Immagine: pag. 83 di Canti pisani (Garzanti, trad. A. Rizzardi)
Riporto la foto di una pagina dei Canti pisani. Siamo nel
mezzo del Canto 77. La tessitura ideogrammatica di Pound non consente “reading”
e neanche trascrizione o citazione, perché qui si è eminentemente nel mondo
della scrittura, del foglio, della trama testuale (in questo senso la mente va
immediatamente ai Calligrammes di Apollinaire e al colpo di dadi di
Mallarmé).
La pagina diviene aleph della vita, in cui
confluiscono tutti i codici del mondo, nel tentativo titanico di ricreare un
universo dentro l’universo, a partire dalla storia privatissima, irrilevante e
irriducibile del singolo.
L’immagine iniziale dell’alba sulla latrina ci restituisce
lo shock del risveglio di un prigioniero, di un condannato. L’ideogramma in
alto, che sta per “alba”, semanticamente “non serve a nulla”: “alba” è già
detto. Esso si inserisce sulla pagina in potenza pittografica, come dispositivo
linguistico puro che mette in atto concatenamenti nuovi, deterritorializzazioni
del linguaggio “naturale”. Evoca una potenza primitiva e ineffabile del
simbolo. E, al contempo, una saggezza altra, possibile, salvifica.
All’istante, tutto il mondo, presente e futuro, occidentale
e orientale, è sospeso tra la latrina e l’alba. E, in alto, nonostante tutto,
la bellezza delle nubi sopra Pisa: ci sovviene Baudelaire de Lo straniero.
Seguono spezzoni di ricordi minutissimi, fortemente autobiografici, con
toponimie che – anch’esse – non hanno tanto valenza semantica, ma sono, in un
certo senso “ideogrammatiche” (si tratta, comunque, di una cascata in
Pennsylvania). Però quel tale che mira l’acqua, solo, sperso nel mondo, diviene
tutti noi, proprio per la semplicità essenziale dell’immagine, che
immediatamente risvolta in un contenuto filosofico esplicito, in una sorta di
massima: null’altro conta se non la qualità dell’affetto. Di fronte alla fine,
si strappano le vanità (come altrove P. ci dice in un passo famosissimo), ci si
concentra sull’essenziale.
Si torna, quindi, all’alba, al sole che è bocca (questo il “significato” del secondo ideogramma cinese). Dalla parola “bocca”, P. procede con una sorta di associazione libera di frammenti della sua memoria. L’alba come bocca di dio, ma anche come evocazione di cose terrene, del “periplo”, parola che ricorre in P. per evocare un collegamento circolare, nietzschiano, tra tutte le cose e le culture (qui scrive la parola periplo tra parentesi, a fianco dell’ideogramma di bocca che richiama il ciclo e il parlare e il linguaggio, aprendo, con questa deiscenza grafica, a una piega infinita di rimandi). La casa a Londra sul canale Regent, Teodora imperatrice addormentata sul divano (molto eliotiano questo tipo di “desolazione”); il Daimio, figura di grande rilevanza nelle caste giapponesi, anche qui con un contrappunto eliotiano (il conto del sarto) ed ecco che spunta proprio Eliot con un riferimento al personaggio di Grishkin (in Sussurri di immortalità), donna dalla sensualità caricaturalmente felina e un po’ assurda. Forse Eliot ha dimenticato qualcosa. C’è uno scarto tra letteratura e vita che il condannato sente. La danza – l’arte – è un mezzo. La centralità, qui, va alla vita. Il crescendo delle immagini si arresta solennemente su un’espressione ferma, epifanica: «Alla montagna natale». È un verso di una poesia mortuaria giapponese. Un pensiero di fine imminente, ma stemperato da un’immagine di ritorno a casa, di transitorietà dell’esistenza, come suggellato dalla citazione greca «Psycharion ei bastazon nekron» (Epitteto): «Tu sei una piccola anima che porta in giro un cadavere». Ma anche la scrittura greca assolve, insieme all’apporto semantico, a una funzione ideogrammatica. Sulla stessa pagina si stratificano antico e presente, occidentale e orientale, vita e morte. Il pensiero simbolico non abbandona P. neanche di fronte alla fine. Soprattutto di fronte alla fine. Si fa umanissimo.
Lucio Macchia
FONTI
- note
del libro
- A.
Houwen, “Min's lamp in Nippon”: Ezra Pound and Japanese Neo-Confucianism (per
il riferimento alla composizione giapponese)