Platone nel Timeo fronteggia un problema di estrema difficoltà: conciliare il mondo delle idee e quello delle cose sensibili. Lui stesso ha fondato un dualismo radicale che, nel momento in cui cerca di spiegare come dalle idee si siano generate le cose sensibili, lo mette in seria difficoltà. Per risolvere il problema, ipotizza l’esistenza di uno “spazio” intermedio tra idee e cose sensibili. Questo spazio è la “chora” (o khôra) che Platone definisce “un ricettacolo” dal quale le cose emergono come setacciate per azione di un vaglio, allo stesso modo in cui viene lavorato il grano. Si tratta di una dimensione che non è coglibile né dall’intelletto (come il mondo delle idee) né dai sensi (come le cose sensibili). È un indistinto caotico, un movimento informe, qualcosa di inafferrabile: «Vi è infine una terza specie, che sempre esiste ed è quella dello spazio: essa non riceve in sé corruzione, offre una sede a tutte le cose che hanno una nascita, si può cogliere non mediante la sensazione, ma con un ragionamento alterato, e a stento le si può prestare fede»[i]. Questa espressione “con un ragionamento alterato” nell’originale greco è «logismō tini nothō», che si traduce alla lettera con “con un certo ragionamento bastardo”. Platone deve ricorrere a un pensiero che “mescola” intelletto e sensi, che porta a concepire l’esperienza delle cose incontrate nel mondo come emersioni divenienti da un caos sottostante. Una concezione impressionante per la vicinanza al pensiero della filosofia moderna[ii] alle prese con gli “impossibili”, con ciò che non può essere detto, che ek-siste al linguaggio, al logos, all’esprit de géométrie, alla dialettica ordinata. L’eterno ritorno di Nietzsche, l’ereignis di Heidegger, la différance di Derrida, la superficie assoluta di Ruyer, il reale di Lacan. Il ragionamento di “specie pura” ci porta solo a peripli, per quanto sofisticati, all’interno del simbolico. I salti quantici del pensiero sono bastardi. Questo è il punto di questa breve riflessione. Consideriamo il pensiero dell’immanenza di Deleuze: in un certo senso (metodologico, non sostanziale) il campo trascendentale ha il carattere spurio della chora. E anch’esso nasce da un ragionamento bastardo, ovvero l’empirismo trascendentale: «Si parlerà di empirismo trascendentale, in contrapposizione a tutto ciò che costituisce il mondo del soggetto e dell’oggetto»[iii]. Il trascendentale è classicamente (Kant) il presupposto dell’esperienza, ciò che la rende possibile. Per Kant era la struttura del soggetto, mentre per Deleuze è il “campo trascendentale”, campo di coscienza, che è però una coscienza non fenomenologica, che non ha a che fare con un soggetto e un oggetto ma che ha invece il carattere di essere coscienza di niente e di nessuno: «si presenta come pura corrente di coscienza a-soggettiva, coscienza pre-riflessiva impersonale, durata qualitativa della coscienza senza io»[iv]. Alla radice dell’esperienza vi è questo piano di immediatezza non categoriale, una creazione in atto (virtuale) da cui soggetti e oggetti emergono in après-coup, come pieghe sempre differenziantesi, non catturabili dall’idea, dall’identità. Tutto origina da un puro darsi, in modo impersonale, preriflessivo, una immanenza senza nome in cui già siamo presi: «“Prima” c’è l’oscuro e il confuso, “prima” c’è l’intuizione cieca, “prima” c’è il cogito come pura impressione»[v] (dove qui il primato è causale e non cronologico). In questo consiste il ragionamento bastardo dell’empirismo trascendentale deleuziano: ci consente di “mettere insieme” il molteplice dell’esperienza (il continuo differenziarsi) e l’unitarietà di un pensiero su di essa (il campo trascendentale) senza ricorrere a trascendenze, iscrivendo tutta la riflessione nell’ambito di un virtuale immanente. Davanti all’albero possiamo a volte scorgere che, prima di un io e di un albero, siamo, al di sotto dei codici del logos, semplice vita in atto presente a se stessa non in senso intenzionale, non come presenza a una coscienza riflessiva, ma in modo immediato, non spiegabile ma solo esperibile. Senza destinazione, senza senso, nel processo vitale del divenire creativo. In certi momenti, di fronte a una veduta marina, per esempio, possiamo sentire di essere “dentro” quel campo trascendentale, con una impressione pura che non trova parole, un “qualcosa” dell’ordine del colpo, del trauma da cui ci sembra di “risvegliarci” come soggetti davanti agli oggetti del mondo, anche noi pieghe, come le onde davanti a noi. Questo approccio “fusionale”, che non è né concetto né sensazione, ricorda la chora. E nel modo di procedere nell’articolazione del pensiero ritroviamo il carattere “bastardo” del ragionare alle prese con un percorso che è una “terza via” rispetto alla linea del concetto e a quella dell’empirismo semplice. Tentare di definire un atteggiamento che non rinuncia al pensiero ma neanche alla vita, che fa segno, che dice, pur sapendo che l’essenziale non può essere mai pienamente detto (tutto, nel dire, è ambiguo, come insegna Lacan). Un nominare in cui il senso non è mai chiuso, ma continuamente evocato in quanto vita immanente e nient’altro. Una dimensione di impossibile che certa filosofia condivide con il gesto poetico. Discipline impure e bastarde. Ek-sistenti alla struttura. Come la vita.
Lucio Macchia
Immagine: Alberto Burri, Combustione plastica (1957)
[i] Platone, Tutte le opere, a cura di E.V. Maltese, ebook Newton Compton (2013), da Timeo 52a-52b
[ii] Questa vicinanza è stata fortemente espressa da giganti della filosofia del ‘900 come Heidegger e Derrida. In Italia, uno dei nostri più importanti filosofi contemporanei, Rocco Ronchi, ha scritto un saggio dal titolo emblematico: Il pensiero bastardo.
[iii] G. Deleuze, Immanenza, Mimesis (2010), ed. Kindle, p. 3
[iv] Ivi
[v] Rocco Ronchi, Il canone minore – Verso una filosofia della natura (2017) – ed. Kindle, p. 183