venerdì 22 maggio 2026

Miles and Trane - BODY AND SOUL. Di Enzo Nini.

 


Lopportunità di preparare un seminario dedicato a Miles Davis e John Coltrane in occasione dell’“International Jazz Day 2026”, celebrativo del centenario della loro nascita, a Cerignola, in Puglia, mi ha consentito di riarrangiare” — come avviene per gli standard jazzistici il mio continuo e inevitabile confronto con queste due figure fondamentali della storia del jazz.

Miles e Trane, come vengono familiarmente chiamati nellambiente musicale, non rappresentano soltanto due identità artistiche consegnate allimmortalità dalla loro musica, ma incarnano anche due concezioni profondamente differenti del fare musica. Le loro personalità artistiche sembrano, per molti aspetti, opposte: da un lato Miles Davis, strategico, attento alla dimensione materiale, allimmagine e alla costruzione del proprio linguaggio sonoro; dallaltro John Coltrane, figura introspettiva e spirituale, tesa verso una ricerca musicale quasi metafisica. Eppure, proprio nella dialettica dellinterplay jazzistico, queste due polarità hanno trovato una sintesi straordinaria, generando alcuni dei più grandi capolavori della musica del Novecento.

Nel tentativo di schematizzare tale dualità, si potrebbe descrivere Miles Davis come un musicista fisico, concreto, profondamente consapevole della forma e dellimpatto sonoro, mentre Coltrane apparirebbe come il musicista astrale”, orientato verso una dimensione spirituale e trascendente del suono. Tuttavia, ogni classificazione rigida rischia di risultare insufficiente. La loro collaborazione in Kind of Blue (1959) mostra infatti come queste due anime possano convivere allinterno di un equilibrio artistico irripetibile (1).

Emblematico è il brano So What”, nel quale lascolto ravvicinato dei rispettivi assoli rivela due concezioni radicalmente differenti dellimprovvisazione. Un ascolto superficiale potrebbe cogliere soltanto lalternanza tra tromba e sassofono; in realtà, si tratta dellincontro fra due universi estetici distinti. Lassolo di Miles Davis appare essenziale, misurato, quasi apollineo nella sua chiarezza formale e nelluso sapiente delle pause. Quello di Coltrane, invece, si sviluppa in modo più denso, vorticoso e inquieto, anticipando la ricerca sonora che caratterizzerà la sua produzione successiva.

Questa contrapposizione richiama inevitabilmente la celebre dicotomia nietzschiana tra apollineo e dionisiaco. Lapollineo, legato alla misura, allequilibrio e alla forma, sembra emergere nel fraseggio controllato di Miles Davis; il dionisiaco, associato allebbrezza, alla tensione e allenergia vitale, si manifesta invece nellurgenza espressiva di Coltrane. Tuttavia, anche questa lettura non può essere assunta in modo assoluto. Miles, musicista che praticava la boxe e possedeva una forte fisicità performativa, costruiva i propri assoli attraverso attese, silenzi e pause cariche di tensione emotiva. Coltrane, pur immerso in una dimensione spirituale, sviluppava un linguaggio estremamente rigoroso e strutturato, celebre per i suoi sheets of sound”.




Nel celebre assolo di Miles in So What”, ogni frase sembra lasciare uno spazio aperto, quasi in attesa di una risposta. Tale dinamica richiama il tradizionale principio afroamericano del call and response, presente nel gospel e negli spirituals, dove la dimensione individuale dialoga costantemente con quella collettiva. La forza formale di questo assolo è tale da aver consentito a George Russell di trasformarlo in materiale orchestrale, costruendo un arrangiamento nel quale il fraseggio della tromba diventa esso stesso tema musicale (2).

Il rapporto tra Miles Davis e John Coltrane può dunque essere interpretato come una polarità dialettica tra immanenza e trascendenza, tra materia e spiritualità, tra controllo formale e tensione verso lassoluto. In termini sociologici ed estetici, Miles sembra incarnare una concezione della musica consapevole delle dinamiche del mercato, dellimmagine e della comunicazione; Coltrane, al contrario, appare orientato verso unautonomia quasi mistica dellarte, vissuta come ricerca interiore e ascesi sonora.

Eppure, il jazz dimostra continuamente come gli opposti non siano necessariamente inconciliabili. Proprio nellinterazione tra queste due forze nasce una delle più alte espressioni della modernità musicale. La materia offre una forma concreta al suono; la spiritualità gli conferisce profondità e trascendenza. In questo senso, il dialogo tra Miles e Trane non rappresenta soltanto lincontro tra due musicisti, ma una metafora della tensione permanente che attraversa tutta la storia dellarte: quella tra contingenza e assoluto, tra corpo e spirito, tra forma e ricerca infinita.

Forse non è un caso che sia stato proprio Coltrane, e non Miles, a incidere Body and Soul(3): un titolo che sembra contenere, già in sé, lintera dialettica tra corpo e anima, materia e trascendenza, che le loro musiche hanno continuamente evocato, soltanto un anno prima dellimmenso A Love Supreme (4)

Forse … è proprio questa irresolubile tensione a rendere ancora oggi la loro musica così necessaria.

E forse la risposta più autentica a ogni tentativo di definizione rimane, nel mio immaginario, quella che sarebbe stata la rispostadi Miles: So What?”.

 


Ascolti:

(1) SO WHAT da KIND OF BLUE

https://open.spotify.com/intl-it/album/67SjMB8yzuzpCirtVuuO8D?si=VRqDejFeSYuE5sWaVf-PKQ

https://youtu.be/ylXk1LBvIqU?si=8-TJcbw6f0vXZwlB

 

(2) SO WHAT da THE LONDON CONCERTGEORGE RUSSELL

https://open.spotify.com/intl-it/track/4i1nQJBPp441dEcOOa1JBO?si=004fe04f4ac34c5b

https://youtu.be/t2rtxMejgjY?si=nyEcN6JizKJJz9Sb

 

(3) BODY AND SOUL da COLTRANES SOUND

https://open.spotify.com/intl-it/track/26bnmztmGcY03sO1uWmoTd?si=febfd847558c4135

https://youtu.be/4azzupZwiy4?si=pWeBfKev1Mi8w4lP

 

(4) A LOVE SUPREME

https://open.spotify.com/intl-it/album/7Eoz7hJvaX1eFkbpQxC5PA?si=UboVWioYTwiCAztDgwQ9ww

https://youtu.be/ll3CMgiUPuU?si=cmVnAAko32d5-ZAG


a seguire...


"Ascolto", di Flora Giordano



giovedì 21 maggio 2026

L’errore antropocentrico, di Federica Nin

 


















Per millenni l’essere umano ha guardato il mondo come se tutto convergesse verso di lui. La natura è stata interpretata come scenario, risorsa, proprietà; gli altri animali come strumenti, simboli o materiali biologici; perfino il pianeta come qualcosa di inesauribile e subordinato ai bisogni della nostra specie.

Questa visione ha un nome: antropocentrismo.

L’antropocentrismo è l’idea secondo cui l’uomo occuperebbe una posizione privilegiata nell’ordine dell’esistenza, superiore alle altre forme di vita e legittimato a disporne. È una prospettiva così radicata nella cultura da apparire naturale, quasi invisibile. Eppure, proprio qui si trova uno degli errori più profondi della civiltà contemporanea.

L’errore antropocentrico consiste nel confondere capacità e valore.

L’essere umano possiede indubbiamente caratteristiche straordinarie: linguaggio simbolico complesso, tecnologia, autocoscienza riflessiva, capacità progettuale. Ma da queste peculiarità abbiamo tratto una conclusione arbitraria: che ciò ci renda ontologicamente superiori.

In realtà, la storia del pensiero umano è anche la storia di una progressiva demolizione della nostra presunta centralità. Sigmund Freud parlava di tre grandi “ferite narcisistiche” inflitte all’umanità dalla conoscenza scientifica: tre smacchi al nostro orgoglio di specie.

Il primo arrivò con la rivoluzione copernicana. Per secoli l’uomo aveva creduto che la Terra fosse il centro dell’universo. Poi Copernico, Galileo e la scienza moderna mostrarono che il nostro pianeta non occupa alcuna posizione privilegiata nel cosmo: è soltanto un piccolo corpo celeste che ruota attorno a una stella periferica, in una galassia tra miliardi di altre.

Il secondo smacco giunse con Darwin. La teoria dell’evoluzione distrusse l’idea che l’essere umano fosse una creatura separata dal resto della vita. L’uomo non è il prodotto finale della creazione, ma una specie animale emersa da un lungo processo evolutivo comune a tutti gli altri esseri viventi. La distanza che immaginiamo tra noi e gli altri animali si riduce drasticamente quando osserviamo la continuità biologica che ci lega a loro.

Il terzo colpo venne dalla psicoanalisi. Freud mostrò che l’uomo non è padrone nemmeno della propria mente. Pensieri inconsci, impulsi, paure e desideri influenzano continuamente le nostre decisioni, ridimensionando l’illusione di una razionalità pienamente sovrana.

Eppure, nonostante questi tre smacchi al nostro narcisismo, continuiamo a comportarci come se fossimo il centro del mondo.

La superiorità umana, infatti, non è un dato scientifico; è una costruzione culturale.

L’antropocentrismo sopravvive perché risponde a un bisogno psicologico profondo: sentirsi speciali, dominanti, indispensabili. L’idea di occupare una posizione privilegiata nell’universo attenua la nostra fragilità e la paura della finitudine.

Ma oggi questa visione mostra tutte le sue conseguenze.

La crisi climatica, la distruzione degli ecosistemi, l’estinzione accelerata delle specie, gli allevamenti intensivi, il cosiddetto “uso scientifico” degli animali, l’inquinamento globale e lo sfruttamento sistematico delle risorse naturali derivano da un presupposto comune: che il mondo esista principalmente per l’utilità umana.

Persino il linguaggio tradisce questa impostazione. Parliamo di “risorse naturali”, “capitale animale”, “modelli biologici”, “specie utili” o “nocive”, come se il valore della vita dipendesse dalla sua funzione per noi. È una mentalità estrattiva che trasforma ogni realtà vivente in oggetto.

Anche la sperimentazione animale nasce da questa logica antropocentrica: l’idea che sia moralmente accettabile infliggere sofferenza, confinamento e morte ad altri esseri senzienti purché ciò avvenga a beneficio umano. Gli animali vengono ridotti a strumenti di laboratorio, a mezzi sacrificabili per un fine ritenuto superiore. Eppure, proprio la scienza, che per lungo tempo ha giustificato questo paradigma, oggi ne evidenzia sempre più chiaramente i limiti, sia etici sia metodologici, mostrando quanto sia problematico trasferire risultati ottenuti su specie diverse all’essere umano.

L’essere umano, inoltre, non è esterno alla natura che distrugge.

Respira grazie agli ecosistemi, sopravvive grazie alla biodiversità, dipende dall’equilibrio climatico del pianeta. L’antropocentrismo è dunque anche un errore pragmatico: nel tentativo di dominare la natura, finiamo per compromettere le condizioni stesse della nostra esistenza.

Superare questa prospettiva non significa negare l’importanza dell’uomo o rinunciare al progresso. Significa piuttosto abbandonare una concezione gerarchica della vita in favore di una visione relazionale. L’essere umano può riconoscere la propria specificità senza trasformarla in diritto assoluto di sfruttamento.

Serve una nuova maturità etica: comprendere che intelligenza non equivale a licenza, e che la forza tecnologica richiede maggiore responsabilità, non maggiore arroganza.

Forse la vera evoluzione che ci attende non è tecnologica, ma morale: imparare finalmente a vivere senza considerarci il centro del mondo.


Federica Nin

Psicologa Ordine Reg. Lombardia e dottoressa in Filosofia, socia fondatrice di OSA-Oltre la Sperimentazione Animale, studiosa di sperimentazione animale, metodi sostitutivi, filosofia morale, epistemologia.


DI CAPPIO IN CAPPIO. Di Matteo Rusconi.

 









Ha fatto molto discutere, a livello internazionale, la torta con disegnato un cappio ricevuta dal ministro della sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir per il suo cinquantesimo compleanno. Oltre alla corda con il nodo scorsoio, che soffoca molte vite, le guarnizioni rappresentavano anche due pistole e una mappa che includeva i territori di Gaza e Cisgiordania. Il simbolo del cappio, inoltre, era un palese rimando alla reintroduzione della pena di morte per i palestinesi accusati di atti di terrorismo. Solo per i palestinesi. Se sei israeliano e compi atti di terrorismo, no: chiudiamo entrambi gli occhi e via. Lo schifo sullo schifo.

Quello che mi ferisce, che mi fa ribollire, è il continuo calpestare i diritti degli esseri umani; diritti tutelati da dichiarazioni su dichiarazioni, da scaffali interminabili di carte che, ahimè, sembrano stare lì solo a prendere polvere. Quello che mi indigna ancora di più, che mi fa incazzare abbestia, è permettere che uno stato — sì, scritto con la minuscola — compia indisturbato tutto ciò e che, sul conto, introduca pure leggi razziali mentre il mondo osserva imbesuito e fa spallucce.

Così quel cappio non rimane solo una decorazione del cazzo. Diventa il simbolo di un’umanità che fatica sempre di più a respirare. E che, di conseguenza, non sa più nemmeno come urlare.

E allora urlo io, che sopra la testa ho un tetto, e non macerie; urlo forte con una poesia di Fidaa Ziyad, poetessa di Gaza che scrive i propri testi sotto il continuo bombardamento di beceri macellai.

Vivo questo genocidio attraverso l’immaginazione di tre bambini
Il primo si è nascosto sotto le lenzuola
Dicendo Vorrei essere un fantasma
Perché gli aerei non mi vedano
Il secondo ha detto, dallo schianto delle navi da guerra
È la voce della piovra nel mare
E la terza, una bambina: Vorrei essere una tartaruga
Per nascondere tutti
Sotto il mio guscio

O tu, la mano dell’immaginazione,
culla il sonno di questi piccoli,
preserva per loro tutti questi sogni.
O tu, la mano dell’immaginazione,
non andare oltre l’orrore della realtà.





martedì 19 maggio 2026

Un ragionamento bastardo, di Lucio Macchia

 













Platone nel Timeo fronteggia un problema di estrema difficoltà: conciliare il mondo delle idee e quello delle cose sensibili. Lui stesso ha fondato un dualismo radicale che, nel momento in cui cerca di spiegare come dalle idee si siano generate le cose sensibili, lo mette in seria difficoltà. Per risolvere il problema, ipotizza l’esistenza di uno “spazio” intermedio tra idee e cose sensibili. Questo spazio è la “chora” (o khôra) che Platone definisce “un ricettacolo” dal quale le cose emergono come setacciate per azione di un vaglio, allo stesso modo in cui viene lavorato il grano. Si tratta di una dimensione che non è coglibile né dall’intelletto (come il mondo delle idee) né dai sensi (come le cose sensibili). È un indistinto caotico, un movimento informe, qualcosa di inafferrabile: «Vi è infine una terza specie, che sempre esiste ed è quella dello spazio: essa non riceve in sé corruzione, offre una sede a tutte le cose che hanno una nascita, si può cogliere non mediante la sensazione, ma con un ragionamento alterato, e a stento le si può prestare fede»[i]. Questa espressione “con un ragionamento alterato” nell’originale greco è «logismō tini nothō», che si traduce alla lettera con “con un certo ragionamento bastardo”. Platone deve ricorrere a un pensiero che “mescola” intelletto e sensi, che porta a concepire l’esperienza delle cose incontrate nel mondo come emersioni divenienti da un caos sottostante. Una concezione impressionante per la vicinanza al pensiero della filosofia moderna[ii] alle prese con gli “impossibili”, con ciò che non può essere detto, che ek-siste al linguaggio, al logos, all’esprit de géométrie, alla dialettica ordinata. L’eterno ritorno di Nietzsche, l’ereignis di Heidegger, la différance di Derrida, la superficie assoluta di Ruyer, il reale di Lacan. Il ragionamento di “specie pura” ci porta solo a peripli, per quanto sofisticati, all’interno del simbolico. I salti quantici del pensiero sono bastardi. Questo è il punto di questa breve riflessione. Consideriamo il pensiero dell’immanenza di Deleuze: in un certo senso (metodologico, non sostanziale) il campo trascendentale ha il carattere spurio della chora. E anch’esso nasce da un ragionamento bastardo, ovvero l’empirismo trascendentale: «Si parlerà di empirismo trascendentale, in contrapposizione a tutto ciò che costituisce il mondo del soggetto e dell’oggetto»[iii]. Il trascendentale è classicamente (Kant) il presupposto dell’esperienza, ciò che la rende possibile. Per Kant era la struttura del soggetto, mentre per Deleuze è il “campo trascendentale”, campo di coscienza, che è però una coscienza non fenomenologica, che non ha a che fare con un soggetto e un oggetto ma che ha invece il carattere di essere coscienza di niente e di nessuno: «si presenta come pura corrente di coscienza a-soggettiva, coscienza pre-riflessiva impersonale, durata qualitativa della coscienza senza io»[iv]. Alla radice dell’esperienza vi è questo piano di immediatezza non categoriale, una creazione in atto (virtuale) da cui soggetti e oggetti emergono in après-coup, come pieghe sempre differenziantesi, non catturabili dall’idea, dall’identità. Tutto origina da un puro darsi, in modo impersonale, preriflessivo, una immanenza senza nome in cui già siamo presi: «“Prima” c’è l’oscuro e il confuso, “prima” c’è l’intuizione cieca, “prima” c’è il cogito come pura impressione»[v] (dove qui il primato è causale e non cronologico). In questo consiste il ragionamento bastardo dell’empirismo trascendentale deleuziano: ci consente di “mettere insieme” il molteplice dell’esperienza (il continuo differenziarsi) e l’unitarietà di un pensiero su di essa (il campo trascendentale) senza ricorrere a trascendenze, iscrivendo tutta la riflessione nell’ambito di un virtuale immanente. Davanti all’albero possiamo a volte scorgere che, prima di un io e di un albero, siamo, al di sotto dei codici del logos, semplice vita in atto presente a se stessa non in senso intenzionale, non come presenza a una coscienza riflessiva, ma in modo immediato, non spiegabile ma solo esperibile. Senza destinazione, senza senso, nel processo vitale del divenire creativo. In certi momenti, di fronte a una veduta marina, per esempio, possiamo sentire di essere “dentro” quel campo trascendentale, con una impressione pura che non trova parole, un “qualcosa” dell’ordine del colpo, del trauma da cui ci sembra di “risvegliarci” come soggetti davanti agli oggetti del mondo, anche noi pieghe, come le onde davanti a noi.  Questo approccio “fusionale”, che non è né concetto né sensazione, ricorda la chora. E nel modo di procedere nell’articolazione del pensiero ritroviamo il carattere “bastardo” del ragionare alle prese con un percorso che è una “terza via” rispetto alla linea del concetto e a quella dell’empirismo semplice. Tentare di definire un atteggiamento che non rinuncia al pensiero ma neanche alla vita, che fa segno, che dice, pur sapendo che l’essenziale non può essere mai pienamente detto (tutto, nel dire, è ambiguo, come insegna Lacan). Un nominare in cui il senso non è mai chiuso, ma continuamente evocato in quanto vita immanente e nient’altro. Una dimensione di impossibile che certa filosofia condivide con il gesto poetico. Discipline impure e bastarde. Ek-sistenti alla struttura. Come la vita.


Lucio Macchia


Immagine: Alberto Burri, Combustione plastica (1957)



[i] Platone, Tutte le opere, a cura di E.V. Maltese, ebook Newton Compton (2013), da Timeo 52a-52b

[ii] Questa vicinanza è stata fortemente espressa da giganti della filosofia del ‘900 come Heidegger e Derrida. In Italia, uno dei nostri più importanti filosofi contemporanei, Rocco Ronchi, ha scritto un saggio dal titolo emblematico: Il pensiero bastardo.

[iii] G. Deleuze, Immanenza, Mimesis (2010), ed. Kindle, p. 3

[iv] Ivi

[v] Rocco Ronchi, Il canone minore – Verso una filosofia della natura (2017) – ed. Kindle, p. 183


sabato 16 maggio 2026

Per Minnie Pinnikin

 
















Nell’annunciare l’uscita dell’opera Minnie Pinnikin, di Beatrice Hastings, a cura di Maristella Diotaiuti, Selvatiche Edizioni-Seed, 2006, traduzione di Francesca Del Moro (opera raccolta da Federico Tortora),

destiniamo a questa pagina del blog materiale dedicato alla nuova pubblicazione, Minnie Pinnikin, opera finora inedita (eccetto alcuni lacerti funzionali ad altri lavori) che Hastings cominciò a scrivere a Parigi nel 1914. Protagonisti della narrazione sono se stessa e Amedeo Modigliani.

Minnie Pinnikin sarà presentato, in prima assoluta, domenica 12 luglio 2026, in occasione della ricorrenza della nascita di Amedeo Modigliani. La presentazione si svolgerà nell’ambito dell’evento, a cura de Le Cicale Operose (Maristella, Federico), dedicato a Amedeo Modigliani ("Per Amedeo Modigliani", II Edizione) presso il locale e il grande Giardino dell’800 di corso Amedeo, 101, presidio culturale fondato da Le Cicale Operose nel 2016 e dall’8 marzo 2026 sede di Salus Bistrot e Opus Lab -Spazio Creativo - ASD APS, che collaboreranno alla realizzazione dell’evento. 


Nel frattempo:


8. 

Brevi note biografiche di Beatrice Hastings. Di Federico Tortora

Link:  Brevi note biografiche di Beatrice Hastings


7.

Mediante alcune immagini montate in questa clip ripercorriamo brevemente la vita "in full revolt" di Beatrice Hastings. 

Nella seconda parte della clip: "Le Cicale Operose per Beatrice Hastings" e l'annuncio della prossima pubblicazione.

Musica: Oniria, del trio Link (Meme Lucarelli, Andrea Gorza, Gennaro Scarpato). 

Montaggio video: Federico Tortora (Le Cicale Operose)


Per aprire il video cliccare sull'immagine. Buona visione.




6.

In appendice al volume Minnie Pinnikin troverete due articoli "bonus", di Mario Di Chiara e di Federico Tortora. 

Ecco i titoli:

Mario Di Chiara: Sulle tracce della scultura di Modigliani salvata da Hastings. Bibliografia di sintesi, 1954-2010.

Federico Tortora: La salvifica presenza di Beatrice Hastings nella vita di Amedeo Modigliani dal 1914 al 1916.

I due articoli sono esiti di ricerche specifiche su Beatrice Hastings e Amedeo Modigliani, frutto di una collaborazione piacevole e avventurosa tra i due contributori, condividendo le rispettive fonti documentali certe in loro possesso, che hanno restituito una messa a fuoco sui temi trattati depurata da qualsiasi narrazione fantasiosa.

Ringraziamo Chiara Serani e Marina Petri per le traduzioni di alcuni virgolettati contenuti nei due articoli.


Federico Tortora (Le Cicale Operose): da anni raccoglie opere inedite di Beatrice Hastings affidandone le pubblicazioni, a cura di Maristella Diotaiuti, a varie case editrici italiane. È autore dei volumi "Il testamento di Jenny, Erasmo Editore, 2015 e Beatrice Hastings in full revolt, Le Cicale Operose, 2020.

Mario Di Chiara: Conosciuto come uno tra i maggiori collezionisti di fotografia dell’800, in special modo toscana, annovera nella sua raccolta ritratti originali di Amedeo Modigliani. È stato tra i relatori del convegno internazionale di studi Modigliani, ebreo livornese, 2020. Nella sua biblioteca conserva circa cento pubblicazioni su Amedeo Modigliani.


5.

Estratti da alcune note e recensioni sulle opere di Beatrice Hastings finora pubblicate a cura de Le Cicale Operose.

Per il volume Beatrice Hastings in full revolt, a cura di Diotaiuti, Tortora, Le Cicale Operose, 2020

“Questo libro nasce da una urgenza e da una constatazione. La constatazione di una operazione sistematica e violenta di cancellazione, di oscuramento, realizzata nei confronti di Beatrice Hastings che abbiamo scoperto essere una intellettuale di sicuro talento. Nasce dall’urgenza di restituirle il posto che le spetta di diritto nel mondo della cultura, delle lettere e del giornalismo europeo.”

Maristella Diotaiuti, in Beatrice Hastings in full revolt.

*

 “[…] riesce a passare con naturalezza dalla repulsione per la guerra alle surreali Feminine Fables, dagli articoli in difesa del diritto di autodeterminazione delle donne alla rievocazione del mondo magico dei nativi africani, e infine alle poesie e ai romanzi, che lasciano affiorare antiche e recenti lacerazioni”

Maria Clelia Cardona, in“Beatrice va da sola”, Leggendaria n. 143, settembre 2020

*

“Se gli uomini sono collerici e ambiziosi di solito il cerchio maschile del consenso li giustifica; se le donne si infuriano o vogliono riconoscimento, l’antico uso sociale le isola. […] Sono lieta perciò di ritrovare la citazione “in full revolt” in un libro atipico dedicato a […] una scrittrice di versi, articoli, romanzi, cancellata dalla memoria collettiva e recuperata da un team cilentano-napoletano[…]”

Antonella Cilento, in “La critica femminile inquieta gli uomini”, in la Repubblica - Napoli, 22 febbraio, 2020

*

Beatrice Hastings fa parte a pieno titolo di quella coraggiosa minoranza di disobbedienti e di ribelli al patriarcato ma la sua contestazione è stata profondamente radicale e politica. Parte dalle fondamenta della misoginia e dello sfruttamento delle donne, perché affronta le caratteristiche del sistema politico ed economico che sostiene la divisione tra un genere che opprime e un genere che è oppresso.

Floriana Coppola, in“Beatrice Hastings e le disobbedienti”,  in Lo spazio di Atena, Versipelle, 2 maggio, 2022

 *

“Il volume Beatrice Hastings in full revolt, tra i tanti meriti, ha proprio quello di fare luce, finalmente, sulle sue indubbie qualità di scrittrice, giornalista, poetessa e intellettuale, che fino alla morte volontaria, avvenuta nel 1943, affermò e praticò la sua libertà di essere, ossia di scrivere, amare, vivere.”

Chiara Pasetti, in “L’animo libero e rivoluzionario di Beatrice Hastings”, Il Sole24Ore, 7 marzo, 2021

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“Se nelle Favole femminili, la sofferenza per una condizione in cui le proprie risorse (sensibilità, intelligenza, cultura) vengono sopraffatte dal sistema sociale che stabilisce a priori l’inferiorità della donna, è anche vero che la dea vince sempre. Basta seguire la propria volontà, esaudire i propri desideri, a costo di tutto, senza demordere mai.”

“[…] La voce di Beatrice Hastings scolpisce le parole, le fa risplendere nell’acciaio. Il suo stile è perentorio e senza tentennamenti.”


Rosa Pierno, in“Le favole femminili di Beatrice Hastings”, in Trasversale, un percorso fra le arti, di Rosa Pierno, 22 ottobre, 2023.

*

 “La sua cifra esistenziale fu l’intensità [...] La sua scrittura è graffiante, intrisa di sentimenti forti: rabbia, sdegno, combattività e spirito di sovversione. L’accettazione dello status quo non era tra le opzioni possibili per lei che racconta di donne che sfioriscono precocemente perché costrette a cedere alle aspettative sociali che le privano di spazi di realizzazione.”

Francesca Vitelli, in Le disobbedienti: Beatrice Hastings, in Il mondo di Suk, 10 gennaio 2022

 


Per gli Atti del Primo Convegno, AA.VV. Le Cicale Operose, 2021

“[…] per una donna che vuole compiere il suo percorso di libertà, che vuole essere signora delle proprie scelte e della propria vita, come è stata indubbiamente Beatrice Hastings, è importante poter rispecchiarsi in donne che hanno il coraggio di rivoluzionare il ruolo loro imposto, di trasformare se stesse e insieme il mondo in cui si sono trovate a vivere.”

Daniela Bertelli, in“Il peggior nemico della donna: la donna, in Atti del Primo Convegno, 2021

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“Beatrice Hastings può essere definita una donna di contrasti in­nanzitutto perché come donna e femminista persegue con la scrit­tura un’esigenza di razionalità, derivante dalla necessità di raccon­tare la condizione della donna del tempo, manifestando il proprio impegno sociale e politico con voce alta e decisa  […] D’altro canto, però crea su di sé un personaggio di femmina fatale, di donna stravagante e libera negli atteggiamenti, svincola­ta dalle regole della società borghese e della morale corrente.”

Nadia Chiaverini, in“Una donna di contrasti”,  in Atti del Primo Convegno, 2021

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 “[…] troviamo nelle poesie di Hastings un’ammirevole maestria nell’impiego delle varie forme e stilemi che adotta; in­fatti molti di questi testi raggiungono una considerevole forza espressiva.”

Brenda Porster, in“Due poesie”, in Atti del Primo Convegno, 2021

* 

“Una vita vissuta fino in fondo da donna forte indipendente e coraggiosa, in perenne ricerca di se stessa, passionale, eccentrica, spregiudicata, beffarda, impetuosa, stracciona, esilarante, vitalissi­ma, in full revolt, un mix di pennellate di colore, abiti con drappeg­gi violacei, rossi, verdi, accessori vistosi e burlesque, ornamenti da ironia preraffaellita.”

Oriana Rossi, in Beatrice Hastings, La vita sociale e politica, in Atti del Primo Convegno, 2021

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 “In un mondo maschilista dove le donne erano relegate essen­zialmente in ruoli ancillari, l’irrompere sulla scena di un’intellet­tuale di così grande spessore, non era tollerato e il fiore dell’ama­ranto non poteva sbocciare.” 

Elisabetta Stellato, in Beatrice Hastings, Mito e simbolo nei racconti d’Africa in Atti del Primo Convegno, 2021

* 

“[…] lo sperimentalismo continuo non può essere indice di cambiamento, poiché diviene esso stesso una moda e come tale perde di genuinità. Il riconoscimento di questo paradosso è senz’altro parte integrante dell’esperienza poetica ha­stingsiana, e rivela un’ulteriore particolarità dell’autrice: la piena rivolta (che è, appunto, “piena” e non “continua”) va vissuta come stato sostanziale e ontologico, non formale. A dover essere giudicati rivoluzionari sono quindi gli esiti contenutistici e concettuali, non formali [..]

Simone Turco, inBreve nota su un diverso modernismo”, in Atti del Primo Convegno, 2021



Per il volume Woman’s Worst Enemy: Woman, Beatrice Hastings, a cura di Maristella Diotaiuti, Astarte Edizioni, 2022

“Il titolo, volutamente provocatorio, nasce dalla sua opposizione ai miti della maternità che le stesse donne promuovono e impon­gono alle altre donne. Hastings intende sottoporre a critica e ri­formare gli atteggiamenti morali verso la maternità, verso il parto e tutto il processo procreativo, investendo anche la sessualità e il secolare controllo esercitato sul corpo femminile dovuto alla sua capacità procreativa. Un corpo, né nominato e né previsto dagli atti legislativi, considerato come semplice contenitore riproduttivo, ma indispensabile, fondamentale per la costruzione della struttura patriarcale e capitalistica […]

Maristella Diotaiuti, dall’Introduzione in Woman’s Worst Enemy: Woman.

*

Senza Beatrice Hastings non saremmo le stesse. Giornalista, poeta, autrice, donna senza precedenti […] Viene presa per pazza, dissoluta, incompetente. Non ha timore a dire la parola più autentica, che è spesso la più scomoda. Della que­stione dell’autenticità, in quanto volontà di dire se stesse, scriverà molto dopo Carla Lonzi […]. Fra le molte andate perse e poi ritrovate, Beatrice Hastings è una delle più preziose.”

Giada Bonu, dalla sua postfazione Il mondo prima di Beatrice Hastings. Genealogie ed eredità dei femminismi contemporanei”, pubblicato in “Woman’s Worst Enemy: Woman”..

*

 “Beatrice Hastings ha una concezione altissima della maternità. Pro­prio per questo i suoi interventi sono duri e radicali e perseguono un duplice obiettivo. Da un lato quello di non sacrificare e non ridurre la donna al suo “ruolo” materno e, dall’altro, quello di smettere di pen­sare alla maternità come una “funzione” sociale ma come a qualcosa di irriducibile alle logiche di mercato e a qualunque forma di negozia­zione contrattuale come quella del matrimonio”

Stefania Tarantinoda L’ascesa della donna contro la tirannia della più potente passione al mondo, pubblicato in “Woman’s Worst Enemy: Woman”.



Per il volume Sepolcri Imbiancati, di Beatrice Hastings, a cura di Maristella Diotaiuti, Terra d’ulivi Edizioni, 2024

 “Uno degli elementi più sapienti della tecnica di Hastings è un opportuno uso delle ellissi, fattore che, per esempio, ha in comune con il Verga novelliere. Le sforbiciate sulla vita-non vita di Nan fanno sì che di essa ci restino fotogrammi memorabili, quelli che attribuiscono un senso alla sua parabola esistenziale”

Gianni Antonio Palumbo, dal suo articolo nel blog Giano Bifronte, Gianni Antonio Palumbo, 4 maggio 2024.

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“Nella poesia “In the presence”, Hastings definisce bene chi sono i suoi interlocutori, ovvero…praticamente nessuno!”;

“ Beatrice Hastings era in conflitto con tutto ciò che è normato, sempre a margine di ogni pensiero che metteva in discussione”

Silvia Rosa, nel corso della presentazione di Sepolcri Imbiancati, di Beatrice Hastings, 4 maggio 2024, Libreria Belgravia, Torino

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“[L]a riscoperta di Diotaiuti e Tortora è doppiamente apprezzabile, sia perché ricolloca Hastings nel perimetro di quella cultura modernista britannica dai cui contemporanei era stata estromessa a viva forza e contribuisce così ad arricchirne il quadro generale, sia perché consegna alla tradizione della scrittura e del pensiero femminile l’ulteriore tassello di una genealogia ancora in larga misura da ricostruire.”

Chiara Serani, dalla nota di lettura, in corso di pubblicazione.

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“Hastings amava descriversi “In full revolt”. La scrittura è stata per lei una lotta permanente. Per questa sua vocazione ha pagato un prezzo atroce. Se negli stessi anni qualcuno celebrava in Italia il superomismo della vita come opera d’arte, lei, già andando oltre le colonne della modernità, sperimentava, all’opposto, l’uso della parola come corpo vivente.”

Pasquale Vitagliano, tratto dal suo articolo Dietro ai “Sepolcri Imbiancati” di Beatrice Hastings, Il Manifesto del 31 luglio, 2024  

 

 

Per il volume La Commedia delle Fanciulle, a cura di Maristella Diotaiuti, traduzione di Rubina Valli, in corso di pubblicazione, Terra d’ulivi Edizioni, 2025

“[,,,] riadatta in modo dissacrante il patrimonio letterario del medioevo europeo, e in particolare quello maschile, irridendo la figura dell’eroe e la fissità schematica dell’epica, al contempo mettendone in luce la ancora sconfinata fecondità”

Dall'introduzione di Maristella Diotaiuti.

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 “Tradurre The Maids’ Comedy significa incontrare una complessità tanto ricca quanto sfuggente, una filigrana di rimandi linguistici e culturali che Beatrice Hastings tesse con leggerezza e abilità, più accennando che andando a fondo, trasportando il lettore in un viaggio che è sì picaresco e scherzoso, ma anche simile a un rito iniziatico in cui tutti i personaggi sono di volta in volta protagonisti e, tra uno scherzo e l’altro, danno voce a idee e ideali di grande spessore.”

Rubina Valli, dal suo articolo “Tradurre Beatrice Hastings”, pubblicato nel volume.

 

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4. 

Prefazione di Maristella Diotaiuti: Prime impressioni.

Abbiamo sottoposto ad alcune lettrici e lettori la prefazione di Maristella Diotaiuti per il volume Minnie Pinnikin, per chiedere cosa ne pensassero. Maristella è felice e onorata di ricevere i primi apprezzamenti (ringraziamo, ad esempio, la favolosa Anna Maria Curci per l'attenzione e le parole spese). 

Pubblichiamo qui le preziose parole che Roberto Galeazzi e Lucio Macchia hanno dedicato alla prefazione. Ringraziamo Roberto e Lucio per l'attenzione e per le loro note e consuete capacità di analisi. Buona lettura.

 Roberto Galeazzi“La prefazione  getta una luce novissima sul guascone labronico che invoglia a riprenderne le opere e a riconsiderarle. Due elementi in particolare, quello del depistaggio dall’idea del reale che pur non significa perseguire il puro gesto slegato dal senso ma implica un suo aggiramento […], e poi il tema analogo della vanità del bordo come contenimento, protezione d’identità, mentre suggerisce il tema del bordo come soglia, limine. […] Il testo di Maristella evidenzia come la scrittura di Hastings fosse proiettata in un approccio che, al suo tempo, contava pochi esempi simili, cioè, un atteggiamento svincolato dall'ossessione per la "cifra" stilistica, la riconoscibilità dell'autore, l'inquadramento in un genere, funzionale al cosiddetto mercato dell'arte...("malattia" che accompagna anche l'arte visiva, a partire dal secolo scorso), con una rischiosa e disinteressata attitudine a sparigliare le carte, indossando maschere, pseudonimi, giocando con il linguaggio che attraversa simultaneamente in direzioni diverse, evocando una molteplicità di piani narrativi che le negano i comodi escamotage della facilità comunicativa. E a questa complessità il lavoro di Maristella rende pienamente giustizia.”

Lucio Macchia: "Ho letto la prefazione che ho trovato davvero notevole. Ammirevole la prosa saggistica di Maristella che intreccia molteplici registri: filologico, storico/aneddotico, filosofico, critico, psicologico, senza mai appesantire e componendo un affresco vivace e raffinato dell'opera nella sua intenzione e struttura. Una prosa che ha un bel ritmo interno, ricca di citazioni ma scorrevole, vivace, fresca. Riflette la grande passione per questa straordinaria ricerca. Chapeau! In bocca al lupo per la pubblicazione!"


3.

Beatrice Hastings e Amedeo Modigliani.

Numerosi biografi di Modigliani ed altri scrittori, nel descrivere la loro avventura, si sono quasi sempre soffermati sui soliti aneddoti più volte ribaditi. Crediamo, invece, che della relazione tra Beatrice e Amedeo debba essere considerata l’essenza più significativa e importante, poiché i continui confronti hanno determinato un prolifico momento di crescita per entrambi, sul piano artistico e intellettuale.

Due formazioni diverse ma che trovano convergenze di idee e opinione sul gusto estetico dell’arte, sullo spiritualismo, sul loro agire nel segno di un continuo sconfinamento in nome dell’arte.

Un nutrimento reciproco che ha persuaso Hastings a scrivere Minnie Pinnikin, opera parigina, finora inedita, in cui finalmente potrete trovare la vera essenza della loro relazione, la concezione dell’arte di Modigliani resa mediante lo sguardo di Beatrice Hastings, grande intellettuale mai letta e quindi mai finora riconosciuta per le sue doti, ma solo per la sistematica tessitura aneddotica, falsa e denigratoria, che ha trascinato Hastings nell’oblio.

“La scrittura di Beatrice Hastings è una scrittura rilevante, per originalità e bravura, per profondità e molteplicità di contenuti, per dirompenza di passione”.

In Minnie Pinnikin troverete prova della sua grandezza.

Federico Tortora

2.

Un piccolissimo estratto dalla prefazione di Maristella Diotaiuti per l'opera Minnie Pinnikin:

Questo è infatti, un libro utopico, invenzione e fantasia, onirico e surreale, metafisico o, meglio, patafisico ma reale. Un libro incorporeo, rarefatto e pure concreto, fisico e tangibile. Un libro ibrido di immaginazione e di realtà in cui tutto si mescola per dare vita a un universo parallelo con la sua architettura, i suoi personaggi, i suoi oggetti, speculare a quello reale ma con questo in profonda relazione e derivazione.


1.

Lasciamo, in questa clip, parole tratte dall'opera che lasciano intuire i suoi contenuti e la visione dell'arte di Beatrice.

Ringraziamo di cuore Beppe Giannotti, poeta Lunigianese, per aver prestato la sua voce a Minnie (Beatrice Hastings).

Buon ascolto.

Federico





Immagine nella pagina: opera di Leonora Carrington