Le Cicale Operose (logo e denominazione registrati) è stato un caffè letterario e poi un'associazione culturale, dal 2016 al 2024.
Questo blog conserva la memoria dell'attività svolta in quegli anni ed ospita nuovi contenuti su temi culturali affini all’ethos delle Cicale Operose (vedi menu). Vi terrà inoltre aggiornati sulle attività per Beatrice Hastings.
Un articolo accurato, puntuale, importante, un approccio competente e serio al pensiero e alla produzione letteraria di Beatrice Hastings: non vi è altro modo che questo per conoscere Beatrice Hastings.
Si
può leggere in molti modi l’opera poetica di Vincenzo Luciani, schietto editore
e schietto poeta. Si può leggere, innanzitutto, come ininterrotto canzoniere di
poesia plurale e plurilingue – tante voci, tanti luoghi, tanti idiomi, tante
storie – e, tuttavia, con una salda e riconoscibile unità; si può leggere,
ancora, dal punto di vista della geocritica, giacché i luoghi, la nativa
Ischitella sul Gargano innanzitutto, poi Torino delle vie e delle
fabbriche e Roma delle periferie permeano i componimenti, li ‘impolpano’
e li rendono vividi per toni cromatici e percezioni sensoriali, anche
olfattive.
Un
ulteriore itinerario di lettura è quello di un romanzo di formazione in versi.
L’accostamento scaturisce dalla convinzione che una mera lettura per generi
letterari sia inadeguata a contemplare l’ampiezza della gamma espressiva[1] e che, per contro, mettere
in comunicazione, nell’indagine critica come nell’atto creativo, più ambiti,
giovi all’ampliamento dell’orizzonte e all’intenzione di cogliere, di un’opera,
tutti gli aspetti, ivi compresi quelli intertestuali, ma anche
dall’individuazione, nell’opera poetica di Vincenzo Luciani, di alcuni tratti
in comune con il romanzo di formazione: l’esistenza vista come continua
formazione, originata dalle fonti più disparate, dai maestri (Petrine Paradise), dagli incontri, dalle
lotte, in una parola, dalla vita; il piglio dinamico, con l’evidenziazione,
anche fuori di metafora, del continuo cammino; il costante e ironico ‘understatement’
che deriva dal vedersi, in perfetto equilibrio di toni tra bonario, malinconico
e pungente, non sconfitto, certamente, ma ridimensionato e ‘sballottato’ dal
dipanarsi dell’esistenza; infine, proprio come nel prototipo del romanzo di
formazione, Gli anni di apprendistato di
Wilhelm Meister di Goethe, l’origine e l’evoluzione, divertente e
divertita, della ‘vocazione teatrale’.
Il
principio di questo viaggio tra i versi è, non a caso, proprio la poesia Attore di prosa[2],nella quale Vincenzo Luciani narra spiritosamente
dei suoi entusiasmi giovanili (in realtà siamo al giardino d’infanzia, alla
scuola materna) per un futuro sul palcoscenico.
Del
1985 è la raccolta di poesie, con la prefazione di Diego Novelli, Il paese e Torino[3],nella quale trovano
espressione i nuclei tematici della poesia tutta di Vincenzo Luciani: l’emigrazione,
il ritorno, la ripartenza, il senso di estraneità e di familiarità che si
contendono il primo posto, l’osservazione attenta di luoghi e persone, il
ricordo, gli affetti, l’amore (o meglio, nel pudore del Sud, ‘il bene’), il
combattimento in perdita con il tempo che scorre.
Se di te mi ricordo!, il componimento che
apre la raccolta, ha un andamento esemplare sia nell’alternarsi di metri –
endecasillabi, dodecasillabi, settenari – sia nel pathos, non retorico, ma, piuttosto,
esaltato dalla misura del tono e dall’accostamento di contenuti antitetici. Il
‘tu’ della poesia è ulivi, macere e fichidindia[4], è la terra natia,
abbandonata per necessità, disseccata e aperta in un’attesa acre e
boccheggiante. La poesia è apparsa interamente in dialetto nella raccolta Frutte cirve e ammature del 2001, poi
ripubblicata nella seconda edizione in Tor
Tre Teste (2005).
La fanoja (“Il falò”)[5], che apparirà nella
versione completa in dialetto nella raccolta La cruedda[6], è composta di dieci
versi, cinque in dialetto e cinque in italiano. Il tema è il ricordo, che qui si
fa litania a San Michele, rito della processione e falò, canto fino all’alba,
tra fumo e voce rauca.
I
canti della processione a Ischitella si fanno canti di rivoluzione nella poesia
Mirafiori[7]. Qui Torino è la città dei
«giorni vivi del sessantanove». La voce si leva alta nella lotta, il respiro
testimonia una contentezza “insolente”. La lotta, sempre non violenta, costerà
molto a Luciani dieci anni dopo, esattamente il 16 giugno 1979 (un “Bloomsday” dagli
anni di piombo, il suo), in un’altra città, a Roma, dove il poeta si è
trasferito nel 1975.
16 giugno 1979. Fioravanti guida
l’assalto alla sezione comunista dell’Esquilino, a Roma. All’interno si stanno
svolgendo due assemblee congiunte: di quartiere e dei ferrovieri. Sono presenti
più di 50 persone. La squadra terrorista lancia due bombe a mano Srcm,
poi scarica alla cieca un caricatore di revolver. Si contano 25 feriti, per
puro caso non ci sonomorti. Dario Pedretti, componente del Commando, verrà
redarguito da Fioravanti perché, nonostante il ricco armamentario «non c’era
scappato il morto». Che Fioravanti fosse colui che ha guidato il commando è
accertato dalle testimonianze dei feriti e degli altri partecipanti all’azione,
e da una sentenza passata in giudicato. Ciononostante, Fioravanti ha sempre
negato questo suo pesante precedente stragista[8].
Di casa e straniero chiude la raccolta Il Paese e Torino: il ritorno qui è
nella città del pane, non nella città del cuore, ma la condizione illustrata da
questi cinque versi brevi e densiappare
permanente: l’io lirico è, sembra di leggere, non solo a Torino, non solo al
ritorno dal paese, forestiero e di casa, sempre sospeso tra estraneità e
familiarità[9].
Settantasei virgola
sette
è nella raccolta Tor Tre Teste e altre
poesie (1968-2005)[10]: il tempo avanza,
insolente come insolente era la contentezza degli anni di lotta, inesorabile o
semplicemente imperturbabile a dispetto dell’amichevole mentire degli amici. Si
fanno conti: quanto resta?
Non
è facile cantare l’amore coniugale, non senza rischiare lo sbilanciamento tra
universalità poetica e coinvolgimento-restringimento individuale. Nella poesia A Rosa[11],
apparsa anch’essa in TorTre Teste, Vincenzo Luciani riesce
nell’impresa di raggiungere questo complesso equilibrio. Scrutare il volto
della donna amata come si scruta il mutare di colore del cielo all’alba è un
accostamento insieme delicato e potente, un antidoto all’inverno perennemente
in agguato.
In
Parole[12],
nella II edizione di Frutte cirve e
ammature pubblicata all’interno della raccolta Tor Tre Teste, Luciani si vede come un “maceraro”. La similitudine
sulla quale si fonda questa poesia è quanto mai efficace. La macera (o maceria,
ma anche nella prosa di Ignazio Silone è attestata questa versione del termine)
è il muretto che delimita il fondo, caratteristico del paesaggio meridionale e
in particolare di quello pugliese. Le macere sono fatte a secco, con pietre
scelte tra quelle che si trovano a disposizione; perché possano stare in piedi,
tuttavia, le pietre devono essere accatastate e incastrate con cura secondo un
disegno accorto. C’è bisogno di pazienza e artigianato, ma anche del gusto
imperituro del gioco e in questo gioco, riscaldato dal ricordo della terra
d’origine, il poeta ritorna bambino.
Il
tema della quête di parole ritorna in
Parole saprite, nella raccolta del
2012 La cruedda[13]: «Ji vaje ascianne», io
vado cercando: qui la ricerca è di parole ricche di sapore, di parole che si
sciolgono in bocca come fragoline di bosco. Ma il collegamento è sempre con il
dinamismo, con il cammino del poeta (che non a caso in una sua poesia benedice
i propri piedi). Lo testimonia non solo la costruzione verbale del dialetto,
che coniuga il verbo andare con il gerundio, ma anche la ricorrenza del verbo
“camminare”.
Un
elemento che la poesia di Luciani ha in comune con il romanzo di formazione è
la riconoscenza nei confronti dei maestri. Pietrine
Paradise (la poesia è nella raccolta La
cruedda), maestro di Vincenzo Luciani alla scuola elementare, viene elevato
in questo omaggio a esempio di vita. Sembra, a chi legge, di accogliere in sé
lo sguardo incantato dei bambini alle sue lezioni di geografia, e di
immaginare, sulla carta e all’orizzonte, la teoria dei paesi che si snoda:
Monte Sant’Angelo, San Giovanni Rotondo, San Marco in Lamis, San Nicandro.
A
proposito del riferimento al romanzo di formazione e al suo prototipo, Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister
di Goethe, la cui versione originale portava il titolo significativo La
vocazione teatrale, non è un caso trovare in Straloche/Traslochi (Cofine 2017, e-book Cofine 2020), che
raccoglie poesie in lingua e in dialetto, il componimento Attore di prosa, nella quale Vincenzo Luciani narra spiritosamente
dei suoi entusiasmi giovanili (in realtà siamo al giardino d’infanzia, alla
scuola materna) per un futuro sul palcoscenico. Attore di prosa è dunque in tale contesto esemplare per visione e
sentire che sottendono l’intera raccolta: l’umorismo e il rimpianto si
mescolano, si saldano intimamente con straordinario equilibrio tra anelito e
disincanto, tra nostalgia e distacco.
Già
il titolo nel dialetto di Ischitella, Straloche,
suggerisce, attraverso la singolare coincidenza tra il termine in dialetto, che
rispetto all’italiano sposta in principio di parola la sibilante, e la forza
evocativa che ne deriva, la condizione di straniamento, di spaesamento.
Vincenzo Luciani si presenta, fedele al suo continuo moto (insieme ai suoi
amici, Ultramaratoneti), obbligato o
spontaneo, come io “spostato, sbalestrato” (Spustate:
«Vengè, che si’ spustate?»), scombinato – nella più ricca delle accezioni,
perché originale e autonomo -combinatore di passaggi, da un luogo all’altro, da una lingua all’altra,
e di traslochi. Da quella condizione di spaesamento, che possiamo definire
permanente, connaturata al dire, il poeta nomina e ‘va salutando’ persone,
cose, luoghi: «Alli cristiane, alli cunte e alli vanne / ji gghjurne e gghjurne
vaje salutanne / che jè l’utema vota/ fortè che li cunfronte / e u statte bbone
mò / jè pe sempe / e lu sacce»[14].
Il
filo conduttore, quello del commiato, è un universale poetico. Recentemente ne
hanno trattato, nella poesia italiana contemporanea, Mariapia Quintavalla, tra
l’altro in Stiamo facendoci un sacco di
saluti, e Francesco Tomada in Portarsi
avanti con gli addii. Il commiato in Straloche/Traslochi
induce Luciani a riflettere sulla propria esistenza come umano tra gli umani e
sulla propria poesia, con uno sguardo che è allo stesso tempo reso dagli anni
più incerto nel riconoscere e dalla saggezza, invece, più acuto nel leggere tra
le righe. I nuclei centrali di questa riflessione si stringono l’uno all’altro,
rafforzandone efficacia e chiarezza dell’enunciato, tanto da non volere, da non
potere essere separati.
La
stessa opera poetica viene riletta alla luce dei cambiamenti portati dai
traslochi, come avviene in Spaesamento,
il cui attacco si ricollega esplicitamente alla raccolta del 1985Il
paese e Torino, nella quale già trovavano espressione i nuclei tematici
della poesia tutta di Vincenzo Luciani: l’emigrazione, il ritorno, la
ripartenza, il senso di estraneità e di familiarità, l’osservazione attenta di
luoghi e persone, il ricordo, gli affetti, l’amore (o meglio, nel pudore del
Sud, ‘il bene’), il combattimento in perdita con il tempo che scorre: «Dovessi
riscrivere il libro/ non più Il paese e
Torino titolerei/ ma I due paesi e Torino, anzi i paesi sono tre/
Valfenera, Ischitella, e più ancora Tor Tre Teste paese di Roma/ dove ho
camminato per cento-/ quarantotto stagioni»[15].
Colpisce
la mescolanza di leggerezza e profondità di cui si nutre il modo dell’autore di
porsi dinanzi al tema della morte. L’amicizia, l’amore, ‘il bene’ e
l’interrogazione sull’altrove,dove «A uno a uno se ne vanno»[16]tante persone care, si fondono in un’unica espressione, alla quale il
dialetto conferisce la forza di una poesia che proprio con quell’idioma andava
detta, ché in lingua per alcuni termini troveremmo soltanto pallidi
equivalenti: «A une a une ce ne vanne/ a n’ata vanne. Chi u sape/ se e donne/
ce trova dd’ata vanne. Sckitte/ ji sacce che mo/ che te jesse truanne/ ji nun
te trova cchiù/ che si trasciute ntu monne/ d’i nocchiù»[17].
Una
mescolanza di natura affine caratterizza la resa linguistica, con un rispetto
vissuto e intessuto di esperienze per la parola-dimora. La mente si sposta e
abbraccia. Le “case-motto” a lungo cercate si ritrovano qui, mescolate tra
lingua e dialetto: traine (traìno,
carretto), paponne (con una
straordinaria vicinanza al Popanz
tedesco, è il babau, lo spauracchio), incantate
(per il disco rotto). Vincenzo Luciani inserisce parole forgiate dall’uso
locale, come“tuppo” e “morra” in poesie
in italiano: è un plurilinguismo che arricchisce la lingua della poesia, mai un
esotismo a buon mercato, un inserto, una gala a mero scopo decorativo.
Del
2020 è prima la versione in e-book, poi quella cartacea della raccolta più
recente di Vincenzo Luciani, Vanzature/Avanzi
(Cofine Edizioni), che si
articola in due sezioni, Avanzi, con
poesie in lingua, e Vanzature, con
poesie nel dialetto di Ischitella.
Il
titolo è un’apertura significativa su elementi fondamentali della poetica di
Vincenzo Luciani, vale a dire sul suo metodico rifuggire termini e toni
roboanti, sulla messa in evidenza, d’altro canto, di lemmi nella propria lingua
materna (come Vanzature, qui,
rispetto all’italiano Avanzi) che
dilatano e approfondiscono gli ambiti di significato rispetto all’equivalente
nella lingua standard,sulla sua risposta
non di rado autoironica alla versificazione come vaticinio, sul suo ascolto
paziente della poesia altrui, sul suo amore per le parole di autrici e autori
che lo hanno preceduto.
Vanzature è avanzo, scarto, sì,
ma è anche “ciò che resta”, lo spazio di libertà spirituale istituito, acceso,
donato dai poeti, come Friedrich Hölderlin sintetizzava, a conclusione di Ricordo, una delle poesie più note e più
citate nella storia del pensiero moderno, e non solo del pensiero poetico.
In
queste molteplici direzioni vanno i testi di Vanzature, sin dai versi riportati in apertura, che in disarmante
semplicità, rendono ancora più vasto e complesso l’orizzonte di riferimento. «Quidde
ch’aveva dice/te lu so’ ditte./ Quidde
che rumane/ so’ sckitte vanzature.// Vote so’ i megghje cunte/ i vanzature.
Scine,/ i vanzature»[18]: se il parlar franco,
quello che doveva essere detto, è stato pronunciato, quello che “rimane” – non
solo residuo, dunque, ma anche permanenza – è la poesia, il suo dono resistente
alla mercificazione (l’avanzo non può essere messo in vendita), irriducibile
per ulteriori parcellizzazioni e dunque con un nucleo intatto di respiro vitale
non catalogabile e, sovente, null’altro che la parte migliore.
Ritorna
in Vanzature/Avanzi – e sembra
sorprendente in una raccolta che, dopo Straloche/Traslochi,
annuncia l’esposizione di ciò che è rimasto dallo svuotamento di dimore antiche
e dal riempimento di dimore nuove -il
filo conduttore del romanzo di formazione. Il poeta torna fin dalle prime
battute su sogni, prospettive e vocazioni. In particolare nella seconda strofa
di Tutto cambia, egli fa incontrare
felicemente la consapevolezza della propria età anagrafica, il portato delle
esperienze, e il sogno giovanile, intatto per intensità, della poesia: «
Diventeranno poesia?/Poco si crea e
molto si disperde./ Io sogno, da grande, di fare il poeta/ ma mi disperdo
sempre in qualcos’altro/ che se potessi non vorrei più fare/ in un’età che si
sente bambina,/ eppure è vicina all’addio»[19].
Anche
un’altra costante della poesia di Vincenzo Luciani intona la sua voce in Vanzature: la capacità di restituire, in
versi brevissimi, addirittura formati, a volte, da una sola parola, i profili,
gli odori, i suoni dolci e aspri dei luoghi a Ischitella, Torino, Roma, e nei
dintorni di questo triangolo ricorrente: «Tratturo/ ripido/ e deserto/ del
Galluccio, sorgiva/ dell’infanzia» (Il
Galluccio)[20],
«Cammino e non vedo né Alpi né bric/ attorno la vasta pianura assetata/ e
dentro i tuoi passi lenti, sbilenchi, affaticati» (Lentamente)[21], «arruate a na vanne/
accumparette a lune/ e Rode/ bbianghe, ma bbianghe/ che manghe u latte» (Manghe u latte)[22].
Con
il guizzo del prodigio che nasce dal muoversi, dall’interrogarsi e
dall’esplorare, il poeta camminatore, il viandante, l’ultramaratoneta, fa
tesoro della lezione di Giorgio Caproni riportata nel testo iniziale,
intitolato A mo’ di esergo: « La
poesia è per più di tre quarti memoria, cioè esperienza acquisita»[23]. Scopre e rivela così,
proprio tra queste Vanzature e in una
poesia esemplare per dettato e musicalità, la sua vera natura, che parte da un
luogo, lo anima e lo oltrepassa: «Ji de vente e de nùvele so’ fatte/accume a te Scketedde/ che cagne facce a ’gni
sciusce/ che i nùvele cagne./ Nùvele a morre,/ numunne, accume i prete nu mare
de prete maje li stesse prete e maje li stesse nùvele»[24].
Di
vento e di nuvole è fatto il poeta, come Ischitella, terra materna e paterna,
nutrice e modello di feconda mutevolezza, di incontro e passaggio da una condizione
all’altra, per dare il soffio vitale a moltitudini di forme sempre nuove «e mai
le stesse».
Il
romanzo di formazione in versi, pur avendo attraversato l’arco dalla
fanciullezza all’età adulta, non si conclude, dunque, con l’archiviazione dei
sogni e degli slanci. Al contrario, esso ribadisce la vocazione al movimento,
con uno sguardo che non perde curiosità e con i sensi desti alla sapidità della
parola. Nella ricchezza dell’esperienza acquisita, il cammino prosegue.
L’opera poetica di
Vincenzo Luciani: volumi pubblicati
Vincenzo
Luciani, Il paese e Torino, Salemi
Editore, Roma 1985
Vincenzo
Luciani, I frutte cirve, Foggia 1996
(edizione autoprodotta in 100 copie)
Vincenzo
Luciani, Frutte cirve e ammature,
Edizioni Cofine, Roma 2001
Vincenzo
Luciani, TorTre Teste ed altre poesie (1968-2001), Edizioni Cofine, Roma 2005
Vincenzo
Luciani, La cruedda, Edizioni Cofine,
Roma 2012
Vincenzo
Luciani, Straloche/Traslochi,
Edizioni Cofine, Roma 2017 (e-book 2020)
Vincenzo
Luciani, Vanzature/Avanzi, Edizioni
Cofine, Roma 2020
Nella foto: Vincenzo Luciani con Anna Maria Curci.
[1] cfr. Anna Maria Curci, “Un altro
sguardo. Dal margine alla pienezza”, in: Zer0Magazine
2018: Fare rete, pp. 27-29
[2] In: Vincenzo Luciani, Straloche/Traslochi, Edizioni Cofine,
Roma 2017
[3]Vincenzo Luciani, Il paese e Torino. Presentazione di
Diego Novelli, Salemi Editore, Roma 1985
[4] «[…] I nostri colli
siepe aspra al mare,/ fichidindia e torrenti disseccati,/ gli ulivi e le
macere./ Se ti te mi ricordo! Ora che autunno/fa ritorno nei canti
di vendemmia, / fichi pendono aperti.» (Vincenzo Luciani, Il paese e Torino, p. 9)
[5]La fanoja,
in:Vincenzo Luciani, Il paesee Torino, Roma 1985, p. 12
[6]A fanoje, in:
Vincenzo Luciani, La cruedda,
Edizioni Cofine, Roma 2012, p. 8
[10] Vincenzo Luciani, TorTreTeste edaltre poesie (1968-2005), Edizioni Cofine, Roma 2005, p. 13
[11]Vincenzo Luciani, TorTreTeste edaltre poesie (1968-2005), p. 27
[12] Vincenzo Luciani, TorTreTeste edaltre poesie (1968-2005), p.
44: «[…] Je notte e gghjurne vaje secutanne/ parole. A une a une/ i cape e i
accragne/ peje nu macerare che na macere/adda reje bella tese quatre e squatre
[…]».
[13]Vincenzo
Luciani, Lacruedda, Edizioni Cofine, Roma 2012, p. 7
[14]«Le persone, le cose e i luoghi/ io giorno
per giorno vo salutando/ perché è l’ultima volta/ chissà che li incontro/ e il
saluto, adesso,/ è per sempre/ e lo so», in: Vincenzo Luciani, Straloche/Traslochi, Edizioni Cofine,
Roma 2017 p. 3; e-book Straloche/Traslochi, Edizioni Cofine, Roma 2020,
p. 8
[15]Straloche/Traslochi 2017, p. 5 e Straloche/Traslochi 2020 p. 11
[16]Straloche/Traslochi 2017, p. 7 e Straloche/Traslochi
2020 p. 14
[17]«A uno a uno se ne
vanno/ in un altro luogo. Chi lo sa/ se e dove/ si trova quel luogo. Soltanto/
so che ora/ che vorrei incontrarti/ io non ti trovo più/ perché sei entrata nel
mondo/ dei non più », in: Straloche/Traslochi 2017, p. 7 e Straloche/Traslochi 2020 p. 14
[18]«Quel che avevo da dire/ te l’ho detto./
Quello che resta/ sono solo avanzi.// A volte sono il meglio/gli avanzi. Sì. Sì,/ gli avanzi», in:
Vincenzo Luciani, Vanzature/ Avanzi,
Edizioni Cofine, Roma 2020 (anche in e-book), p. 6
[23]«Arrivati a un punto/ apparve la luna/e Rodi/
bianco, ma così bianco/ che neppure il latte», in: Vincenzo Luciani, Vanzature/Avanzi, p. 35
[24]«Io di vento e nuvole son fatto/ come te Ischitella/ che cambi aspetto a
ogni soffio/ che le nuvole cambia./ Nuvole in massa, tante/ come le pietre/ un
mare di pietre/ mai le stesse/ pietre e mai/ le stesse nuvole» in: Vincenzo
Luciani, Vanzature/Avanzi, p. 46
Nell’annunciare l’uscita dell’opera Minnie Pinnikin, di
Beatrice Hastings, a cura di Maristella Diotaiuti, Selvatiche Edizioni-Seed,
2006, traduzione di Francesca Del Moro (opera raccolta da Federico Tortora),
destiniamo a questa pagina del blog materiale dedicato alla nuova pubblicazione, Minnie Pinnikin, opera finora inedita (eccetto alcuni lacerti funzionali ad altri
lavori) che Hastings cominciò a scrivere a Parigi nel 1914. Protagonisti della
narrazione sono se stessa e Amedeo Modigliani.
Minnie Pinnikin sarà presentato, in prima assoluta,
domenica 12 luglio 2026, in occasione della ricorrenza della nascita di Amedeo
Modigliani. La presentazione si svolgerà nell’ambito dell’evento, a cura de Le
Cicale Operose (Maristella, Federico), dedicato a Amedeo Modigliani ("Per Amedeo Modigliani", II Edizione) presso il
locale e il grande Giardino dell’800 di corso Amedeo, 101, presidio culturale fondato
da Le Cicale Operose nel 2016 e dall’8 marzo 2026 sede di Salus Bistrot e Opus Lab
-Spazio Creativo - ASD APS.
Nel frattempo:
11.
Siamo felici di annunciare che è in arrivo in sede l’opera Minnie Pinnikin, di Beatrice Hastings, che sarà presentata in prima assoluta il 12 luglio 2026 alle ore 18:30, presso Salus Bistrot & Opus Lab, corso Amedeo, 101 – Livorno, nel corso della “Giornata per Amedeo Modigliani”, a cura de Le Cicale Operose.
In vista della presentazione, potete 𝐩𝐫𝐞𝐧𝐨𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐯𝐨𝐬𝐭𝐫𝐚 𝐜𝐨𝐩𝐢𝐚 inviando la richiesta a lecicaleoperose@gmail.com oppure via whatsapp al 3472993159 (Federico).
Il costo del libro (dotato di sovra copertina artistica) è di 19 euro.
Con l’acquisto di una copia Le Cicale Operose donerà un segnalibro (plastificato) su cui è raffigurata la scultura di Amedeo Modigliani conservata gelosamente per lunghi anni da Beatrice Hastings e della quale si parla nei due articoli in appendice all’opera.
"Racconto la storia [della mia relazione con Modigliani] in Minnie Pinnikin, un libro inedito […] Io ero Minnie Pinnikin e credevo che tutti vivessero in un mondo di fiaba, come me."
(Beatrice Hastings)
Dalla quarta di copertina:
“Minnie Pinnikin è il racconto, in chiave surreale, onirica, della relazione sentimentale, trasfigurata in arte, tra Beatrice Hastings e Amedeo Modigliani, relazione durata circa due anni, tra il 1914 e il 1916 a Parigi. Si tratta dell’unico racconto autentico perché scritto da una protagonista della storia d’amore, da chi ha vissuto in prima persona un legame turbolento, incandescente, non conforme, ma fatto anche di condivisioni, di idee e visioni comuni, di lavoro, e di quotidianità. Questo posizionamento privilegiato dell’autrice ci consente di entrare nella storia e conoscere quello che di solito è celato, di avvicinarci all’universo complesso di due esseri affini e pure diversi, vicini e lontanissimi, due persone esorbitanti, eccedenti, due artisti decentrati, votati a un’arte totalizzante, in una coincidenza di arte e vita per cui l'esistenza stessa diventa opera d'arte e viceversa.”
Per motivi di ordine etico e per delicatezza, non volendo
cioè strumentalizzare il grande artista livornese né cadere nella narrazione aneddotica
sulla loro relazione, abbiamo sistematicamente evitato di associare Beatrice
Hastings ad Amedeo Modigliani nel pubblicare questi primi cinque volumi che
raccolgono opere inedite di Beatrice Hastings. Inoltre, le sue opere meritavano uno
sguardo circoscritto alla dimensione letteraria.
D’altra parte, fino al nostro lavoro di raccolta dei testi inediti
di Beatrice Hastings, pochi ricercatori sapevano dell’esistenza di sue opere e
della sua attività di giornalista e scrittrice, mentre ne avevano sentito
parlare in relazione alla storia d’amore con Amedeo Modigliani. Ricordiamo che
fino al nostro intervento, ad esempio la pagina Wikipedia conteneva poche righe
su Hastings, descrizioni scarne, approssimative, poco o per nulla veritiere,
come poco veritiera è una certa perenne narrazione denigratoria a danno di
entrambi.
Restare sulla soglia è stato, quindi, il nostro imperativo.
Ma adesso, con il ritrovamento del dattiloscritto Minnie
Pinnikin, di imminente pubblicazione con Selvatiche Edizioni-Seed, è la stessa
Beatrice Hastings a parlare della sua relazione con Amedeo Modigliani.
Minnie Pinnikin, scritta dall’autrice in lingua francese,
probabilmente per essere letta in occasione di una mostra d’arte collettiva al
Salon D’Antin, nel 1915, è l’unica opera in cui Beatrice parla di Amedeo, anzi,
l’artista livornese è insieme a lei protagonista della storia. Beatrice colloca
Amedeo in una dimensione immaginifica, artistica, l’unica che, a suo vedere,
può rappresentare nella sua autenticità la storia d’amore tra i due. Una
dimensione inviolata, protetta, lontana dalla “gente comune” che non può
comprendere il modo di vivere di questi artisti (l’aneddotica di cui si parlava
è conseguenza di questa incomprensione). In questa dimensione Beatrice si
compenetra nell’arte di Modigliani, la intende appieno (l’analisi dell’opera di
Amedeo da parte di Beatrice è elemento prezioso di quest’opera), Beatrice ama
Modigliani quanto ama la sua arte.
Il 12 luglio sarà
quindi un evento memorabile, la prima volta in cui sarà consegnato, attraverso
questa pubblicazione, lo scrigno che racchiude il mondo di Beatrice e Amedeo.
In foto: Amedeo Modigliani - 1914, anno in cui incontrò Beatrice Hastings.
9.
Minnie Pinnikin. Traduzione: Francesca Del Moro.
Siamo grati e riconoscenti a Francesca Del Moro, poetessa, traduttrice, per la splendida
traduzione dal francese di Minnie
Pinnikin (unica opera scritta da BH in lingua francese), per aver ritenuto Minnie Pinnikin un’opera letteraria pregevole
e meritevole di attenzione, per aver caldeggiato la nostra opera alla Casa
Editrice Selvatiche Edizioni-Seed che presto consentirà a tutte e a tutti di
leggere per la prima volta il dattiloscritto Minnie Pinnikin nella sua forma integrale. Questa preziosa
traduzione è stata resa possibile anche grazie ai 450 soci de Le Cicale Operose
che hanno contribuito, nel 2024, a sostenere il costo della traduzione insieme
a noi.
Per sempre grati!
Francesca Del Moro
È nata a Livorno nel 1971 e vive a Bologna. È
laureata in lingue e dottore di ricerca in Scienza della traduzione. Ha
pubblicato i libri di poesia Fuori tempo (Giraldi, 2005), Non a sua immagine
(Giraldi, 2007), Quella che resta (Giraldi, 2008), Gabbiani ipotetici
(Cicorivolta, 2013), Le conseguenze della musica (Cicorivolta, 2014), Gli
obbedienti (Cicorivolta, 2016), Una piccolissima morte (edizionifolli, 2017,
ripubblicato nel 2018 come ebook nella collana Versante Ripido / LaRecherche),
La statura della palma. Canti di martiri antiche (Cofine, 2019), Ex madre
(Arcipelago itaca, 2022), Questo posto buono (edizionifolli, 2023),
Sovraliminale (Progetto Cultura, 2023), L (Gattomerlino, 2024) e La metà
notturna (Bohumil, 2024). Ha curato e tradotto numerosi volumi di saggistica e
narrativa e in poesia ha tradotto le Fleurs du Mal di Charles Baudelaire (Le
Cáriti, 2010) i Derniers Vers di Jules Laforgue (Marco Saya, 2020) e una
selezione degli Chants d’Utopie di Brice Bonfanti (Arcipelago itaca, 2025). Fa
parte del collettivo Arts Factory e del Club Pavese+Tenco insieme a Federica
Gonnelli e alla fondatrice Adriana M. Soldini, con le quali ha contribuito come
traduttrice e performer ai cataloghi, alle opere di videoarte e alle
performance di presentazione delle mostre collettive di arte contemporanea
Scorporo (2011), Into the Darkness (2012) e Look at Me! (2013), nonché allo
spettacolo Rose gialle in una coppa nera dedicato a Cesare Pavese e Luigi Tenco
(2018). Propone performance di musica e poesia insieme alle Memorie dal
SottoSuono, con cui ha inciso due brani inclusi nelle compilation Leitmotiv 13
(2013) e Leitmotiv 14 (2014) prodotte da Fuzz Studio e ha partecipato alla
realizzazione del primo album omonimo (2016). Nel 2013 ha pubblicato la
biografia della rock band Placebo La rosa e la corda. Placebo 20 Years, edita
da Sound and Vision. Dal 2007 organizza eventi in collaborazione con varie
associazioni bolognesi e fa parte del comitato organizzativo del festival
multidisciplinare Bologna in Lettere.
L’ultima sua opera è la pubblicazione del volume 𝐿𝑎𝑠𝑡𝑎𝑡𝑢𝑟𝑎𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎𝑝𝑎𝑙𝑚𝑎,
Selvatiche Edizioni-Seed, 2025, illustrazioni di Jara Marzulli, postfazioni di
Anna Maria Curci e Adriana Maria Soldini.
8.
Brevi note biografiche di Beatrice Hastings. Di Federico Tortora
Per aprire il video cliccare sull'immagine. Buona visione.
6.
In appendice al volume Minnie Pinnikin troverete due articoli "bonus", di Mario Di Chiara e di Federico Tortora.
Ecco i titoli:
Mario Di Chiara: Sulle tracce della scultura di Modigliani salvata da Hastings. Bibliografia di sintesi, 1954-2010.
Federico Tortora:La salvifica presenza di Beatrice Hastings nella vita di Amedeo Modigliani dal 1914 al 1916.
I due articoli sono esiti di ricerche specifiche su Beatrice Hastings e Amedeo Modigliani, frutto di una collaborazione piacevole e avventurosa tra i due contributori, condividendo le rispettive fonti documentali certe in loro possesso, che hanno restituito una messa a fuoco sui temi trattati depurata da qualsiasi narrazione fantasiosa.
Ringraziamo Chiara Serani e Marina Petri per le traduzioni di alcuni virgolettati contenuti nei due articoli.
Federico Tortora (Le Cicale Operose): da anni raccoglie opere inedite di Beatrice Hastings affidandone le pubblicazioni, a cura di Maristella Diotaiuti, a varie case editrici italiane. È autore dei volumi "Il testamento di Jenny, Erasmo Editore, 2015 e Beatrice Hastings in full revolt, Le Cicale Operose, 2020.
Mario Di Chiara: Conosciuto come uno tra i maggiori collezionisti di fotografia dell’800, in special modo toscana, annovera nella sua raccolta ritratti originali di Amedeo Modigliani. È stato tra i relatori del convegno internazionale di studi Modigliani, ebreo livornese, 2020. Nella sua biblioteca conserva circa cento pubblicazioni su Amedeo Modigliani.
5.
Estratti da alcune note e recensioni sulle opere di Beatrice Hastings finora pubblicate a cura de Le Cicale Operose.
Per il
volume Beatrice Hastings in full revolt, a cura di Diotaiuti, Tortora, Le
Cicale Operose, 2020
“Questo libro
nasce da una urgenza e da una constatazione. La constatazione di una operazione
sistematica e violenta di cancellazione, di oscuramento, realizzata nei
confronti di Beatrice Hastings che abbiamo scoperto essere una intellettuale di
sicuro talento. Nasce dall’urgenza di restituirle il posto che le spetta di
diritto nel mondo della cultura, delle lettere e del giornalismo europeo.”
Maristella Diotaiuti, in Beatrice Hastings in full revolt.
*
“[…] riesce a passare con naturalezza dalla
repulsione per la guerra alle surreali Feminine Fables, dagli articoli in
difesa del diritto di autodeterminazione delle donne alla rievocazione del
mondo magico dei nativi africani, e infine alle poesie e ai romanzi, che
lasciano affiorare antiche e recenti lacerazioni”
Maria
Clelia Cardona, in“Beatrice va da sola”, Leggendaria n. 143, settembre 2020
*
“Se gli uomini
sono collerici e ambiziosi di solito il cerchio maschile del consenso li
giustifica; se le donne si infuriano o vogliono riconoscimento, l’antico uso
sociale le isola. […] Sono lieta perciò di ritrovare la citazione “in full
revolt” in un libro atipico dedicato a […] una scrittrice di versi, articoli,
romanzi, cancellata dalla memoria collettiva e recuperata da un team
cilentano-napoletano[…]”
Antonella
Cilento, in “La critica femminile
inquieta gli uomini”, in la Repubblica - Napoli, 22 febbraio, 2020
*
Beatrice
Hastings fa parte a pieno titolo di quella coraggiosa minoranza di
disobbedienti e di ribelli al patriarcato ma la sua contestazione è stata
profondamente radicale e politica. Parte dalle fondamenta della misoginia e
dello sfruttamento delle donne, perché affronta le caratteristiche del sistema
politico ed economico che sostiene la divisione tra un genere che opprime e un
genere che è oppresso.
Floriana
Coppola,in“Beatrice Hastings e le disobbedienti”, in Lo spazio di Atena, Versipelle, 2 maggio,
2022
*
“Il
volume Beatrice Hastings in full revolt, tra i tanti meriti, ha proprio quello
di fare luce, finalmente, sulle sue indubbie qualità di scrittrice,
giornalista, poetessa e intellettuale, che fino alla morte volontaria, avvenuta
nel 1943, affermò e praticò la sua libertà di essere, ossia di scrivere, amare,
vivere.”
Chiara Pasetti,in“L’animo
libero e rivoluzionario di Beatrice Hastings”, Il Sole24Ore, 7 marzo, 2021
*
“Se nelle Favole
femminili, la sofferenza per una condizione in cui le proprie risorse
(sensibilità, intelligenza, cultura) vengono sopraffatte dal sistema sociale
che stabilisce a priori l’inferiorità della donna, è anche vero che la dea
vince sempre. Basta seguire la propria volontà, esaudire i propri desideri, a
costo di tutto, senza demordere mai.”
“[…] La voce di Beatrice Hastings scolpisce le parole, le fa
risplendere nell’acciaio. Il suo stile è perentorio e senza tentennamenti.”
Rosa Pierno, in“Le favole femminili di Beatrice Hastings”,
in Trasversale, un percorso fra le arti, di Rosa Pierno, 22 ottobre, 2023.
*
“La sua cifra esistenziale fu l’intensità [...] La
sua scrittura è graffiante,intrisa di sentimenti forti: rabbia, sdegno,
combattività e spirito di sovversione. L’accettazione dello status quo non era
tra le opzioni possibili per lei che racconta di donne che sfioriscono
precocemente perché costrette a cedere alle aspettative sociali che le privano
di spazi di realizzazione.”
Francesca Vitelli, in Le disobbedienti: Beatrice Hastings, in Il mondo di Suk, 10 gennaio
2022
Per
gli Atti del Primo Convegno, AA.VV. Le Cicale Operose, 2021
“[…] per una
donna che vuole compiere il suo percorso di libertà, che vuole essere signora delle proprie scelte e della
propria vita, come è stata indubbiamente Beatrice Hastings, è importante poter
rispecchiarsi in donne che hanno il coraggio di rivoluzionare il ruolo loro
imposto, di trasformare se stesse e insieme il mondo in cui si sono trovate a
vivere.”
Daniela Bertelli, in“Il
peggior nemico della donna: la donna, in Atti del Primo Convegno, 2021
*
“Beatrice
Hastings può essere definita una donna di contrasti innanzitutto perché come donna
e femminista persegue con la scrittura un’esigenza di razionalità, derivante
dalla necessità di raccontare la condizione della donna del tempo,
manifestando il proprio impegno sociale e politico con voce alta e decisa […] D’altro canto, però crea su di sé un personaggio
di femmina fatale,
di donna stravagante e libera negli atteggiamenti, svincolata dalle regole
della società borghese e della morale corrente.”
Nadia Chiaverini, in“Una
donna di contrasti”,in Atti del Primo Convegno, 2021
*
“[…] troviamo nelle poesie di Hastings
un’ammirevolemaestria nell’impiego delle
varie forme e stilemi che adotta; infatti molti di questi testi raggiungono
una considerevole forza espressiva.”
Brenda Porster,in“Due
poesie”, in Atti
del Primo Convegno, 2021
*
“Una vita vissuta
fino in fondo da donna forte indipendente e coraggiosa, in perenne ricerca di
se stessa, passionale, eccentrica, spregiudicata, beffarda, impetuosa,
stracciona, esilarante, vitalissima, in
full revolt, un mix di pennellate di colore, abiti con drappeggi
violacei, rossi, verdi, accessori vistosi e burlesque, ornamenti da ironia
preraffaellita.”
Oriana
Rossi, in Beatrice Hastings, La vita sociale
e politica, in Atti del Primo Convegno, 2021
*
“In un mondo maschilista dove le donne erano
relegate essenzialmente in ruoli ancillari, l’irrompere sulla scena di
un’intellettuale di così grande spessore, non era tollerato e il fiore
dell’amaranto non poteva sbocciare.”
Elisabetta Stellato, in Beatrice Hastings, Mito e simbolo nei racconti d’Africa in Atti del Primo
Convegno, 2021
*
“[…] lo
sperimentalismo continuo non può essere indice di cambiamento, poiché
diviene esso stesso una moda e come tale perde di genuinità. Il riconoscimento
di questo paradosso è senz’altro parte integrante dell’esperienza poetica hastingsiana,
e rivela un’ulteriore particolarità dell’autrice: la piena rivolta (che è,
appunto, “piena” e non “continua”) va vissuta come stato sostanziale e
ontologico, non formale. A dover essere giudicati rivoluzionari sono quindi gli
esiti contenutistici e concettuali, non formali [..]
Simone Turco, in“Breve nota su un diverso
modernismo”,in Atti del Primo Convegno, 2021
Per il
volume Woman’s Worst Enemy: Woman, Beatrice Hastings, a cura di Maristella
Diotaiuti, Astarte Edizioni, 2022
“Il titolo, volutamente
provocatorio, nasce dalla sua opposizione ai miti della maternità che le stesse
donne promuovono e impongono alle altre donne. Hastings intende sottoporre a
critica e riformare gli atteggiamenti morali verso la maternità, verso il
parto e tutto il processo procreativo, investendo anche la sessualità e il
secolare controllo esercitato sul corpo femminile dovuto alla sua capacità
procreativa. Un corpo, né nominato e né previsto dagli atti legislativi,
considerato come semplice contenitore riproduttivo, ma indispensabile,
fondamentale per la costruzione della struttura patriarcale e capitalistica […]
Senza
Beatrice Hastings non saremmo le stesse. Giornalista, poeta, autrice, donna
senza precedenti […] Viene presa per pazza, dissoluta, incompetente. Non ha
timore a dire la parola più autentica, che è spesso la più scomoda. Della questione
dell’autenticità, in quanto volontà di dire se stesse, scriverà molto dopo
Carla Lonzi […]. Fra le molte andate perse e poi ritrovate, Beatrice Hastings è
una delle più preziose.”
Giada Bonu, dalla sua postfazione “Il
mondo prima di Beatrice Hastings. Genealogie ed eredità dei femminismi
contemporanei”, pubblicato in “Woman’s Worst Enemy: Woman”..
*
“Beatrice Hastings ha una concezione altissima
della maternità. Proprio per questo i suoi interventi sono duri e radicali e
perseguono un duplice obiettivo. Da un lato quello di non sacrificare e non
ridurre la donna al suo “ruolo” materno e, dall’altro, quello di smettere di
pensare alla maternità come una “funzione” sociale ma come a qualcosa di
irriducibile alle logiche di mercato e a qualunque forma di negoziazione
contrattuale come quella del matrimonio”
Stefania Tarantino, da L’ascesa della donna contro la tirannia della più potente passione al
mondo, pubblicato in “Woman’s Worst Enemy: Woman”.
Per il
volume Sepolcri Imbiancati, di Beatrice Hastings, a cura di Maristella
Diotaiuti, Terra d’ulivi Edizioni, 2024
“Uno degli elementi più sapienti della tecnica
di Hastings è un opportuno uso delle ellissi, fattore che, per esempio, ha in
comune con il Verga novelliere. Le sforbiciate sulla vita-non vita di Nan fanno
sì che di essa ci restino fotogrammi memorabili, quelli che attribuiscono un
senso alla sua parabola esistenziale”
Gianni Antonio Palumbo, dal suo articolo nel blog Giano Bifronte, Gianni Antonio Palumbo, 4 maggio 2024.
*
“Nella poesia “In the presence”, Hastings
definisce bene chi sono i suoi interlocutori, ovvero…praticamente nessuno!”;
“ Beatrice Hastings era in conflitto con
tutto ciò che è normato, sempre a margine di ogni pensiero che metteva in
discussione”
Silvia
Rosa, nel corso della presentazione di Sepolcri Imbiancati, di Beatrice
Hastings, 4 maggio 2024, Libreria Belgravia, Torino
*
“[L]a
riscoperta di Diotaiuti e Tortora è doppiamente apprezzabile, sia perché
ricolloca Hastings nel perimetro di quella cultura modernista britannica dai
cui contemporanei era stata estromessa a viva forza e contribuisce così ad
arricchirne il quadro generale, sia perché consegna alla tradizione della
scrittura e del pensiero femminile l’ulteriore tassello di una genealogia
ancora in larga misura da ricostruire.”
Chiara Serani, dalla nota di
lettura, in corso di pubblicazione.
*
“Hastings
amava descriversi “In full revolt”. La scrittura è stata per lei una lotta
permanente. Per questa sua vocazione ha pagato un prezzo atroce. Se negli
stessi anni qualcuno celebrava in Italia il superomismo della vita come opera
d’arte, lei, già andando oltre le colonne della modernità, sperimentava,
all’opposto, l’uso della parola come corpo vivente.”
Pasquale Vitagliano, tratto dal suo articolo Dietro ai “Sepolcri Imbiancati” di Beatrice
Hastings, Il Manifesto del 31 luglio, 2024
Per il
volume La Commedia delle Fanciulle, a cura di Maristella Diotaiuti, traduzione
di Rubina Valli, in corso di pubblicazione, Terra d’ulivi Edizioni, 2025
“[,,,]
riadatta in modo dissacrante il patrimonio letterario del medioevo europeo, e
in particolare quello maschile, irridendo la figura dell’eroe e la fissità
schematica dell’epica, al contempo mettendone in luce la ancora sconfinata
fecondità”
Dall'introduzione di Maristella Diotaiuti.
*
“Tradurre The Maids’ Comedy significa incontrare una complessità tanto
ricca quanto sfuggente, una filigrana di rimandi linguistici e culturali che
Beatrice Hastings tesse con leggerezza e abilità, più accennando che andando a
fondo, trasportando il lettore in un viaggio che è sì picaresco e scherzoso, ma
anche simile a un rito iniziatico in cui tutti i personaggi sono di volta in
volta protagonisti e, tra uno scherzo e l’altro, danno voce a idee e ideali di
grande spessore.”
Rubina Valli, dal suo articolo “Tradurre Beatrice Hastings”, pubblicato nel volume.
*
4.
Prefazione di Maristella Diotaiuti: Prime impressioni.
Abbiamo sottoposto ad alcune lettrici e lettori la prefazione di Maristella Diotaiuti per il volume Minnie Pinnikin, per chiedere cosa ne pensassero. Maristella è felice e onorata di ricevere i primi apprezzamenti (ringraziamo, ad esempio, la favolosa Anna Maria Curci per l'attenzione e le parole spese).
Pubblichiamo qui le preziose parole che Roberto Galeazzi e Lucio Macchia hanno dedicato alla prefazione. Ringraziamo Roberto e Lucio per l'attenzione e per le loro note e consuete capacità di analisi. Buona lettura.
Roberto Galeazzi: “La prefazione getta una luce novissima sul guascone
labronico che invoglia a riprenderne le opere e a riconsiderarle. Due elementi
in particolare, quello del depistaggio dall’idea del reale che pur non
significa perseguire il puro gesto slegato dal senso ma implica un suo
aggiramento […], e poi il tema analogo della vanità del bordo come
contenimento, protezione d’identità, mentre suggerisce il tema del bordo come
soglia, limine. […] Il testo di Maristella evidenzia come la scrittura di
Hastings fosse proiettata in un approccio che, al suo tempo, contava pochi
esempi simili, cioè, un atteggiamento svincolato dall'ossessione per la
"cifra" stilistica, la riconoscibilità dell'autore, l'inquadramento
in un genere, funzionale al cosiddetto mercato
dell'arte...("malattia" che accompagna anche l'arte visiva, a partire
dal secolo scorso), con una rischiosa e disinteressata attitudine a sparigliare
le carte, indossando maschere, pseudonimi, giocando con il linguaggio che
attraversa simultaneamente in direzioni diverse, evocando una molteplicità di
piani narrativi che le negano i comodi escamotage della facilità comunicativa.
E a questa complessità il lavoro di Maristella rende pienamente giustizia.”
Lucio Macchia: "Ho letto la prefazione che ho trovato davvero notevole. Ammirevole la prosa saggistica di Maristella che intreccia molteplici registri: filologico, storico/aneddotico, filosofico, critico, psicologico, senza mai appesantire e componendo un affresco vivace e raffinato dell'opera nella sua intenzione e struttura. Una prosa che ha un bel ritmo interno, ricca di citazioni ma scorrevole, vivace, fresca. Riflette la grande passione per questa straordinaria ricerca. Chapeau! In bocca al lupo per la pubblicazione!"
3.
Beatrice Hastings e Amedeo
Modigliani.
Numerosi biografi di Modigliani ed
altri scrittori, nel descrivere la loro avventura, si sono quasi sempre soffermati
sui soliti aneddoti più volte ribaditi. Crediamo, invece, che della relazione
tra Beatrice e Amedeo debba essere considerata l’essenza più significativa e
importante, poiché i continui confronti hanno determinato un prolifico momento
di crescita per entrambi, sul piano
artistico e intellettuale.
Due formazioni diverse ma che trovano
convergenze di idee e opinione sul gusto estetico dell’arte, sullo
spiritualismo, sul loro agire nel segno di un continuo sconfinamento in nome
dell’arte.
Un nutrimento reciproco che ha
persuaso Hastings a scrivere Minnie Pinnikin, opera parigina, finora inedita,
in cui finalmente potrete trovare la vera essenza della loro relazione, la
concezione dell’arte di Modigliani resa mediante lo sguardo di Beatrice Hastings,
grande intellettuale mai letta e quindi mai finora riconosciuta per le sue
doti, ma solo per la sistematica tessitura aneddotica, falsa e denigratoria, che ha
trascinato Hastings nell’oblio.
“La scrittura di Beatrice Hastings è
una scrittura rilevante, per originalità e bravura, per profondità e
molteplicità di contenuti, per dirompenza di passione”.
In Minnie Pinnikin troverete prova
della sua grandezza.
Federico Tortora
2.
Un piccolissimo estratto dalla prefazione di Maristella Diotaiuti per l'opera Minnie Pinnikin:
Questo è infatti, un libro utopico, invenzione e fantasia, onirico e surreale, metafisico o, meglio, patafisico ma reale. Un libro incorporeo, rarefatto e pure concreto, fisico e tangibile. Un libro ibrido di immaginazione e di realtà in cui tutto si mescola per dare vita a un universo parallelo con la sua architettura, i suoi personaggi, i suoi oggetti, speculare a quello reale ma con questo in profonda relazione e derivazione.
1.
Lasciamo, in questa clip, parole tratte dall'opera che lasciano intuire i suoi contenuti e
la visione dell'arte di Beatrice.
Ringraziamo di cuore Beppe Giannotti,
poeta Lunigianese, per aver prestato la sua voce a Minnie (Beatrice Hastings).
Buon ascolto.
Federico
Immagine nella pagina: opera di Leonora Carrington