domenica 12 aprile 2026

Per Minnie Pinnikin

 
















Nell’annunciare l’uscita dell’opera Minnie Pinnikin, di Beatrice Hastings, a cura di Maristella Diotaiuti, Selvatiche Edizioni-Seed, 2006, traduzione di Francesca Del Moro (opera inedita raccolta da Federico Tortora),

destiniamo a questa pagina del blog materiale dedicato alla nuova pubblicazione, Minnie Pinnikin, opera finora inedita (eccetto alcuni lacerti funzionali ad altri lavori) che Hastings cominciò a scrivere a Parigi nel 1914. Protagonisti della narrazione sono se stessa e Amedeo Modigliani.

Minnie Pinnikin sarà presentato, in prima assoluta, domenica 12 luglio 2026, in occasione della ricorrenza della nascita di Amedeo Modigliani. La presentazione si svolgerà nell’ambito dell’evento, a cura de Le Cicale Operose (Maristella, Federico), dedicato a Amedeo Modigliani (II Edizione) presso il locale e il grande Giardino dell’800 di corso Amedeo, 101, presidio culturale fondato da Le Cicale Operose nel 2016 e dall’8 marzo 2026 sede di Salus Bistrot e Opus Lab -Spazio Creativo - ASD APS, che collaboreranno alla realizzazione dell’evento (a presto i dettagli). 


Nel frattempo:

5.

Estratti da alcune note e recensioni sulle opere di Beatrice Hastings finora pubblicate a cura de Le Cicale Operose.

Per il volume Beatrice Hastings in full revolt, a cura di Diotaiuti, Tortora, Le Cicale Operose, 2020

“Questo libro nasce da una urgenza e da una constatazione. La constatazione di una operazione sistematica e violenta di cancellazione, di oscuramento, realizzata nei confronti di Beatrice Hastings che abbiamo scoperto essere una intellettuale di sicuro talento. Nasce dall’urgenza di restituirle il posto che le spetta di diritto nel mondo della cultura, delle lettere e del giornalismo europeo.”

Maristella Diotaiuti, in Beatrice Hastings in full revolt.

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 “[…] riesce a passare con naturalezza dalla repulsione per la guerra alle surreali Feminine Fables, dagli articoli in difesa del diritto di autodeterminazione delle donne alla rievocazione del mondo magico dei nativi africani, e infine alle poesie e ai romanzi, che lasciano affiorare antiche e recenti lacerazioni”

Maria Clelia Cardona, in“Beatrice va da sola”, Leggendaria n. 143, settembre 2020

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“Se gli uomini sono collerici e ambiziosi di solito il cerchio maschile del consenso li giustifica; se le donne si infuriano o vogliono riconoscimento, l’antico uso sociale le isola. […] Sono lieta perciò di ritrovare la citazione “in full revolt” in un libro atipico dedicato a […] una scrittrice di versi, articoli, romanzi, cancellata dalla memoria collettiva e recuperata da un team cilentano-napoletano[…]”

Antonella Cilento, in “La critica femminile inquieta gli uomini”, in la Repubblica - Napoli, 22 febbraio, 2020

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Beatrice Hastings fa parte a pieno titolo di quella coraggiosa minoranza di disobbedienti e di ribelli al patriarcato ma la sua contestazione è stata profondamente radicale e politica. Parte dalle fondamenta della misoginia e dello sfruttamento delle donne, perché affronta le caratteristiche del sistema politico ed economico che sostiene la divisione tra un genere che opprime e un genere che è oppresso.

Floriana Coppola, in“Beatrice Hastings e le disobbedienti”,  in Lo spazio di Atena, Versipelle, 2 maggio, 2022

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“Il volume Beatrice Hastings in full revolt, tra i tanti meriti, ha proprio quello di fare luce, finalmente, sulle sue indubbie qualità di scrittrice, giornalista, poetessa e intellettuale, che fino alla morte volontaria, avvenuta nel 1943, affermò e praticò la sua libertà di essere, ossia di scrivere, amare, vivere.”

Chiara Pasetti, in “L’animo libero e rivoluzionario di Beatrice Hastings”, Il Sole24Ore, 7 marzo, 2021

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“Se nelle Favole femminili, la sofferenza per una condizione in cui le proprie risorse (sensibilità, intelligenza, cultura) vengono sopraffatte dal sistema sociale che stabilisce a priori l’inferiorità della donna, è anche vero che la dea vince sempre. Basta seguire la propria volontà, esaudire i propri desideri, a costo di tutto, senza demordere mai.”

“[…] La voce di Beatrice Hastings scolpisce le parole, le fa risplendere nell’acciaio. Il suo stile è perentorio e senza tentennamenti.”


Rosa Pierno, in“Le favole femminili di Beatrice Hastings”, in Trasversale, un percorso fra le arti, di Rosa Pierno, 22 ottobre, 2023.

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 “La sua cifra esistenziale fu l’intensità [...] La sua scrittura è graffiante, intrisa di sentimenti forti: rabbia, sdegno, combattività e spirito di sovversione. L’accettazione dello status quo non era tra le opzioni possibili per lei che racconta di donne che sfioriscono precocemente perché costrette a cedere alle aspettative sociali che le privano di spazi di realizzazione.”

Francesca Vitelli, in Le disobbedienti: Beatrice Hastings, in Il mondo di Suk, 10 gennaio 2022

 


Per gli Atti del Primo Convegno, AA.VV. Le Cicale Operose, 2021

“[…] per una donna che vuole compiere il suo percorso di libertà, che vuole essere signora delle proprie scelte e della propria vita, come è stata indubbiamente Beatrice Hastings, è importante poter rispecchiarsi in donne che hanno il coraggio di rivoluzionare il ruolo loro imposto, di trasformare se stesse e insieme il mondo in cui si sono trovate a vivere.”

Daniela Bertelli, in“Il peggior nemico della donna: la donna, in Atti del Primo Convegno, 2021

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“Beatrice Hastings può essere definita una donna di contrasti in­nanzitutto perché come donna e femminista persegue con la scrit­tura un’esigenza di razionalità, derivante dalla necessità di raccon­tare la condizione della donna del tempo, manifestando il proprio impegno sociale e politico con voce alta e decisa  […] D’altro canto, però crea su di sé un personaggio di femmina fatale, di donna stravagante e libera negli atteggiamenti, svincola­ta dalle regole della società borghese e della morale corrente.”

Nadia Chiaverini, in“Una donna di contrasti”,  in Atti del Primo Convegno, 2021

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 “[…] troviamo nelle poesie di Hastings un’ammirevole maestria nell’impiego delle varie forme e stilemi che adotta; in­fatti molti di questi testi raggiungono una considerevole forza espressiva.”

Brenda Porster, in“Due poesie”, in Atti del Primo Convegno, 2021

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“Una vita vissuta fino in fondo da donna forte indipendente e coraggiosa, in perenne ricerca di se stessa, passionale, eccentrica, spregiudicata, beffarda, impetuosa, stracciona, esilarante, vitalissi­ma, in full revolt, un mix di pennellate di colore, abiti con drappeg­gi violacei, rossi, verdi, accessori vistosi e burlesque, ornamenti da ironia preraffaellita.”

Oriana Rossi, in Beatrice Hastings, La vita sociale e politica, in Atti del Primo Convegno, 2021

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 “In un mondo maschilista dove le donne erano relegate essen­zialmente in ruoli ancillari, l’irrompere sulla scena di un’intellet­tuale di così grande spessore, non era tollerato e il fiore dell’ama­ranto non poteva sbocciare.” 

Elisabetta Stellato, in Beatrice Hastings, Mito e simbolo nei racconti d’Africa in Atti del Primo Convegno, 2021

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“[…] lo sperimentalismo continuo non può essere indice di cambiamento, poiché diviene esso stesso una moda e come tale perde di genuinità. Il riconoscimento di questo paradosso è senz’altro parte integrante dell’esperienza poetica ha­stingsiana, e rivela un’ulteriore particolarità dell’autrice: la piena rivolta (che è, appunto, “piena” e non “continua”) va vissuta come stato sostanziale e ontologico, non formale. A dover essere giudicati rivoluzionari sono quindi gli esiti contenutistici e concettuali, non formali [..]

Simone Turco, inBreve nota su un diverso modernismo”, in Atti del Primo Convegno, 2021



Per il volume Woman’s Worst Enemy: Woman, Beatrice Hastings, a cura di Maristella Diotaiuti, Astarte Edizioni, 2022

“Il titolo, volutamente provocatorio, nasce dalla sua opposizione ai miti della maternità che le stesse donne promuovono e impon­gono alle altre donne. Hastings intende sottoporre a critica e ri­formare gli atteggiamenti morali verso la maternità, verso il parto e tutto il processo procreativo, investendo anche la sessualità e il secolare controllo esercitato sul corpo femminile dovuto alla sua capacità procreativa. Un corpo, né nominato e né previsto dagli atti legislativi, considerato come semplice contenitore riproduttivo, ma indispensabile, fondamentale per la costruzione della struttura patriarcale e capitalistica […]

Maristella Diotaiuti, dall’Introduzione in Woman’s Worst Enemy: Woman.

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Senza Beatrice Hastings non saremmo le stesse. Giornalista, poeta, autrice, donna senza precedenti […] Viene presa per pazza, dissoluta, incompetente. Non ha timore a dire la parola più autentica, che è spesso la più scomoda. Della que­stione dell’autenticità, in quanto volontà di dire se stesse, scriverà molto dopo Carla Lonzi […]. Fra le molte andate perse e poi ritrovate, Beatrice Hastings è una delle più preziose.”

Giada Bonu, dalla sua postfazione Il mondo prima di Beatrice Hastings. Genealogie ed eredità dei femminismi contemporanei”, pubblicato in “Woman’s Worst Enemy: Woman”..

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 “Beatrice Hastings ha una concezione altissima della maternità. Pro­prio per questo i suoi interventi sono duri e radicali e perseguono un duplice obiettivo. Da un lato quello di non sacrificare e non ridurre la donna al suo “ruolo” materno e, dall’altro, quello di smettere di pen­sare alla maternità come una “funzione” sociale ma come a qualcosa di irriducibile alle logiche di mercato e a qualunque forma di negozia­zione contrattuale come quella del matrimonio”

Stefania Tarantinoda L’ascesa della donna contro la tirannia della più potente passione al mondo, pubblicato in “Woman’s Worst Enemy: Woman”.



Per il volume Sepolcri Imbiancati, di Beatrice Hastings, a cura di Maristella Diotaiuti, Terra d’ulivi Edizioni, 2024

 “Uno degli elementi più sapienti della tecnica di Hastings è un opportuno uso delle ellissi, fattore che, per esempio, ha in comune con il Verga novelliere. Le sforbiciate sulla vita-non vita di Nan fanno sì che di essa ci restino fotogrammi memorabili, quelli che attribuiscono un senso alla sua parabola esistenziale”

Gianni Antonio Palumbo, dal suo articolo nel blog Giano Bifronte, Gianni Antonio Palumbo, 4 maggio 2024.

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“Nella poesia “In the presence”, Hastings definisce bene chi sono i suoi interlocutori, ovvero…praticamente nessuno!”;

“ Beatrice Hastings era in conflitto con tutto ciò che è normato, sempre a margine di ogni pensiero che metteva in discussione”

Silvia Rosa, nel corso della presentazione di Sepolcri Imbiancati, di Beatrice Hastings, 4 maggio 2024, Libreria Belgravia, Torino

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“[L]a riscoperta di Diotaiuti e Tortora è doppiamente apprezzabile, sia perché ricolloca Hastings nel perimetro di quella cultura modernista britannica dai cui contemporanei era stata estromessa a viva forza e contribuisce così ad arricchirne il quadro generale, sia perché consegna alla tradizione della scrittura e del pensiero femminile l’ulteriore tassello di una genealogia ancora in larga misura da ricostruire.”

Chiara Serani, dalla nota di lettura, in corso di pubblicazione.

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“Hastings amava descriversi “In full revolt”. La scrittura è stata per lei una lotta permanente. Per questa sua vocazione ha pagato un prezzo atroce. Se negli stessi anni qualcuno celebrava in Italia il superomismo della vita come opera d’arte, lei, già andando oltre le colonne della modernità, sperimentava, all’opposto, l’uso della parola come corpo vivente.”

Pasquale Vitagliano, tratto dal suo articolo Dietro ai “Sepolcri Imbiancati” di Beatrice Hastings, Il Manifesto del 31 luglio, 2024  

 

 

Per il volume La Commedia delle Fanciulle, a cura di Maristella Diotaiuti, traduzione di Rubina Valli, in corso di pubblicazione, Terra d’ulivi Edizioni, 2025

“[,,,] riadatta in modo dissacrante il patrimonio letterario del medioevo europeo, e in particolare quello maschile, irridendo la figura dell’eroe e la fissità schematica dell’epica, al contempo mettendone in luce la ancora sconfinata fecondità”

Dall'introduzione di Maristella Diotaiuti.

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 “Tradurre The Maids’ Comedy significa incontrare una complessità tanto ricca quanto sfuggente, una filigrana di rimandi linguistici e culturali che Beatrice Hastings tesse con leggerezza e abilità, più accennando che andando a fondo, trasportando il lettore in un viaggio che è sì picaresco e scherzoso, ma anche simile a un rito iniziatico in cui tutti i personaggi sono di volta in volta protagonisti e, tra uno scherzo e l’altro, danno voce a idee e ideali di grande spessore.”

Rubina Valli, dal suo articolo “Tradurre Beatrice Hastings”, pubblicato nel volume.

 

 *


4. 

Prefazione di Maristella Diotaiuti: Prime impressioni.

Abbiamo sottoposto ad alcune lettrici e lettori la prefazione di Maristella Diotaiuti per il volume Minnie Pinnikin, per chiedere cosa ne pensassero. Maristella è felice e onorata di ricevere i primi apprezzamenti (ringraziamo, ad esempio, la favolosa Anna Maria Curci per l'attenzione e le parole spese). 

Pubblichiamo qui le preziose parole che Roberto Galeazzi e Lucio Macchia hanno dedicato alla prefazione. Ringraziamo Roberto e Lucio per l'attenzione e per le loro note e consuete capacità di analisi. Buona lettura.

 Roberto Galeazzi“La prefazione  getta una luce novissima sul guascone labronico che invoglia a riprenderne le opere e a riconsiderarle. Due elementi in particolare, quello del depistaggio dall’idea del reale che pur non significa perseguire il puro gesto slegato dal senso ma implica un suo aggiramento […], e poi il tema analogo della vanità del bordo come contenimento, protezione d’identità, mentre suggerisce il tema del bordo come soglia, limine. […] Il testo di Maristella evidenzia come la scrittura di Hastings fosse proiettata in un approccio che, al suo tempo, contava pochi esempi simili, cioè, un atteggiamento svincolato dall'ossessione per la "cifra" stilistica, la riconoscibilità dell'autore, l'inquadramento in un genere, funzionale al cosiddetto mercato dell'arte...("malattia" che accompagna anche l'arte visiva, a partire dal secolo scorso), con una rischiosa e disinteressata attitudine a sparigliare le carte, indossando maschere, pseudonimi, giocando con il linguaggio che attraversa simultaneamente in direzioni diverse, evocando una molteplicità di piani narrativi che le negano i comodi escamotage della facilità comunicativa. E a questa complessità il lavoro di Maristella rende pienamente giustizia.”

Lucio Macchia: "Ho letto la prefazione che ho trovato davvero notevole. Ammirevole la prosa saggistica di Maristella che intreccia molteplici registri: filologico, storico/aneddotico, filosofico, critico, psicologico, senza mai appesantire e componendo un affresco vivace e raffinato dell'opera nella sua intenzione e struttura. Una prosa che ha un bel ritmo interno, ricca di citazioni ma scorrevole, vivace, fresca. Riflette la grande passione per questa straordinaria ricerca. Chapeau! In bocca al lupo per la pubblicazione!"


3.

Beatrice Hastings e Amedeo Modigliani.

Numerosi biografi di Modigliani ed altri scrittori, nel descrivere la loro avventura, si sono quasi sempre soffermati sui soliti aneddoti più volte ribaditi. Crediamo, invece, che della relazione tra Beatrice e Amedeo debba essere considerata l’essenza più significativa e importante, poiché i continui confronti hanno determinato un prolifico momento di crescita per entrambi, sul piano artistico e intellettuale.

Due formazioni diverse ma che trovano convergenze di idee e opinione sul gusto estetico dell’arte, sullo spiritualismo, sul loro agire nel segno di un continuo sconfinamento in nome dell’arte.

Un nutrimento reciproco che ha persuaso Hastings a scrivere Minnie Pinnikin, opera parigina, finora inedita, in cui finalmente potrete trovare la vera essenza della loro relazione, la concezione dell’arte di Modigliani resa mediante lo sguardo di Beatrice Hastings, grande intellettuale mai letta e quindi mai finora riconosciuta per le sue doti, ma solo per la sistematica tessitura aneddotica, falsa e denigratoria, che ha trascinato Hastings nell’oblio.

“La scrittura di Beatrice Hastings è una scrittura rilevante, per originalità e bravura, per profondità e molteplicità di contenuti, per dirompenza di passione”.

In Minnie Pinnikin troverete prova della sua grandezza.

Federico Tortora

2.

Un piccolissimo estratto dalla prefazione di Maristella Diotaiuti per l'opera Minnie Pinnikin:

Questo è infatti, un libro utopico, invenzione e fantasia, onirico e surreale, metafisico o, meglio, patafisico ma reale. Un libro incorporeo, rarefatto e pure concreto, fisico e tangibile. Un libro ibrido di immaginazione e di realtà in cui tutto si mescola per dare vita a un universo parallelo con la sua architettura, i suoi personaggi, i suoi oggetti, speculare a quello reale ma con questo in profonda relazione e derivazione.


1.

Lasciamo, in questa clip, parole tratte dall'opera che lasciano intuire i suoi contenuti e la visione dell'arte di Beatrice.

Ringraziamo di cuore Beppe Giannotti, poeta Lunigianese, per aver prestato la sua voce a Minnie (Beatrice Hastings).

Buon ascolto.

Federico





Immagine nella pagina: opera di Leonora Carrington

mercoledì 8 aprile 2026

COMPLESSITÀ MUSICA UN PO’ DI POLITICA E, PER FAVORE, UN PO’ DI SILENZIO…

 












COMPLESSITÀ MUSICA UN PO’ DI POLITICA E, PER FAVORE, UN PO’ DI SILENZIO…

di Enzo Nini


Il MONDO appare attraversato da una combustione incessante: guerre, derive autoritarie, narrazioni che si scontrano e si sovrappongono fino a generare un rumore di fondo assordante, capace di occupare ogni spazio del discorso pubblico e dell’immaginazione individuale. In questo contesto, la geopolitica tende a ridurre l’essere umano a variabile strategica, a elemento calcolabile all’interno di equilibri di potere che ne comprimono la COMPLESSITÀ e l’unicità.

La MUSICA, al contrario, opera secondo una logica radicalmente diversa. Essa insiste, con ostinazione, sulla singolarità irriducibile di ogni esperienza interiore. Riporta l’attenzione su ciò che, in ciascun individuo, sfugge a ogni tentativo di classificazione, controllo o cancellazione. È precisamente in questa capacità di sottrarsi alle logiche del dominio che risiede la ragione per cui ogni forma di autoritarismo ha storicamente temuto l’arte: non tanto per i contenuti espliciti che può veicolare, quanto per lo spazio che essa dischiude.

Questo spazio ha origine nel SILENZIO. Il suono emerge dal silenzio e a esso ritorna, in un movimento che richiama la struttura stessa dell’esperienza umana, sempre sospesa tra presenza e ascolto. È nel silenzio, infatti, che si rende possibile un ascolto autentico, capace di andare oltre la superficie del rumore.

Quando questo ascolto si realizza pienamente, si manifesta qualcosa di straordinario: la coscienza riconosce un’altra coscienza attraverso la vibrazione sonora, senza bisogno di mediazioni identitarie. Non vi sono passaporti, bandiere o appartenenze che tengano; vi è soltanto un incontro immediato, che precede e supera ogni costruzione POLITICA.

In tal senso, la musica si configura, in ogni epoca e in ogni contesto di oscurità, come l’antitesi strutturale della violenza. Non rappresenta una fuga dalla realtà, bensì una risposta profonda e alternativa ad essa. Pur non avendo il potere di arrestare materialmente i conflitti, essa contribuisce a creare lo spazio interiore in cui la pace può essere concepita.

Proteggere questo spazio — tanto dentro di sé quanto nelle comunità — emerge allora come un’urgenza etica e culturale. Continuare ad ascoltare, a suonare, a custodire il silenzio da cui nasce il suono significa, in ultima analisi, preservare la possibilità stessa di un’esperienza umana non ridotta, capace di resistere alle logiche della violenza e della semplificazione.


Link spotify al brano musicale:

Maria Schneider: Choro Dancado - Concert in the Garden Version.


sabato 28 marzo 2026

La Crociata della Bellezza di Beatrice Hastings. Letture di Martina Campi, Aldo Galeazzi, Raffaela Fazio.

 














La Crociata della Bellezza di Beatrice Hastings.

Letture di Martina Campi, Aldo Galeazzi, Raffaela Fazio.

Brani tratti dal volume La commedia delle fanciulle, di Beatrice Hastings, a cura di Maristella Diotaiuti, traduzione di Rubina Valli, Terra d'ulivi Edizioni, 2025.

Avverso lo spietato mondo belligerante, guerrafondaio, violento che ancor oggi evidentemente impera, nel suo volume La commedia delle fanciulle (1910) Beatrice Hastings contrappone la Crociata della Bellezza “promossa e portata avanti, significativamente, proprio dalle due fanciulle e dal Cavaliere Viola, dove l’impegno — non la lotta— è per affermare tutto un sistema di pensiero e di pratiche del femminile che innova la creazione artistica, demitizza le retoriche della guerra, del militarismo e del patriottismo virile, propositivo, viceversa, di pratiche di relazione solidali, libere e tra uguali, di soluzioni pacifiche dei conflitti, un sistema oppositivo, quindi, all’imma­ginario e al sistema maschile di potere e dominio, fondato sul binomio potere/obbedienza. […] Crociata di ben altra modalità e scopo, quella della Bellezza, che ha, tra le altre fina­lità, quella della convivenza degli opposti, far diventare il ne­mico, l’altro da me, addirittura l’affine, il simile, il contiguo, la creazione di un nuovo mondo in cui si è legittimati alla libertà e all’indipendenza, all’immaginazione, al sogno, alla magia, e, perché no, all’utopia. È la riproposizione dell’Età dell’Oro in cui, come scrive ne La Commedia, si ignoravano quelle due parole, mio e tuo. In quell’epoca benedetta ogni cosa era in comune. Tutto allora era pace, amicizia, concordia, dentro a un ideale di Comunismo a cui Hastings rimarrà sempre fedele.” (dall’Introduzione di Maristella Diotaiuti nel libro)

Hastings sa bene che la missione affidata è una missione utopica, ma conosce altrettanto bene il potere dell’utopia nel prevedere mondi futuri: la Crociata della Bellezza di Hastings persegue la costruzione, l’edificazione di un nuovo mondo che si realizza nella visione utopica nel momento stesso in cui si agisce, pur sapendo possibile il fallimento dell’impresa. 

Beatrice Hastings nel romanzo fa dire al Cavaliere Viola, the new man: “Eppure, nonostante la malinconia che provo all’idea che provare a realizzare uno stato simile mi causerebbe l’appellativo di sognatore tra gli uomini, altrettanto certamente morirei deriso se non faccio almeno un tentativo.” 

In risposta Beatrice Hastings fa dire al Professore, personaggio contraltare del Cavaliere Viola, in quanto rappresentante del vecchio mondo: “In verità, […] se fallirete, non sarà per mancanza d’un’ispirazio­ne sufficientemente vasta. Per quanto non mi venga in mente nes­suna promessa di successo, vi ricorderei che la vita, la vita umana, è una serie di gloriose sconfitte. La vita è troppo breve per il successo, e visto che soltanto gli immortali possono lottare col nostro ultimo e sempre vittorioso nemico, Morte, un uomo è tanto più valoroso se fallisce nel più nobile dei tentativi. Il vostro tentativo non è nulla di meno che una Crociata della Bellezza. Non è una visione nuo­va, la vostra, molti grandi uomini l’hanno avuta e i poeti l’hanno di continuo.”

Abbiamo affidato queste parole a Martina Campi, Aldo Galeazzi e Raffaela Fazio, poeti, quindi destinatari del messaggio di Hastings.

Buon ascolto.

Federico Tortora



Martina Campi. Per ascoltare cliccare sull'immagine (ritratto di Isora Caprai).



Aldo Galeazzi. Per ascoltare cliccare sull'immagine (Foto di Tibor Eliáš).



Raffaela Fazio. Per ascoltare cliccare sull'immagine (Foto di Tibor Eliáš).





Martina Campi: Martina Campi Note bio

È autrice e performer. Co-fondatrice, insieme al compositore polistrumentista Mario Sboarina, del progetto Memorie dal SottoSuono - The poetry music experience e dell’archivio multimediale in divenire e videopodcast indipendente di poesia contemporanea a altre arti Living Poetry e co-ideatrice, insieme a Giusi Montali, del format multimediale di poesia formula_truepoetry. Ha pubblicato: Se le avventure fossero giorni (Howphelia 2021), testo nato con la serie game: start, progetto artistico audiovisivo realizzato insieme al compositore Mario Sboarina, per la piattaforma Howphelia. ( ) Partitura su riga bianca (Arcipelago itaca, 2020), Quasi radiante (Tempo al libro, 2019), La saggezza dei corpi (L’arcolaio, 2016), Cotone (Buonesiepi Libri 2014), Estensioni del tempo (Le Voci della Luna Poesia, 2012 – Vincitore Premio Giorgi); è presente nell’opera corale Bestie – femminile animale (Vita Activa Nuova, 2023) insieme a Valeria Bianchi Mian, Ksenja Laginja, Teodora Mastrototaro e Silvia Rosa, e nella plaquette È così l’addio di ogni giorno (Corraino Edizioni, 2015, a cura di Niva Lorenzini). Ha fatto parte, dalla prima edizione del 2013 e fino al 2023, del Comitato Bologna in Lettere.Curatrice, con A. Brusa e V. Grutt, di Centrale di Transito (Perrone Editore, 2016). La sua poesia è tradotta in varie lingue e presente su litblog, riviste e antologie e progetti corali. Ha partecipato a festival letterari e musicali e collaborato con alcune realtà poetiche bolognesi. Dal 2017 al 2019 ha partecipato a Il banchetto di Rosaspina – Di virtù e maledizioni, Spettacolo di Teatro, Poesia e Favola, di e con Alessandra Gabriela Baldoni; con Giancarlo Sissa, Luna Marie, Mario Sboarina. Ha partecipato al radiodramma Pinocchio 2 - La minaccia di Elonio Muschio, di Vittorio Tovoli.


Raffaela Fazio è nata ad Arezzo nel 1971, dove è rimasta fino al conseguimento della maturità. Ha trascorso dieci anni in vari paesi europei: Francia, Germania, Inghilterra, Svizzera e Belgio. Si è laureata in lingue e politiche europee all’Università di Grenoble, e specializzata presso la Scuola di Interpreti e Traduttori di Ginevra. Rientrata in Italia, si è stabilita a Roma, dove lavora come traduttrice. A Roma ha ottenuto un diploma in scienze religiose e un master in beni culturali, alla Pontificia Università Gregoriana.

Nel campo dell’iconografia, ho pubblicato, oltre ad alcuni articoli, due guide: Face of Faith. A Short Guide to Early Christian Images (2011) e La corona che non appassisce. L’escatologia nella scultura funeraria dei primi cristiani (Contatti, 2020).

È autrice di vari libri di poesia, tra cui L’arte di cadere (Biblioteca dei Leoni, 2015) con prefazione di Paolo Ruffilli; Ti slegherai le trecce (Coazinzola Press, 2017) con postfazione di Francesco Dalessandro; L’ultimo quarto del giorno (La Vita Felice, 2018) con prefazione di Francesco Dalessandro; Midbar (Raffaelli Editore, 2019) con prefazione di Massimo Morasso; Tropaion (puntocapo Editrice, 2020) con prefazione di Gianfranco Lauretano; A grandezza naturale. 2008-2018 (Arcipelago Itaca, 2020) con prefazione di Daniele Barbieri; Meccanica dei solidi (Puntoacapo Editrice, 2021) con prefazione di Giancarlo Pontiggia e postfazione di Paolo Ruffilli; Un’ossatura per il volo (Raffaelli Editore, 2021) con prefazione di Giovanna Rosadini e una nota di Salvatore Ritrovato; Gli spostamenti del desiderio (Moretti&Vitali, 2023) con prefazione di Alfredo Rienzi e presentazione di Giancarlo Pontiggia; Chiuda gli occhi, Signor Schopenhauer (Ladolfi Editore, 2026) con prefazione di Sara Ferrari e postfazione di Paolo Pera, di prossima pubblicazione.

Si è occupata della traduzione di Rainer Maria Rilke, in Silenzio e Tempesta, Poesie d’amore (Marco Saya Edizioni, 2019, con postfazione di Massimo Morasso), di Edgar Allan Poe, in Nevermore. Poesie di un Altrove (Marco Saya Edizioni, 2021, con postfazione di Leonardo Guzzo), di Renèe Vivien in L’ardente agonia delle rose (Marco Saya Edizioni, 2023, con postfazione di Marie-José Tramuta) e di Rupert Brooke in L’amore è breccia nelle mura (puntoacapo, 2025, con postfazione di Mauro Ferrari).

Nel 2021 è uscito un suo libro di brevi racconti come vincitore del primo premio Narrapoetando 2021: Next Stop. Racconti tra due fermate (Fara Editore, 2021). 




Immagine: Illustrazione (Beatrice Hastings) per La commedia delle fanciulle, pubblicata nella rivista The New Age nel 1910.

giovedì 26 marzo 2026

Postfazione di Valeria Bianchi Mian per il volume di Carolina Invernizio.

 











Nina, la poliziotta dilettante.


L’angelo sterminatore,

ovvero Nina, l’eroina che prepara il futuro

di Valeria Bianchi Mian

 

Consapevole del fatto che voi, lettori e lettrici, siete giunti alle mie pagine dopo aver accompagnato Nina nella sua av­ventura investigativa, posso senz’altro sbilanciarmi. Senza ti­more di svelare un segreto, affermo dunque, a conclusione di questa fiaba nera, che «tutti vissero felici e contenti…fino a un certo punto». Com’è giusto che sia, d’altronde, tenendo conto del concetto autonomo di Giustizia che permea il senso di Carolina Invernizio per la morale e regola gli equilibri all’in­terno del romanzo che avete letto.

Nemesi fa capolino nell’intreccio. La dea armata di frusta è Nina stessa, «l’angelo vendicatore». È la giovane donna scal­tra, abile nell’arte del distribuire una punizione o il perdono. Come sempre, quando c’è di mezzo lei, non si tratta di con­danne offerte dalla Legge, quanto di pene spirituali modula­te nella presa di coscienza. Là dove non agisce una Giustizia eteronoma, Nemesi dispensa redenzioni possibili, suggerisce trasmutazioni da conseguire dopo l’esecuzione di un delitto oppure a seguito di un’azione malvagia, e non c’è creatura umana che possa evitare di saltellare tra il piattino dell’ideale bontà e quello della realtà del Male, malignità che è, si sa, dote comune a tutti, niente affatto banale, alla ricerca di un punto fermo sulla bilancia della suddetta dea.

I «cattivissimi» di Carolina Invernizio vantano traumi infan­tili da confessare, atroci ferite da lenire, un ordine genealogico da ristabilire attraverso lo scandalo.

I «buonissimi», tutto sommato, peccano d’ingenuità, affon­dano lame appuntite nel cuore di altri soggetti più o meno innocenti, mentono con indifferenza, «a fin di bene», e transi­tano nella storia combattendo la controparte oscura, aprendo varchi tra il Bene amato e l’opposto diabolico, per poi andare alla ricerca di una riconciliazione.

La gran parte dei personaggi «inverniziani» opera compen­sando posizioni che all’inizio sembrano il risultato di una di­visione in ruoli predefiniti, come giudizi scritti alla lavagna – i buoni di qua, i cattivi di là. È mera apparenza. L’essere umano, femmina e maschio, meticcia bassezze ad ambizioni e lo fa con dosaggio sapiente anche qui, tra le pagine di Nina, la poliziotta dilettante, volume pubblicato per la prima volta nel 1909.

Attraverso le voci delle sue figure, personae dalla psicolo­gia più che moderna, l’autrice lascia che il Male risorga qua e là con nomi e orditi differenti, fino alla fine dell’inchiostro, fino alla chiusura della trama, costruendo il tessuto cangiante dell’animo collettivo, annodando e ricamando contrasti, con­trapposizioni, correlazioni, infine osando una vera e propria congiunzione tra le opposte istanze che guidano l’esistenza.

Carolina Invernizio ha saputo condurre il suo carro sulla via del dialogo tra gli opposti psichici ben prima che la psi­coanalisi arrivasse a conclusioni precise, quando Carl Gustav Jung, per esempio, all’epoca seguace di Sigmund Freud, non aveva ancora formulato il ben noto tema dell’Ombra, che in­dica quella parte «altra», individuale e collettiva, specchio in­conscio della presunzione egoica di essere, magari, adattati alle convenzioni, del sentirsi tutti d’un pezzo, signore e signori adeguati, onesti, gente dal pensiero lineare.

Con l’imparzialità di Themis, dando a noi lettori e lettrici l’idea di parteggiare a volte per i suoi «cattivi»; con la spada appuntita offerta da Dike, che ferisce con le parole nei dialo­ghi arguti e accesi; con gli occhi bendati di Iustitia, dea che sa stupirci andando a svelare composti radioattivi di sentimenti calpestati, di dolori accumulati che per esempio causano in una Vilda o in un Felix la distorsione dei caratteri, la nostra scrittrice soppesa sul bilancino cuori e piume come novella Maat e genera libri che ancora oggi ci appassionano.

Sul finale di Nina, così come in altri volumi, i personaggi di Carolina sembrano rientrare nelle convenzioni come pecore nell’ovile, la sera. Alcuni intellettuali che non nominerò, di­chiarando i più che noti giudizi che non citerò, si sono detti convinti di un limite conformista dietro i trucchi trasgressivi di Invernizio.

Io scorgo piuttosto, qui come altrove, il movimento con­trario: non c’è personaggio che esiti di fronte alla possibilità d’infrangere la legge in nome di una virtù del tutto personale. Chi più, chi meno, le figure si votano a un rimescolamento di carte, sperando di regalare a ogni membro del gruppo nutrite dosi di felicità terrena autodeterminata. La stessa Nina, in bar­ba a qualsiasi polizia, si autodefinisce «poliziotta» e agisce la propria virtù come la cardinale Temperanza, travasando infor­mazioni, perdoni e sentenze senza rendere conto ad altri che a se stessa, mediando tra posizioni conflittuali, accogliendo con saggezza la luce e il buio dentro l’animo umano.

In questa storia, che affascina e diverte tutti noi dall’inizio alla fine, la psicopompa Carolina, armata di penna, sa condurci oltre la soglia della morte, per attualizzare la sua Nina e offrirci una fenice metamorfica, risorta alle acque del Po, più che dalle fiamme. Ed è il fuoco, lo spirito igneo, a guidare l’indagine, vestendo Nina del ruolo gemellare di «Nanì», trasmutando la sua immagine da bruna a bionda nel doppio «Jana».

Con shakespeariani escamotage e rocamboleschi travesti­menti, con argute peripezie nelle quali non manca mai l’ana­lisi delle dinamiche dei personaggi, attraverso stravolgimenti e colpi di scena; nelle danze relazionali che portano gli attori a strabilianti eppure psicologicamente verosimili prese di co­scienza, grazie alla bizzarra fata Ranocchia, che con magie di scena e candide parrucche supporta la protagonista nella sua opera votata a Nemesi, e con l’ausilio di bugie dosate ad arte, Carolina Invernizio, trickster prolifica, dà vita a un storia che, a leggerla adesso, nel 2024, a commuoversi e a sorridere seguen­do le sue parole, si fa presto a rievocare l’autrice accanto a sé. Pare di vederla, cappellino e gioielli, sguardo brillante, felice di aver mietuto un’altra vittima, di aver sedotto un’altra lettrice, un altro lettore.

Moraleggiante, la sua opera, forse, ma di una moralità che solo in apparenza punta all’adeguamento, mentre Carolina strizza l’occhio alla libertà di pensiero. Per lo meno, sembra voler suggerire semi che si propagano nel terreno in cui sono cresciute le centinaia di protagoniste femminili che hanno vi­sto la luce su carta dal 1887, anno in cui Salani ha pubblicato Rina, o l’angelo delle Alpi, e ancora oggi ci strizzano l’occhio.

Giocando a trarre alcune lezioni dalle avventure di Nina si può affermare, per esempio, che:

- non è auspicabile per una fanciulla chiudersi in convento a smaltire colpe non proprie;

- non è corretto sposare un uomo, se non lo si ama;

- viceversa, è sempre meglio evitare i matrimoni che non uniscano sposi dotati di animi «alla pari»;

- il meticciato sociale non solo è inevitabile, ma è anche auspicabile;

- una donna, prima di tutto, deve seguire la propria strada.

Inoltre, le donne, così come gli uomini, agiscono in nome del potere, ed è un piacere il potere del denaro, ammettiamo­lo, è divertente il potere di manipolare gli uomini a proprio uso e consumo, così come gli uomini hanno sempre fatto nei confronti delle donne. Vi ricordo che nel 1909 eravamo an­cora distanti dalla famigerata quanto parziale idea freudiana di «invidia del pene». Anche le donne amano il piacere, sug­gerisce Carolina, per quanto in quel momento la psicoanalisi freudiana fosse, appunto, ancora informe, e forse la lettura di Nina avrebbe potuto essere annoverata tra gli spunti terapeu­tici contro la morale vittoriana dei non detti e dei non fatti. Nel 1909 Freud offriva al mondo le sue Cinque conferenze sulla psicoanalisi, mentre si andava delineando il trattamento della malattia femminile più in voga: l’isteria.

L’approccio analitico all’inconscio nasce grazie alle donne, alle pazienti, e ci sarebbe voluto ancora qualche anno perché una leonessa come Lou Andreas Salomè, per esempio, si re­cassea Vienna a studiare con Freud (capiterà nel 1912) e per­ché le prime analiste si distinguessero con produzioni teoriche e pratiche.

Il 1909 è anche l’anno in cui nacque Rita Levi Montalcini.

Negli Stati Uniti, il 28 febbraio 1909 ha luogo la prima Giornata Nazionale della Donna in memoria dello sciopero di migliaia di camiciaie newyorkesi, quelle che, giusto l’anno prima, avevano rivendicato migliori condizioni di lavoro.

La nostra Nina, dunque, si muove sin dall’inizio in un terre­no che prepara il futuro.

Potrei continuare a lungo, estrapolare messaggi nascosti da covare dietro l’apparenza virtuosa delle trame di Caroli­na. Mi limiterò a citare una battuta, geniale, pronunciata dalla crudelissima (cru)Delia, femmina fatale, anaffettiva, del tutto priva di remore, una Lilith feroce che, nel pieno parossismo, al culmine del Pathos romantico che attanaglia tutti gli altri personaggi, schiocca la lingua equilibrando – giustamente – i toni (p. 266).

 

Tutti piangevano a quella scena, tutti tranne Delia, che fece sentire la sua voce aspra per dire: «Non abbiamo ancora finito i piagnistei? Orsù, addio a tutti.»

 

Di fronte al buonismo corale non si può che dar ragione a questa cinica signora, e vien da pensare che, in fondo, an­che lei, la più cattiva di tutte, se non si fosse messo di mezzo il figlio succube, preda di un evidente «complesso materno», eliminando sul nascere ogni possibilità di fuga, anche questa dark lady archetipica, divinità del fuoco tifonica e distruttrice, a rappresentanza di quel pizzico di Male che nella psiche non è mai redimibile né del tutto integrabile, avrebbe potuto trovare in altri lidi la pace, o la guerra, o magari il femminismo.

Per veder risorgere quello spirito che non si rabbonisce e mai potrà essere del tutto integrato; per accogliere Lilith tra le mura domestiche e fuori, in tutte le strade della vita, le lettrici di Nina avranno atteso un nuovo romanzo della loro beniamina Invernizio, rimanendo sempre un poco in­soddisfatte eppure in parte saziate. Una buona ricetta, gu­stosa, fatta di figure poliedriche, quella di Carolina. In ogni caso, le donne fremono sotto gli abiti del conformismo, che siano mogli e madri, vedove e fanciulle, ricche e nobili o mendicanti.

Le visualizzo adesso tutte raccolte in un cerchio al centro del quale arde un fuoco sacro, più che un focolare domestico. Ed è il fuoco dell’incontro tra le luci e l’Ombra del femminile.

Nelle riviste dei primi del Novecento si indicava nel foco­lare il prezioso elemento da nutrire per l’idea di una protoso­rellanza volta al bene degli altri, votata a mettere l’amore a di­mora, a negare l’odio, a reprimere il corpo; ma già si nominava un fuoco che potesse dirsi «nostro», una fiamma di donna, un falò per signore[1].

È un centro vivo, per esempio, quello auspicato dalla con­tessa Eugenia, anche lei capace di essere «più crudele di una tigre» per difendere i propri confini o per aprirli andando a creare una famiglia allargata e ricostituita che somiglia a quelle dei nostri tempi.

Nella mitologia greca, Estia è la custode del focolare. Fi­glia di Crono e Rea e sorella di Zeus, identificata nella Ve­sta romana, culla la fiamma della cucina creativa. Quando il fuoco sfugge alla cura, però, l’associazione immediata è con altre figure, quali Ecate, per esempio, o l’egiziana Sekhmet, dove l’uso della fiamma si avvicina invece al rischio della di­struzione.

Immaginiamo insieme: intorno al fuoco c’è silenzio. Le cru­delissime signore e le vergini sacrificali si osservano le une con le altre, e le amanti e le Amazzoni, le deformi e le bellissime intorno al falò mostrano volti emersi delle pagine dei romanzi di Invernizio. Ognuna di queste convitate è diversa dall’altra, si distingue anche solo per una sfumatura, una traccia nella trama. È un convivio di donne che si discostano dal perbeni­smo dell’epoca, che irridono dall’interno il partito patriarcato e sfilano davanti ai nostri occhi sfidando le critiche.

Possiamo riconoscere, per esempio, Clara, La sepolta viva, e Nara, la protagonista di La vendetta di una pazza, e Nina, la prima investigatrice della storia del noir, ma anche la contessa Delia, la «cattiva» del romanzo che avete letto.

Nella mitopoiesi della nostra scrittrice, in un’epoca domina­ta da Zeus, prendono vita le dee della psiche: Era, Afrodite, le Furie, Estia, Artemide, Demetra, Persefone, Nemesi, Lilith… dee come idee sul Femminile che s’incontrano e scontrano, si perdonano, si tradiscono. Immagini archetipiche che l’analista Cinzia Caputo ha di recente reso fruibili come voci del nostro specchio interno[2].

Le donne nell’Olimpo di Carolina Invernizio si ritrovano e s’identificano nella capacità di odiare, amare, ordire, giocare il potere, nella ritmica alternanza di icone personae che si com­pensano a vicenda, che ricamano una visione prismatica, un arazzo, e si riverberano nel qui e ora, senza tempo.




Valeria Bianchi Mian
Laureata con Lode e menzione accademica in Psicologia, è specializzata in Psicoterapia individuale e di gruppo e Psicodramma junghiano. Ha creato il Metodo Tarotdramma®, intreccio di Psicodramma e scrittura terapeutica con le carte dei Tarocchi (www.tarotdramma.com). Ha una formazione in mindfulness e naturopatia. Docente di scrittura terapeutica e poesiaterapia con PoesiaPresente, la scuola di poesiaterapia di Monza. Redattrice in Poetry Therapy Italia. Referente Piemonte per la Società Italiana di Psicologia Online.
Conduce corsi di scrittura e un salotto letterario con Giunti Psicologia. È redattrice per Versante Ripido e speaker a www.radiodreamland.it.             
Ha curato antologie - Maternità marina (Terra d’Ulivi Edizioni, 2020); illustrazioni per Confine donna. Poesie e storie di emigrazione (Vita Activa Nuova, 2022). 
Saggi curati e partecipazioni: Utero in anima (Bianchi Mian V., Ceresa S.G., Putti S., Lithos, 2016); Amori 4.0 (AAVV, Alpes Italia), 2018; Voci di donna. Il complesso intreccio tra Psicologia e Femminismo (AAVV, Underground, 2019), Fare storie (Giunti Psicologia, 2025). Narrativa e poesia: ha scritto e illustrato Favolesvelte (Golem Edizioni, 2016); il romanzo Non è colpa mia (Golem Edizioni, 2018), la silloge Vit(amor)te. Poesie per arcani maggiori con ventidue carte disegnate da lei (Miraggi Edizioni, 2020), Psicoporno (Buendia Books, 2023), Bestie, femminile animale (Vita Activa Nuova APS, 2023). Ha partecipato a diverse antologie poetiche. È tra gli autori di “Piemonte in Noir” con il romanzo Il corpo crudo (Edizioni del Capricorno per La Stampa, 2023), Le signore dei giochi (2024) e L'angelo di sangue (2026).

 


 



[1] Cfr. l’editoriale della rivista La donna, 1910.

[2] Le donne nel mito. Tra letteratu­ra e psicoanalisi, Terra d’Ulivi, Lecce 2023


martedì 24 marzo 2026

Un'altra stagione

 












Aldo Galeazzi, poeta, attore, legge una sua poesia: 

Un'altra stagione.

Musica: Erik Satie.

 


Per ascoltare la poesia cliccare sull'immagine.