venerdì 12 dicembre 2025

Maristella Diotaiuti per Teodora Mastrototaro su Atelier poesia.

 









Atelier, gli artigiani della parola.

Trimestrale di letteratura, poesia e scrittura.


Teodora Mastrototaro, “Le mucche se non le mungi esplodono (di gioia) — crudeltà sugli animali, un inventario” (Marco Saya, 2025)

Con un saggio di Maristella Diotaiuti.



Link di Atelier:



Buona lettura.


venerdì 5 dicembre 2025

Appunti di Maristella Diotaiuti per la presentazione del volume Addio Mai. Poesie 1956-2016, di Kikì Dimulà.

 










Per il ciclo Sette incontri di poesia contemporanea, a cura de Le Cicale Operose.

Giovedì 4 dicembre, 2025, Le Cicale Operose, Livorno.

Evento proposto dall'Associazione Borgo dei Greci, Livorno.


Appunti di Maristella Diotaiuti per la presentazione del volume Addio Mai. Poesie 1956-2016, di Kikì Dimulà, a cura di Paola Maria Minucci e Francesca Zaccone, Donzelli Editore, 2025. Breve riflessione a inizio serata.


Mi è stato chiesto di fare una breve riflessione sulla poesia di Kikì Dimulà, lo faccio volentieri ma mi sono chiesta cosa potessi aggiungere a quanto già detto magistralmente da Paola e Francesca, ho attinto a quanto ho maturato durante questi anni di riflessioni alle Cicale Operose circa la scrittura delle donne e ho cercato di individuare nella poesia di Kikì Dimulà alcuni tratti della scrittura femminile, delle donne (non entro nel ginepraio se esista o meno una scrittura delle donne, cosa la caratterizza nella sua specificità, la do per acquisita).

Il primo tratto che ho creduto di individuare è quella che viene definita dal femminismo storico la pratica del “partire da sé”, partire dalla propria personale esperienza del mondo, partire dal proprio sguardo sul mondo, dal quotidiano, anche dal proprio corpo, che sono - sguardo e corpo – sessuati, di donna, non sono neutri, sono identità. È uno stare al mondo nella fedeltà a sé” come dice Luisa Muraro, ma, aggiungo, in relazione col mondo, parla al contempo di noi, del mondo, e del legame che ci unisce. Perché è una esperienza personale che però non si ripiega su se stessa ma si apre al mondo.

Allo stesso modo nelle poesie di Kikì Dimulà ritroviamo il suo sguardo, la sua personale esperienza di mondo, il suo sentire, ma questo personale poi si apre (soprattutto nella seconda fase del suo fare poetico) verso il mondo e verso l’altro, la sua scrittura si fa, è, atto politico: si fa militante e storica, nella ricerca di verità, di senso, si fa luogo di resistenza etica, politica e al femminile o del femminile. Quindi la sua poesia non è solo osservazione, ma è intervento, vedere è prendersi carico, è masticazione della realtà, atto fisico e simbolico insieme. una parola poetica che non si accontenta di nominare il mondo, ma lo attraversa con lo sguardo, con il corpo, con la memoria, con la lingua. Diventa testimonianza incarnata.

Diventa scrittura dell’esperienza, scrittura del corpo, la scrittura è essa stessa corpo (diceva Luce Irigaray), perché esiste una correlazione tra identità femminile corporeità – e scrittura: nella scrittura, nel testo irrompe l’alterità femminile. Hélene Cixous scrive, ne Il Riso della Medusa: “La donna scrive con l’inchiostro bianco” (cioè con il latte materno), che non è come si scrive , ma perché si scrive, e da dove.

Così Kikì Dimulà irrompe nella sua poesia come donna, in quanto donna, come soggetto imprevisto, accade nella sua alterità. Come leggiamo nella sua poesia Trasgressioni: Mi espando e vivo / illegalmente / in aree che gli altri / non riconoscono reali / Là mi fermo ed espongo / il mio mondo perseguitato, / Là lo riproduco / con amarezza ribelle, / Là accado.    

Questa alterità traspare chiaramente nella forma dei suoi versi: una forma inquieta, non irreggimentata, deviante, irruente nelle sue contratture aperte, nei suoi neologismi di parole che si accavallano per l’urgenza del dire. La scrittura di Kikì Dimulà, in quanto scrittura di donna, è una scrittura sovversiva, travolge la sintassi. Cito ancora Cixous che scriveva: La sua lingua non contiene, porta, non trattiene, rende possibile. Sono parole che, secondo me, ben si adattano alla scrittura e alla lingua di Kikì Dimulà.

Una lingua che porta, che rende possibile è, in sostanza, una lingua che crea, è un atto linguistico, la parola non descrive ma crea (secondo le teorie del linguista Austin, che ha anche citato puntualmente Francesca Zaccone), e una lingua che crea è sovversiva.

Come la lingua di Kikì Dimulà che, infatti, smonta dall’interno la struttura patriarcale, maschile della lingua usando dispositivi, molto bene individuati ed elencati da Francesca Zaccone, che operano una messa in crisi del significato, uno slittamento di senso, uno straniamento, costringono il lettore, l’interlocutore a un processo di riflessione e a rivalutare il contesto e le sue assunzioni implicite.

Si chiarisce così anche il significato di scrittura dell’esperienza: come scrivono Maria Rosa Buttarelli e Federica Giardini, ne Il pensiero dell’esperienza: L’esperienza porta dissesto nelle parole correnti, ci rimette continuamente in gioco, perché il senso della realtà è un compito da realizzare. È così che l’appello a un pensiero dell’esperienza indica una ricerca che apre campi di contesa sul senso delle relazioni nel mondo in cui viviamo.

E la parola di Kikì Dimulà, secondo me, nasce proprio dalla convinzione che la scrittura, il linguaggiose abitato criticamente, se attraversato dalla soggettività femminilepossa ancora generare spostamenti reali.

Sempre nella direzione della messa in crisi del senso comune va letto l’altro tratto che ho individuato nella scrittura di Kikì Dimulà, l’uso dell’ironia, per il suo essere eversiva, spiazzante, per essere logos decentrato, l’ironia è una lama che taglia il pensiero e il linguaggio convenzionali, viola le convenzioni linguistiche e sociali, taglia il pensiero dogmatico. L’ironia è uno sguardo obliquo, un posizionamento disallineato, una sorta di strabismo, il solo che permette di vedere ciò che non cade immediatamente sotto i nostri occhi, ciò che non vediamo solitamente. Kikì Dimulà lo dice chiaramente in una poesia, parlando di presbiopia, Terra maiuscola, scrive: Ultimamente, per leggere, / riconoscere, conoscere, / mi tiro un po’ indietro / e spingo un po’ più lontano / quel che voglio vedere, /subentra una nuova distanza / tra me e ciò a cui guardo, / altrimenti non vedo.  

Ci leggo una messa a fuoco sfocata che però paradossalmente serve a vedere meglio, a vedere ciò che sfugge a uno sguardo normale e normalizzato, una posizione di marginalità che le donne hanno avuto nella storia, e che però hanno saputo trasformare da posizione svantaggiata a opportunità di sguardo altro, epifanico.

Inoltre, l’ironia crea relazione, nasce in relazione perché ha bisogno della complicità dell’altro per essere riempita di senso, prevede l’altro, lo convoca, non lo distrugge come fa il sarcasmo che ride-contro, l’ironia ride-con, e quindi in questo senso è politica, ed è performativa: perché attraverso l’uso dell’antifrasi (dire il contrario di ciò che si intende) l’ironia agisce come pratica che modifica la percezione della realtà e le relazioni sociali, ha la capacità di agire e produrre effetti nel mondo.

Questa performatività della parola poetica di Kikì Dimulà è sicuramente un tratto femminile, anzi femminista, perché il femminismo, d’altra parte, è stato soprattutto politica della parola, ricerca femminile di un linguaggio per dirsi, per trasformarsi, per aprire passaggi di comunicazione, per cambiare il mondo anche attraverso il linguaggio.

Scriveva Carla Lonzi (non a caso anche storica dell’arte), nella sua autobiografia: Adesso capisco che il soggetto non cerca la cosa di cui ha bisogno, ma la fa esistere.

M.D.


giovedì 4 dicembre 2025

Il meraviglioso, di Lucio Macchia

 
















Ora il mio stupore

è conservato?

[…]

Saprà che ho visto

l’intero mondo divenire

ancora e ancora

– e sempre –

il differente

– e il medesimo?

(L. Macchia, cosmi | minimi)

 

Come sempre, si parte dai greci. Il verbo “meravigliarsi” è, in greco antico, thaumazein e, a questo termine, è associato l’inizio di ogni filosofia, in quanto meraviglia di fronte al cosmo. Questo atto fondativo lo troviamo in Platone, nel Teeteto: «Si addice particolarmente al filosofo questa tua sensazione: il meravigliarti [thaumazein nell’originale]. Non vi è altro inizio della filosofia, se non questo, e chi affermò che Iride era figlia di Taumante come sembra, non fece male la genealogia». Iride, la policromia, la bellezza, l’arco tra il cielo e la terra, è intimamente connessa alla meraviglia. La stessa idea la troviamo in Aristotele, nella Metafisica: «Per la meraviglia [thaumazein nell’originale] gli esseri umani cominciarono a filosofare»: uno stupore che ebbe di mira, all’inizio, le cose del quotidiano e che poi, via via, si estese al cosmo intero. Dunque, all’origine della nostra cultura, è collocato questo atto del meravigliarsi.

Eppure, proprio in questo “filosofare a partire dalla meraviglia” è insita la “limitazione” di questo thaumazein, che attraversa l’intera storia del pensiero. Infatti, la «meraviglia originaria»[i], ai primordi dell’umano, viene subito catturata dall’azione del logos. Alla meraviglia fa subito seguito un atteggiamento in cui l’umano si pone come soggetto ordinatore al centro del creato, lo struttura secondo le sue rappresentazioni, lo “strappa”, per dirlo con Zambrano, dal puro vitale: «meraviglia, sì, stupore di fronte all’immediatezza delle cose, cui fa improvvisamente seguito uno strappo»[ii]. La ragione di questo movimento di “fuga” dalla meraviglia originaria è insita nella sua stessa “ombra” che è già rintracciabile, secondo Severino[iii], proprio nell’etimo della parola thauma (meraviglia) che, nel suo significato originario, indica “angosciante stupore” e “terrore”. L’uomo, insomma, riordina il cosmo attorno a lui per paura dell’ignoto, perché avverte l’incommensurabile abissalità della sua condizione.  Seguendo Ronchi[iv], possiamo dire che il pensiero occidentale è stato dominato da questa idea antropocentrica della meraviglia, costruita sul rapporto soggetto/oggetto, basata sul distacco dal livello vitale – immanente all’esistenza – a favore di rappresentazioni trascendenti, il cui modello primo è l’idea platonica. Addirittura la filosofia, nei suoi esiti fenomenologici, è divenuta una riflessione sulla coscienza umana, sul suo modo di meravigliarsi, una sorta di «meraviglia alla seconda»[v]. C’è, insomma, una meraviglia che è il prologo dell’azione sistematizzante del logos, il quale riordina il cosmo a misura umana. Una meraviglia che è tale solo nello stato nascente, e che è subito catturata dalla risposta rappresentativa che ne fa “sistema-mondo”, ne spegne il mistero.

Ma allora, esiste un’altra meraviglia, un fuoco dello stupore che non è immediatamente spento dall’azione codificante del logos? Seguendo ancora Ronchi, rintracciamo una formula greca molto vicina a thaumazein: è il thaumaston, il meraviglioso, ciò che stupisce e sorprende. Di fatto questa parola non è che una variante grammaticale di thaumazein, ne ha la stessa radice thauma. Non esprime l’azione del meravigliarsi, come thaumazein, ma il carattere di ciò che è meraviglioso. Ma opporre thaumaston a thaumazein non ha un senso linguistico bensì strettamente filosofico, anche se possiamo osservare che già il passaggio dal verbo thaumazein all’aggettivo thaumaston indica un percorso di fuoriuscita dall’antropocentrismo: dal paradigma “io mi meraviglio” a quello “c’è del meraviglioso”.  Ronchi associa il termine thaumaston a un passaggio fondamentale del Parmenide, il dialogo platonico più complesso e indecifrabile, nel quale Platone sembra fare i conti con i limiti del suo approccio idealista, con le difficoltà connesse proprio a quel famoso “strappo” zambraniano. Il passaggio è quello in cui Socrate dice che se qualcuno gli dimostrasse: «che ciò che è Uno, proprio per questo stesso è molti, e che ciò che è molti è Uno, di questo mi meraviglierei davvero[vi]». Ecco allora emergere una meraviglia diversa, che non è qualcosa che subito si accomoda nell’alveo del logos, ma è uno stupore più radicale, che nasce dal considerare un Uno che «Non è l’Uno della sintesi, non è l’Uno della unificazione di un molteplice già dato […] ma un Uno che è immediatamente molteplice […] un molteplice che è immediatamente Uno»[vii]. Questa coincidenza dei due infiniti, dell’Uno e del molteplice, animerà una linea filosofica che, attraverso Plotino, condurrà a Bergson e Deleuze. In quel passaggio platonico vi è dunque il seme di una visione filosofica completamente divergente da quella emersa dalla cattura della meraviglia da parte del logos. Questo è il senso di intendere il thaumaston come un “modo” radicalmente diverso della meraviglia rispetto al thaumazein. Uno stupore che disordina il logos, che non consente un facile riassestamento, che obbliga a pensare in termini di immanenza assoluta. L’adozione del termine thaumaston per denotare questa meraviglia “imprendibile”, antecedente a ogni “strappo”, pienamente vitale, trova una sponda anche nella Poetica di Aristotele che parla appunto di thaumaston come elemento essenziale nella tragedia, che scuote la verosimiglianza della catena degli eventi, scioccando gli spettatori, portandoli a domandarsi in merito a ciò che potrebbe accadere. Con questa ulteriore nozione ci spostiamo verso una concezione di thaumaston come trauma, colpo, elemento inaspettato e non concettualizzabile.

Sulla direttrice del thaumaston come trauma incontriamo, ancora seguendo Ronchi, il concetto di ekplexis sul quale il filosofo fornisce un esempio per noi estremamente interessante perché chiama in causa la poesia, attingendo alla differenza tra retore e poeta nel trattato Sul sublime[viii]. Il retore ha come obiettivo la conoscenza, il suo stile muove verso una meraviglia che ha il connotato del thaumazein: la sua azione indica «quel punto dove il flusso dell’esperienza si interrompe per farsi oggetto per un soggetto»[ix]. Ecco di nuovo lo strappo, il riconducimento al logos, la claritas, che è l’obiettivo primo del retore. Diversamente, il poeta muove da un altro stupore di «natura patetica e non teorematica […] un effetto di choc, non di sapere»[x]. Questo è l’ekplexis. Parola greca la cui radice plege rimanda a “colpo”: è l’impressione diretta, non conoscitiva, non ordinata. Questa meraviglia originaria, pura, traumatica è l’impossibile a cui si rivolge la poesia (e l’arte in generale) oltre che una certa filosofia che mira a recuperare la radice perduta del rapporto immanente con il vitale. Possiamo forse dire che Mondrian, nel suo celebre percorso di rappresentazione dell’albero (archetipo assoluto della natura) ci dia un’idea di quel puro colpo indicibile, di quell’ekplexis che, con il Melo in fiore, incredibile opera di svolta (vero salto quantico nella sua produzione) emerge come assoluto dell’esperienza di fronte alla natura. Un puro “fuori”, che scaglia il gesto artistico oltre ogni “rappresentazione”, aprendo la strada a quel suo famosissimo astrattismo lineare e ipnotico, geometrico e essenziale, che ci sembra il suo sofisticatissimo, affascinante modo di “far qualcosa” con l’impossibile di quel colpo originario.




Immagine: Mondrian (Il melo in fiore, 1912)



[i] M. Zambrano, Filosofia e poesia, trad. di L. Sessa, Pendagron (2018) p. 40

[ii] Ibid. p. 39

[iii] E. Severino, Scuola e tecnica (2005) citato in antemp.com

[iv] Rocco Ronchi, Il canone minore – Verso una filosofia della natura (2017) – ed. digitale Kindle

[v] Ronchi, op. cit. pos. 477

[vi] La versione italiana è quella che compare nel libro citato di Ronchi. Nella forma greca l’ultima parte della frase suona alla lettera come “ciò sarebbe il meraviglioso” e viene usato to thaumaston per indicare appunto “il meraviglioso”.

[vii] Ronchi, op. cit. pos. 96

[viii] Celebre trattato di “Pseudo-Longino” del I sec.

[ix] Ronchi op. cit., pos. 1600

[x] Ibid. pos. 1612