Le Cicale Operose (logo e denominazione registrati) è stato un caffè letterario e poi un'associazione culturale, dal 2016 al 2024.
Questo blog conserva la memoria dell'attività svolta in quegli anni ed ospita nuovi contenuti su temi culturali affini all’ethos delle Cicale Operose (vedi menu). Vi terrà inoltre aggiornati sulle attività per Beatrice Hastings.
Karoline
von Günderrode, A quel tempo dolce vita
vivevo.
Ed. tedesca: Insel Verlag GmbH, Frankfurt am Main und Leipzig, 2006
Questo contributo che, nella sua versione odierna, è ampliamento di una precedente, è dedicato alla memoria di Rita Calabrese, recentemente scomparsa. La poesia di Günderrode è qui riportata attraverso più di un 'altro sguardo': quello di Christa Wolf, quello di Rita Calabrese, quello di Anna Maria Curci.
Anni fa mi
giunse in dono da Annamaria Ferramosca un volume che mi riportò sulle tracce di
una poesia conosciuta in passato attraverso la lettura di Kein Ort. Nirgends
(Nessun luogo. Da nessuna parte) di Christa Wolf. Si tratta della poesia
di Karoline von Günderrode, poesia tanto alta quanto colpevolmente trascurata.
Il libro ricevuto in dono era Sconfinare. Percorsi femminili nella
letteratura tedesca (Luciana Tufani Editrice, 2013) di Rita Calabrese,
della quale avevo avuto modo, trenta anni fa, di apprezzare il contributo
ricchissimo al volume Della stessa madre, dello stesso padre. Tredici
sorelle di geni (con Eleonora Chiavetta, Tufani 1996). Il passaggio dal
testo di Rita Calabrese che ridestò in me la gioia di un viaggio a ritroso
nelle mie letture era questo:
«L’IO va
assumendo connotazioni femminili, mentre il NOI comincerà ad abbracciare le
donne dell’una e dell’altra parte, nella comune oppressione patriarcale e nella
stessa costruzione d’identità.
Dall’intreccio di queste tematiche nascono, strettamente collegate tra loro, L’ombra di un sogno, antologia
delle opere di Karoline von Günderrode e il racconto Nessun luogo. Da
nessuna parte, in cui la stessa Günderrode è protagonista insieme a Heinrich
von Kleist. Le due opere segnano la riscoperta di questa grande voce poetica
del romanticismo, morta suicida nel 1806, con modalità e linguaggi differenti.
L’ombra di un sogno è opera germanistica che si configura come esemplare
lezione di metodo a segnare una vera e propria rottura del canone letterario
classicocentrico lukácsiano della RDT e l’inserimento del Romanticismo, ma
soprattutto la rilettura di una voce poetica − e in questo Anna Seghers fa
da punto di riferimento − lacerata tra corpo di donna e virile talento
poetico, mentre Nessun luogo. Da
nessuna parte mette in scena l’incontro fittizio, ma molto verosimile, tra i
due poeti suicidi. In filigrana, nel dramma di intellettuali costretti dopo le
speranze della Rivoluzione Francese, a «battere a sangue la fronte», come
scriveva A. Seghers a Lukács negli anni ’30, contro il muro di una società
repressiva e finiti suicidi, pazzi, esuli, comunque disperati, si riflette il
dramma degli intellettuali della RDT.» (Rita Calabrese, Sconfinare. Percorsi femminili nella
letteratura tedesca, pp. 182-183).
L’invito rivoltomi attraverso quelle pagine fu per me
irresistibile. Mi addentrai nella lettura della preziosa edizione curata da
Christa Wolf, che raccoglie poesie, prosa, lettere di Karoline von Günderrode e
che porta il titolo Einstens lebt ich süßes Leben (“A quel tempo vita
dolce vivevo”). Il volume si apre con il saggio di Christa WolfDer Schatten
eines Traumes, L’ombra di un sogno, all’inizio del quale la scrittrice,
nell’additare il destino di oblio subito dalla poetessa, scrive frasi che ancora
oggi sorprendono per la loro drammatica verità, verità che
si estende, purtroppo, ad altri numerosi destinatari oltre a quelli pensati da
Wolf:
«Un popolo
dilaniato, politicamente immaturo, difficile da smuovere, eppure facile da
sedurre, attaccato al progresso tecnologico invece che al sentimento di
umanità, si permette una fossa comune dell’oblio per coloro che sono andati a
fondo precocemente, per quei testimoni indesiderati di aneliti e paure
soffocati.»
(Christa Wolf, Der Schatten
eines Traums, in:Karoline von Günderrode, Einstens lebt ich süßes Leben.
Gedichte –
Prosa – Briefe. Herausgegeben von Christa Wolf,Insel Verlag, Frankfurt am Main
und Leipzig 2006, p. 14)
(trad. di Anna Maria Curci)
«Una
testimonianza della posizione e della consapevolezza di questa generazione, per
la quale la grande impostazione concettuale dell’illuminismo tedesco si è
ridotta al livello di pragmatica sofisticheria cui l’immagine del mondo si è
sbiadita e appiattita, è questa poesia, tra le prime di Günderrode, con la
quale ella si introduce come poetessa filosofica.»
(Christa
Wolf, Der Schatten eines Traums, in:
Karoline von Günderrode. Einstens lebt
ich süßes Leben. Gedichte – Prosa – Briefe. Herausgegeben von Christa Wolf,
Insel Verlag 2006, p. 20)
(traduzione di Anna Maria Curci)
Il passo successivo, la conseguente immersione nella
lettura, è stato, e continua a essere, l’incontro con la poesia di Karoline von
Günderrode, che è divenuta per me cura e consuetudine e della quale propongo quattro
componimenti poetici nell’originale e nella mia traduzione.
Liebe
O reiche Armuth! Gebend, seliges Empfangen!
In Zagheit Muth! in Freiheit doch gefangen,
In Stummheit Sprache,
Schüchtern bei Tage,
Siegend mit zaghaftem Bangen.
Lebendiger Tod, im Einen sel’ges Leben
Schwelgend in Noth, im Widerstand ergeben,
Genießend schmachten,
Nie satt betrachten
Leben im Traum und doppelt Leben.
Amore
O ricca
povertà! Nel dare, accogliere beato!
Nella
titubanza, coraggio! in libertà, nondimeno, detenuto.
In mutezza,
lingua,
Timido di
giorno.
Nel vincere,
con titubante trepidazione.
Morte viva,
nell’Uno vita beata
Che si bea
della tribolazione, nella resistenza capitolare,
Struggersi
nell’assaporare,
Mai saziarsi
di contemplare
Vita nel
sogno e, doppiamente, vita.
Karoline von Günderrode, da:Einstens lebt ich süßes Leben, Insel Verlag, Frankfurt
am Main und Leipzig 2006, p. 85
(trad. di Anna Maria Curci)
Vorzeit, und neue Zeit
Ein schmaler rauher Pfad schien sonst die Erde.
Und auf den Bergen glänzt der Himmel über ihr,
Ein Abgrund ihr zur Seite war die Hölle,
Und Pfade führten in den Himmel und zur Hölle.
Doch alles ist ganz anders nun geworden,
Der Himmel ist gestürzt, der Abgrund ausgefüllt,
Und mit Vernunft bedeckt, und sehr bequem zum Gehen.
Des Glaubens Höhen sind nun demolieret.
Und auf der flachen Erde schreitet der Verstand,
Und misset alles aus, nach Klafter und nach Schuhen.
Preistoria,
e nuova era
Un sentiero aspro
e stretto pareva prima la terra.
E sopra i monti brilla il cielo su di lei,
Un abisso al suo fianco era l‘inferno,
E sentieri portavano al cielo e all’inferno.
Eppure tutto si è
fatto ben diverso,
Il cielo è crollato, l’abisso colmato,
E ricoperto di ragione, e molto comodo al passo.
Le vette della
fede sono ora demolite.
E sulla terra piatta incede l’intelletto,
E con cataste e scarpe dà la misura a tutto.
Karoline von Günderrode, da:Einstens lebt ich süßes Leben, pp. 87-88
(trad. di Anna Maria Curci)
Ariadne auf Naxos
Auf Naxos Felsen weint verlassen Minos Tochter.
Der Schönheit heisses Flehn
erreicht der Götter Ohr.
Von seinem Thron herab senkt, Kronos Sohn, die
Blitze,
Sie zur Unsterblichkeit in Wettern aufzuziehn.
Poseidon, Lieb entbrannt, eröffnet schon die Arme,
Umschlingen will er sie, mit seiner Fluthen Nacht.
Soll zur Unsterblichkeit nun Minos Tochter steigen?
Soll sie, den Schatten gleich, zum dunklen Orkus
gehen?
Ariadne zögert nicht, sie stürzt sich in die
Fluthen:
Betrogner Liebe Schmerz soll nicht unsterblich
seyn!
Zum Götterloos hinauf mag sich der Gram nicht
drängen,
Des Herzens Wunde hüllt sich gern in Gräbernacht.
Arianna a
Nasso
Sugli scogli
di Nasso piange la figlia di Minosse abbandonata.
L’ardente
supplica della bellezza giunge all’orecchio degli dei.
Giù dal suo
trono invia il figlio di Crono i fulmini a sollevarla in tempeste
all’immortalità.
Poseidone,
d’amore acceso, già spalanca le braccia,
La vuole
cingere, con la notte dei suoi flutti. Ascenderà ora la figlia di Minosse
all’immortalità?
Discenderà,
pari alle ombre, all’Orco tenebroso?
Non esita
Arianna, si getta tra i flutti:
Lo strazio
dell’amor tradito non sarà immortale!
Non è
gradito al cordoglio spingersi su alla sorte degli dei,
Piace alla piaga
del cuore avvolgersi in notte sepolcrale.
Karoline von Günderrode, da: Einstens lebt ich
süßes Leben, pp. 91-92
(trad. di Anna
Maria Curci)
Novalis
Novalis, deinen heilgen Seherblikken
Sind aufgeschlossen aller Welten Räume,
Dir offenbahrt sich weihend das Gemeine,
Du schaust es in prophetischem Entzücken.
Du siehst der Dinge zukunftsvolle Keime
Und zu des Weltalls ewigen Geschicken,
Die gern dem Aug der Menschen sich entrücken,
Wirst Du geführt durch ahndungsvolle Träume.
Du siehst das Recht, das Wahre, Schöne siegen,
Die Zeit sich selbst im Ewigen zernichten
Und Eros ruhend sich dem Weltall fügen:
So hat der Weltgeist liebend sich vertrauet
Und offenbahret in Novalis Dichten,
Und wie Narziß in sich verliebt geschauet.
Novalis
Novalis,
agli sguardi tuoi sacri di veggente
Sono
dischiusi gli spazi d’ogni mondo,
Si
manifesta a te il mistero consacrante,
Tu
lo contempli in profetico incanto.
Delle
cose i germi vedi colmi di avvenire
E
alle perenni dell‘universo sorti,
Che
all’occhio umano amano svanire,
Vieni
condotto da sogni preveggenti.
Tu
vedi il giusto, il vero, il bello imporsi,
Il
tempo nell’eterno annullare sé stesso
E
Eros che riposa al cosmo unirsi
Così
amando lo spirito del mondo si è affidato
E
nel poetare di Novalis si è riflesso,
E
ha veduto, come Narciso di sé innamorato.
Karoline von Günderrode, da Einstens lebt ich süßes Leben, pp.
120-121)
La
tradizione cresce e si rafforza nei suoi rapporti col mondo, e si arricchisce
nel dialogo vero tra culture diverse.
Bruno Leone, Maestro guarattellaro partenopeo.
Partendo dalla mirabile riflessione del Maestro Bruno Leone,
in cui si auspica il superamento delle dimensioni e delle chiusure localistiche,
agire che da sempre Le Cicale Operose persegue, ho pensato di unire, in
vista delle festività, voci, colori, suoni di tante/i studiose/i di poesie e
canti dialettali e della tradizione dei rispettivi territori di appartenenza.
Lo spirito di condivisione dell’immenso patrimonio
linguistico e della tradizione, che ogni paese e città in Italia custodisce, è
infuso in questo articolo grazie ai pregevoli contributi di artiste/i e poete/i
che hanno generosamente dedicato il loro impegno nel farci dono di un frammento
del patrimonio del rispettivo territorio cui appartengono.
Le voci riunite in questo articolo sono preziosa dimostrazione, testimonianza e esempio dell’alto valore culturale della tradizione popolare.
Siamo, quindi, felici di accogliere in questo articolo del
blog de Le Cicale Operose ventisette voci (in continuo aggiornamento), onorati che abbiano risposto al nostro
invito.
Buona lettura e buon ascolto.
Federico – Le Cicale Operose.
***
Apriamo la rassegna con la lettura della cara amica Enrica
Notarfrancesco, di origini tarantine, la quale ci ha donato una filastrocca tarantina
sulle pettole, di Angela Giuffré. Grazie alle sue tipiche pettole, cucinate e offerte
in occasione di una cena tra amici, mi è nata questa idea.
Enrica Notarfrancesco è insegnante di teatro per l’infanzia al
Teatro della Brigata, Livorno, counselor professionista.
Immagine nella clip: Antonio e Enrica alle prese con zampogna e pettole, scherzosa rielaborazione AI di Andrea Gambuzza su cartolina natalizia inviata da Roberto Galeazzi.
Per ascoltare l'audio cliccare sull'immagine.
***
Il secondo
dono è un canto di Virginia Farina, poetessa di origini sarde che
abbiamo avuto il piacere e l’onore di ospitare a Le Cicale Operose.
Virginia
Farina:"Naschid 'est in sa capanna è
un canto scritto da Pietro Casu, poeta di Berchidda, e inserito
nella raccolta Cantones de Nadale (Canzoni di Natale), che
compose nel dicembre del 1927. Io lo conosco da quando ero bambina, queste
parole e lo canto nella variante del mio paese, Aidomaggiore (Oristano)."
Virginia
apre il suo intervento, nella clip, con una breve introduzione sul canto che ha
scelto per l'occasione.
[1]Nella versione che io
ricordo, probabilmente elaborata dalla memoria di chi mi aveva insegnato il
canto: Gloria, gloria cantano in cielo / Angeli luminosi gioiscono per
Te / "Pace e vittoria" con
buona volontà / anime povere cantano per Te.
Il terzo dono è opera di Marcello Marciani, poeta, attore e
studioso del dialetto frentano, in Abruzzo, suo paese d'origine, fra gli
ospiti del Festival della poesia dialettale VOCI, a cura de Le Cicale Operose.
Marcello
Marciani: "Sollecitato dall'amico Federico Tortora, ho ritrovato il testo di
un canto popolare di Sant'Eusanio del Sangro, raccolto da Gennaro
Finamore nel suo fondamentale lavoro "CANTI POPOLARI
ABRUZZESI". Lo riporto fedelmente nella trascrizione fonetica del Finamore."
Marcello apre il suo intervento, nella clip, con una breve introduzione
sul canto che ha scelto per l'occasione. Lettura di Marcello Marciani.
Per ascoltare l'audio cliccare sull'immagine.
Bbén druvate, nobbila ggènde,
Chi ‘lligrézza di murtale!
Nu ‘ vinéme da ll’urijènde,
Chili parte di Natale.
Cuchirimmèll’a tutti quande,
Quandi séte di rrét’e dd’avande,
Cuchirimmèlle déndr’e ffore:
Cuchitimmèll’a llor’ Signore.
Chi ‘stu sande ‘razijone
‘Razijone chilu Ddìje
Chila Vérgene Marìje
E la nàsceta di Ggesù.
E’ mminute tutta ggènde,
Ca c’é nnat’a Bbettelèmme,
E’ mminute allégre core
Ca c’é nnate lu Rendendore.
E cchi Ssan Giusepp’angore
E cchi ‘nnor’ e ccun gaville,
E cc’è nnate ‘na éra sande
E cchi una stélle avande.
Tra lu vove e ll’asenelle
Ca c’è nnate lu bbambenèlle,
San Giuseppe vicchiarelle
Salutéme le bbambenèlle.
E lu frate di lu vove
Arescalléve lu Salvatore,
E lu frute de ll’asenèlle
Arescalléve lu bbambenèlle.
Cala ‘n angele da lu cjìele,
C’è ccumbarse chi lu bbastone,
Chi lu bbastone vulé minìje
E cchi mmolda cumbagnìje.
Bbona séra, bbona notte
Bbona notte che Ddi’ te dìja,
Ci minéme ‘n zanda pace,
Ci minéme ‘n gurtesìja.
Bbona séra, ggènd’amica
Lu Signore t’abbenedica,
Bbona sér’a ttutti quande
Quande séte déndr’e avande,
Quande séte déndr’e ffore
Bbona sér’a llor’ signore.
E cclùcchil’e cclucchilarjìelle
Signore ssi cc’ é é ccubbjìelle,
E ssì cc’é le vuo’ ddà’,
Preste prest’e nnon dardà’
Ca la vije è largh’e llonghe:
Nu’ l’avéme da caminà’.
***
Il quarto dono è di Giacomo Vit poeta e studioso della
poesia friulana, fra gli ospiti del Festival della poesia dialettale VOCI,
a cura de Le Cicale Operose.
Giacomo: "È un brano popolare degli ultimi decenni dell'Ottocento.
Ho riportato solo la prima pagina, poiché il testo è lungo, frutto delle varie
aggiunte popolari."
Tratto dal volume Antologia della letteratura friulana a
cura di B.Chiurlo - A.Ciceri. Ed. Aquileia.
Tolmezzo, 1976. Traduzione e lettura a cura di Giacomo Vit.
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***
Il quinto dono è del poeta e studioso del dialetto Reggino Alfredo Panetta, originario di Locri (RC), fra gli ospiti del Festival della poesia dialettale VOCI, a cura de Le Cicale Operose.
Alfredo: "L’autore
del testo che vi leggo è Vincenzo Ammirà, poeta e patriota di Monteleone
(l’attuale Vibo Valentia) visse nel secolo diciannovesimo. Ammirà è autore di
opere lascive e licenziose (es. La Ceceide) che in realtà
mettevano in evidenza il sistema corrotto e immorale del regime borbonico. Ho
voluto scegliere una sua poesia brillante e ironica per offrire un punto di
vista non convenzionale e disincantato sul Natale".
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Figghjioli, già nescìu lu Bombineju
ed è lu mundu tuttu n’allegria
non ndi mporta ch’è natu povareju
di pecuri e di ciucci ‘n cumpagnia.
Cu di ccà curri cu nu pecureju
cu va cu gaji e pisci pe la via
cu porta di nuciji nu stuppeju
cu angiji, turriuna e malvasia.
Jeu non haju lu ranu ntra la fossa
nescivu di parenti disperati
e su riduttu cu la peji e l’ossa.
Vi pregu ncuna cosa mu mi dati
non vi cercu, nziamà, na cosa grossa
ma cu nu sordu l’unu mi sarvati.
***
Il sesto
dono che siamo felici di ricevere è un canto della tradizione orale, anonimo,
della zona di Partinico, provincia di Palermo, ricercato e eseguito da
Francesca Messina (voce, chitarra), ideatrice del progetto musicale Femina
ridens, con la collaborazione di Massimiliano Lo Sardo.
Francesca:
"Quando all'improvviso la persona che ami, con cui avevi dei progetti di
vita rinnega tutto quello che aveva detto, e si mostra completamente
diversa da come l'avevi conosciuta, è come una condanna a morte, come se ti
mandasse al patibolo. Quando non mantiene la parola data, cunza la furca
di mennula amara (furca=forca; mennula=mandorla). Da questo stato emotivo
nasce il canto. Buon ascolto."
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***
Il settimo dono è una poesia in dialetto Manduriano (provincia di Taranto), ricercata da Rosà Maria Cerone, studiosa e appassionata scrittrice e lettrice di
poesia, che ha vissuto tra Muro Lucano e Manduria, prima di trasferirsi al nord.
La poesia è tratta dalla raccolta Manduria presenta - Li maistri maistri, a cura di Pietro Brunetti.
Rosà ha scelto per noi una poesia di Fiorenzo Dinoi, poeta e studioso, nato a Manduria nel 1914. Lettura a cura di Rosà Maria Cerone.
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***
L'ottavo dono è di Irene Vecchia, Maestra guarattellara
partenopea che avemmo il piacere di ospitare a Le Cicale Operose per lo
spettacolo del suo Pulcinella. Irene Vecchia è
stata allieva del Maestro Bruno Leone, autore della frase in
esergo all'articolo che ha ispirato la creazione di questo progetto.
Irene canta,
con la sua voce e impersonando Pulcinella, sulla melodia di Quanno
nascette Ninno (canto natalizio in lingua napoletana scritto da Alfonso
Maria de' Liguori nel 1731), con parole e adattamento di Bruno
Leone per raccontare la nascita di Pulcinella.
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Quando nascette Ninno a Betlemme
Pulecenella steva dint'all'uovo
Na povera Maronna sgravaie nd'a na 'rotta
Na papera ad Acerra rint'o rinale
Povero uovo tutto 'nguacchiato
Rint'o rinale steva alloggiato
Cu dinto Pullecenella
Che al mondo ci ha portato
L'allegra novella
***
Il nono dono è di Edoardo Penoncini, poeta e studioso della
poesia dialettale ferrarese, fra gli ospiti del Festival della poesia
dialettale VOCI, a cura de Le Cicale Operose.
Edoardo legge Sarmunzin d' Nadal (Breve sermone di Natale). Testi
raccolti dalla voce del popolo nel libro, a cura di Ferri e De
Sisti, A l’ombra dal castel, Antologia dialettale
ferrarese per gli esercizi di traduzione in italiano; in conformità dei
programmi ufficiali 1° ottobre 1923, Remo Sandron Editore 1925, parte
seconda, classe IV elementare.
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Breve sermone di Natale
I
I.
Cos’è quello là sulla paglia
che mi abbaglia?
È un diamante o un rubino?
-- Nò signore, quello è un bel bambino...
-Ah! siete Voi, bambin Gesù!...
-Alzatevi, alzatevi!
I.
A mezzanotte in punto,
è nato un bel bambino
bianco rosso e ricciolino;
è nato in una capanna
senza culla e ninna nanna,
con un po’ di paglia e di
fieno,
perché possa dormire bene.
Chi è quella bella giovane
che risplende come una stella?
È forse la sua mamma?
E quel vecchietto? Ah, è San
Giuseppe!
I pastori suonando la
cornamusa,
eccoli, corrono, stanno
arrivando,
per portare al caro bambino
le pecorelle più belle.
***
Il decimo dono è di Denata Ndreca, poetessa,
scrittrice, giornalista, traduttrice, pedagogista, con un meraviglioso canto della tradizione orale in
albanese antico, Moj e bukura More.
Denata: è una canzone che risale a 600 anni fa e parla della storia di un
esilio di rifugiati di Arbёria (Albania di oggi) verso le terre italiane.
Questa è una canzone molto popolare che viene cantata da tutti, sia nel Sud
Italia (zone popolate dagli arbёresh), sia dagli albanesi che vivono in Grecia
che li chiamano Arvanit e da tutti gli albanesi ovunque siano.
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Moj e bukura More
si të lash e më ngë të pash
Si të lash, si të lash
siç të gjeta ngë të lash
Atje kam unë zotin At
atje kam unë zonjën Mëmë
atje kam dhe tim vëlla
gjithë mbuluar
të gjithë mbuluar
të gjithë mbuluar nën dhe
Ah e bukura More
Autore sconosciuto
***
L'undicesimo dono è di Adriano Engelbrecht, poeta, artista,
musicista, attore, che ci propone una poesia della tradizione popolare in
dialetto parmigiano pubblicata in una raccolta di "fòle" (storie,
racconti) di campagna a cura di Elide Dazzi,Una bimba in
campagna. Ricordi, racconti, poesie, Battei Editore, 2010.
Il titolo della poesia della tradizione popolare parmigiana scelta da
Adriano è La nòta ad nadäl (La notte di Natale). Lettura
di Adriano Engelbrecht.
Per ascoltare l'audio cliccare sull'immagine.
***
Il dodicesimo dono è del poeta Giovanni Laera, studioso del dialetto nocese, di Noci (Bari),
fra gli ospiti del Festival della poesia dialettale VOCI, a cura de Le Cicale
Operose.
Giovanni ha
ricercato e raccolto per noi una poesia dal volume Poesie dialettali, di Antonio
Gabrielli, Noci, Cressati, 1927. Il titolo della poesia è Natàle.
Giovanni:
“Antonio Gabrielli è uno dei primi autori ad aver usato il dialetto in maniera
consapevole, con una padronanza della metrica indubbiamente notevole. Un poeta
sicuramente interessante, se vogliamo un capostipite a Noci.”
Tenuto conto
delle parole espresse da Giovanni Laera, possiamo dire che la sua consueta
attenzione alla dimensione orale ed alla metrica del testo poetico si coniugano
perfettamente con la poesia di Antonio Gabrielli da lui proposta.
Per ascoltare l'audio cliccare sull'immagine
***
Il
tredicesimo dono è di Maristella Diotaiuti, fondatrice e animatrice culturale de
Le Cicale Operose.
Maristella
riporta e unisce nel testo varianti di una ninna nanna della tradizione orale
del Cilento, sua terra d’origine, attinta alla memoria familiare, in dialetto
palinurese.
Il quattordicesimo dono è di Mauro Manicardi, musicista, studioso di testi della tradizione Lunigianese e della Val Di Magra.
Mauro Manicardi esegue per noi, con voce e organetto, un canto della tradizione orale Pontremolese (ms), autore ignoto.
Mauro: "Questo è un frammento della Pastorella Pontremolese, canto natalizio che si cantava
la notte di Natale in cattedrale a Pontremoli (ms)".
Per vedere il video cliccare sull'immagine.
Pastorella Pontremolese
Vezziosette
bambinel re dal ciel,
nad in mezz
al crud e al zel,
sei più
belle che al giurne,
oh bambin re
divin de grazia ad urne.
San Giuseppe ta nina’ e ta basa’,
lungamente
ti riabrassa’,
fa la nanna
in tal presepi,
oh bambin to
padrin e’ San Giuseppe.
San Giuseppe
vecerel e dal sante bambinel,
poi la
vergine Maria,
angili e
santi angili e santi in compagnia.
Vezziosetto
bambinello re del cielo,
nato in
mezzo al crudo e al gelo,
sei più
bello che al giorno,
oh bambino
re divino di grazia adorno.
San Giuseppe
ti ha ninnato e ti ha baciato,
lungamente
ti ha riabbracciato,
fai la nanna
nel presepe,
oh bambino
il tuo padrino è San Giuseppe.
San Giuseppe
vecchierello e dal santo bambinello,
poi la
vergine Maria,
angeli e
santi angeli e santi in compagnia.
***
Il quindicesimo dono è di Gianni Iasimone, poeta, performer, attore,
regista, studioso di tradizioni popolari, autore di video e testi teatrali.
Gianni Iasimone è nato a Pietravairano, un piccolo centro dell’Alto Casertano.
"Ringraziando in premessa
per l’invito, per il mio contributo all’articolo de Le
Cicale Operose, ho scelto dei proverbi in forma di aforismi tratti dai cunti della narrativa di tradizione
orale del mio paese di origine: Pietravairano, nell’Altocasertano, dove ancora oggi
una buona parte della popolazione parla in una variante dialettale arcaica e
periferica della lingua napoletana. Insieme a fiabe/favole, filastrocche,
scioglilingua, aneddoti, indovinelli, stornelli, fatti e fattariegli, anche questi cunti
relativi alle “feste” natalizie rimandano a un mondo di conversari e di
“scambio” vicino al fuoco d’inverno o sull’aia d’estate, prodotti di situazioni
di vita e di lavoro di ambito contadino e pastorale, e di tanta povertà. Per il
“ripasso” di memoria ringrazio l’amico e infaticabile ricercatore “locale” Antonio
Leone." (Gianni Iasimone)
Per ascoltare l'audio cliccare sull'immagine. Foto di Vittorio Tallarico.
Gianni Iasimone
1.stammu già i quattu ‘e ricèmbr’
Santa Barbara
ci pènza
s’ ric’ ca
com’ barbarea accussì natalea
(siamo già al quattro dicembre / santa Barbara ci pensa
/ si dice che com’è (il tempo) a Santa Barbara così sarà a Natale)
2.se sèmp ritt’ ca prim’ ‘e Natàl’
né friddu né
fam’
ròpp’ Natàl’
friddu e fam’
(si è sempre detto che prima di Natale / né freddo né
fame / dopo Natale freddo e fame)
3.è ‘rrivatu Natàl’
e nun tèngu
rinàri
m’ pigliu ‘na
pippa e m’ métt’ a fumà
(è arrivato Natale / e non ho neanche un soldo /
prendo una pipa e mi metto a fumare)
***
Il sedicesimo dono è del poeta Francesco Sassetto, studioso
del dialetto Veneziano, fra gli ospiti del Festival della poesia dialettale
VOCI, a cura de Le Cicale Operose, che ci propone un suo componimento
inedito, Nadàl (Natale).
Pur non trattando della festività religiosa natalizia, l'uso magistrale
del dialetto Veneziano e la lettura critica della società odierna espressa
mediante la forza, la potenza della tradizione della poesia dialettale rendono
irrinunciabile il suo contributo.
Per ascoltare l'audio cliccare sull'immagine.
Nadàl
Tuta ’sta gente tacàda ogni matìna ai gansi del bus
del lavoro, i òci in tèra o sul teefonìn
strassìnando giorni de caìgo
sensa più vóse né cołór
nissùn segnàl nissùna epifania in un cielo sempre più scuro.
I ga imparà a tornàr casa de sera col panetón e i regài,
tiràr su el presepio e l’albaro còe łuséte e i auguri
far finta de far festa.
E po’ butàrse a nòte in un leto che no ga più sogni
nel siénsio d’acquario che tira zo ogni giorno
fin a sofegàr.
A ’sti pòvari dàghe ti ’na man a caminàr
un sorìso nóvo
ła caréssa che ti sa.
Prima de ł’ultima curva del canàl
prima del ponte scùro che va a quel portón irusinìo
che no se sa.
Traduzione in italiano: “Tutta questa gente aggrappata ogni mattino ai ganci del bus / del lavoro, gli occhi a terra o sul telefonino / trascinando giornate di nebbia / senza più voce né colore // nessun segnale nessuna epifanìa in un cielo sempre più scuro. // Hanno imparato a tornare a casa la sera con il panettone e i regali, / allestire il presepio e l’albero con le luci intermittenti e gli auguri / a fingere di festeggiare. // Per poi gettarsi in un letto che non ha più sogni / in un silenzio d’acquario che affonda ogni giorno / fino ad annegare. // A questi poveri dona tu una mano per camminare / un nuovo sorriso // la carezza che sai. // Prima dell’ultima curva del canale / prima del ponte buio che va a quel portone arrugginito // che nessuno sa.”
***
Il diciassettesimo dono è una poesia inedita in dialetto Lunigianese (nella variante di Aulla) dal titolo Sciorgo (Bagnato), di Michelangelo Ricci, artista, musicista, regista livornese di stanza a Vinca, dove annualmente organizza il Festival antifascista "Vincanta - la memoria che resiste".
Lettura a cura di Aldo Galeazzi, poeta, attore livornese, contributore del blog de Le Cicale Operose e collaboratore in numerosi eventi passati del caffè letterario Le Cicale Operose.
Sul medesimo registro della precedente poesia di Francesco Sassetto viaggia la poesia di Michelangelo Ricci che per le stesse motivazioni espresse per Francesco Sassetto volentieri ospitiamo.
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Sciorgo
I sortn d' ca' dop cla piov
com i lumagon i sstriscn i muri
e i van a piarse la giornà
e me
ca son sta fora tuta la nota a sciorgarme
dovi'è ca vago?
c' m'son spaco gl'ochi a star soto i lampi
e s'aved carcun
a so a se me
si è lu'.
Bagnato. Escono di casa dopo che piove / come i lumaconi strisciano i muri / e vanno a prendersi la giornata / e io / che sono stato fuori tutta la notte a bagnarmi/ dov’è che vado? / che mi sono spaccato gli occhi a stare sotto i lampi / e se vedo qualcuno / so assai io / se è lui.
***
Il diciottesimo dono è una lettura in romanesco di Marco Proietti Mancini, autore romano, che ci propone una poesia di Trilussa (1871-1950). Ringraziamo Marco per il gentile invio.
La felicità, di Trilussa
C’è un’ape che se posa su un bottone de rosa: lo succhia e se ne va… Tutto sommato, la felicità è una piccola cosa.
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Il diciannovesimo dono è una lettura in dialetto calitrano di Maria
Teresa Maffucci, poetessa dialettale di Calitri (provincia di Avellino),
per la poesia Natal', autore anonimo, tratta dal volume Calitri :
canti popolari, a cura di Salvante, A. Raffaele, Editore Il
calitrano, Firenze, 1983. Poesia presente nella sezione Terza del volume (Religione),
pag. 353. Ringraziamo Antonio D'Auria, di origini calitrane, per
aver raccolto il volume.
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Il ventesimo dono è della poetessa urbinate Maria Lenti,
studiosa della poesia dialettale della sua terra, tra gli ospiti del Festival
della poesia dialettale VOCI, a cura de Le Cicale Operose.
Maria
Lenti scrive: "Il dialetto urbinate è...giovane. Non ha una
tradizione letteraria e solo nella seconda metà del Novecento è salito nelle
cronache della poesia confinata tuttavia in loco. Negli ultimi venti anni una
piccola ribalta, tra cui la mia."
Maria
Lenti legge una sua poesia in dialetto urbinate dal titolo En se
sa mai (Non si sa mai): "Quanto alle castagne matte di En se
sa mai, resistono ancora nelle tasche dei grandi per tutto l’anno,
fino al successivo autunno. E i giovani? Ci pensano, di nascosto, i genitori:
E.G., per esempio, alla figlia studente di scuola media, ironica, anzi
sarcastica, sul potere delle castagne, gliene infila di nascosto una nello
zaino e una nelle profonde tasche del piumino invernale. Funzionano? Non
funzionano? Non si sa mai."
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En se sa mai
castagne matte
dell'ippocastano
ottobre a terra ne dà tante
mettne una tle sacocc o tla cartella
per tiena distant la tossa el rafredor
la febra
l’influensa
ogni malanno
credenza cui non credo
(una l’ho arcolta stamatina
dentro la mano chiusa tla sacoccia
per tutt l’inverne
lieve come un’eco
non si sa mai)
Non si
sa mai
Castagne matte / dell’ippocastano / a terra
ottobre ne dà tante // mettine una nelle tasche o nella cartella / per
tenere distante la tosse il raffreddore la febbre / l’influenza / ogni malanno
/ credenza cui non credo // (una l’ho raccolta stamattina / dentro la mano
chiusa nella tasca / per tutto l’inverno / lieve come un’eco / non si sa mai)
***
Il ventunesimo dono è di Vincenzo Mastropirro, originario di
Ruvo di Puglia, musicista, poeta dialettale, studioso della poesia della
sua terra.
Anche Vincenzo Mastropirro attinge a una sua opera
poetica in dialetto ruvese, Natòle cu le nuonne (Natale con i nonni).
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Natòle cu le nuonne
Natòle cu le nuonne
‘nnanze au ceppàune appecciòte
u fuche scalde u core.
Cuondene sturie, Natòle cundinde
e la nascete du ‘Bommèine.
Scènne qualche lacreme
s’appiccene re d’uocchjere
e u core se strènge ‘mbitte.
Cu re gamme accavaddòte
le guarde e rèire
so bìélle, so ‘bbune.
È la notte de Natòle
u ‘Bommèine stè cu maiche
nu nuonne nan ge stè
ma idde scioche cu Idde.
***
Natale con i nonni
Natale con i nonni
davanti al ceppo acceso
il fuoco scalda i cuori.
Raccontano fiabe, Natali felici
e la nascita di Gesù Bambino.
Scende qualche lacrima
brillano gli occhi
e il cuore si stringe nel petto.
Con le gambe intrecciate
li guardo e sorrido
sono belli, sono buoni.
È la notte di Natale
Gesù Bambino è con me
un nonno non c’è
ma lui gioca con Lui.
***
Il ventiduesimo dono è di Maria Teresa Maffucci, poetessa
dialettale di Calitri (provincia di Avellino). Anche l'autrice calitrana legge
una sua poesia sul tema natalizio dal titolo Natal.
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Natal
S’aspetta Natal cu tant amòr
ch’addà arr’va lu Salvatòr.
Ndà na hrotta ‘p’v’riegghj
nnanz a quatt past’riegghj:
nu vov e nu ciucc(i) chi ragliava
e a mala pena lu scaglj’ndava.
Ra ndò r brazz r la Maronna
avija salvà tutt lu munn,
ngimma a la paglia l’ha n’fassat
Gesù mij sacramenta’t.
Lla cantava na ninna nanna
cum fann tott r mamm.
Na mamma special ra lu ciel
l’avia scev’ta lu Signor:
figl r’or, figl r’argìent
cu na crona r stell t’appr’sìent,
già r sapiv ra r prim
ca s’avia tram’tà r spin!
Traduzione
Natale: si aspetta l'arrivo del Natale con tanto amore perché deve nascere il Salvatore. In una grotta poverello, davanti a quattro pastorelli; un bue ed un asino che ragliava, a mala pena lo riscaldavano. Già da quando era nelle braccia della Madonna già si sapeva che avrebbe salvato il mondo; lo fasciava su un letto di paglia, a Gesù Sacramentato. Gliela cantava la ninna nanna, come fanno tutte le mamme. Questa madre speciale l'aveva scelta dal cielo il Padreterno: figlio prezioso, di oro e d'argento, sei venuto al mondo con una corona di stelle, ma già da subito sapevi che questa preziosa corona sarebbe diventata di spine.
***
Il ventitreesimo dono è di Nadia Chiaverini, poetessa pisana, che ci propone un sonetto in vernacolo pisano di Neri Tanfucio, pseudonimo (anagramma) di Renato Fucini (1843-1921), poeta e scrittore toscano.
Il sonetto, dal titolo La tombola, è tratto dal volume Cento sonetti in vernacolo Pisano.
Ringraziamo Nadia per il gentile contributo.
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***
A suggello della preziosa rassegna di venticinque voci, riceviamo il dono di Pasquale Lenge, poeta Lucano
(Calvello), contributore della rubrica sulla poesia dialettale Torrenti per il blog de Le Cicale Operose.
È una sua poesia inedita, senza titolo, scritta per per quest'iniziativa e inviata dalla sua terra di Lucania.
Lettura e organetto: Pasquale Lenge.
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M' arrëcordë sul quirë cá vechë
nu paisë vecchië cá tremë
pretë cá essenë ra la tonaca
cù li riendë stuortë ara fora
pretë rë yomë
pretë cariatë ra forë
pretë marteddatë rë muntagna
e stadde rodde e stiere
cangedde rë paura
spale ca të gnottnë
e muricinë ca nun të scòn-në
Suscia cambana suscia
inda la canna fumaria
rë le case chiosē
dù la muriana stajë àrùccavrë
ri ci stajië lundanë e së scorda
ri ci stajië vicinë all'ischië muort
è Natale
pastatelle cerogene e luminarie
***
Infine, almeno per questo
anno 2025, teniamo ad augurarvi Buon Anno 2026 con Fulvio Pacitto, Maestro stornellatore livornese, nonché Maestro d'ascia, un
simbolo della città di Livorno che Le Cicale Operose ha avuto il piacere di ospitare per ben due
volte, una delle due insieme ai Vulcana, duo di cantastorie, siciliano (Francesco Salvadore) e napoletana (Maria Piscopo), che
insieme a Fulvio Pacitto hanno messo in pratica l'insegnamento di Bruno Leone, Maestro guarattellaro partenopeo, in esergo al presente articolo: "La tradizione
cresce e si rafforza nei suoi rapporti col mondo, e si arricchisce nel dialogo
vero tra culture diverse."
Nel video, Fulvio Pacitto a Le Cicale Operose canta Camelò.
Per ascoltare il video cliccare sull'immagine.
BUONE FESTE
LE CICALE OPEROSE
31/12/2025
***
ANNO 2026
Il ventiseiesimo dono, con l'affacciarsi del nuovo anno, è di Luigi Ianzano, poeta di San Marco in Lamis (Parco Nazionale del Gargano, provincia di Foggia), studioso del dialetto garganico: https://www.luigiianzano.it/
Luigi Ianzano ha scelto di contribuire con un bellissimo canto della tradizione, Affàccete, Marì, eseguito dal gruppo musicale Festa Farina e Folk(formazione del gruppo musicale e diritti visibili nel video a cura di Luigi Ianzano).
Luigi: "Affàccete, Marì [“Affàcciati, Maria”] è una serenata in
forma di dialogo tra due innamorati. A San Marco in Lamis e sul Gargano tra i
canti più rappresentativi della tradizione.
Compare in GraziaGalante, “La vadda de Stignane” e altri canti popolari di San Marco in Lamis,
prefazione di Raffaele Nigro, trascrizione musicale di Michelangelo Martino, CD
allegato (mastering AMP Studio di Ciro Iannacone), Levante editore, Bari, 2015.
Il video allegato
riproduce il brano inciso dai Festa
Farina e Folk in “La luna inte lu
puzze”. Canti popolari di San Marco in Lamis, Quaderni del Sud, San Marco
in Lamis, 1984.
La trascrizione
fonetica del testo rispecchia la sostanza delle proposte di normalizzazione
grafica offerte da Francesco Granatiero (cfr. blog Poesia e dialetti), con gli assunti fondamentali della fedeltà al
parlato (scrivere come si parla) e dell’immediatezza di lettura (uso minimale
di segni diacritici)."
Per aprire il video cliccare sull'immagine. Buon ascolto.
- Affàccete, Marì, ch’è ffatte jurne
càndene li vucélle nde la cajòla
lu sćiore ènn’asseccate e nónn addora
affàccete, Marì, nu quarte d’ora.
- Seppine, oje Seppì, sònn’affacciata
m’à rresbigghiate quésta serenata
pérò tu tande fòrte nó ngandanne
tégne pajura ché rresbigghie a mamma.
- Ji’ candarrìja pe tté doua o tré
jora
alluccarrìja cchiù fforte de nu tenore
li llucche arrevarrìjene fin’e ngele
resbigghiarrìja a tutte lu munne
ndere.
- M’à dditte jere sera la mamma mija
ché mm’adda dà pe ddódda la massarìja
però si spose a tté nónn’éja avé nénde
m’adda fà ascì da cqua come na
pezzenda.
- No vvógghie né ddódda e né mmassarìja
vógghie ché ttu menisse alla casa mija
no vvógghie né llenzòla e né ccuscine
vógghie lu còre toua a mmé vvucine.
- Si mme ne végne jì alla casa toua
pe lla famigghia mija jè ddisonore
si ttu daveramende si’ ssingere
te facce menì jinde dumane a sera.
- ‘Scòltalo, mio bbèni, ‘scòlta lo mio
candi
mi t’ami tandi, mi t’ami tandi, mi
t’ami angór.
-
Affàcciati, Maria, ché si è fatto giorno / cantano gli uccelli nella gabbietta
/ il fiore si è seccato e non odora / affàcciati, Maria, un quarto d’ora. // -
Giuseppino, o Giuseppino, eccomi affacciata / mi ha svegliata questa serenata /
però tu così forte non cantare / ho paura che svegli mamma. // - Io canterei
per tre due o tre ore / urlerei più forte di un tenore / le urla arriverebbero
fino al cielo / sveglierei il mondo intero. // - Mi ha detto ieri sera la mamma
mia / che mi darà in dote la masseria / però se sposo te non avrò niente / mi
farà uscire di qua come una pezzente. // - Non voglio né dote né masseria /
voglio che tu venga a casa mia / non voglio né lenzuola né cuscini / voglio il
cuore tuo a me vicino. // - Se io vengo a casa tua / per la famiglia mia è
disonore / se tu davvero sei sincero / ti faccio entrare domani sera. // - Ascoltalo,
mio bene, ascolta il mio canto / io t’amo tanto, io t’amo tanto, io t’amo
ancor.
A cura di Luigi Ianzano.
***
Il ventisettesimo dono è di Franco Bampi, presidente dell'associazione zenese A Compagna e divulgatore della lingua
genovese, che ringraziamo per il gentile contributo.
La poesia scelta si intitola A stissa ch’a
ciòcca into veuo, in italiano La goccia che risuona nel vuoto,
pubblicata nella raccolta omonima a cura di Francesco De Nicola, Zona Editore, 2025.
Per aprire il video cliccare sull'immagine. Buon ascolto.
A stissa ch’a ciòcca into veuo
pietosa a-a sæ do silensio
a sfiora l’arcata de gesso
co-o pàllido reusa de ’n xeuo.
E o grixo desteiso in sciô spegio
scuisce o velamme de ’nn’aa
ch’a vëgne da lonxi e se desfa
l’antiga paròlla indoâ.
Barlumme da-o marmo straluxe
zeâ l’angonia de ’n tisson
e a scenta. Arresta into scuo
o brìvido noelo de ’n son.
Traduzione italiana
La goccia che risuona nel vuoto
pietosa alla sete del silenzio
sfiora l’arcata di gesso
col pallido rosa d’un volo.
E il grigio disteso sullo specchio
scurisce il velame d’un’ala
che viene da lungi e di disfa
l’antiga parola indorata.
Barlume dal marmo traluce
gelata l’agonia d’un tizzone
e sparisce. Rimane nel buio
il brivido novello d’un suono.
***
Il ventottesimo dono è di Pardo Fornaciari, già Insegnante di lettere, esperto di cultura e lingua
ebraica, militante antifascista, che ringraziamo per averci inviato una registrazione del
canto paraliturgico "Fate onore al bel Purim", cantato da rav Elio Toaff z.l. (Livorno, 1915-Roma, 2015) in bagitto, dialetto
giudaico-livornese "arricchito di componenti toscane, spagnole, portoghesi, ebraiche, arabe e
tracce di greco, turco e yiddish".
Elio Toaff, grande rabbino italiano, è stato un convinto antifascista e nel 1944 partecipò alla Resistenza nella Brigata Garibaldi, come si può leggere nell'articolo: La partecipazione alla Resistenza di Elio Toaff
Per aprire il video cliccare sull'immagine. Buon ascolto.
***
Il ventinovesimo dono è di Silvia Secco,
poetessa veneta (Sandrigo, Vicenza), con una poesia in dialetto vicentino, Setemilametri de rabia, dedicata ai suoi
nonni separati dalla guerra fino al giorno del ritorno del nonno Bruno dai
campi di concentramento nazisti, ad attenderlo la sua amata Elvira.
Pubblichiamo oggi questa poesia di
Silvia Secco condividendo il suo desiderio di dedicare la poesia a sua nonna, Elvira,
nel giorno in cui ricorre l’anniversario della nascita (16 febbraio).
La lettura è preceduta da una breve
testimonianza di Silvia Secco.
Traduzione a cura di Silvia Secco.
Setemilametri de rabia
(poesia da L'Equilibrio della foglia in caduta, CFR Edizioni,
2014)
Elvira.
Sospira.
Xe sta quea matina là.
Na matina de maneghe fate su
de man in moja (l'acqua giassà dea roda)
e tuto un srodolarse de gropi e nissoi
zo paa roda, incatijarse de pensieri
par ti mio mario, perduo e muto, Bruno:
fioo de nissuno, fadiga e digiuno.
Proprio quea matina xe sta:
senare.
Calsina.
La matina ca te si tornà.
Ah, verghine vuo de fià sotopianto
da zolarte incontro in t'un salto essar là
al treno che t'ha smontà dala guera. Ah,
verghine de brassi (pì brassi/ pì man)
tor su suito i tusi s'un boto essar là.
Averghine corajo de vardarte
e ti vardarme mi come sa fusse
gnente - un spuo - tuto sto tempo ch'è passà
dal quarantatre a stamatina.
Respira.
Elvira.
El tempo che invese el camina
za. El siga, el reclama, el me ciama “mama”.
El tempo nostro fiolo pì picolo
ch'el t'ha robà el volto par darmelo a mi
e mi meo so sconto come un anelo
'na fede nel grembo, un ciaro nel buso
sensa fondo, ca so deventà.
Cussita
go pensà
fin ca te pedalavo incontro,
i oci pieni de sae, boca de sabia,
setemilametri de rabia da ti.
Rabia, sì. Spacastomego. Cavafià.
Rabia mia rabiosa, povera sposa
vedova o cossa sensa de ti. E mi, e mi
mimisola. Gnanca mai na parola
na caressa, laorar - spessegar - tasi.
Ah, taser sempre, far finta de gnente.
Ogni dì svejarse, fare, desfarla,
ogni sera sfinirse, ogni note criarla:
un criare de fioi, de so mame, un urlar
de sirene o de bombe o de can.
Elvira.
Cativa.
Ma viva. Parfin stamatina
che ti te si qua. A na svolta de strada.
Xe lì che xe sta. Ma propio na scianta
ma mi l'ho sentio ciaro fa un sgrizolo
- ah, Moremio - fa un spavento. Un tremar
dele man sul manubrio - seto - de fià.
Come un dubio: no essar pì boni, doman
pì boni da gnente. A scomissiar
de novo.
Pì boni
basta, noialtri. A farse bastare.
Ma ghe sarà uncora noti pa starse tacà
a smissiarse brassi, essensa. Ghe sarà
'ncora fioi da slevarli, e altri vardarli
murire sensa poer capire parchè
un fiolo che more nol gapia nome
- ma nol moli mai de farse ciamare -.
Gavaremo da fare, robe vecie
da giustare, i sbreghi fundi sue braghe,
sul core: quei che mai te dirè
te farè
savere.
Ghe sarà tuto Bruno, doman
fra un minuto. Ghe sarà la vita. E mi
pensava cussita. Ma forte al ponto
che ti parfin te o gavarè sentisto
e te te si voltà. Là te go visto.
Go visto, ma cossa? El me omo? La so ombria?
Ah Maria - ossi, denti, lagrime -
Sito ti?
Propio ti
sposo mio cussì onto e picinin.
Picolo come un puteo, sperduo, sfinio
Bruno mio, altro fiolo mio. Rento de ti
ghe sito? In fondo, soto queo che vedo
ghe xelo el to nome? E lo ciamo: Bruno.
E pì forte: Bruno. Vegnendo vanti:
Bruno. Criando: Bruno. Sigando: Bruno.
Tocandote pa vedar se xe vero
e ti tocandome mi pin pianelo
riconosendose trati, profilo
espression, respiro. “Son qua”, te go 'ito.
Te me ghè soriso e te me ghe ciamà:
“Elvira, quanto tempo che sia passà?”
“Niente, el tempo de rivar fin qua.”
Traduzione:
Settemilametri di rabbia
(poesia da L'Equilibrio della foglia in caduta, CFR Edizioni,
2014)
Elvira.
Sospira.
È stato quella mattina là.
Una mattina di maniche arrotolate
di mani a mollo (l'acqua ghiacchiata del fosso)
e tutto uno srotolarsi di nodi e lenzuola
giù al fosso, aggrovigliarsi di pensieri
per te marito mio, perduto e muto, Bruno:
figlio di nessuno, fatica e digiuno.
Proprio quella mattina è stato:
cenere.
Calcina.
La mattina che sei tornato.
Ah, averne avuto di fiato sottopianto,
da volarti incontro in un salto essere là
al treno che t'ha smontato dalla guerra. Ah,
averne avute di braccia (più braccia/ più mani)
prendere i bambini in un istante essere là.
Averne coraggio di guardarti
e tu guardare a me come se fosse
niente - uno sputo - tutto questo tempo ch'è passato
dal quarantatre a stamattina.
Respira.
Elvira.
Il tempo che invece cammina
già. Che grida, protesta, mi chiama “mamma”.
Il tempo nostro figlio minore
che ti ha rubato il volto par darlo a me
ed io me lo sono nascosto come un anello
una fede nel grembo, un chiaro nel buco
senza fondo, che sono diventata.
In questo modo
ho pensato
finché ti pedalavo incontro,
gli occhi pieni di sale, bocca di sabbia,
settemilametri di rabbia da te.
Rabbia, sì. Spaccastomaco. Toglifiato.
Rabbia mia rabbiosa, povera sposa
vedova o cosa senza di te. E io, e io
così sola. Mai nemmeno una parola
una carezza, lavorare - fare in fretta - stare zitta.
Ah, tacere sempre, far finta di niente.
Ogni giorno svegliarsi, fare, disfarla,
ogni sera sfinirsi, ogni notte piangerla:
un pianto di figli, delle madri, un urlare
di sirene o di bombe o di cani.
Elvira.
Cattiva.
Ma viva. Persino stamattina
che tu sei di nuovo qua. A una svolta della strada.
È lì che è successo. Ma proprio un istante,
ma io l'ho sentito chiaro come un brivido
- ah, Amoremio - come uno spavento. Un tremare
delle mani sul manubrio - sai - del respiro.
Come un dubbio: non essere più capaci, domani
capaci di niente. A cominciare
di nuovo.
Più capaci
basta, noialtri. A farci bastare.
Ma ci saranno ancora notti per stare vicini
a mescolare le braccia, l’essenza. Ci saranno
ancora figli da allevare, e altri da guardar
morire senza poter capire perché
un figlio che muore non abbia nome
- ma non smetta mai di farsi chiamare -.
Avremo da fare, cose vecchie
da aggiustare, i tagli profondi sui pantaloni,
sul cuore: quelli che mai saprai dire, farai
sapere.
Ci sarà tutto Bruno, domani
fra un minuto. Ci sarà la vita. Ed io
pensavo così. Ma forte al punto
che tu persino lo avrai sentito,
e ti sei voltato. Là ti ho visto.
Ho visto, ma cosa? Il mio uomo? La sua ombra?
Ah Maria - ossa, denti, lacrime -
Sei tu?
Proprio tu
sposo mio così sporco e piccino.
Piccolo come un bambino, sperduto, sfinito
Bruno mio, altro figlio mio. Dentro di te
ci sei? In fondo, sotto quello che vedo
c’è ancora il tuo nome? E lo chiamo: Bruno.
E più forte: Bruno. Venendo avanti:
Bruno. Piangendo: Bruno. Gridando: Bruno.
Toccandoti a vedere se è vero
e tu toccando me piano piano
riconoscendoci tratti, profilo
espressione, respiro. “Sono qua”, ti ho detto.
Tu mi hai sorriso e mi hai chiamata:
“Elvira, quanto tempo sarà passato?”
“Niente, il tempo di arrivare fino a qua.”
Il trentesimo dono è dell'Associazione Italo-Corsa Pasquale Paoli,
che si occupa dei legami storico-culturali, linguistici ed economici tra
Corsica ed Italia, e che ringraziamo per averci concesso la pubblicazione, nel blog de Le Cicale
Operose, di un documento audio in cui possiamo ascoltare il dialetto
Còrso di Zicavo, variante Oltremontana.
Aprendo il video potete leggere il testo del parlante e la sua traduzione.