Le Cicale Operose (logo e denominazione registrati) è stato un caffè letterario e poi un'associazione culturale, dal 2016 al 2024.
Questo blog conserva la memoria dell'attività svolta in quegli anni ed ospita nuovi contenuti su temi culturali affini all’ethos delle Cicale Operose (vedi menu). Vi terrà inoltre aggiornati sulle attività per Beatrice Hastings.
L’opportunità di
preparare un seminario dedicato a Miles Davis e John Coltrane in occasione dell’“International Jazz Day 2026”,
celebrativo del centenario della loro nascita, a Cerignola, in Puglia, mi ha
consentito di “riarrangiare” — come
avviene per gli standard jazzistici — il mio continuo e
inevitabile confronto con queste due figure fondamentali della storia del jazz.
Miles
e Trane, come vengono familiarmente chiamati nell’ambiente
musicale, non rappresentano soltanto due identità artistiche
consegnate all’immortalità
dalla loro musica, ma incarnano anche due concezioni profondamente
differenti del fare musica. Le loro personalità artistiche
sembrano, per molti aspetti, opposte: da un lato Miles Davis, strategico, attento
alla dimensione materiale, all’immagine
e alla costruzione del proprio linguaggio sonoro; dall’altro
John Coltrane, figura introspettiva e spirituale, tesa verso una ricerca
musicale quasi metafisica. Eppure, proprio nella dialettica dell’interplay jazzistico,
queste due polarità hanno trovato una sintesi straordinaria, generando alcuni
dei più grandi capolavori della musica del Novecento.
Nel
tentativo di schematizzare tale dualità, si potrebbe descrivere
Miles Davis come un musicista “fisico”,
concreto, profondamente consapevole della forma e dell’impatto
sonoro, mentre Coltrane apparirebbe come il musicista “astrale”, orientato verso una
dimensione spirituale e trascendente del suono. Tuttavia, ogni classificazione
rigida rischia di risultare insufficiente. La loro collaborazione in Kind of Blue
(1959) mostra infatti come queste due anime possano convivere all’interno di un equilibrio
artistico irripetibile (1).
Emblematico
è il brano “So What”,
nel quale l’ascolto
ravvicinato dei rispettivi assoli rivela due concezioni radicalmente differenti
dell’improvvisazione.
Un ascolto superficiale potrebbe cogliere soltanto l’alternanza
tra tromba e sassofono; in realtà, si tratta dell’incontro fra due universi
estetici distinti. L’assolo
di Miles Davis appare essenziale, misurato, quasi apollineo nella sua chiarezza
formale e nell’uso
sapiente delle pause. Quello di Coltrane, invece, si sviluppa in modo più
denso, vorticoso e inquieto, anticipando la ricerca sonora che caratterizzerà la
sua produzione successiva.
Questa
contrapposizione richiama inevitabilmente la celebre dicotomia nietzschiana tra
apollineo e dionisiaco. L’apollineo,
legato alla misura, all’equilibrio
e alla forma, sembra emergere nel fraseggio controllato di Miles Davis; il
dionisiaco, associato all’ebbrezza,
alla tensione e all’energia
vitale, si manifesta invece nell’urgenza
espressiva di Coltrane. Tuttavia, anche questa lettura non può essere assunta
in modo assoluto. Miles, musicista che praticava la boxe e possedeva una forte
fisicità
performativa, costruiva i propri assoli attraverso attese, silenzi e pause
cariche di tensione emotiva. Coltrane, pur immerso in una dimensione
spirituale, sviluppava un linguaggio estremamente rigoroso e strutturato,
celebre per i suoi “sheets of
sound”.
Nel
celebre assolo di Miles in “So What”, ogni frase sembra
lasciare uno spazio aperto, quasi in attesa di una risposta. Tale dinamica
richiama il tradizionale principio afroamericano del call and
response, presente nel gospel e negli spirituals, dove la
dimensione individuale dialoga costantemente con quella collettiva. La forza
formale di questo assolo è tale da aver consentito a George Russell di
trasformarlo in materiale orchestrale, costruendo un arrangiamento nel quale il
fraseggio della tromba diventa esso stesso tema musicale (2).
Il
rapporto tra Miles Davis e John Coltrane può dunque essere interpretato come
una polarità
dialettica tra immanenza e trascendenza, tra materia e spiritualità,
tra controllo formale e tensione verso l’assoluto.
In termini sociologici ed estetici, Miles sembra incarnare una concezione della
musica consapevole delle dinamiche del mercato, dell’immagine
e della comunicazione; Coltrane, al contrario, appare orientato verso un’autonomia quasi mistica
dell’arte,
vissuta come ricerca interiore e ascesi sonora.
Eppure,
il jazz dimostra continuamente come gli opposti non siano necessariamente
inconciliabili. Proprio nell’interazione
tra queste due forze nasce una delle più alte espressioni della modernità musicale.
La materia offre una forma concreta al suono; la spiritualità gli
conferisce profondità e trascendenza. In questo senso, il dialogo tra Miles e
Trane non rappresenta soltanto l’incontro
tra due musicisti, ma una metafora della tensione permanente che attraversa
tutta la storia dell’arte:
quella tra contingenza e assoluto, tra corpo e spirito, tra forma e ricerca
infinita.
Forse
non è un caso che sia stato proprio Coltrane, e non Miles, a incidere Body and
Soul(3):
un titolo che sembra contenere, già in sé, l’intera dialettica tra
corpo e anima, materia e trascendenza, che le loro musiche hanno continuamente
evocato, soltanto un anno prima dell’immenso
A Love Supreme (4)
Forse
… è proprio questa irresolubile tensione a rendere ancora oggi la loro musica
così
necessaria.
E
forse la risposta più autentica a ogni tentativo di definizione rimane, nel mio
immaginario, quella che sarebbe stata la “risposta” di
Miles: “So What?”.
Per
millenni l’essere umano ha guardato il mondo come se tutto convergesse verso di
lui. La natura è stata interpretata come scenario, risorsa, proprietà; gli
altri animali come strumenti, simboli o materiali biologici; perfino il pianeta
come qualcosa di inesauribile e subordinato ai bisogni della nostra specie.
Questa visione ha un nome:
antropocentrismo.
L’antropocentrismo è l’idea
secondo cui l’uomo occuperebbe una posizione privilegiata nell’ordine
dell’esistenza, superiore alle altre forme di vita e legittimato a disporne. È
una prospettiva così radicata nella cultura da apparire naturale, quasi
invisibile. Eppure, proprio qui si trova uno degli errori più profondi della
civiltà contemporanea.
L’errore
antropocentrico consiste nel confondere capacità e valore.
L’essere umano possiede
indubbiamente caratteristiche straordinarie: linguaggio simbolico complesso,
tecnologia, autocoscienza riflessiva, capacità progettuale. Ma da queste
peculiarità abbiamo tratto una conclusione arbitraria: che ciò ci renda
ontologicamente superiori.
In realtà, la storia del
pensiero umano è anche la storia di una progressiva demolizione della nostra
presunta centralità. Sigmund Freud parlava di tre grandi “ferite narcisistiche”
inflitte all’umanità dalla conoscenza scientifica: tre smacchi al nostro
orgoglio di specie.
Il primo arrivò con la
rivoluzione copernicana. Per secoli l’uomo aveva creduto che la Terra fosse il
centro dell’universo. Poi Copernico, Galileo e la scienza moderna mostrarono
che il nostro pianeta non occupa alcuna posizione privilegiata nel cosmo: è
soltanto un piccolo corpo celeste che ruota attorno a una stella periferica, in
una galassia tra miliardi di altre.
Il secondo smacco giunse con
Darwin. La teoria dell’evoluzione distrusse l’idea che l’essere umano fosse una
creatura separata dal resto della vita. L’uomo non è il prodotto finale della
creazione, ma una specie animale emersa da un lungo processo evolutivo comune a
tutti gli altri esseri viventi. La distanza che immaginiamo tra noi e gli altri
animali si riduce drasticamente quando osserviamo la continuità biologica che
ci lega a loro.
Il terzo colpo venne dalla
psicoanalisi. Freud mostrò che l’uomo non è padrone nemmeno della propria
mente. Pensieri inconsci, impulsi, paure e desideri influenzano continuamente
le nostre decisioni, ridimensionando l’illusione di una razionalità pienamente
sovrana.
Eppure, nonostante questi tre
smacchi al nostro narcisismo, continuiamo a comportarci come se fossimo il
centro del mondo.
La superiorità umana, infatti,
non è un dato scientifico; è una costruzione culturale.
L’antropocentrismo sopravvive
perché risponde a un bisogno psicologico profondo: sentirsi speciali,
dominanti, indispensabili. L’idea di occupare una posizione privilegiata
nell’universo attenua la nostra fragilità e la paura della finitudine.
Ma oggi questa visione mostra
tutte le sue conseguenze.
La crisi climatica, la
distruzione degli ecosistemi, l’estinzione accelerata delle specie, gli
allevamenti intensivi, il cosiddetto “uso scientifico” degli animali,
l’inquinamento globale e lo sfruttamento sistematico delle risorse naturali
derivano da un presupposto comune: che il mondo esista principalmente per
l’utilità umana.
Persino il linguaggio tradisce
questa impostazione. Parliamo di “risorse naturali”, “capitale animale”,
“modelli biologici”, “specie utili” o “nocive”, come se il valore della vita
dipendesse dalla sua funzione per noi. È una mentalità estrattiva che trasforma
ogni realtà vivente in oggetto.
Anche la sperimentazione
animale nasce da questa logica antropocentrica: l’idea che sia moralmente
accettabile infliggere sofferenza, confinamento e morte ad altri esseri
senzienti purché ciò avvenga a beneficio umano. Gli animali vengono ridotti a
strumenti di laboratorio, a mezzi sacrificabili per un fine ritenuto superiore.
Eppure, proprio la scienza, che per lungo tempo ha giustificato questo
paradigma, oggi ne evidenzia sempre più chiaramente i limiti, sia etici sia
metodologici, mostrando quanto sia problematico trasferire risultati ottenuti
su specie diverse all’essere umano.
L’essere
umano, inoltre, non è esterno alla natura che distrugge.
Respira grazie agli
ecosistemi, sopravvive grazie alla biodiversità, dipende dall’equilibrio
climatico del pianeta. L’antropocentrismo è dunque anche un errore pragmatico:
nel tentativo di dominare la natura, finiamo per compromettere le condizioni
stesse della nostra esistenza.
Superare questa prospettiva
non significa negare l’importanza dell’uomo o rinunciare al progresso.
Significa piuttosto abbandonare una concezione gerarchica della vita in favore
di una visione relazionale. L’essere umano può riconoscere la propria
specificità senza trasformarla in diritto assoluto di sfruttamento.
Serve una nuova maturità
etica: comprendere che intelligenza non equivale a licenza, e che la forza
tecnologica richiede maggiore responsabilità, non maggiore arroganza.
Forse la vera evoluzione che
ci attende non è tecnologica, ma morale: imparare finalmente a vivere senza
considerarci il centro del mondo.
Federica Nin
Psicologa Ordine Reg. Lombardia e
dottoressa in Filosofia, socia fondatrice di OSA-Oltre la Sperimentazione
Animale, studiosa di sperimentazione animale, metodi sostitutivi, filosofia morale,
epistemologia.
Ha fatto molto discutere,
a livello internazionale, la torta con disegnato un cappio ricevuta dal
ministro della sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir per il suo
cinquantesimo compleanno. Oltre alla corda con il nodo scorsoio, che soffoca
molte vite, le guarnizioni rappresentavano anche due pistole e una mappa che
includeva i territori di Gaza e Cisgiordania. Il simbolo del cappio, inoltre,
era un palese rimando alla reintroduzione della pena di morte per i palestinesi
accusati di atti di terrorismo. Solo per i palestinesi. Se sei israeliano e
compi atti di terrorismo, no: chiudiamo entrambi gli occhi e via. Lo schifo
sullo schifo.
Quello che mi ferisce,
che mi fa ribollire, è il continuo calpestare i diritti degli esseri umani;
diritti tutelati da dichiarazioni su dichiarazioni, da scaffali interminabili
di carte che, ahimè, sembrano stare lì solo a prendere polvere. Quello che mi
indigna ancora di più, che mi fa incazzare abbestia, è permettere che uno stato
— sì, scritto con la minuscola — compia indisturbato tutto ciò e che, sul
conto, introduca pure leggi razziali mentre il mondo osserva imbesuito e fa
spallucce.
Così quel cappio non
rimane solo una decorazione del cazzo. Diventa il simbolo di un’umanità che
fatica sempre di più a respirare. E che, di conseguenza, non sa più nemmeno
come urlare.
E allora urlo io, che
sopra la testa ho un tetto, e non macerie; urlo forte con una poesia di Fidaa
Ziyad, poetessa di Gaza che scrive i propri testi sotto il continuo
bombardamento di beceri macellai.
Vivo questo genocidio attraverso
l’immaginazione di tre bambini
Il primo si è nascosto sotto le lenzuola
Dicendo Vorrei essere un fantasma
Perché gli aerei non mi vedano
Il secondo ha detto, dallo schianto delle navi da guerra
È la voce della piovra nel mare
E la terza, una bambina: Vorrei essere una tartaruga
Per nascondere tutti
Sotto il mio guscio
O tu, la mano dell’immaginazione,
culla il sonno di questi piccoli,
preserva per loro tutti questi sogni.
O tu, la mano dell’immaginazione,
non andare oltre l’orrore della realtà.
Platone nel Timeo fronteggia un problema di estrema difficoltà:
conciliare il mondo delle idee e quello delle cose sensibili. Lui stesso ha
fondato un dualismo radicale che, nel momento in cui cerca di spiegare come
dalle idee si siano generate le cose sensibili, lo mette in seria difficoltà.
Per risolvere il problema, ipotizza l’esistenza di uno “spazio” intermedio tra
idee e cose sensibili. Questo spazio è la “chora” (o khôra) che Platone
definisce “un ricettacolo” dal quale le cose emergono come setacciate per
azione di un vaglio, allo stesso modo in cui viene lavorato il grano. Si tratta
di una dimensione che non è coglibile né dall’intelletto (come il mondo delle
idee) né dai sensi (come le cose sensibili). È un indistinto caotico, un
movimento informe, qualcosa di inafferrabile: «Vi è infine una terza specie,
che sempre esiste ed è quella dello spazio: essa non riceve in sé corruzione,
offre una sede a tutte le cose che hanno una nascita, si può cogliere non
mediante la sensazione, ma con un ragionamento alterato, e a stento le si può
prestare fede»[i].
Questa espressione “con un ragionamento alterato” nell’originale greco è «logismō
tini nothō», che si traduce alla lettera con “con un certo ragionamento
bastardo”. Platone deve ricorrere a un pensiero che “mescola” intelletto e
sensi, che porta a concepire l’esperienza delle cose incontrate nel mondo come
emersioni divenienti da un caos sottostante. Una concezione impressionante per
la vicinanza al pensiero della filosofia moderna[ii]
alle prese con gli “impossibili”, con ciò che non può essere detto, che ek-siste
al linguaggio, al logos, all’esprit de géométrie, alla dialettica ordinata.
L’eterno ritorno di Nietzsche, l’ereignis di Heidegger, la différance
di Derrida, la superficie assoluta di Ruyer, il reale di Lacan. Il ragionamento
di “specie pura” ci porta solo a peripli, per quanto sofisticati, all’interno
del simbolico. I salti quantici del pensiero sono bastardi. Questo è il punto
di questa breve riflessione. Consideriamo il pensiero dell’immanenza di
Deleuze: in un certo senso (metodologico, non sostanziale) il campo
trascendentale ha il carattere spurio della chora. E anch’esso nasce da un
ragionamento bastardo, ovvero l’empirismo trascendentale: «Si parlerà di
empirismo trascendentale, in contrapposizione a tutto ciò che costituisce il mondo
del soggetto e dell’oggetto»[iii].
Il trascendentale è classicamente (Kant) il presupposto dell’esperienza, ciò
che la rende possibile. Per Kant era la struttura del soggetto, mentre per
Deleuze è il “campo trascendentale”, campo di coscienza, che è però una
coscienza non fenomenologica, che non ha a che fare con un soggetto e un
oggetto ma che ha invece il carattere di essere coscienza di niente e di
nessuno: «si presenta come pura corrente di coscienza a-soggettiva, coscienza
pre-riflessiva impersonale, durata qualitativa della coscienza senza io»[iv].
Alla radice dell’esperienza vi è questo piano di immediatezza non categoriale,
una creazione in atto (virtuale) da cui soggetti e oggetti emergono in après-coup,
come pieghe sempre differenziantesi, non catturabili dall’idea, dall’identità. Tutto
origina da un puro darsi, in modo impersonale, preriflessivo, una immanenza
senza nome in cui già siamo presi: «“Prima” c’è l’oscuro e il confuso, “prima”
c’è l’intuizione cieca, “prima” c’è il cogito come pura impressione»[v]
(dove qui il primato è causale e non cronologico). In questo consiste il
ragionamento bastardo dell’empirismo trascendentale deleuziano: ci consente di
“mettere insieme” il molteplice dell’esperienza (il continuo differenziarsi) e
l’unitarietà di un pensiero su di essa (il campo trascendentale) senza
ricorrere a trascendenze, iscrivendo tutta la riflessione nell’ambito di un
virtuale immanente. Davanti all’albero possiamo a volte scorgere che, prima di
un io e di un albero, siamo, al di sotto dei codici del logos, semplice vita in
atto presente a se stessa non in senso intenzionale, non come presenza a una
coscienza riflessiva, ma in modo immediato, non spiegabile ma solo esperibile.
Senza destinazione, senza senso, nel processo vitale del divenire creativo. In
certi momenti, di fronte a una veduta marina, per esempio, possiamo sentire di
essere “dentro” quel campo trascendentale, con una impressione pura che non
trova parole, un “qualcosa” dell’ordine del colpo, del trauma da cui ci sembra
di “risvegliarci” come soggetti davanti agli oggetti del mondo, anche noi
pieghe, come le onde davanti a noi. Questo
approccio “fusionale”, che non è né concetto né sensazione, ricorda la chora. E
nel modo di procedere nell’articolazione del pensiero ritroviamo il carattere
“bastardo” del ragionare alle prese con un percorso che è una “terza via”
rispetto alla linea del concetto e a quella dell’empirismo semplice. Tentare di
definire un atteggiamento che non rinuncia al pensiero ma neanche alla vita,
che fa segno, che dice, pur sapendo che l’essenziale non può essere mai
pienamente detto (tutto, nel dire, è ambiguo, come insegna Lacan). Un nominare in
cui il senso non è mai chiuso, ma continuamente evocato in quanto vita
immanente e nient’altro. Una dimensione di impossibile che certa filosofia
condivide con il gesto poetico. Discipline impure e bastarde. Ek-sistenti alla
struttura. Come la vita.
Lucio Macchia
Immagine: Alberto Burri, Combustione
plastica (1957)
[i] Platone,
Tutte le opere, a cura di E.V. Maltese, ebook Newton Compton (2013), da Timeo
52a-52b
[ii] Questa
vicinanza è stata fortemente espressa da giganti della filosofia del ‘900 come
Heidegger e Derrida. In Italia, uno dei nostri più importanti filosofi
contemporanei, Rocco Ronchi, ha scritto un saggio dal titolo emblematico: Il
pensiero bastardo.
[iii] G.
Deleuze, Immanenza, Mimesis (2010), ed. Kindle, p. 3
Nell’annunciare l’uscita dell’opera Minnie Pinnikin, di
Beatrice Hastings, a cura di Maristella Diotaiuti, Selvatiche Edizioni-Seed,
2006, traduzione di Francesca Del Moro (opera raccolta da Federico Tortora),
destiniamo a questa pagina del blog materiale dedicato alla nuova pubblicazione, Minnie Pinnikin, opera finora inedita (eccetto alcuni lacerti funzionali ad altri
lavori) che Hastings cominciò a scrivere a Parigi nel 1914. Protagonisti della
narrazione sono se stessa e Amedeo Modigliani.
Minnie Pinnikin sarà presentato, in prima assoluta,
domenica 12 luglio 2026, in occasione della ricorrenza della nascita di Amedeo
Modigliani. La presentazione si svolgerà nell’ambito dell’evento, a cura de Le
Cicale Operose (Maristella, Federico), dedicato a Amedeo Modigliani ("Per Amedeo Modigliani", II Edizione) presso il
locale e il grande Giardino dell’800 di corso Amedeo, 101, presidio culturale fondato
da Le Cicale Operose nel 2016 e dall’8 marzo 2026 sede di Salus Bistrot e Opus Lab
-Spazio Creativo - ASD APS, che collaboreranno alla realizzazione dell’evento.
Nel frattempo:
8.
Brevi note biografiche di Beatrice Hastings. Di Federico Tortora
Per aprire il video cliccare sull'immagine. Buona visione.
6.
In appendice al volume Minnie Pinnikin troverete due articoli "bonus", di Mario Di Chiara e di Federico Tortora.
Ecco i titoli:
Mario Di Chiara: Sulle tracce della scultura di Modigliani salvata da Hastings. Bibliografia di sintesi, 1954-2010.
Federico Tortora:La salvifica presenza di Beatrice Hastings nella vita di Amedeo Modigliani dal 1914 al 1916.
I due articoli sono esiti di ricerche specifiche su Beatrice Hastings e Amedeo Modigliani, frutto di una collaborazione piacevole e avventurosa tra i due contributori, condividendo le rispettive fonti documentali certe in loro possesso, che hanno restituito una messa a fuoco sui temi trattati depurata da qualsiasi narrazione fantasiosa.
Ringraziamo Chiara Serani e Marina Petri per le traduzioni di alcuni virgolettati contenuti nei due articoli.
Federico Tortora (Le Cicale Operose): da anni raccoglie opere inedite di Beatrice Hastings affidandone le pubblicazioni, a cura di Maristella Diotaiuti, a varie case editrici italiane. È autore dei volumi "Il testamento di Jenny, Erasmo Editore, 2015 e Beatrice Hastings in full revolt, Le Cicale Operose, 2020.
Mario Di Chiara: Conosciuto come uno tra i maggiori collezionisti di fotografia dell’800, in special modo toscana, annovera nella sua raccolta ritratti originali di Amedeo Modigliani. È stato tra i relatori del convegno internazionale di studi Modigliani, ebreo livornese, 2020. Nella sua biblioteca conserva circa cento pubblicazioni su Amedeo Modigliani.
5.
Estratti da alcune note e recensioni sulle opere di Beatrice Hastings finora pubblicate a cura de Le Cicale Operose.
Per il
volume Beatrice Hastings in full revolt, a cura di Diotaiuti, Tortora, Le
Cicale Operose, 2020
“Questo libro
nasce da una urgenza e da una constatazione. La constatazione di una operazione
sistematica e violenta di cancellazione, di oscuramento, realizzata nei
confronti di Beatrice Hastings che abbiamo scoperto essere una intellettuale di
sicuro talento. Nasce dall’urgenza di restituirle il posto che le spetta di
diritto nel mondo della cultura, delle lettere e del giornalismo europeo.”
Maristella Diotaiuti, in Beatrice Hastings in full revolt.
*
“[…] riesce a passare con naturalezza dalla
repulsione per la guerra alle surreali Feminine Fables, dagli articoli in
difesa del diritto di autodeterminazione delle donne alla rievocazione del
mondo magico dei nativi africani, e infine alle poesie e ai romanzi, che
lasciano affiorare antiche e recenti lacerazioni”
Maria
Clelia Cardona, in“Beatrice va da sola”, Leggendaria n. 143, settembre 2020
*
“Se gli uomini
sono collerici e ambiziosi di solito il cerchio maschile del consenso li
giustifica; se le donne si infuriano o vogliono riconoscimento, l’antico uso
sociale le isola. […] Sono lieta perciò di ritrovare la citazione “in full
revolt” in un libro atipico dedicato a […] una scrittrice di versi, articoli,
romanzi, cancellata dalla memoria collettiva e recuperata da un team
cilentano-napoletano[…]”
Antonella
Cilento, in “La critica femminile
inquieta gli uomini”, in la Repubblica - Napoli, 22 febbraio, 2020
*
Beatrice
Hastings fa parte a pieno titolo di quella coraggiosa minoranza di
disobbedienti e di ribelli al patriarcato ma la sua contestazione è stata
profondamente radicale e politica. Parte dalle fondamenta della misoginia e
dello sfruttamento delle donne, perché affronta le caratteristiche del sistema
politico ed economico che sostiene la divisione tra un genere che opprime e un
genere che è oppresso.
Floriana
Coppola,in“Beatrice Hastings e le disobbedienti”, in Lo spazio di Atena, Versipelle, 2 maggio,
2022
*
“Il
volume Beatrice Hastings in full revolt, tra i tanti meriti, ha proprio quello
di fare luce, finalmente, sulle sue indubbie qualità di scrittrice,
giornalista, poetessa e intellettuale, che fino alla morte volontaria, avvenuta
nel 1943, affermò e praticò la sua libertà di essere, ossia di scrivere, amare,
vivere.”
Chiara Pasetti,in“L’animo
libero e rivoluzionario di Beatrice Hastings”, Il Sole24Ore, 7 marzo, 2021
*
“Se nelle Favole
femminili, la sofferenza per una condizione in cui le proprie risorse
(sensibilità, intelligenza, cultura) vengono sopraffatte dal sistema sociale
che stabilisce a priori l’inferiorità della donna, è anche vero che la dea
vince sempre. Basta seguire la propria volontà, esaudire i propri desideri, a
costo di tutto, senza demordere mai.”
“[…] La voce di Beatrice Hastings scolpisce le parole, le fa
risplendere nell’acciaio. Il suo stile è perentorio e senza tentennamenti.”
Rosa Pierno, in“Le favole femminili di Beatrice Hastings”,
in Trasversale, un percorso fra le arti, di Rosa Pierno, 22 ottobre, 2023.
*
“La sua cifra esistenziale fu l’intensità [...] La
sua scrittura è graffiante,intrisa di sentimenti forti: rabbia, sdegno,
combattività e spirito di sovversione. L’accettazione dello status quo non era
tra le opzioni possibili per lei che racconta di donne che sfioriscono
precocemente perché costrette a cedere alle aspettative sociali che le privano
di spazi di realizzazione.”
Francesca Vitelli, in Le disobbedienti: Beatrice Hastings, in Il mondo di Suk, 10 gennaio
2022
Per
gli Atti del Primo Convegno, AA.VV. Le Cicale Operose, 2021
“[…] per una
donna che vuole compiere il suo percorso di libertà, che vuole essere signora delle proprie scelte e della
propria vita, come è stata indubbiamente Beatrice Hastings, è importante poter
rispecchiarsi in donne che hanno il coraggio di rivoluzionare il ruolo loro
imposto, di trasformare se stesse e insieme il mondo in cui si sono trovate a
vivere.”
Daniela Bertelli, in“Il
peggior nemico della donna: la donna, in Atti del Primo Convegno, 2021
*
“Beatrice
Hastings può essere definita una donna di contrasti innanzitutto perché come donna
e femminista persegue con la scrittura un’esigenza di razionalità, derivante
dalla necessità di raccontare la condizione della donna del tempo,
manifestando il proprio impegno sociale e politico con voce alta e decisa […] D’altro canto, però crea su di sé un personaggio
di femmina fatale,
di donna stravagante e libera negli atteggiamenti, svincolata dalle regole
della società borghese e della morale corrente.”
Nadia Chiaverini, in“Una
donna di contrasti”,in Atti del Primo Convegno, 2021
*
“[…] troviamo nelle poesie di Hastings
un’ammirevolemaestria nell’impiego delle
varie forme e stilemi che adotta; infatti molti di questi testi raggiungono
una considerevole forza espressiva.”
Brenda Porster,in“Due
poesie”, in Atti
del Primo Convegno, 2021
*
“Una vita vissuta
fino in fondo da donna forte indipendente e coraggiosa, in perenne ricerca di
se stessa, passionale, eccentrica, spregiudicata, beffarda, impetuosa,
stracciona, esilarante, vitalissima, in
full revolt, un mix di pennellate di colore, abiti con drappeggi
violacei, rossi, verdi, accessori vistosi e burlesque, ornamenti da ironia
preraffaellita.”
Oriana
Rossi, in Beatrice Hastings, La vita sociale
e politica, in Atti del Primo Convegno, 2021
*
“In un mondo maschilista dove le donne erano
relegate essenzialmente in ruoli ancillari, l’irrompere sulla scena di
un’intellettuale di così grande spessore, non era tollerato e il fiore
dell’amaranto non poteva sbocciare.”
Elisabetta Stellato, in Beatrice Hastings, Mito e simbolo nei racconti d’Africa in Atti del Primo
Convegno, 2021
*
“[…] lo
sperimentalismo continuo non può essere indice di cambiamento, poiché
diviene esso stesso una moda e come tale perde di genuinità. Il riconoscimento
di questo paradosso è senz’altro parte integrante dell’esperienza poetica hastingsiana,
e rivela un’ulteriore particolarità dell’autrice: la piena rivolta (che è,
appunto, “piena” e non “continua”) va vissuta come stato sostanziale e
ontologico, non formale. A dover essere giudicati rivoluzionari sono quindi gli
esiti contenutistici e concettuali, non formali [..]
Simone Turco, in“Breve nota su un diverso
modernismo”,in Atti del Primo Convegno, 2021
Per il
volume Woman’s Worst Enemy: Woman, Beatrice Hastings, a cura di Maristella
Diotaiuti, Astarte Edizioni, 2022
“Il titolo, volutamente
provocatorio, nasce dalla sua opposizione ai miti della maternità che le stesse
donne promuovono e impongono alle altre donne. Hastings intende sottoporre a
critica e riformare gli atteggiamenti morali verso la maternità, verso il
parto e tutto il processo procreativo, investendo anche la sessualità e il
secolare controllo esercitato sul corpo femminile dovuto alla sua capacità
procreativa. Un corpo, né nominato e né previsto dagli atti legislativi,
considerato come semplice contenitore riproduttivo, ma indispensabile,
fondamentale per la costruzione della struttura patriarcale e capitalistica […]
Senza
Beatrice Hastings non saremmo le stesse. Giornalista, poeta, autrice, donna
senza precedenti […] Viene presa per pazza, dissoluta, incompetente. Non ha
timore a dire la parola più autentica, che è spesso la più scomoda. Della questione
dell’autenticità, in quanto volontà di dire se stesse, scriverà molto dopo
Carla Lonzi […]. Fra le molte andate perse e poi ritrovate, Beatrice Hastings è
una delle più preziose.”
Giada Bonu, dalla sua postfazione “Il
mondo prima di Beatrice Hastings. Genealogie ed eredità dei femminismi
contemporanei”, pubblicato in “Woman’s Worst Enemy: Woman”..
*
“Beatrice Hastings ha una concezione altissima
della maternità. Proprio per questo i suoi interventi sono duri e radicali e
perseguono un duplice obiettivo. Da un lato quello di non sacrificare e non
ridurre la donna al suo “ruolo” materno e, dall’altro, quello di smettere di
pensare alla maternità come una “funzione” sociale ma come a qualcosa di
irriducibile alle logiche di mercato e a qualunque forma di negoziazione
contrattuale come quella del matrimonio”
Stefania Tarantino, da L’ascesa della donna contro la tirannia della più potente passione al
mondo, pubblicato in “Woman’s Worst Enemy: Woman”.
Per il
volume Sepolcri Imbiancati, di Beatrice Hastings, a cura di Maristella
Diotaiuti, Terra d’ulivi Edizioni, 2024
“Uno degli elementi più sapienti della tecnica
di Hastings è un opportuno uso delle ellissi, fattore che, per esempio, ha in
comune con il Verga novelliere. Le sforbiciate sulla vita-non vita di Nan fanno
sì che di essa ci restino fotogrammi memorabili, quelli che attribuiscono un
senso alla sua parabola esistenziale”
Gianni Antonio Palumbo, dal suo articolo nel blog Giano Bifronte, Gianni Antonio Palumbo, 4 maggio 2024.
*
“Nella poesia “In the presence”, Hastings
definisce bene chi sono i suoi interlocutori, ovvero…praticamente nessuno!”;
“ Beatrice Hastings era in conflitto con
tutto ciò che è normato, sempre a margine di ogni pensiero che metteva in
discussione”
Silvia
Rosa, nel corso della presentazione di Sepolcri Imbiancati, di Beatrice
Hastings, 4 maggio 2024, Libreria Belgravia, Torino
*
“[L]a
riscoperta di Diotaiuti e Tortora è doppiamente apprezzabile, sia perché
ricolloca Hastings nel perimetro di quella cultura modernista britannica dai
cui contemporanei era stata estromessa a viva forza e contribuisce così ad
arricchirne il quadro generale, sia perché consegna alla tradizione della
scrittura e del pensiero femminile l’ulteriore tassello di una genealogia
ancora in larga misura da ricostruire.”
Chiara Serani, dalla nota di
lettura, in corso di pubblicazione.
*
“Hastings
amava descriversi “In full revolt”. La scrittura è stata per lei una lotta
permanente. Per questa sua vocazione ha pagato un prezzo atroce. Se negli
stessi anni qualcuno celebrava in Italia il superomismo della vita come opera
d’arte, lei, già andando oltre le colonne della modernità, sperimentava,
all’opposto, l’uso della parola come corpo vivente.”
Pasquale Vitagliano, tratto dal suo articolo Dietro ai “Sepolcri Imbiancati” di Beatrice
Hastings, Il Manifesto del 31 luglio, 2024
Per il
volume La Commedia delle Fanciulle, a cura di Maristella Diotaiuti, traduzione
di Rubina Valli, in corso di pubblicazione, Terra d’ulivi Edizioni, 2025
“[,,,]
riadatta in modo dissacrante il patrimonio letterario del medioevo europeo, e
in particolare quello maschile, irridendo la figura dell’eroe e la fissità
schematica dell’epica, al contempo mettendone in luce la ancora sconfinata
fecondità”
Dall'introduzione di Maristella Diotaiuti.
*
“Tradurre The Maids’ Comedy significa incontrare una complessità tanto
ricca quanto sfuggente, una filigrana di rimandi linguistici e culturali che
Beatrice Hastings tesse con leggerezza e abilità, più accennando che andando a
fondo, trasportando il lettore in un viaggio che è sì picaresco e scherzoso, ma
anche simile a un rito iniziatico in cui tutti i personaggi sono di volta in
volta protagonisti e, tra uno scherzo e l’altro, danno voce a idee e ideali di
grande spessore.”
Rubina Valli, dal suo articolo “Tradurre Beatrice Hastings”, pubblicato nel volume.
*
4.
Prefazione di Maristella Diotaiuti: Prime impressioni.
Abbiamo sottoposto ad alcune lettrici e lettori la prefazione di Maristella Diotaiuti per il volume Minnie Pinnikin, per chiedere cosa ne pensassero. Maristella è felice e onorata di ricevere i primi apprezzamenti (ringraziamo, ad esempio, la favolosa Anna Maria Curci per l'attenzione e le parole spese).
Pubblichiamo qui le preziose parole che Roberto Galeazzi e Lucio Macchia hanno dedicato alla prefazione. Ringraziamo Roberto e Lucio per l'attenzione e per le loro note e consuete capacità di analisi. Buona lettura.
Roberto Galeazzi: “La prefazione getta una luce novissima sul guascone
labronico che invoglia a riprenderne le opere e a riconsiderarle. Due elementi
in particolare, quello del depistaggio dall’idea del reale che pur non
significa perseguire il puro gesto slegato dal senso ma implica un suo
aggiramento […], e poi il tema analogo della vanità del bordo come
contenimento, protezione d’identità, mentre suggerisce il tema del bordo come
soglia, limine. […] Il testo di Maristella evidenzia come la scrittura di
Hastings fosse proiettata in un approccio che, al suo tempo, contava pochi
esempi simili, cioè, un atteggiamento svincolato dall'ossessione per la
"cifra" stilistica, la riconoscibilità dell'autore, l'inquadramento
in un genere, funzionale al cosiddetto mercato
dell'arte...("malattia" che accompagna anche l'arte visiva, a partire
dal secolo scorso), con una rischiosa e disinteressata attitudine a sparigliare
le carte, indossando maschere, pseudonimi, giocando con il linguaggio che
attraversa simultaneamente in direzioni diverse, evocando una molteplicità di
piani narrativi che le negano i comodi escamotage della facilità comunicativa.
E a questa complessità il lavoro di Maristella rende pienamente giustizia.”
Lucio Macchia: "Ho letto la prefazione che ho trovato davvero notevole. Ammirevole la prosa saggistica di Maristella che intreccia molteplici registri: filologico, storico/aneddotico, filosofico, critico, psicologico, senza mai appesantire e componendo un affresco vivace e raffinato dell'opera nella sua intenzione e struttura. Una prosa che ha un bel ritmo interno, ricca di citazioni ma scorrevole, vivace, fresca. Riflette la grande passione per questa straordinaria ricerca. Chapeau! In bocca al lupo per la pubblicazione!"
3.
Beatrice Hastings e Amedeo
Modigliani.
Numerosi biografi di Modigliani ed
altri scrittori, nel descrivere la loro avventura, si sono quasi sempre soffermati
sui soliti aneddoti più volte ribaditi. Crediamo, invece, che della relazione
tra Beatrice e Amedeo debba essere considerata l’essenza più significativa e
importante, poiché i continui confronti hanno determinato un prolifico momento
di crescita per entrambi, sul piano
artistico e intellettuale.
Due formazioni diverse ma che trovano
convergenze di idee e opinione sul gusto estetico dell’arte, sullo
spiritualismo, sul loro agire nel segno di un continuo sconfinamento in nome
dell’arte.
Un nutrimento reciproco che ha
persuaso Hastings a scrivere Minnie Pinnikin, opera parigina, finora inedita,
in cui finalmente potrete trovare la vera essenza della loro relazione, la
concezione dell’arte di Modigliani resa mediante lo sguardo di Beatrice Hastings,
grande intellettuale mai letta e quindi mai finora riconosciuta per le sue
doti, ma solo per la sistematica tessitura aneddotica, falsa e denigratoria, che ha
trascinato Hastings nell’oblio.
“La scrittura di Beatrice Hastings è
una scrittura rilevante, per originalità e bravura, per profondità e
molteplicità di contenuti, per dirompenza di passione”.
In Minnie Pinnikin troverete prova
della sua grandezza.
Federico Tortora
2.
Un piccolissimo estratto dalla prefazione di Maristella Diotaiuti per l'opera Minnie Pinnikin:
Questo è infatti, un libro utopico, invenzione e fantasia, onirico e surreale, metafisico o, meglio, patafisico ma reale. Un libro incorporeo, rarefatto e pure concreto, fisico e tangibile. Un libro ibrido di immaginazione e di realtà in cui tutto si mescola per dare vita a un universo parallelo con la sua architettura, i suoi personaggi, i suoi oggetti, speculare a quello reale ma con questo in profonda relazione e derivazione.
1.
Lasciamo, in questa clip, parole tratte dall'opera che lasciano intuire i suoi contenuti e
la visione dell'arte di Beatrice.
Ringraziamo di cuore Beppe Giannotti,
poeta Lunigianese, per aver prestato la sua voce a Minnie (Beatrice Hastings).
Buon ascolto.
Federico
Immagine nella pagina: opera di Leonora Carrington