nocive”, come se il valore della vita dipendesse dalla sua funzione per noi. È una mentalità estrattiva che trasforma ogni realtà vivente in oggetto.

Anche la sperimentazione animale nasce da questa logica antropocentrica: l’idea che sia moralmente accettabile infliggere sofferenza, confinamento e morte ad altri esseri senzienti purché ciò avvenga a beneficio umano. Gli animali vengono ridotti a strumenti di laboratorio, a mezzi sacrificabili per un fine ritenuto superiore. Eppure, proprio la scienza, che per lungo tempo ha giustificato questo paradigma, oggi ne evidenzia sempre più chiaramente i limiti, sia etici sia metodologici, mostrando quanto sia problematico trasferire risultati ottenuti su specie diverse all’essere umano.

L’essere umano, inoltre, non è esterno alla natura che distrugge.

Respira grazie agli ecosistemi, sopravvive grazie alla biodiversità, dipende dall’equilibrio climatico del pianeta. L’antropocentrismo è dunque anche un errore pragmatico: nel tentativo di dominare la natura, finiamo per compromettere le condizioni stesse della nostra esistenza.

Superare questa prospettiva non significa negare l’importanza dell’uomo o rinunciare al progresso. Significa piuttosto abbandonare una concezione gerarchica della vita in favore di una visione relazionale. L’essere umano può riconoscere la propria specificità senza trasformarla in diritto assoluto di sfruttamento.

Serve una nuova maturità etica: comprendere che intelligenza non equivale a licenza, e che la forza tecnologica richiede maggiore responsabilità, non maggiore arroganza.

Forse la vera evoluzione che ci attende non è tecnologica, ma morale: imparare finalmente a vivere senza considerarci il centro del mondo.


Federica Nin

Psicologa Ordine Reg. Lombardia e dottoressa in Filosofia, socia fondatrice di OSA-Oltre la Sperimentazione Animale, studiosa di sperimentazione animale, metodi sostitutivi, filosofia morale, epistemologia.


martedì 21 aprile 2026

 












Non ne parlo ogni volta che accade, ma oggi vorrei accompagnare una riflessione a commento di un altro femminicidio avvenuto in pieno giorno in un piccolo paese, Vignale Monferrato. Le cause sono sempre le stesse: gli uomini che uccidono le donne non tollerano che le donne, che considerano oggetti di loro proprietà, possano lasciarli.
Si parla di educazione sentimentale, come se il problema fosse nell'immaturità maschile di relazionarsi alle donne e non di potere. L'immaturità sentimentale, che pure c'è, è semmai conseguenza e non causa. La causa è da ricercarsi appunto nello sbilanciamento di potere che porta un sesso a considerare l'altro al proprio servizio, da assoggettarsi, da usare e da cui trarre vantaggio attraverso ruoli ben specifici che sono stati naturalizzati, relegando le donne per secoli a mansioni di servizio o comunque accessorie.
Per secoli lo sfruttamento del lavoro domestico ha fatto comodo agli uomini ed è stato naturalizzato ("le donne sono portate a svolgere quel tipo di lavoro..."), così come la maternità.
Lo sfruttamento e le oppressioni funzionano così: si naturalizza e si costruisce un apparato teorico-concettuale per giustificarle, e sempre poi ricorrendo all'animalizzazione, che è assoluto negativo ancora più difficile da mettere in discussione.
Infatti la dicotomia donne=corpo e uomini=mente ancora resiste. "Gli uomini pensano, le donne fanno", pensiero di estrazione cattolica.
Quindi, non si tratta di favorire e aiutare gli uomini a "emanciparsi", come se fossero loro gli oppressi e come se il patriarcato e la violenza maschile fossero l'altra parte di una realtà da porsi sullo stesso piano, per cui ad emancipazione femminile - che è elaborazione della propria condizione - dovesse corrispondere quella maschile equiparando gli uomini a vittime anch'essi del patriarcato.
E no, io rigetto questa lettura: gli uomini non sono vittime come noi donne del patriarcato, gli uomini sono artefici e unici beneficiari del patriarcato.
La violenza maschile - domestica, sessuale, psicologica, di qualsiasi tipo e ogni disparità che ne discende, economica e di considerazione morale - è una questione di potere e va trattata come ogni altra oppressione. Il patriarcato è un sistema che regola e normalizza l'oppressione di un sesso sull'altro.
E quando mai le oppressioni si risolvono aspettandoci l'emancipazione degli oppressori?
Prima nascono le oppressioni materiali e poi si elabora e costruisce una morale discriminatoria che le giustifica. Il processo è stato identico sia per le donne che per gli animali.
Sensibilizzare serve a farci prendere coscienza di questo, un primo step, ma non può essere l'unica strategia risolutiva perché il potere non si combatte a parole di convincimento per far cambiare idea agli oppressori.

Rita Ciatti



sabato 7 febbraio 2026

Eri neve e ti sei sciolta, di Elena Mearini.


















Ospito volentieri nella mia rubrica, "Voci ribelli: di femmine e bestie", il consiglio di lettura di Silvia Rosa per il volume "Eri neve e ti sei sciolta" di Elena Mearini.

Rita Ciatti  

 

Silvia Rosa: Torna oggi su Poesie Aeree - PA micro giornale letterario la rubrica a mia cura "Rosa dei versi": in questa puntata consiglio il bellissimo libro di Elena Mearini, "Eri neve e ti sei sciolta" (Re Nudo 2025), la cui lettura mi ha particolarmente toccata, perché al centro della silloge si posiziona uno dei lutti più feroci, quello che riguarda la perdita del proprio animale, in questo caso il cane, che è stato amato e con cui si è condiviso tempo, spazio, affetto e si sono creati piccoli riti quotidiani nell'intimità domestica. Solo di recente si inizia a parlare di quanto questo tipo di perdita abbia un impatto del tutto simile alla scomparsa di una persona cara, e come il dolore sia spesso incomunicabile anche per una forma di pudore che spinge a tacere, per paura del giudizio altrui e di quelle frasi superficiali che perimetrano il lutto e creano gerarchie che il cuore non conosce. Ma il volume parla anche di altro, come scrive Lello Voce nella sua accurata prefazione: "Ciò che colpisce in quest’ultima fatica di Elena Mearini è [...] la sua capacità di fare del ricordo della sua cagnolina, Maya, il centro motore di una riflessione ben più ampia, al centro della quale sta il linguaggio e in cui la relazione con l’animale è la cartina al tornasole che porta alla luce la fragilità e l’impotenza della cultura umana di fronte all’infinita potenza e imperscrutabilità della natura. [...] La lingua degli animali è, dunque, la lingua del vuoto, l’unica che sa dire quello che nella nostra, umana, non può che essere silenzio, ma che non è silenzio, perché è fatta di versi e gesti. Che singolare coincidenza questa che fa sì che in italiano (e in spagnolo, occitano, catalano, gallego, asturiano, romeno e sardo, a quel poco che ne so e che mi viene in mente qui ed ora) sia la stessa parola a designare lo strumento espressivo di bestie e poeti: i versi. In ogni caso, anche la lingua dei poeti è una lingua del vuoto, o almeno una lingua che lo indica, lo perimetra, lo smaschera, che bordeggia il cratere del nulla, per riempirlo di senso. Il silenzio linguistico dell’animale assume per il poeta un significato tutto speciale, quasi non fosse soltanto una condizione di fatto (o, peggio, un’incapacità: gli animali non sanno parlare), quanto piuttosto una scelta. [...] Scrivere poesia è, per l’autrice, il limite più avanzato per esplorare un mondo negato agli umani, ma a loro indispensabile, l’unico residuo di fronte a una fine che affratella le specie e dà loro l’unico senso di cui avere certezza. […] Non è l’uomo, insomma, che può o deve umanizzare il cane (anche se attualmente non fa altro che provarci), ma il contrario: è l’essere umano che vuole ‘canizzarsi’ e non può: deve restare alla soglia di un mondo che gli è precluso. Ma il cane, Maya, il suo esserci, è in realtà soltanto la porta che apre su un mondo ormai inesplorabile e sconosciuto, dov’è soltanto natura."


Qualcuno ha tirato i dadi

e dopo cinque passi

ti sei fermata


alla casella diciassette

del calendario


si è aperta la botola

sull’oltre di mare salato


oppure è stata

in acqua dolce la tua caduta


sulla lingua oggi

il tuo nome

è grano di zucchero e sale.


*


Non può 

chiamare il tuo nome

devo imparare la lingua

del vuoto che migra

dietro alle rondini


tradurre la scia

dell’aria immobile

per accordarmi a te

e chiederti come stai.


*


Articolo completo al seguente link:  Poesie aeree

giovedì 15 gennaio 2026

Teodora Mastrototaro. Intervista a Teodora Mastrototaro per Il Tascabile.

 















Rita Ciatti ospita nella rubrica del blog de Le Cicale Operose "Voci ribelli: di femmine e bestie", a sua cura, l'intervista di Demented BurrocacaoTeodora Mastrototaro, poetessa, militante antispecista, per la rivista Il Tascabile.


Nella pagina, il link de Il Tascabile per leggere l'intervista:

Poesia animale

Le mucche esplose antispeciste di Teodora Mastrototaro.




Buona lettura!




sabato 29 novembre 2025

La fatica di essere donne, di Rita Ciatti.

 











Ieri sera, mentre stavo attraversando la strada sulle strisce pedonali, semaforo verde per me, una donna in auto mi ha tagliato la strada, mancandomi per poco; non solo vedendomi non ha rallentato, ma ha addirittura accelerato, guardandomi con aria di sfida, lo sguardo truce, incattivito.

Ho pensato, sì, le donne stronze esistono, anche violente, aggressive, cattive, spesso invidiose.

Ma questi sono tratti individuali, caratteriali, che in nessun modo possono configurarsi come violenza di genere o forme oppressive verso il sesso maschile. Non esiste il sessismo inverso.

Infatti, quando parliamo di violenza sulle donne e di patriarcato non ci riferiamo a comportamenti messi in atto da singoli o a caratteristiche soggettive, ma a schemi di pensiero e a pratiche millenarie che da sempre hanno svantaggiato le donne sul piano materiale, collettivo e individuale; pratiche di cui tutti gli uomini hanno usufruito per ottenere e mantenere determinati privilegi e che le istituzioni hanno difeso.

Disparità salariale oggi, anche a livello pensionistico, mancato accesso allo studio e al lavoro nel passato, quindi mancata indipendenza economica da cui consegue mancata libertà, sottomissione, dipendenza, ma anche mancata fiducia nelle nostre capacità e mancato sviluppo delle nostre potenzialità, intellettuali, emotive e pratiche; mancanza di autostima in cui abbiamo fortemente creduto e su cui abbiamo anche ironizzato;

esaltazione di caratteristiche negative o ritenute di poco conto;

sfruttamento dei nostri corpi legalizzato, normalizzato e naturalizzato e fatto passare come "mestiere più antico del mondo";

apprendimento differenziato tra i due sessi, a partire dalla più tenera infanzia, con costruzione dei ruoli che definisce il modo in cui i maschi pensano loro stessi e le femmine e viceversa, con sbilanciamento di potere e di valore verso i primi, in favore dei primi (gli uomini fanno le cose che contano, fanno il mondo, le donne restano a casa a cucinare, a badare alla prole, chiacchierano di cose futili, trucco, ricette, bellezza);

crescere e vivere, in quanto donne, nel timore di essere molestate, violentate, uccise, picchiate, non considerate se non per l'aspetto fisico, con tutto lo stress e la stanchezza che ne consegue e che ci distoglie dai progetti e altro;

essere percepite e di fatto quindi percepirsi - perché è questa l'immagine di noi che la società ci rimanda - come "carne da macello", oggetti sessuali, elementi decorativi da cui dipende o meno il nostro valore e su cui investiamo tanto, sia in termini di tempo, ma anche di energie fisiche e mentali (ore e ore passate a renderci accettabili per i canoni stabiliti dalla società - sempre più idealistici e irraggiungibili, peraltro);

essere considerate "meno", mancanti di qualcosa, più adatte a certi mestieri che non altri (ancora oggi ci sono persone che non si fidano di donne professioniste);

svilimento di tutto ciò che appartiene "all'universo femminile", compresa la narrativa e le tematiche di cui scriviamo (se un autore scrive di sé stesso, della sua esperienza, la si considera "universale", mentre se lo fa una donna e racconta delle sue esperienze, delle sue problematiche, del suo corpo, il tutto non viene visto come passaggio dall'individuale all'universale, ma come argomento prettamente femminile e quindi di minore importanza; secoli di letteratura maschile basata su simboli di forza, guerra, potere in cui l'uomo - dato per l'universale "umano" - era centrale hanno fatto sì che nel momento in cui abbiamo preso la parola noi donne, subito fossimo relegate ad aspetti accessori, ancillari rispetto a un centro che è sempre maschile), l'arte, la politica, l'economia, la filosofia, persino la medicina;

svalutazione del femminile in ogni ambito poiché sempre sessualizzato, o comunque giudicato con parametri che appunto attengono a un universale che è stato appiattito sull'umano in quanto proprio uomo, maschio.

Questi sono solo alcuni esempi, ma spero sufficienti a far capire perché si parla di patriarcato in quanto schema di pensiero e pratica appresi e perché la frase "Not all men" ("Non tutti gli uomini") è non solo fuorviante, ma anche abbastanza patetica.

Sì, oggi sulla carta siamo considerate pari agli uomini, ma non nella pratica perché la cultura appresa e interiorizzata, soprattutto se stratificatasi nei secoli e naturalizzata al punto da non essere più percepita come ideologia dominante, ma come appunto "natura", è difficile da decostruire e disinnescare; è difficile per noi donne, ancora oggi, riuscire a pensarci come soggetti pienamente autonomi, di valore, non in difetto o manchevoli di qualcosa, anche e perché soprattutto la società continua a sussurrarci nelle orecchie che siamo solo corpi da ammirare, dipendenti dallo sguardo e approvazioni maschili.

Stesso identico discorso per gli animali in relazione all'umano come centro universale dominante.



Auguriamo a Rita la migliore fortuna per il suo nuovo romanzo fresco di stampa, "Time lapse".


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venerdì 14 novembre 2025

Regimi totalitari, di Rita Ciatti.

 



Nella loro concezione le strutture zootecniche hanno molto in comune con i regimi totalitari; nell'ideazione, li superano per assolutezza e raffinatezza dei metodi.

Sono luoghi in cui il controllo del vivente è totale, dal concepimento alla "soluzione finale" del mattatoio; luoghi in cui il vivente, anche umano, è inquadrato entro una rigida gerarchia fino ai gradi più bassi, che sono quelli in cui smette di essere tale e diventa prodotto.

Le femmine, le fattrici (notare anche il linguaggio, l'adozione di termini tecnici apparentemente neutri o diventato familiare nell'uso così da non smuovere più nessun sussulto), in questo sistema, ad esempio, contano leggermente di più perché sono quelle che forniscono la viva carne o il latte e le uova, ma solo finché sono in grado di farlo, altrimenti anche loro diventano carne da macello.

Sono sistemi, inoltre, che si reggono su un'assidua propaganda volta a mistificare l'attività che si svolge al suo interno e persino, tramite quello che Orwell chiama il "Bipensiero", a negarla, tramite un efficace esercizio di condizionamento e manipolazione mentale che comincia sin dalla più tenera età. In fondo, quando ai bambini viene presentata la carne sul piatto, non gli si dice certo che è il coniglietto, il vitellino, o il maialino che hanno imparato a conoscere attraverso le fiabe, accarezzato o osservato in montagna, o il rappresentante con cui hanno giocato sotto forma di peluche, giusto?

Da grandi questa atroce verità si scopre, ma all'interno di un contesto sociale in cui abbiamo imparato che la vita degli altri animali comunque conta meno e, ad ogni modo, ecco che il sistema zootecnico è subito pronto ad attenuare qualsiasi scrupolo morale con la menzogna del benessere animale. C'è qualcosa di particolarmente manipolatorio - ed evidentemente confortante - nel convincere le persone a credere che nei mattatoi - che sono l'anello ultimo dell'industria zootecnica, indissolubilmente legati a qualsiasi tipologia di allevamento, anche di quelli per produrre latte e uova - possa esserci spazio per la gentilezza e il rispetto.

Esattamente come è ed è stato in ogni regime totalitario, affinché si mantenga è richiesta tuttavia una certa complicità del popolo stesso, o almeno di una parte, quella ignava, indifferente, interessata più ai vantaggi immediati che può ottenerne, a patto della sua stessa compromissione, che alla liberazione degli oppressi.

Tra sistema zootecnico e regimi totalitari, vi è però una differenza sostanziale: e cioè la sua sistemica sistematicità diffusa e accettata in tutto il mondo.

Come in ogni regime, ci sono anche forme ed episodi di resistenza, singoli e collettivi.

Gli animali oppressi resistono singolarmente, noi vegani lo facciamo collettivamente.

Ecco, no, non siamo estremisti, siamo coloro che resistono continuando a vedere nel prodotto l'individuo che è stato, o che avrebbe potuto essere, nonostante il sistema zootecnico abbia fatto di tutto per annientare la sua individualità e per cancellare l'evoluzione di tantissime specie.

Controllando il vivente, modificandolo geneticamente a diventare un prodotto sempre più soddisfacente (mucche che danno più latte, vitelli con carne più bianca e tenera, polli ingrassati in pochissimo tempo, uova con meno colesterolo, prosciutti più magri e così via), l'industria zootecnica distrugge e modifica quella che chiamiamo "biodiversità" trasformandola in prodotti per il mercato. Rende noi consumatori anziché persone complesse e gli animali prodotti.

La riduzione del vivente, tutto, noi compresi, a una sola dimensione, consumatori e prodotti, all'interno di una società che è diventata un mercato, una massiccia fiera del bestiame, in ogni senso, totalitaria e assoluta.

 

sabato 11 ottobre 2025

 












Rubrica "Voci ribelli: di femmine e bestie", a cura di Rita Ciatti.


Rubrica a cura di Rita Ciatti, antispecista, femminista, scrittrice. I suoi contributi originano dalla esperienza della militanza antispecista e dall’attività di scrittrice, mediante le quali esprime riflessioni sui temi antispecisti in relazione al presente, talvolta interrelati a temi femministi. A questi temi Rita aggiunge note di lettura di autrici e autori da lei segnalate/i.



Note biografiche

Rita Ciatti, antispecista, femminista, autrice di un saggio sullo specismo Ma le pecore sognano lame elettriche? e di un romanzo Buon pane, buon vino e cattiva gente, entrambi editi da Marco Saya Edizioni; negli anni ha scritto numerosi articoli pubblicati in varie riviste, digitali e cartacee. Vive a Viterbo con l'uomo che ama e cinque gatte adorabili. Appassionata di letteratura, cinema, serie tv, arte, scrive per necessità, per condividere, comunicare, per dare voce a chi, pur avendola, non viene ascoltato. È in attesa della pubblicazione di un nuovo romanzo.

  

mercoledì 27 agosto 2025

Nota di lettura di Rita Ciatti per il volume "Anche Hitler era vegano. Demagogia e stereotipi della vegafobia", di Dario Martinelli.

 















Nota di lettura di Rita Ciatti per il volume 

Anche Hitler era vegano. Demagogia e stereotipi della vegafobia, di Dario Martinelli2025, Mimesis Edizioni.

 

Diciamocelo, noi vegani non stiamo molto simpatici alla maggior parte delle persone: moralmente superiori, arroganti, aggressivi, fanatici, estremisti, irragionevoli, patosensibili, misantropi, saccenti, rompiballe. Questi alcuni degli aggettivi con cui le persone definiscono le persone che per motivi etici hanno deciso di smettere di consumare gli animali e i loro derivati.

Questo testo di Dario Martinelli, semiologo, musicologo, poeta e autore di canzoni, scritto in maniera tanto accurata e documentata quanto spassosa (qualità che fa sempre piacere trovare anche in un saggio e non solo nelle opere di narrativa) esplora le ragioni di quella che lui definisce una vera e propria vegafobia, assimilabile cioè alle altre forme di fobia esistenti nei confronti di minoranze o di gruppi percepiti come “alterità” minacciose nei confronti del sistema dominante, con i suoi valori e tradizioni; perché indubbiamente una persona che per motivi personali, per esempio di salute o religiosi, dichiari di non poter mangiare il maiale o le cosiddette carni rosse non costituisce una minaccia all’ordine costituito e quindi non c’è ragione che venga bullizzata o attaccata al fine di dimostrare la sua “irragionevolezza” o “estremismo”, ragion per cui condizione essenziale della vegafobia è che il o la veg* di turno dichiari di esserlo per ragioni etiche.

Non c’è dubbio che tirarsi fuori da quella che è una pratica consolidatasi nei secoli, normalizzata e naturalizzata, non possa che essere visto come un modo di vivere quanto meno bizzarro, cioè non conforme a un certo ordine costituito, soprattutto quando le ragioni di questa scelta vanno a intaccare convinzioni profonde e radicate su più piani, non solo strettamente materiali, ma anche simbolici.

La parte, a mio avviso fondamentale e centrale di questo testo, senza la quale sarebbe anche impossibile comprendere appieno la vegafobia, è infatti propria quella che introduce il concetto di antropoteosi, ossia la teorizzazione di quella che sembra essere una vera e propria fissazione della nostra specie:  il bisogno di distinguerci qualitativamente dalle altre specie, ignorando la continuità evolutiva tra noi e gli altri animali e la percentuale altissima di attributi che con loro condividiamo (dati alla mano, condividiamo il 98% del nostro patrimonio genetico con i primati, infatti siamo primati anche noi, il 90% con in mammiferi e il 60% con i moscerini, tanto per fare alcuni esempi), di fatto quasi negando, consapevolmente o meno, di essere animali anche noi. Le ragioni di questa “dimenticanza” sono ovviamente molteplici, spesso ideologiche, ma la più elementare è che sostanzialmente non vogliamo ammettere di essere animali tra gli animali proprio perché li abbiamo sempre privati di quegli attributi positivi (o che riteniamo tali) che invece riconosciamo solo a noi stessi, fallacemente individuando ed enfatizzando quel poco che ci differenzia rispetto al tanto che invece ci unisce. Per meglio dire, definirci animali ci svilisce perché di fatto noi sviliamo gli animali: processo fondamentale per trovare giustificazione morale al loro sfruttamento e uccisione. L’antropoteosi è una sorta di mito o mitizzazione dell’umanità in opposizione all’animalità, gruppo che comprenderebbe quindi tutti gli animali, tranne noi. Per costruirlo ci sono voluti secoli, il sostegno di pensatori illustri, nonché delle principali religioni monoteiste, ma anche distorsioni e strumentalizzazioni a fini ideologici, ad esempio, delle teorie darwiniste.

La vegafobia, come tutte le discriminazioni verso un gruppo, si serve e nutre di vari elementi, tra cui gli stereotipi e i pregiudizi. Nella parte introduttiva del libro Dario ricostruisce l’origine di questi termini e di ciò che significano. Non sapevo ad esempio che il concetto di pregiudizio fu introdotto da Francis Bacon nel XVII secolo nella sua opera Instauratio Magna. Bacon, scrive Dario, “fornì una spiegazione di quelli che chiamò errori e superstizioni intrinseci e profondi nella natura della mente, chiamati idola mentis. Idola è un termine che possiamo tradurre come idoli, ovvero miti che l’essere umano onora al posto della verità” e che si distinguono in quattro tipi, idola tribus, idola specus, idola fori, idola theatri.

Segue una spiegazione molto interessante che ci aiuta a comprendere non solo la vegafobia, ma in generale i miti e credenze errate su molti argomenti e che, anche involontariamente, spacciamo per verità, addirittura per verità scientifiche (esempio: la carne fa bene, il latte fa bene, non è possibile vivere senza mangiare carne; miti che persistono nonostante l’evidenza di persone vegane da venti o più anni o di bambini svezzati con alimentazione vegetale, vale a dire che non hanno mai assaggiato carne di animali in vita loro e che godono di ottima salute).

Successivamente si passa alla definizione degli stereotipi, i quali, secondo l’analisi del giornalista Lippmann, che nel 1922 li teorizzò in un saggio, sono in stretta relazione con i pregiudizi, “essendo la base cognitiva di questi ultimi”, ossia in una relazione di causa-effetto.

Comprendere cosa siano i pregiudizi e gli stereotipi, come si formano e per quale esigenza della mente umana è fondamentale dunque per comprendere la vegafobia e in generale il processo con cui cataloghiamo e raggruppiamo, per facilità, le informazioni che ci arrivano dall’esterno. Si tratta di processi mentali in una certa misura anche naturali, cioè utili per raggruppare e sintetizzare le tante informazioni che ci arrivano, ma poi sostenuti e rafforzati da convinzioni molto spesso antiscientifiche e non corrispondenti al vero.

Il testo prosegue con la trattazione dei materiali audiovisivi, ossia di come il cinema, la televisione e in generale i media mainstream trattano il veganismo e i veg* (da specificare che Dario mette insieme vegetariani e vegani non perché non sappia la differenza e cosa comporti in termini di scelta etica, ma perché ai fini di questo libro entrambi i gruppi sono oggetto di vegafobia, sebbene i vegani, per ovvie ragioni, lo siano in misura maggiore).

Come sono rappresentati i veg* nel cinema? Come vengono caratterizzati i personaggi, marginali o meno, in un’opera filmica e televisiva? Prendendo in esame una trentina di opere, spaziando tra cartoni animali, sit-com, serie TV, film, stand-up comedy, scopriamo così che i veg* hanno sempre delle caratteristiche comuni e ben specifiche: strani, ingenui, bizzarri, idealisti, troppo buoni, ma anche ossessivi, polemici, rigidi mentalmente, incapaci di godersi la vita, talvolta, come la protagonista di Hungry Hearts di Saverio Costanzo, ortoressici, ossia eccessivamente preoccupati di contaminare il proprio corpo con alimenti ritenuti dannosi, preoccupazione che sconfina nella patologia. L’ortoressia, è bene ribadirlo, è appunto una patologia e può riguardare sia le persone veg* che quelle non veg*; rientra nello spettro dei disturbi alimentari, affine quindi all’anoressia e bulimia. Il regista Saverio Costanzo all’epoca dichiarò che non era suo intento criticare le persone vegane, eppure, guarda caso, Mina, la protagonista, è anche vegana, particolare che sicuramente ha contribuito ad alimentare lo stereotipo del veg* fuori di testa che per le sue manie si ammala. Piccolo aneddoto personale: quando comunicai a mio padre la decisione di diventare vegetariana (nemmeno vegana, quello lo sarei diventata successivamente), la prima cosa che mi disse fu: “Questa è una mania che ti ha trasmesso Andrea” (mio marito), mettendo insieme ben due pregiudizi in uno: che il vegetarianismo fosse una mania e che le manie si possono attaccare come un virus. Un esempio pertinente di vegafobia.

Sappiamo che queste rappresentazioni audiovisive sono a dir poco ingenerose e non centrano il focus della motivazione per cui si diventa vegani, ma è importante capire come i media ci rappresentano in quanto, essendo mezzi in grado di raggiungere una vasta fetta di popolazione, contribuiscono a rafforzare o delineare tout court l’immagine dei veg* e quindi ad alimentare la costruzione della vegafobia, di fatto allontanando la comprensione della serietà della questione animale.

Senza spoilerare troppo, come si dice in gergo, ossia elencarvi i numerosi punti affrontati in questo libro (tra cui ad esempio la differenza tra onnivori, polifagi e carnivori, già anticipata da Dario nell’altro suo libro Lettera a un futuro animalista o la parte dedicata all’ironia e alla satira), vi dico perché questo è un libro che ogni persona vegana farebbe bene a leggere, e non solo quindi, auspicabilmente, i diretti interpellati - cioè chiunque almeno una volta nella vita abbia pronunciato qualcuna o più delle seguenti frasi “Anche Hitler era vegano”, “Anche le piante soffrono”, “Però le zanzare le ammazzi”, “E se ti trovassi su un’isola deserta come faresti?”, “Senza proteine nobili ci si ammala”, “Siamo carnivori perché abbiamo i canini”, “I leoni mangiano le gazzelle”, “E il ferro dove lo prendi?” ecc.-; perché è importante comprendere il terreno di scontro, diciamo così, entro cui ci muoviamo e capire anche le motivazioni che portano i non vegani a percepirci come ostili, delegittimando quindi la portata etica della nostra scelta definendoci dei nullafacenti che anziché occuparsi delle cause davvero importanti pensano agli animali. Non è utile, facendo un po’ di autocritica (altra parte che si affronta nel libro), ergersi su un piedistallo dando degli idioti ignoranti a tutti coloro che ci criticano (tanto meno definirsi “illuminati”, “risvegliati” rispetto a una “massa dormiente”) perché se vogliamo avere dei risultati dobbiamo essere in grado di comprendere come gli altri ci vedono e percepiscono e se sono chiari i motivi che ci hanno fatto diventare veg*; dobbiamo conoscere quali sono i processi mentali che portano a costruire metaforicamente muri di incomunicabilità che poi di fatto impediscono di ottenere i risultati auspicabili nella questione che ci sta a cuore, ossia aiutare gli animali a liberarsi dal giogo della nostra oppressione e discriminazione.

Già, in conclusione, dove sono gli animali in questo testo? Ovunque. Perché è ovvio che il testo va a parare in una direzione, ossia: le persone non prendono sul serio i veg* perché sostanzialmente non prendono sul serio la questione animale, cioè gli animali.

In quanto gruppo di nicchia, sebbene in crescita, Dario ci invita anche a valorizzare ciò che unisce la galassia animalista anziché evidenziare ciò che ci differenzia (esattamente come per decostruire l’antropoteosi dovremmo iniziare a considerare ciò che ci unisce agli altri animali anziché ciò che ci differenzia). Abbiamo la responsabilità di fare del nostro meglio per rendere comprensibile la nostra causa, senza svenderla, ma con un pizzico di strategia.

Senza esagerare e senza adulazione, definisco questo libro tra i più interessanti che abbia letto sul veganismo. Ovviamente ognuno di noi ha delle preferenze, ossia predilige questo o quel punto di vista per analizzare un tema, scelta che dipende anche dalla propria formazione e non c’è dubbio che a me interessi moltissimo tutto ciò che riguarda segni, linguaggio, comunicazione in generale, processi mentali individuali e frutto di condizionamenti sociali, ma a prescindere da questo Anche Hitler era vegano affronta argomenti importanti finora trascurati nella letteratura animalista, argomenti che ritengo utili non sono ai fini di una conoscenza personale, ma anche per migliorare il proprio attivismo e approccio verso i non veg*. Sembra paradossale, nel senso che dovrebbero essere i non veg* a mettere in discussione i loro pregiudizi verso di noi, ma la comunicazione efficace necessita sempre di un punto di incontro e se non ci riesce il gruppo esterno alla nostra comunità, che poi è quello maggioritario, rendiamoci dunque parte virtuosa perché in ballo non c’è la soddisfazione di vincere o meno in una discussione, ma letteralmente la vita di milioni di animali.

Per cui, grazie Dario, ho imparato tanto, e ho anche riso spesso, cosa che non guasta mai!

Per ultimo, ma non in ordine di importanza, menzione speciale anche alla splendida copertina realizzata dal bravissimo Bruno Bozzetto, che di certo non ha bisogno di presentazioni. Come diciamo in gergo: è uno di noi e con la sua arte si dedica moltissimo alla causa.

Rita Ciatti

 

 

sabato 9 agosto 2025

Perché è importante riconoscere la specificità dei crimini d'odio e delle oppressioni, di Rita Ciatti












Perché è importante riconoscere la specificità dei crimini d'odio e delle oppressioni.

È più diffuso di quel che si pensi il pensiero che non serva specificare le cause della violenza o il sesso, genere, orientamento sessuale, appartenenza etnica delle vittime di violenza perché la violenza è sempre sbagliata a prescindere da chi ne sia oggetto e che quindi dovremmo parlare di rifiuto della violenza in generale.
Questa argomentazione rientra nella fallacia chiamata "all lives matter" e in genere è usata da chi nega che esista la violenza di genere, il razzismo, l'omofobia, persino lo specismo. Si tratta quindi di una generalizzazione che identifica la violenza in un tratto caratteriale, individuale, genetico, morale che dividerebbe l'umanità in "buoni e cattivi" senza analizzare cause sociali, elementi culturali, motivazioni politiche, coloniali, economiche.
Da un punto di vista antropologico è tendenzialmente vero che abbiamo paura del "diverso" (rispetto a un centro etnografico, di specie, culturale che è il punto da cui ci muoviamo), ma dalla diffidenza alla costituzione di ideologie che giustificano e motivano le oppressioni servono dei passaggi in più e cioè le ragioni, che sono sempre legate a intenzioni di sfruttamento per vantaggi personali o di un gruppo, classe, sesso, specie su altri e in genere di mantenimento di una più ampia ideologia dominante conservativa.
Queste motivazioni, che sono razionali, poi si trasformano in discriminazioni e svalutazione dei soggetti che si vogliono opprimere legandosi e connotandosi a credenze, pregiudizi e narrazioni spesso del tutto irrazionali, in parte frutto delle dinamiche di sfruttamento che divenendo alla lunga normalizzato e persino naturalizzato ci porta automaticamente a considerare determinati soggetti come inferiori rispetto ad altri.
Le ideologie oppressive fanno sempre comodo alle classi dominanti o sesso dominante o specie dominante perché connotando le vittime in modo negativo (culturalmente inferiori, meno capaci, meno intelligenti) o riducendone l'esistenza in funzione di ruoli precisi se ne giustifica l'oppressione.
Quindi distinguere per esempio un omicidio per rapina da uno per omofobia o razzismo è fondamentale e non perché morire per rapina sia meno grave, ma perché combattere il crimine richiede approcci diversi rispetto a combattere l'omofobia o il razzismo; nel primo caso si muore per casualità, nel secondo, configurandosi un reato d'odio, si muore per ciò che si è e bisogna combattere le ideologie oppressive che sono alla base dell'odio e svalutazione di un gruppo specifico di persone.
Allo stesso modo non si possono equiparare le morti di uomini per i più svariati motivi ai femminicidi che sono crimini di odio ben specifici che attengono alla cultura patriarcale e hanno le radici nell'interesse a voler continuare a sfruttare, sottomettere, assoggettare e relegare le donne entro ruoli precisi.
E così per gli animali, sfruttati per profitto, ma ormai connotati, visti, pensati entro una specifica lente ideologica che si chiama specismo.
La difficoltà del combattere alcune specifiche ideologie è che queste nel tempo, nei secoli, sono diventate invisibili poiché normalizzate e naturalizzate (avete presente? "Mangiare carne è naturale", "Le donne sono naturalmente portate a stare in cucina", "Agli schiavi piace lavorare nei campi perché sono robusti come tori", "Ai maiali piace stare così", "Non si rendono conto, non capiscono") e le vittime diventano dei referenti assenti oppure vengono assimilate entro analisi di violenza generica che impedisce un riconoscimento della questione e quindi impossibilità di fare giustizia.
Il primo passo per eliminare un'ingiustizia è raccontarla.
Ecco perché anche appellarsi al capitalismo come generico sistema sociale entro cui determinate oppressioni (patriarcato, specismo, razzismo) prendono vita talvolta è un errore perché ogni oppressione ha delle specificità che affondano le radici in tempi lontani e che se anche ha avuto, come detto sopra, l'origine in motivi legati al profitto e ai vantaggi e interessi di chi sfrutta, si è poi connotata legandosi ad argomenti, credenze, pregiudizi anche irrazionali divenendo ideologia a sé stante; interconnessa alle altre, ma specifica.
Specismo, razzismo, patriarcato, omolesbobitransfobia sono sistemi di pensiero a sé stanti funzionali sempre al mantenimento del potere di classi, specie, sesso e sistema dominante. Il sistema capitalista ovviamente ha tutto l'interesse nel mantenere in vita determinati schemi di pensiero poiché ne trae vantaggio. Potremmo dire che sfruttare e svalutare, svalutare per poi opprimere sono processi sinergici che si alimentano a vicenda e che devono essere affrontati entrambi perché non si elimina l'uno senza l'altro.

mercoledì 16 luglio 2025

Nota di lettura di Rita Ciatti al volume "Le mucche se non le mungi esplodono (di gioia)", di Teodora Mastrototaro, Marco Saya Editore, 2025

 











Nota di lettura di Rita Ciatti al volume Le mucche se non le mungi esplodono (di gioia), di Teodora Mastrototaro, Marco Saya Editore, 2025 (collana Graffiature)

https://www.marcosayaedizioni.net/graffiature


Le mucche se non le mungi esplodono (di gioia), della poeta e drammaturga Teodora Mastrototaro, pubblicato da Marco Saya, editore di rara sensibilità, è, come dice il sottotitolo, un inventario della crudeltà sugli animali che raccoglie fatti di cronaca - straordinari verrebbe da dire, in realtà ordinari nel loro susseguirsi con indifferenza agli occhi del mondo - in cui individui appartenenti ad altre specie hanno perso la vita per mano di un’umanità che si diletta per noia, vendetta, goliardia, puro sadismo, incapace di riconoscere la sofferenza dell’altro, resa miope dall’abitudine, dall’empatia mutilata sul nascere.

I versi di Teodora che rievocano il fatto - dapprima sintetizzato in prosa -, brevissimi, hanno sicuramente l’intenzione di consegnare alla nostra memoria l’esistenza di questi individui cui è stata brutalmente sottratta la vita, ma soprattutto, credo, quella di restituire loro il valore che la nostra società, tramite dispositivi di alienazione, anche semantica, gli sottrae sistematicamente.

Gli animali morti sulle strade durante il trasporto al mattatoio per un attimo escono allo scoperto, due volte vittime, in quanto considerati risorse rinnovabili, fatti nascere per diventare prodotti e in quanto individui che hanno perso la vita o che sono rimasti feriti nell’incidente lungo il tragitto. Nessuna ambulanza e soccorsi per loro, solo una morte ancora più prematura rispetto alla solita. Che sia la lama di un coltello o un colpo in fronte la loro vita è segnata:


Al bordo della strada

in vendita la carne…

il fuoco non per riscaldarsi

ma per cuocersi. Le auto lente in fila

gli chiedono quanto si prenda

al kilo.


O ancora:


La distanza tra il cielo

e una gabbia aperta

è la caduta imperfetta

del volo.

Morire per lo schiacciamento del cervello o in un macello è solo questione di tempo.


L’immagine poetica di Teodora è rarefatta, si esprime in poche righe, ma nella potenza della ricerca accurata delle parole il senso esplode in tutto il suo fulgore, a illuminare ciò che la nostra società vorrebbe invisibile, trascurabile, non degno di menzione. L’umanità si rammenta di questi individui solo quando qualcosa va storto nell’ingranaggio sistematico del loro annientamento - un incendio divampa in un allevamento, un camion carico di corpi, frementi, impauriti, si ribalta, un’alluvione allaga una struttura - altrimenti sono numeri scritti su targhette, da smaltire insieme ai resti non commercializzabili, non commestibili.

 

Divertiti a dare il

biberon magico

alla tua bambola.

Osserva il latte che

sparisce

via via che giri

la mucca

a testa in giù.

Appena la rimetti

dritta

il liquido riappare.

Ci puoi giocare

fino alla morte

dell’animale.

 

Di una mucca morta a ventun anni, dopo essere stata ingravidata artificialmente e munta per venti. 200.000 litri di latte. Quanti vitelli nati e uccisi per conquistare questo record? Quanto dolore in un corpo martoriato da macchine, senza mai ricevere una carezza?

Particolarmente significativi sono i versi che raccontano la morte di animali che hanno vissuto tutta la loro vita imprigionati dentro una struttura: orche, giraffe, elefanti, leoni, orsi della luna. Qui il racconto della loro morte assume un duplice significato, quello della fine, ma anche della liberazione:


Abbandonarsi al sonno sull’acqua

e allagarsi gli occhi fissi.


Di un’orca maschio che è stato rinchiuso per trenta anni in una piccola vasca di cemento in un parco acquatico argentino. Un’associazione animalista riuscì a riprenderlo in un video mentre fissava immobile per ventiquattro ore il cancello che lo separava dai delfini. Nemmeno il sollievo di una compagnia, se non a distanza.

Individui che sono stati tenuti in vita per decenni, in un quotidiano spento e sempre uguale, senza la possibilità di fare esperienza del mondo, senza la possibilità di esistere realmente se non entro i confini, fisici e ontologici, che l’umano ha deciso per loro: nei momenti dell’esibizione, dell’esposizione al pubblico. Si dice, di persone umane che muoiono dopo una lunga malattia, hanno smesso di soffrire. E così diciamo di queste persone di altre specie, peccato che non abbiano mai iniziato a vivere, che siano morte senza vivere. E allora la loro morte ci appare ancora più dolorosa, una beffa del destino quasi perché chi non ha mai iniziato a vivere non dovrebbe morire, ma dovrebbe nascere.

Giorni fa un’amica di buone speranze mi diceva che la vivisezione non esiste più. I versi di Teodora, che si è documentata a fondo per anni prima di approdare a questo lavoro, ci raccontano invece una delle pratiche più atroci: quella degli esperimenti su animali vivi:


La punta del bisturi fa della cella

una stella che scrocchia

un mezzogiorno invecchiato,

il tramonto.

Domani moriranno gli occhi

il nervo cometa coda in giù

fino all’eclissi.

All’alba, se apri gli occhi,

rimane buio.


Per ricordare l’esperimento chiamato sardonicamente Light-up, in cui dei macachi sono stati accecati tramite intervento chirurgico e poi sono stati tenuti in osservazione, costretti in una sedia di contenzione, con elettrodi e telecamere impiantate negli occhi a registrare i movimenti all’interno della gabbia.

Ma la vivisezione non esiste più.

Ai versi che narrano la violenza istituzionale, si alternano quelli della violenza dei singoli su cani, gatti, asini, capre, tartarughe, conigli, individui il cui tratto in comune è quello appunto di essere vulnerabili alla follia della nostra specie, alla forza bruta di chi massacra solo perché, banalmente, può. Soli, senza scampo, torturati senza pietà. Nessuno a difenderli, nemmeno leggi adeguate a punire gli assassini. Il linguaggio, l’uso ricorrente di un termine anziché di un altro, ci dice molto delle società in cui viviamo, anticipa o racconta cambiamenti; e allora fateci caso, il termine “animalicida”, che pure esiste (ho dovuto controllare che fosse effettivamente così) non viene praticamente mai usato. Esistono i femminicidi, gli infanticidi, i matricidi, ma il termine “animalicida” non fa parte del linguaggio corrente e questo perché nella nostra società specista l’uccisione degli animali non solo non conta, ma anzi, è istituzionalizzata.  Quando veniamo a sapere dell’uccisione brutale di un animale, oltre al fatto in sé, immaginiamo anche quella di tanti altri di cui non verremo mai a conoscenza, ma la cui morte è oggettivamente avvenuta, lontana dagli occhi, lontana dal cuore.

L’inventario contenuto ne Le mucche se non le mungi esplodono (di gioia), corredato dai bellissimi disegni di Alessandra Antonini, non tralascia nessuno: in un ordine per lo più cronologico, ma forse soprattutto emotivo, ci racconta anche del destino atroce dei selvatici, orsi, cinghiali, odiati perché liberi. Nati liberi ma braccati costantemente.

Verso dopo verso, soggetto dopo soggetto, ricordo dopo ricordo, fatto di cronaca dopo fatto di cronaca, emerge dalla pagina una terza entità, il tratto che accomuna tutte queste vittime: l’ideologia mortifera che ci contraddistingue e che cristallizza l’esistere degli altri animali in una funzione, un capriccio, un prodotto. Umanità tesa nell’intento di strappare la libertà agli altri animali, di ridicolizzarli, umiliarli, soffocarne l’istinto vitale.

Anche questo inventario di Teodora Mastrototaro, triste, straziante, struggente ma necessario, cristallizza le esistenze di questi animali in pochi versi, in un momento, ma è un atto di segno opposto: per ridargli dignità, splendore, valore. Per portarli a nuova vita, almeno sulla carta, nella memoria di chi legge. Per farli nascere al mondo davvero. Se a questi individui è stata sottratta l’esperienza del vivere, che almeno le fotografie in versi della loro morte possano farsi esperienza per noi. Indicandoci da che parte stare. Sull’asfalto insieme a loro, nelle vasche, nelle gabbie di contenzione, dietro le sbarre. Senza più sottrarci allo sguardo di quelli che verranno.

Rita Ciatti

 


martedì 15 luglio 2025

Rubrica "Voci ribelli: di femmine e bestie", a cura di Rita Ciatti.

 









Rubrica "Voci ribelli: di femmine e bestie", a cura di Rita Ciatti.


Rita Ciatti, antispecista, femminista, autrice di un saggio sullo specismo Ma le pecore sognano lame elettriche? e di un romanzo Buon pane, buon vino e cattiva gente, entrambi editi da Marco Saya Edizioni; negli anni ha scritto numerosi articoli pubblicati in varie riviste, digitali e cartacee. Vive a Viterbo con l'uomo che ama e cinque gatte adorabili. Appassionata di letteratura, cinema, serie tv, arte, scrive per necessità, per condividere, comunicare, per dare voce a chi, pur avendola, non viene ascoltato. È in attesa della pubblicazione di un nuovo romanzo.


In foto: Rita Ciatti con Jo-Hari


mercoledì 21 maggio 2025

Le ragioni del veganismo e le risposte dei fedeli al carnismo, di Rita Ciatti.

 










Le ragioni del veganismo e le risposte dei fedeli al carnismo.

di Rita Ciatti. Pubblicato nel blog https://www.viverevegan.org/  il 24 settembre 2021.


Quando i carnisti* si confrontano con i vegani, per difendere la loro posizione, danno vita ad una serie infinita di obiezioni, spesso davvero fantasiose. Le argomentazioni spaziano su diversi livelli e Rita Ciatti le divide in quattro macro-insiemi: quello dell’etica al ribasso; quello della nutrizione; quello della zoologia/etologia; quello dell’antropologia. Questo articolo affronta il primo, l’etica al ribasso.


La maggioranza ha sempre ragione?

Mettete una persona vegana in una stanza (anche virtuale, cioè l’account o la pagina di un social qualsiasi) insieme a carnisti convinti (l’aggettivo “convinti” potrebbe essere quasi pleonastico, dal momento che il carnismo*, come lo specismo in generale, è assimilabile a un atto di fede, cioè è l’adesione incondizionata a una credenza culturale basata su presupposti che oggi possono essere facilmente smontati e dimostrati come fallaci) e quasi inevitabilmente si scatenerà una rissa (metaforica, si spera). Il luogo comune vede la persona vegana pronta ad accusare, giudicare, aggredire tutte le altre; nella realtà accade quasi sempre il contrario: basta che si dichiari di non mangiare animali e derivati e subito si viene tempestati da obiezioni di vario tipo, volte sia a rassicurare e confermare la propria fede nel carnismo, sia ad attaccare e screditare il veganismo da più parti.

Il solo fatto di esporsi su un argomento così divisivo ci rende facilmente vulnerabili in quanto minoranza che mette in discussione credenze e idee radicate culturalmente (almeno per quanto riguarda il mangiare gli animali e derivati, pratica che comunque non esaurisce lo specismo), sostenute dalla maggioranza e che possono essere riassunte nella proposizione: mangiare “carne”, cioè animali, è normale, naturale, necessario.

Stanchi di rispondere sempre alle stesse obiezioni, a volte ci salviamo ricorrendo all’ironia e sarcasmo. I social pullulano di meme, post e persino account Instagram di attivisti che usano l’arma della comicità per prendere in giro i carnisti.

La semplice esistenza delle persone vegane (e spesso vegane da decenni) è la conferma che mangiare carne e derivati non è necessario ed è per questo che la sola nostra presenza in determinati contesti sociali può disturbare.

Le obiezioni possono essere riassunte in quattro macro-insiemi che contengono quattro fallacie logiche, cioè ragionamenti che sono illogici di per sé poiché partono da presupposti viziati, errati oppure semplicemente eludono il tema principale introducendone un altro apparentemente affine, ma concettualmente distante. Questi macro-insiemi sono: quello dell’etica al ribasso; quello della nutrizione; quello della zoologia/etologia; quello dell’antropologia.

Oggi affronteremo quello dell’etica al ribasso.

In questo insieme rientrano tutte quelle risposte/obiezioni che fanno appello all’impossibilità di adottare comportamenti etici al cento per cento, da cui il rifiuto di fare almeno quello che è nelle nostre possibilità fare e l’intento di screditare il veganismo assimilandolo a una sorta di pratica ascetica che non raggiunge i suoi obiettivi, come se l’obiettivo del veganismo non fosse quello di opporsi allo sterminio sistematico di miliardi di individui senzienti, ma di raggiungere l’immortalità di tutti i viventi (sì, sono ironica, ma quando ti dicono “Anche i vegani ogni volta che respirano possono uccidere un moscerino e poi anche l’insalata soffre” forse è proprio questo che pensano); e anche quelle obiezioni che confondono il tema dell’antispecismo con quello dell’ecologismo e dei diritti umani.

Un pomodoro, un telefonino, una mucca: trova le differenze.

Qualche esempio: “Anche i pomodori implicano sfruttamento perché vengono raccolti da persone sfruttate economicamente”; “Anche il telefonino o pc dal quale stai scrivendo comporta sfruttamento”.

In sé queste proposizioni sono vere. Spesso la frutta e verdura che compriamo è stata raccolta da operai sfruttati. Per produrre telefonini e PC vengono sfruttate persone, talvolta bambini.

Ma, uno, non abbiamo realmente la certezza che sia sempre così (almeno nel caso della frutta e verdura) e abbiamo comunque la possibilità di informarci sulla provenienza, evitando magari i prodotti che provengono da zone che sappiamo essere controllate dalla mafia o camorra e prediligendo quelli a Km. 0 che vendono nei mercati cittadini; due, si sta mettendo sullo stesso piano ontologico un animale con un pomodoro o un animale con un telefonino, dimenticando che lo sfruttamento delle persone che raccolgono la frutta o che sono impiegate nella produzione di alcuni prodotti è semmai un argomento indiretto rispetto allo sfruttamento e uccisione degli animali. Peraltro non è che gli addetti ai mattatoi o gli operai impiegati negli allevamenti siano trattati meglio e anzi, in alcune regioni, tipo la Campania, spesso gli allevamenti di bufale per produrre la nota mozzarella di bufala sono controllati dalla Camorra, quindi, a parità di sfruttamento indiretto di chi lavora per raccogliere pomodori, telefonini o “carne” e derivati animali, almeno scegliendo prodotti vegetali non siamo complici dello sterminio di altri esseri senzienti, che poi è questo il motivo per cui si diventa vegani, non altri (altrimenti non dovremmo parlare di veganismo, ma di alimentazione vegetale).

In tutti e tre i casi citati come esempio abbiamo più attori: animale ucciso, allevatore, macellaio e consumatore; frutto raccolto (poniamo sia il pomodoro), agricoltore, raccoglitore, consumatore; prodotto lavorato, operaio, consumatore.

Quindi, se a livello di sfruttamento degli attori umani che lavorano il “prodotto” in alcuni casi possiamo porci su un piano di presunta parità, quello che cambia enormemente è la natura ontologica del “prodotto”. In un caso è un frutto della terra, un pomodoro; in un altro ancora è un mero oggetto; nell’altro è invece un essere senziente, un individuo che viene considerato al pari di una merce, che viene ucciso per essere trasformato in prodotto, ma che non è un prodotto, non è un oggetto, non è una macchina per produrre qualcosa. Eludere questa differenza fondamentale significa ragionare in modo illogico e fallace.

Quindi, al netto delle problematiche etiche indirette che possono esserci nella produzione di ortaggi/verdure/frutta è comunque sempre più etico scegliere i prodotti vegetali anziché quelli che comportano l’uccisione di individui senzienti.

Un pomodoro non viene privato della sua esistenza ed esperienza nel mondo. Un telefonino è un oggetto, una cosa. Una mucca, un maiale, un pollo, un pesce, una gallina, un tacchino, una bufala ecc. invece sono esseri senzienti che vengono allevati per essere trasformati in prodotti.

La fallacia logica è nel considerarli già prodotti da consumare: al pari di un pomodoro, una carota o un PC.

E no, non si è consumatori consapevoli se si dichiara di conoscere la provenienza degli animali allevati e uccisi, a meno che per consapevole non si intenda: sì, sono consapevole di prender parte di un sistema che schiavizza e stermina esseri senziente, quindi di essere complice di un sistema di dominio e violenza.

E allora i batteri?

Rientrano nell’etica al ribasso anche tutte le scuse inerenti l’impossibilità di evitare l’uccisione di animali molto piccoli: “Quando vai in macchina schiacci insetti sul parabrezza, quando cammini uccidi le formiche, non puoi evitare di investire un gatto e ucciderlo”.

Anche questa proposizione è vera, ma non possiamo usarla come scusa in quanto c’è differenza tra un’azione intenzionale e un’azione involontaria.

Ovviamente se parlassimo di esseri umani non useremmo mai questa scusa per giustificare l’omicidio.

Pur non potendo evitare di ferire, investire con l’auto, far del male a qualcuno involontariamente; di certo non useremmo un incidente come scusa per promuovere campi di concentramento umani (semmai se ne usano altre e storicamente spesso prima di arrivare a compiere atrocità su altre etnie si è sempre ricorso alla loro riduzione all’animalità in quanto insieme ontologico negativo e degradato per eccellenza proprio per innalzare l’umano e alcune tipologie di umano in particolare a seconda dei periodi storici e del paese in cui si vive).

Siamo animali molto grandi e possiamo uccidere involontariamente insetti o altri piccoli animali nel solo atto di muoverci e uscire di casa; ciò non deve esimerci però dall’evitare la violenza intenzionale. Possiamo uccidere parassiti o batteri (i batteri non credo siano senzienti, come non lo sono i virus) per sopravvivenza, ma si tratta appunto di una forma di legittima difesa e non è di questo che si occupano il veganismo e l’antispecismo.

Il pescatore thailandese è più vegano del vegano occidentale? No.

L’altra fallacia logica invece tiene in considerazione l’impatto ambientale e anche in questo caso si mettono sullo stesso piano i prodotti vegetali e gli animali. Il parametro usato è quello dell’impatto, dimenticando la natura senziente degli animali e la loro soggettività.

Forse è vero che a livello di impatto ambientale un pescatore della Thailandia inquina meno di una persona vegana che consuma prodotti industriali in occidente, ma ancora si stanno mettendo sullo stesso piano due entità molto diverse. Il pescatore e il consumatore occidentale vegano sono entrambe due persone umane, ma il primo uccide un ulteriore individuo, il secondo no.

Un prodotto vegetale, per quanto comporti sfruttamento umano, consumo idrico, dei territori ecc., almeno non contempla l’uccisione di un ulteriore individuo senziente. Lo ripeto: il veganismo è l’opposizione allo sterminio sistematico degli animali e va di pari passo con l’antispecismo. Altrimenti non possiamo parlare di veganismo, ma di alimentazione vegetale per altri fini.

E comunque sia, produrre vegetali è sempre conveniente in termini di: risparmio idrico, consumo dei territori, inquinamento ambientale e persino sfruttamento umano perché raccogliere un pomodoro, per quanto possa essere faticoso, è quanto meno un’attività che non comporta violenza diretta su altri individui. Di fatto i consumatori carnisti delegano ad altri ciò che essi stessi farebbero malvolentieri: cioè uccidere, spellare, sezionare, tagliare, trinciare individui senzienti.

Consumare vegetali è più etico

Consumare animali e consumare vegetali sono due pratiche che non potranno mai essere messe sullo stesso piano etico, nemmeno al netto del miglioramento della loro produzione.

Anche l’allevatore più attento, il pescatore più ecologista che ci sia e il consumatore più consapevole sono comunque colpevoli o mandanti di aver tolto la vita a esseri senzienti. La pratica di allevare, schiavizzare, usare, trasformare in prodotti gli altri animali è una pratica di violenza. Per quanto normalizzata, normata da leggi assurde, naturalizzata, alla fine si riduce sempre comunque all’atto pratico definitivo e irreversibile di sgozzare esseri senzienti.

Questi ragionamenti di etica al ribasso vengono sempre adottati quando si parla degli altri animali a causa, ovviamente, dello specismo.

Infatti non diremmo mai a una persona che fa volontariato per i bambini orfani “Anche il pc da cui stai scrivendo probabilmente ha reso qualche bambino orfano”, o a chi fa volontariato per i diritti umani in qualche paese del mondo assediato dalla guerra “L’aereo con cui vai in quel paese ha sterminato un miliardo di insetti”.

Il veganismo non può essere disgiunto dall’antispecismo, altrimenti viene svuotato di ogni significato e diventa una dieta tra le tante. Gli altri animali devono restare soggetti centrali, altrimenti il campo delle argomentazioni indirette mostra il fianco ad obiezioni di vario tipo, ugualmente smontabili, ma che aggiungono confusione alla già scarsa conoscenza dell’argomento.

Rita Ciatti
Progetto Vivere Vegan


*Il termine carnismo è stato coniato dalla psicologa statunitense Melanie Joy nel libro “Perché amiamo i cani, mangiamo i maiali e indossiamo le mucche?” pubblicato da Sonda.