Quando, solitamente nella classe quinta liceo, ma talvolta
anche in anni che precedono quello conclusivo, menziono il nome di Ingeborg
Bachmann, di cui oggi - 25 giugno 2026 - ricorre il centenario della nascita, non posso
fare a meno di volgere lo sguardo fuori dalla finestra dell’aula scolastica[1], dove
so che, oltre la cortina verde di alberi e cespugli, c’è l’edificio
dell’ospedale Sant’Eugenio. Lì, al reparto “grandi ustionati”, in quella che
Fleur Jaeggy in Gli ultimi giorni di Ingeborg Bachmann chiama “la stanza
asettica”, la scrittrice nativa di Klagenfurt fu ricoverata tra il 26 settembre
e il 17 ottobre 1973, giorno della sua morte. Il movimento degli occhi, il
volgere lo sguardo è per me non solo riflesso spontaneo e immediato, ma anche
un gesto che rinnova la volontà di esplorare, attraverso l’opera di Bachmann,
l’intreccio complesso, il divenire inesauribile delle relazioni tra umanità,
scrittura, verità, menzogna, smascheramento, lingua e linguaggi.
Tra i numerosi fili rossi di cui è disseminata
l’opera di Ingeborg Bachmann, mi sembra di poter individuare come
particolarmente significativo quello che riguarda la relazione tra vista e
verità. Quanto l’umano è in grado di vedere, sceglie di vedere? Una volta che
“si sono aperti gli occhi”, quanta e quale verità è “ragionevolmente esigibile”
(“zumutbar”) dall’essere umano? E chi scrive, chi non può fare altro che
scrivere, come Ingeborg Bachmann, colei che, come ricordava Christa Wolf in Trama
d’infanzia, di sé affermava: “Con la mia mano bruciata scrivo della natura
del fuoco”, che cosa deve, può fare, dinanzi alla vista della verità che si
schiude ai suoi occhi?
Ho deciso di seguire questo filo rosso attraverso
due testi di Bachmann.
Il primo è il discorso da lei pronunciato il 17
marzo 1959[2],
quando le fu conferito il Premio dei Ciechi di guerra per il miglior
radiodramma (si trattava della sua opera Il buon Dio di Manhattan).
Il secondo è il racconto Ihr glücklichen Augen,
apparso nella raccolta di racconti Simultan, del 1972, Il racconto è
apparso nella traduzione di Ippolito Pizzetti nella raccolta Tre sentieri
per il lago e reca il titolo Occhi felici.
Il titolo con il quale il discorso del 17 marzo
1959 è entrato nella storia della letteratura è tratto da un passaggio centrale
del discorso stesso: “Die Wahrheit
ist dem Menschen zumutbar”, vale a dire “La verità si può pretendere
dall’essere umano”, “L’essere umano può affrontare la verità”, “La verità è
ragionevolmente esigibile dall’essere umano - è una e inequivocabile e, soprattutto, non è
una pretesa sfacciata per il genere umano, come recita una certa vulgata
demagogica attualmente in voga. Altrimenti non è verità. Dal discorso ho tratto
e tradotto due passaggi che ritengo particolarmente significativi[3].
[…] Così
il compito dello scrittore non può consistere nel negare il dolore, nel
cancellarne le tracce, illudersi che non ci sia. Al contrario, egli deve
provarlo e, ancora una volta, farlo provare, affinché tutti possiamo vedere.
Perché noi tutti vogliamo diventare vedenti. E solo quel dolore segreto ci
rende sensibili all’esperienza e in particolare a quella della verità. Noi
diciamo, in maniera molto semplice e corretta, quando giungiamo a questo stato,
lucido, doloroso, in cui il dolore si fa fecondo: “Mi si sono aperti gli
occhi.” Non lo diciamo perché abbiamo davvero percepito esteriormente una cosa
o un evento, ma perché afferriamo ciò che non possiamo vedere. E questo è ciò
che l'arte dovrebbe ottenere: che, in tal senso, ci si aprano gli occhi. […][4]
[…] Come lo scrittore cerca di incoraggiare gli altri alla verità, per il tramite di ciò che espone nella sua opera, così gli altri incoraggiano lui, quando, nel lodarlo e nel biasimarlo, gli danno a intendere di pretendere da lui la verità e di voler giungere allo stato in cui si aprono loro gli occhi. La verità, infatti, si può pretendere. Chi, se non coloro tra voi che sono stati colpiti da una dura sorte, potrebbe testimoniare in maniera più efficace che la nostra forza va oltre la nostra sventura, che chi è stato derubato di molto, è capace di sollevarsi, che si è in grado di vivere disillusi, vale a dire senza cadere vittima di inganni. Penso che all’essere umano sia concessa una sorta di orgoglio, l’orgoglio di chi nell’oscurità del mondo non si arrende e non smette di cercare la cosa giusta. […][5]
Come gli altri racconti della raccolta Simultan, anche Ihr glücklichen Augen presenta riferimenti intertestuali. Essi
emergono già dal titolo, che letteralmente suona “Voi occhi felici” e che è in
realtà la citazione di un verso di Goethe in Faust, II parte, V atto, scena “Tiefe
Nacht”, “Notte fonda”. È Linceo, il torriere (Lynceus der Türmer), a parlare:
Ihr
glücklichen Augen
Was je ihr gesehen,
Es sei, wie es wolle,
Es war doch so schön!
ovvero:
Voi occhi felici
Per ciò che vedeste,
Ma sia quel che sia,
Fu pur così bello![6]
L’ironia di Bachmann, il ‘rovesciamento su carta’
dell’io scrivente, sta nell’aver associato indirettamente le parole di una
persona la cui esistenza è scandita e caratterizzata dalla vista acuta alla
vicenda narrata nel suo racconto, quella di Miranda, affetta da una miopia
fortissima:
«Aveva cominciato con 2,50 a destra e 3,50 a
sinistra, ricorda Miranda, ma adesso, con perfetta armonia, di diottrie ne ha
7,5 per occhio»[7].
Miranda è inoltre il nome della figlia di Prospero
in La tempesta di William Shakespeare. L’apparente ingenuità e la
spiccata capacità di empatia accomuna i due personaggi femminili, tanto
distanti nel tempo e nella collocazione letteraria. La coincidenza dei nomi, ai
miei occhi tutt’altro che casuale, mi sembra sia frutto di una scelta precisa
di Ingeborg Bachmann, che già all’inizio del 1960, nella quarta delle cinque
lezioni di Francoforte, intitolata Il rapporto con i nomi, scriveva:
«I nostri nomi sono accidentali e spesso siamo
assaliti dalla sensazione di essere anonimi a noi stessi e al mondo. Da ciò
nasce il bisogno di nomi, nomi di figure, di luoghi, nomi in genere.»[8].
Se si pensa inoltre al significato in latino del
nome “Miranda”, ci viene incontro un ulteriore rovesciamento operato
dall’autrice. Il personaggio principale del racconto Occhi felici di
Ingeborg Bachmann, Miranda, dunque, che prova una vera e propria repulsione
dinanzi al mondo visto con le lenti che le correggono il difetto, porta un nome
che significa “colei che va guardata”, “colei che va ammirata”.
Le situazioni tragicomiche – tra la teatralità
secolare viennese e le ispirazioni ‘à la Gogol’, i calembour e l’ironia sui
modi di dire comuni, per esempio «tenete d’occhio il vostro bene» – che
scaturiscono dalla scelta di Miranda, al crocevia tra rifiuto, smarrimento,
distacco, solitudine, isolamento si iscrivono in una narrazione che rende conto
di un processo, di un progressivo allontanamento di Miranda dal suo partner
Josef. Già, perché Miranda sa che vedere può causare un’ampia tavolozza di sentimenti
negativi, dal fastidio allo strazio, ma le sue intuizioni, dunque le sue
visioni in profondità, sono vere e proprie preveggenze.
È infatti proprio Miranda, che nell’udito ha il suo
«bene più caro», ad avere percepito che il tempo e il suo correre inesorabile
verso la catastrofe, avrebbe determinato l’interesse di Josef per Stasi
(Anastasia), una “amica” della donna. Che cosa fa allora la protagonista del
racconto dinanzi a questa “ragionevolmente esigibile”, se pur dolorosa, verità?
Semplicemente, Miranda accelera la fine della propria relazione con Josef,
spingendo l’uno nelle braccia dell’altra.
C’è molto di più, naturalmente, e un passaggio
significativo rivela due punti nodali: il primo è relativo alla contemporaneità della stesura di
questo e degli altri racconti del volume Simultan con il lavoro al
progetto Todesarten (“Modi di morire”, “Tipologie di morte”) che avrebbe
dovuto comprendere i testi narrativi Malina (l’unico completo tra i
romanzi), Requiem per Fanny Goldmann, Il caso Franza; il secondo
concerne l’autorialità moltiplicata nella prosa di Bachmann, giacché il punto
di vista in un passaggio significativo è quello di Josef:
«Si allaccia lentamente le scarpe e cerca la
cravatta, che si annoda con espressione assorta, senza guardare Miranda una
sola volta. Si versa uno Sliwowitz, va alla finestra e osserva la targa della
strada: I. Blutgasse. Il mio candido angelo. Per un attimo stringe Miranda tra
le braccia, le sfiora con la bocca i capelli ed è incapace di vedere o sentire
altro che la parola “Blutgasse”. Chi ci fa tutto questo? Cosa ci facciamo noi
l’un l’altro? Perché io devo far questo? E vorrebbe, sì, baciare Miranda, ma
non può, e così si limita a pensare, ancora oggi si fanno delle esecuzioni
capitali, e questa non è nient’altro che una esecuzione, perché tutto quello
che faccio è un misfatto, e i fatti sono appunto i misfatti. E il suo angelo lo
guarda con gli occhi sbarrati, tiene gli occhi aperti interrogativamente, come
se ci fosse ancora qualcosa da scoprire in Josef, ma, dopo, con un’espressione
che lo distrugge ancora di più, in quanto lo assolve e lo grazia. Josef sa che
nessuno lo guarderà così mai più, neppure Anastasia, e perciò preferisce chiudere
gli occhi.»[9].
Dinanzi a chi sceglie di chiudere gli occhi, a chi
prevede e a chi va incontro alla catastrofe, colei che scrive, Ingeborg
Bachmann, che in epigrafe a questo racconto annota: Georg Groddeck in
memoriam, dedicandolo dunque al medico che aveva affermato - come la
scrittrice stessa ricordava tra il 1966 e il 1967 - «non esiste malattia che
non venga prodotta dal malato», non dimentica mai il proprio compito, quello di
continuare a scrivere, non arrendersi all’oscurità del mondo, non smettere di
cercare la cosa giusta. Tutto questo, come giustamente sottolineava Aldo
Giorgio Gargani nel saggio Il pensiero raccontato, avviene nella
consapevolezza del nesso indivisibile tra l’analisi critica del linguaggio e
l’impegno etico nei confronti di un mondo nuovo.
Biblio-sitografia
Ingeborg Bachmann,
Die Wahrheit ist dem Menschen zumutbar,
in: I. Bachmann, Gedichte. Erzählungen,
Hörspiel, Essays, Piper 1964, pp. 294-297
Ingeborg Bachmann, Letteratura come utopia. Lezioni di Francoforte. Traduzione di
Vanda Perretta. Cura editoriale di Renata Colorni, Adelphi Edizioni 1993
Ingeborg Bachmann, Tre sentieri per il lago. Traduzione di Amina Pandolfi, tranne che
per il racconto Occhi felici che è
stato tradotto da Ippolito Pizzetti, Adelphi 2012 (la prima edizione Adelphi è
del 1980)
Ingeborg Bachmann, A occhi aperti. Saggi, discorsi, scritti vari, a cura e con la traduzione di Barbara Agnese, Adelphi
Edizioni 2025
Anna Maria Curci, „La verità si può
pretendere”, blog “La poesia e lo spirito”, 19 marzo 2010 https://www.lapoesiaelospirito.it/2010/03/19/la-verita-si-puo-pretendere-di-anna-maria-curci/
Aldo Giorgio Gargani, Il pensiero raccontato. Saggio su Ingeborg
Bachmann, Laterza 1995
[1] Insegno nel liceo linguistico dell‘Istituto Statale “Vincenzo Arangio Ruiz”, che si trova nel quartiere EUR di Roma, molto vicino all’Ospedale Sant’Eugenio.
[2] Ingeborg Bachmann,
Die Wahrheit ist dem Menschen zumutbar. Rede anlässlich der Verleihung des
Hörspielpreises der Kriegsblinden 1959.
[3] La mia traduzione è apparsa il 19 marzo 2010 sul blog “La poesia e lo spirito” https://www.lapoesiaelospirito.it/2010/03/19/la-verita-si-puo-pretendere-di-anna-maria-curci/ . Una versione dal titolo “L’uomo può affrontare la verità” è apparsa di recente nel volume di Ingeborg Bachmann A occhi aperti. Saggi, discorsi, scritti vari, a cura e con la traduzione di Barbara Agnese, Adelphi Edizioni 2025, pp. 98-102.
[4] So kann es auch nicht die Aufgabe des Schriftstellers
sein, den Schmerz zu leugnen, seine Spuren zu verwischen, über ihn
hinwegzutäuschen. Er muß ihn - im Gegenteil - wahrhaben und noch einmal, damit
wir sehen können, wahrmachen. Denn wir wollen alle sehend werden. Und jener
geheime Schmerz macht uns erst für die Erfahrung empfindlich und insbesondere
für die der Wahrheit. Wir sagen sehr einfach und richtig, wenn wir in diesen
Zustand kommen, den hellen, wehen, in dem der Schmerz fruchtbar wird: „Mir sind
die Augen aufgegangen“. Wir sagen das nicht, weil wir eine Sache oder einen
Vorfall äußerlich wahrgenommen haben, sondern weil wir begreifen, was wir doch
nicht sehen können. Und das sollte die Kunst zuwegebringen: daß uns in diesem
Sinn die Augen aufgehen.
[5] Wie der Schriftsteller die anderen zur Wahrheit zu
ermutigen versucht durch Darstellung, so ermutigen ihn die anderen, wenn sie
ihm, in Lob und Tadel, zu verstehen geben, daß sie die Wahrheit von ihm fordern
und in den Stand kommen wollen, wo ihnen die Augen aufgehen. Die Wahrheit
nämlich ist den Menschen zumutbar. Wer, wenn nicht diejenigen unter Ihnen, die
ein schweres Los getroffen hat, könnte besser bezeugen, daß unsere Kraft weiter
reicht als unser Unglück, daß man, um vieles beraubt, sich zu erheben weiß, daß
man enttäuscht, und das heißt: ohne Täuschung zu leben vermag. Ich glaube, dass
dem Menschen eine Art des Stolzes erlaubt ist - der Stolz dessen, der in der
Dunkelheit der Welt nicht aufgibt und nicht aufhört, nach dem Rechten zu sehen.
[6] La traduzione è mia.
[7] Ingeborg Bachmann, Occhi felici, in Tre sentieri per il lago. Traduzione di Amina Pandolfi, tranne che per il racconto Occhi felici che è stato tradotto da Ippolito Pizzetti, Adelphi 2012 (la prima edizione Adelphi è del 1980), p. 89
[8] Ingeborg Bachmann, Letteratura come utopia. Lezioni di Francoforte. Traduzione di Vanda Perretta. Cura editoriale di Renata Colorni, Adelphi Edizioni 1993, p. 85
[9] Ingeborg Bachmann, Occhi felici, in Tre sentieri per il lago, op. cit., p. 105


