martedì 17 febbraio 2026

Introduzione di Maristella Diotaiuti per il volume Woman’s Worst Enemy, di Beatrice Hastings, Astarte Editrice, 2022, Pisa.

 















Introduzione di Maristella Diotaiuti per il volume Woman’s Worst Enemy, di Beatrice Hastings, opera raccolta da Federico Tortora (Le Cicale Operose), pubblicata nel 2022 da Astarte Editrice, Pisa. Traduzione di Carolina Paolicchi. Il volume contiene il saggio di Stefania TarantinoL’ascesa della donna contro la tirannia della più potente passione al mondo” e la Postfazione “Il mondo prima di Beatrice Hastings”, di Giada Bonu.

 

 

Introduzione

 

[…] mia cara donna! Intanto, sento il tuo pianto, e lo

interpreto al meglio che posso.

Beatrice Hastings

 

Woman’s Worst Enemy: Woman [Il peggior nemico della donna: la donna] può essere considerato a buon diritto il manifesto femminista di Beatrice Hastings. Appare sotto forma di allegato, nel mese di luglio del 1909, come pubblicazione autonoma ma interna al giornale inglese d’avanguardia The New Age, nel quale Hastings ha impegnato gran parte della sua energia di scrittura. È la sua prima opera indipendente, dal momento che tutte le altre sue opere di narrativa e non, furono serializzate sulla rivista.

Scritto e redatto da Hastings, che del giornale è, sin dalla prima ora, contributrice prolifica e originale redattrice, questo libro si presenta come un corpus costituito da sette articoli-paragrafi o saggi, che scandiscono e accompagnano lo svolgersi della riflessione intorno a nodi teorici e tematici, politici, di estrema rilevanza nella Weltanschauung di Hastings, ma anche nei conflitti apertesi nel corpo della società occidentale di inizio Novecento.

La sequenza della riflessione si apre con quella che Hastings definisce significativamente Declaratory [Dichiarazione] avendo decisamente i tratti e i toni di una vera e propria dichiarazione di principi e di ostilità, e si chiude con un articolo, Woman as State Creditor [La donna come creditrice dello Stato], già pubblicato sullo stesso giornale il 27 giugno 1908, quindi recuperato da Hastings e inserito strategicamente in un lavoro redazionale più ampio che potesse offrire all’autrice l’occasione di raccogliere e chiarire organicamente e una volta per tutte il suo pensiero su certi argomenti che la vedono impegnata come donna e come intellettuale, chiarire non tanto a se stessa, che già da tempo aveva salda la consapevolezza della sua posizione ideologica, quanto a lettrici e lettori ancora polemici se non ostili nei suoi confronti, dopo l’uscita dell’articolo del 1908.

Argomenti non certo di seconda mano se investono, come un cataclisma, la ingessata, borghese e imperialista società inglese sospesa tra un’età vittoriana-edoardiana attardata e retriva e un’età modernista che incalza con le sue istanze di rinnovamento ma ancora dai contorni sfumati e tutta da definirsi. Argomenti che non esauriscono la loro portata in un tempo storicamente definito ma che attraverseranno i tempi rinnovandosi e accrescendosi e ridefinendosi al fuoco di nuovi femminismi che sempre più li sottoporranno a revisione, e la maternità si porrà ancora come sfida centrale dell’identità femminile tra rifiuti e rivalutazioni.

Un’età di mezzo, quella in cui si muove e pensa e agisce Hastings, che vede le donne, che di frequente sono anche artiste, scrittrici, giornaliste, editrici, intellettuali, impegnate sì in una ridefinizione della soggettività femminile, ma in prima istanza a rivendicare un nuovo spazio autonomo in cui porsi come soggetti portatrici di diritti, primo fra tutti il diritto al voto.

Il titolo, volutamente provocatorio, nasce dalla sua opposizione ai miti della maternità che le stesse donne promuovono e impongono alle altre donne. Hastings intende sottoporre a critica e riformare gli atteggiamenti morali verso la maternità, verso il parto e tutto il processo procreativo, investendo anche la sessualità e il secolare controllo esercitato sul corpo femminile dovuto alla sua capacità procreativa. Un corpo, né nominato e né previsto dagli atti legislativi, considerato come semplice contenitore riproduttivo, ma indispensabile, fondamentale per la costruzione della struttura mpatriarcale e capitalistica.

Tutto il pamphlet di Hastings, dentro una più generale ondata di rinnovamento, si colloca di sicuro in una posizione fortemente avanzata e divergente, tanto radicale, dirompente e appassionatamente assertivo da provocare, già all’indomani della sua pubblicazione, un’ondata di reazioni di diversa natura ma principalmente di riprovazione e di forte opposizione. Risposte e reazioni raccolte e pubblicate dalla stessa Hastings, in qualità di redattrice del giornale, nella pagina delle lettere dei lettori (alcune di queste raccolte dalla stessa Hasting e qui pubblicate) e alle quali non manca di rispondere, di controbattere con la sua consueta movenza stilistica provocatoria e sfrontata, urticante, giocata sull’utilizzo massiccio di ironia, parodia, iperbole, contrefision, nonché dei più irriverenti calembour, stile che contraddistingue le pagine di tutto il libro, ma anche altre sue opere.

Le ragioni di queste reazioni sono chiare: il libro di Hastings tematizza e problematizza importati questioni, prima tra tutte quella della maternità, nodo teorico del dibattito femminista, ancora oggi più che mai vivo e irrisolto, ma non ancora affrontato, o non sufficientemente ritenuto rilevante agli inizi del Novecento, in un momento in cui le rivendicazioni delle donne sono rivolte principalmente, se non esclusivamente, all’acquisizione del diritto al voto, senza toccare gli strati più profondi, i nuclei più dolorosamente scoperti della questione, quelli cioè che investono le dimensioni ontologiche, costitutive, archetipiche dell’essere donna.

Mettere in discussione la maternità significa mettere in discussione tutto il fondamento ideologico e culturale alla base, non solo dell’ordine sociale ed economico, ma della stessa identità di donna, la sua ragion d’essere, la sua funzione nel mondo stabilita sulla ferrea equazione biologica e culturale donna=madre. Hastings è, in altre parole, impegnata in una vera e propria decostruzione del simbolico materno e del femminile, nello smantellamento della mistica della femminilità e della maternità, nella liberazione dai ruoli classici previsti per le donne, in maniera così totalizzante e sistematica da far sembrare qualsiasi affermazione contraria oziosa e peregrina, da non lasciare vuoti di riflessione o interstizi che consentissero ulteriori passaggi del maschile.

Molto abilmente, infatti, alterna pars destruens a pars construens, smontando ad uno ad uno le costruzioni patriarcali liberiste e imperialiste che hanno ingabbiato le donne, proponendo però soluzioni, e delineando nuovi possibili scenari, tracciando nuovi percorsi di libertà e di emancipazione. Sottoporre a critica severa la condizione tradizionale della donna e proporre una diversa sua collocazione nel pubblico e nuove relazioni fra i generi nella sfera privata, in parallelo con una articolata opera di “risignificazione” simbolica della maternità, è sicuramente un approccio rivoluzionario al problema, che non poteva non allarmare gli uomini ma anche le donne.

Beatrice Hastings pensa in modo “inattuale” per il suo tempo, non conforme né contemporaneo, perché sostiene non tanto o non solo l’emancipazione della donna, che significa parificazione all’uomo nei diritti civili e politici, ma soprattutto la liberazione della donna, concetti questi di emancipazione e liberazione indagati e ridiscussi in tempi recentissimi.

L’emancipazione, e l’emancipazionismo derivante, è un pensiero che considera le donne come un gruppo sociale da tutelare, debole, in qualche modo inferiore, che ha bisogno appunto di emanciparsi per diventare simile all’uomo, che è considerato il vero modello a cui uniformarsi. L’emancipazionismo rimanda a una tutela accordata alle mancanze delle donne, e non fa altro che evidenziare la necessità da parte di una collettività di comportarsi almeno correttamente con chi non goda delle stesse prerogative fisiche, culturali ed economiche.

In forte anticipo con quello che sarebbe stato il “femminismo della differenza”, Hastings mira alla liberazione della donna, ad affermare un’identità femminile non subordinata né assimilata a quella maschile, al riconoscimento e alla valorizzazione delle differenze di cui le donne sono portatrici, rispetto a un maschile pervasivo, uniformante e neutralizzante.

 

Non vogliamo la vostra galanteria. Per noi ha significato l’essere

state ingannate e obbligate a sottostare alle regole stabilite

dagli uomini – “fino al limite dell’autonegazione.” Ma noi, dal

canto nostro, non abbiamo intenzione di schernire gli uomini

con la “galanteria”. (p. 97)

 

È la risposta di Hastings a una lettera di “un altro uomo”, come lei stessa lo definisce, il quale aveva scritto, in opposizione alle rivendicazione delle suffragette:

 

Queste suffragette senza dubbio odiano gli uomini. Amano

fantasticare sul tempo in cui gli uomini acconsentiranno alle

regole stabilite da queste tiranne – fino al limite dell’autonegazione.

… Lascia che tutte le vere donne marcino con noi

verso la nostra mutua emancipazione, e poi saremo in grado

di mostrare la nostra galanteria e il vero amore. (p. 97)

 

È questo uno dei punti nevralgici che oppone Hastings alle suffragette.

Per Hastings non basta reclamare e ottenere il diritto al voto, ritenuto da lei connaturato e imprescindibile dallo statuto di essere-cittadina proprio delle donne, e non bastano le leggi per garantire le donne, tanto più se le leggi sono realizzate solo dagli uomini e, tra l’altro, anche in campi che sono prettamente di competenza delle donne, perché il dominio maschile insiste e persiste nella sfera privata delle donne, in quella più intima e quotidiana, come la famiglia, la sessualità, la procreazione, la maternità, l’uso del proprio corpo. L’emancipazione politica, suggellata dall’acquisizione del suffragio e di uguali diritti come cittadine, non garantisce ipso facto l’emancipazione sociale né la liberazione dal dominio maschile nella sfera intima.

Bisogna quindi passare, per risolvere questo problema, dal paradigma dell’oppressione al paradigma dell’espressione, cioè di prendere le decisioni sulle proprie vite e posizioni sulle questioni politiche.

Hastings, quindi, in questa prospettiva lungimirante e rivoluzionaria, contesta radicalmente la più antica e basilare forma di dominio, quella di un sesso sull’altro, quella all’origine di ogni rapporto di potere e di sopraffazione. Denuncia il patriarcato, i suoi obblighi, le sue leggi, le immagini della donna come subordinata, criticando i costumi sessuali, le abitudini, le convenzioni della vita quotidiana, ma chiama in causa anche le donne, responsabilizzandole, affinché prendano coscienza della propria condizione e si attivino per cambiarla.

Il perno su cui fa ruotare tutto questo processo è la maternità nelle forme e nelle sostanze con le quali è propagandata e vissuta.

 

Hasting mette in relazione la radicale esperienza della gravidanza

e del parto alla perdita di libertà, affermando che ‘le

donne amano la libertà della mente e del corpo quanto gli uomini’

ma poi questa libertà è forzatamente tolta alle donne appena

sono sottoposte al ‘calvario del parto’ anno dopo anno. Se

le donne fossero lasciate libere di operare una scelta, sicuramente

sceglierebbero di non essere madri. Quando scrive,

nel suo stile di scrittura iperbolica, “Non ho mai visto la creatura

adulta di cui vorrei essere la madre” è perché per lei tutto ciò che

riguarda l’andare “non intenzionale” verso la maternità, rappresenta una perdita della libertà “reale”.

Ogni donna dovrebbe avere l’opportunità di scegliere, e di

scegliere anche di rinunciare alla maternità. [...] Il considerare

le donne in quanto donne, non madri, è un’idea rivoluzionaria

nell’età di Beatrice.[1]

 

Attacca, quindi, con particolare virulenza, tutta la mistica della femminilità che vuole la donna necessariamente, per predisposizione naturale, moglie, madre, angelo del focolare, andando così a colpire il cuore del problema, quel determinismo biologico che inchioda la donna a un ruolo totalizzante e deprivatizzante, e che la costringe in una fascinazione ottenebrata della propria natura, quella che lei chiama, con un’espressione felice e provocatoria, “seduzione dell’utero”, scrivendo in proposito che «L’utero è plasmato per soffrire, ma è plasmato anche per bramare la propria sofferenza», coinvolgendo così anche le donne in questo complesso processo di mistificazione,

 

la chiave di ferro chiude tutto l’essere. Ed è per questo che la

donna incinta è inebetita, e che la sua memoria è separata dal

linguaggio. [...] la donna non riesce a spiegare come è diventata

inebetita e senza memoria (p. 43).

 

Hastings è, evidentemente, per una maternità consapevole, liberamente progettata e vissuta, e quindi per una conoscenza scientifica della sessualità e del processo di procreazione, per la separazione della sessualità dalla maternità, per la diffusione della contraccezione, per la creazione di servizi sociali e istituti medici a sostegno delle donne prima durante e dopo il parto, per la sottrazione del parto stesso alle competenze e alle pratiche esclusive del maschio e la sua restituzione alla dimensione più naturale.

Propone nuovi modelli di comportamento basati su una più equa ripartizione dei compiti all’interno del matrimonio, della coppia, evidenziando l’autonomia del soggetto femminile, della sua libertà sessuale e promuovendo la solidarietà tra donne.

Hastings crede che l’essere madre non sia un destino inelutta­bile, né deterministicamente naturale, ma sempre più un obbligo sociale. L’essere madre non è uno status in cui si nasce, ma uno status che si acquisisce con il tempo sotto l’assedio di una lunga e pervicace opera di costruzione di modelli funzionali a un cer­to ordine del mondo, violentemente patriarcale e predatorio, che utilizza la maternità, il corpo della donna, le sue funzioni biologi­che, per costruire un’architettura economica e sociale fondata sul dominio, un corpo né nominato e né previsto dagli atti legislativi, considerato come semplice contenitore riproduttivo.

Il corpo trasformato in oggetto da controllare e dominare. È lo stesso dominio che l’uomo esercita su quello che i greci chiama­vano phýsis cioè la forza generatrice e quindi anche la Natura. Il corpo della Natura al pari del corpo della donna. L’immagine del­la terra madre e nutrice si trasforma in terra-patria e territorio da difendere, in luogo di esercizio del potere. È il potere dell’uomo sulle forze della natura, sugli altri gruppi, sull’altra parte dell’uma­nità, sul corpo sessuato della donna che, con i propri ritmi auto­nomi e scanditi dalla natura, sembra sottrarsi a qualsiasi controllo.

È un potere, quello maschile, che dimostra il bisogno di porre dei confini, tracciare i limiti di un territorio al fine di renderlo con­trollabile, che nasconde la paura dei propri limiti e della propria finitezza.

La maternità, dunque, il sentimento d’amore connesso, il co­siddetto “istinto materno”, la predisposizione innata alla “cura” che di questo istinto è necessario corollario, per Hastings sono piuttosto “fatti” storicizzabili, sentimenti acquisiti, storicamente e socialmente determinati. La cosiddetta “natura femminile” è un costrutto sociale utilizzato per legittimare l’esclusione del­la donna dalla politica e relegare nel privato metà dell’umanità. «L’amore materno è solo un sentimento umano. E come tutti i sentimenti è incerto, fragile e imperfetto. Contrariamente a quanto si crede, forse non è inciso profondamente nella natura femminile», scrive Elisabeth Badinter nel suo saggio L’amore in più. Storia dell’amore materno[2].

Il nucleo maggiormente innovativo e dirompente del pensie­ro femminista di Hastings, lo ritroviamo, pertanto, nell’articolo Woman as State Creditor [Donna come creditrice dello Stato], che chiude il pamphlet, dove l’attacco è diretto apertamente a tutto il sistema statale, capitalistico e patriarcale, che fa del corpo della donna una proprietà dello Stato, funzionale, strumentale alla sua politica di potenza e di egemonia economica. Sono gli anni, è bene ricordarlo, in cui andava crescendo e consolidandosi l’espansioni­smo imperiale della Gran Bretagna, sostenuto da una sempre più convincente scienza eugenetica, che richiedeva un numero sempre maggiore di corpi. Era convinzione radicata e diffusa, quindi, che fosse responsabilità delle donne produrre questi corpi, persino per rafforzare, come si cominciò a dire, “la razza” anglosassone.

Hastings, perciò, rivendica per la donna, costretta nel ruolo for­zato di moglie e madre, uno status assimilabile a quello di una la­voratrice, con un riconosciuto salario e tutti i diritti connessi a questo status, compresi assistenza sanitaria e adeguata preparazione degli operatori sanitari che devono seguire la donna durante tutto il pro­cesso della maternità, dalla gestazione al parto, e anche durante la cre­scita e l’educazione dei figli. Lo Stato, se da una parte attribuisce alla donna un ruolo fondamentale al suo interno, dall’altra lo nega, o lo sminuisce, non le assicura un’adeguata attenzione in termine di legge.

Scrive Hastings, nell’articolo su citato:

È chiaro alle donne che il primo timido tentativo di ricom­pensarle per il loro contributo nel creare l’umanità, si basa sullo spietato disconoscimento della grandezza del servizio reso; e ripeto che anche la misera ricompensa offerta è priva di valore, perché male indirizzata. (p. 91)

E ancora:

Il risarcimento per l’handicap femminile della gravidanza è vilmente inadeguato. Quanto esattamente questa disabilità colpisca le donne, e come si possa alleviarne l’angosciante pressione, solo le donne posso­no comprenderlo. E anche solo su tali basi l’intera pretesa di uno Stato guidato solo da uomini si dimostra indifendibile. (p. 87)

E rivendica per le donne il diritto di legiferare per se stesse:

Nessuna legge promulgata dall’uomo, nessuna preferenza ac­cordata dall’uomo può davvero aiutare le donne. Solo le donne sanno di cosa hanno bisogno. (p. 85)

Sono affermazioni di una straordinaria portata innovativa, che proiettano Hastings vertiginosamente nel nostro presente, alle ri­vendicazioni del femminismo storico, eppure, altrettanto straordi­nariamente la rimandano indietro, a un formidabile recupero del femminile arcaico, alla solidarietà femminile.

Per questo l’inversione che subisce, ad un certo punto, la ri­flessione di Hastings, e dal mondo maschile si sposta a quello femminile che, come esprime lo stesso titolo del libro, diventa il bersaglio della sua polemica, viene avvertito ancora più violento e inaccettabile da parte delle donne, come di fatto accadde, arri­vando ad additare Hasting come antifemminista e nemica delle donne, soprattutto quando argomenta nelle vesti di D. Triformis, uno dei molti pseudonimi da lei usati[3], fraintendendo così la vera portata del suo pensiero e della sua argomentazione.

Con lucidità analitica, attacca a viso aperto, senza infingimenti protettivi, tutti quei comportamenti delle donne che concorrono a sostenere l’ordine patriarcale, a partire dalla «perversa cospira­zione contro la giovinezza» (p. 33) messa in atto dalle donne che tacciono alle giovani fanciulle sulle sofferenze e le ipocrisie di ma­trimonio e procreazione:

Questo libro è stato scritto per il piacere di denunciare quel tipo di femmina la cui modestia impone un silenzio tombale su questioni così importanti come il sesso e la maternità. [...] Quando le figlie si preparano all’altare ha già pronto un altro repertorio di menzogne, insieme al velo e ai fiori d’arancio, e ai suoi auguri fasulli, così che possano giungere mansuete all’altare, come la madre prima di loro, prima di scoprire l’in­ganno (p. 31)

Condanna, senza appello, in un articolo che sollevò sdegno e riprovazione, The case of the anti-feminists [Le ragioni degli antifem­ministi] pubblicato sul The New Age del 28 agosto 1908, quella che Hastings chiama “servitù volontaria” delle donne, che le spinge a stringere una sorta di tacito accordo con l’uomo e marito, con il quale le donne si assicurano protezione e mantenimento, anche economico, una minima millantata libertà decisionale all’interno della dimensione domestica e matrimoniale, accontentandosi di piccoli poteri, di insignificanti aree di autonomia, rinunciando a esercitare ruoli e professioni nella sfera pubblica che resta a esclu­sivo appannaggio maschile.

Tutte argomentazioni fiere e coraggiose, molto rivoluzionarie, che però, o forse proprio per questo, non riescono a travalicare, scalfire, la dura opposizione di una nutrita schiera di donne, tra le quali anche le suffragette e le femministe anarchiche che tanto hanno in comune con il femminismo libertario di Hastings. È stata avvertita come antifemminista, antisuffragista, nociva per la causa femminile, nemica delle donne, e il suo libro è stato boicottato e, se letto, ha ricevuto critiche astiose e violente.

Pericolosamente antifemminista, quindi, ma altrettando peri­colosamente femminista.

Scrive la lettrice Margaret M. Mack, in una lettera inviata all’edi­tore del The New Age, nel numero del 4 luglio 1908: «Il femminismo esagerato di Beatrice Tina è molto più dannoso per la causa suffra­gista dell’antifemminismo di Belfort Bax [...]»[4]

Beatrice Hastings non manca di rispondere nel numero dello stesso giornale dell’11 luglio 1908, ribadendo ancora una volta il suo essere femminista, la sua vicinanza alle donne, ma anche la sua profonda avversione per un matrimonio, una sessualità e una maternità che non sono consapevoli e liberi, oltre che auspicare per le donne, come unica forma di realizzazione della propria identità, l’indipendenza eco­nomica e il lavoro fuori dalle mura domestiche. In questa risposta Hastings si difende dalle accuse di antifemminismo e chiarisce ul­teriormente la sua posizione nei confronti della richiesta del voto da parte del movimento delle suffragette che non ritiene possa es­sere considerato come la soluzione di tutti i problemi delle donne, come la panacea di tutti i loro mali. Così scrive:

Quelle fra noi che sono economicamente indipendenti, fan­no ciò che vogliono per quanto riguarda l’invalidità del ma­trimonio e la maternità. Ma alcune donne non hanno alter­native. Questa la considero una preoccupazione più vitale persino della disabilità politica. In materia di voto, plaudo a tutto ciò che viene fatto; ma trovo qualcosa di obliato e pro­cedo a denunciarlo. Miss Pankhurst, lei stessa una Libertà in­carnata, la cui libertà del voto non sarà altro che una spilla nella sua sciarpa, combatte la battaglia politica per altre don­ne. Io, che non odio gli uomini come sembra pensare la si­gnorina Mack, scelgo di parlare per le donne rese silenti da un trattamento criminale o insensibile. Nell’argomentare le sofferenze di queste donne e la necessità di riforma, ripudio l’insinuazione che io non sia una buona suffragetta.[5]

Il fatto è che il tratto distintivo del suo attivismo femminista deriva dal suo essere prima di tutto una intellettuale, e da intel­lettuale agisce il suo femminismo. Le sue lotte di emancipazione e di liberazione della donna le svolge sempre con e sulla pagina scritta, da poeta, da scrittrice, da giornalista. La penna come arma, come pungolo, come coltello nella carne viva del problema. Sen­za esclusione di colpi. Una penna al vetriolo, ma sempre aderen­te all’oggetto dell’analisi, sempre partecipe pur senza abbandoni emotivi o sentimentali.

In questa sua militanza di scrittura si allontana anche da Emma Goldman, che viceversa è un’abile oratrice, trascinatrice delle fol­le, organizzatrice di seguitissime manifestazioni pubbliche, un’at­tivista con la quale invece ha ampie aree di somiglianza in quanto a idee e principi e ideali di libertà. Non è infatti un caso che il vo­lumetto Woman’s Worst Enemy: Woman, conservato presso il fondo Gerritsen,[6] sia corredato dei nomi di Emma Goldman e del suo compagno, l’anarchico Ben Reitman, a grafia della stessa Beatrice, a testimonianza del fatto che, con molta probabilità, Hastings l’ab­bia fatto recapitare a Emma, oltre a delineare la possibilità che le due donne si siano conosciute nella New York di inizio Novecento, dove entrambe hanno vissuto, Beatrice per un breve periodo tra il 1904 e il 1905, e Goldman molto più a lungo, dal 1885 al 1919, anno in cui fu espulsa dagli Stati Uniti d’America.

Una inaspettata testimonianza dell’accademico Harold Rosen, ci restituisce però anche una Hastings che partecipa, negli anni Tren­ta, a manifestazioni del Partito Comunista anglosassone:

Beatrice Hastings aveva sentito il richiamo del partito co­munista, come tanti altri che negli anni Trenta vi si avvici­narono da altre buone cause. Lei era ora non solo una Com­pagna e un’assidua lettrice del Daily Worker, ma anche una risorsa. Nonostante le impeccabili credenziali comuniste di mia madre e la sua medaglietta con falce, martello e stel­la rossa, devo dire che si immerse nell’aura di confidenza, educazione e (c’è da aggiungerlo?) benessere emanata da Beatrice Hastings. Era, in questa luce, una donna superiore da mostrare alla famiglia come un successo per la carriera sociale di mia madre.[7]

L’accusa di antifemminismo addolora Hastings profondamen­te, anche per il conseguente isolamento e l’ostracismo che da essa derivano. La sua stessa esistenza di donna, con una costante e ine­sausta ricerca di libertà identitaria, nelle relazioni d’amore e di amicizia, nei rapporti con le strutture del potere, è una chiara e inequivocabile dimostrazione del suo innato femminismo.

In ogni caso la lotta per il diritto al voto, il suffragio delle donne, rimane sempre un suo impegno costante: scrive della tortura inac­cettabile che le suffragette dovettero subire durante la loro prigio­nia e bolla sempre l’antifemminismo come «una forma molto triste di entusiasmo».[8]

«Le suffragette militanti ci hanno salvate dall’ultima ignominia della schiavitù – l’obbligo a ringraziare per la nostra liberazione», scrive a chiusura del presente libro (p. 91).

Anche se, da un certo momento in poi, alcune sue affermazio­ni sembrano andare verso una direzione opposta, tutto quello che Hastings scrive va sempre correlato a un contesto, sottoposto ad analisi accurata e immesso in una rete testuale che da sola può rico­struire e restituire il senso più autentico del suo pensiero.

Chiarire la questione del femminismo o non femminismo di Hastings è di fondamentale importanza nel processo di un suo ri­conoscimento all’interno di una genealogia femminile e femmini­sta che, attualmente, ancora la esclude proditoriamente.

La natura apparentemente ambigua, o, meglio, ambivalente del femminismo di Hastings è, in fondo, anche la natura ambigua e ambivalente del movimento femminista di inizio secolo, soprat­tutto nell’Inghilterra vittoriana e post-vittoriana. Un movimento ancora variegato e dai confini non netti.

I contorni tra femminismo e antifemminismo a volte erano sfu­mati e con inaspettate inversioni. Alcune femministe, ad esempio, come Mary Ward, Violet Markham e altre, sono favorevoli all’e­stensione del ruolo delle donne nella vita pubblica, di un ruolo di influenza politica, salvo poi restringere questa influenza ai cosid­detti “regni femminili”, quelle aree di competenza tradizionalmen­te riservate alle donne, come la politica sociale e di governo locale, cioè una influenza esercitata in ambiti ristretti e ritenuti secondari rispetto alla “grande politica” di competenza maschile.

 

La difficoltà di tracciare linee demarcatorie nette tra una posizio­ne femminista e una antifemminista di Hastings è complicata ulte­riormente da alcune caratteristiche strettamente connesse alla sua strategia di scrittura e alla sua collocazione all’interno del Moderni­smo. Hastings è stata spesso etichettata, definita, come una femmini­sta antimodernista, ma anche come modernista antifemminista, de­scrizioni entrambe valide ed entrambe approssimative e imprecise.

Parallela, quindi, o se volete intimamente connessa, alla questio­ne “Hastings femminista o antifemminista”, corre quella “Hastings modernista o antimodernista”. Nel senso che, se, da un lato, Hastin­gs si attarda su alcune posizioni tradizionali, in poesia ad esempio, dove utilizza ancora forme e metri e ritmi classici, partecipa cio­nonostante alle istanze e ai processi di rinnovamento della cultura e dell’arte e al fermento sperimentale di quei decenni del secolo.

Hastings, infatti, è stata una scrittrice e una editrice-giornalista sperimentale, e in entrambi gli ambiti ha realizzato quello che è sta­to definito un “dialogismo strategico”,[9] utilissimo per valutare e ri­valutare la sua posizione come artista modernista, editrice, critica e commentatrice sulle questioni di genere e sul suffragio femminile.

Dialogismo strategico, nella sua attività di coeditrice del The New Age, si traduce nell’organizzazione delle pagine del giornale in una composizione, un assemblaggio di suoi e altrui testi fortemente va­riegati nel contenuto e nelle forme, oltre che, vedremo, nelle firme.

Hastings supera la pratica puramente commerciale, perché vi introduce un’altra pratica sperimentale, la creazione di identità multiple, secondo certe necessità e per raggiungere certi obiettivi artistici e politici, manipolando le immagini dei suoi volti pubblici attraverso la creazione di numerosissimi pseudonimi.

L’aver scritto utilizzando firme in modo anonimo, non riferibili alla sua vera identità, ha comportato ancora oggi la difficoltà di rendere ad Hastings i dovuti meriti, e molte delle sue frustrazioni e rivendicazioni, che la amareggiarono negli ultimi anni della sua vita per la man­canza di riconoscimento, possono in parte derivare dal fatto che la sua scrittura mutevole dipendeva dalle molte identità da lei adoperate.

Attraverso queste diverse identità Hastings mette in campo una straordinaria capacità di costruire dibattiti sulle pagine del giornale, e in alcuni casi veri e propri scontri di contrapposte po­sizioni di pensiero.

È il dialogismo strategico delle identità che porta Hastings a paradossi e ardite inversioni di pensiero, di opinioni, di posizioni ideologiche, a volte persino a simulate abiure, ma sono tutte forme strategicamente e consapevolmente studiate e controllate.

Le identità di penna più significative per l’argomento qui trat­tato sono senz’altro quelle di Beatrice Tina e di D. Triformis, e in parte la più astratta e satirica T.K.L.

Particolarmente interessante è lo pseudonimo D. Triformis, uno dei più affascinanti alter ego di Hastings, che può essere traducibile in “di tre forme”, un indizio semantico della sua in­trinseca natura artificiosa. Vi è un chiaro rimando all’Ode 3.22 di Orazio che è un’invocazione a Diana nel suo ruolo di protettrice delle donne durante il parto. È la Diana Trivia, o Triforme, perché aveva le sembianze insieme della vecchia, della matrona e della fanciulla. Questo riferimento oraziano chiarisce la volontà di Ha­stings di far parlare D. Triformis in nome di tutte le donne. Tri­formis è stato anche letto come un nome maschile, ma Triformis si autoidentifica da subito come una donna già nel suo articolo di debutto Militancy and humanity [Militanza e umanità] nel nume­ro del 6 gennaio 1910. Il primo contributo di Triformis mostra che Hastings è una femminista che ancora opera attraverso una opinione positiva delle donne e del loro potenziale, anche se la funzione principale di D. Triformis è quella di criticare il suffragi­smo militante. Ma le opinioni di Triformis variano nel tempo, con alcune costanti: il pacifismo e l’appello alla ragione.

Beatrice Tina è invece la maschera femminista di Hastings che compare per la prima volta con questo nome nel numero del 28 marzo 1908, il suo secondo anno al The New Age, come firma dell’articolo Woman as State Creditor [Donna come creditrice del­­ lo Stato], pubblicato in questo volume, è quindi la femminista che argomenta per confutare alcune tesi antifemministe, in particola­re di Belford Bax, e ripropone lo stesso tono aspro e provocato­rio delle suffragette e la loro posizione sul suffragio, appoggiando apertamente le militanti, come Emmeline Pankhurst e le sue figlie, disposte a soffrire eroicamente nella loro lotta per il voto. Questo articolo, quindi, è stato scritto da Hastings prima che avvenisse la rottura traumatica con il movimento suffragista, i cui primi segni compaiono il 28 agosto 1908 con la pubblicazione di The case of the anti-feminists a firma sempre di Beatrice Tina.

La prima contrapposizione avviene, quindi, proprio tra D. Tri­formis e Beatrice Tina, entrambe le identità si mobilitarono cioè per denunciarsi a vicenda.

In realtà le contrapposizioni sono fittizie perché si muovono tutte all’interno di un’unica identità, un po’ come accade per le ma­triosche, singole figure contenute una nell’altra, che quindi posso­no essere considerate pezzi a se stanti, ma che si ricompongono in un’unica figura che le comprende tutte.

Hastings utilizza il giornale come una sorta di palcoscenico dove mettere in scena le sue varie identità, farle giocare tra loro in uno straordinario gioco delle parti, di pirandelliana memoria, con mo­menti significativi in cui queste si confondono, in un continuo slit­tamento dell’una nell’altra, finendo così con il creare un mosaico composito che molto bene si addice al trasformismo di Hastings.

D. Triformis finisce così con il sostenere tesi e posizioni che do­vrebbero essere di Beatrice Tina, e viceversa, fino a quando Bea­trice non sente il bisogno di assumere su di sé tutte queste identità dichiarando apertamente di essere lei sia l’una che l’altra, firman­dosi Beatrice (Tina) Hastings, anche per denunciare che è lei la vera persona vittima di tanti attacchi.

Un’attenzione analitica alle identità di Hastings rende un po’ più chiare le difficoltà di leggere i suoi “femminismo” e “antifem­minismo” come discorsi contrapposti e indipendenti, e sgombra il campo dalle accuse mosse di avere avuto, da un certo momento in poi, una deriva misogina. Come spesso accade quando si ha a che fare con Hastings, e con la sua scrittura, è vera una lettura ma è altrettanto vera anche la lettura opposta. I suoi testi vanno letti proprio per le loro contraddizioni e con la consapevolezza che le sue identità pubbliche prendono vita e senso proprio nel paradosso. Il voler individuare a tutti i costi l’autenticità delle af­fermazioni di Hastings, rischia di danneggiare, svilire il suo lavoro di tessitura dei testi, sia individualmente che nella macro compo­sizione del The New Age.

Alcuni articoli, più di altri, sono strutturati intorno alla figu­ra retorica dell’ironia, intesa come inversione di senso, e alcune affermazioni sono iperbolicamente evidenti, create proprio con l’intento di stupire e scandalizzare, come la frase, chiaramente ipertrofica e di rovesciamento, «in vita mia non ho mai conosciu­to un adulto di cui vorrei essere la madre» posta a chiusura della Dichiarazione (p. 39).

Così come strutturata intorno all’ironia è l’altra espressione pro­nunciata da Hastings «Le donne sono un sesso inferiore»[10] che fu av­vertita come uno scandaloso e inaccettabile tradimento di Hastings.

L’ironia è la figura retorica che meglio rappresenta Hastings, con la sua dimensione sfuggente, inafferrabile, almeno doppia. L’ironia è una sorta di sgambetto del senso, un modo per sparigliare le car­te, per mettere scompiglio, non arroccandosi mai su idee, pensieri, che possono per questo diventare dogmi.

Anche la ricerca e la teorizzazione di una lingua letteraria per­sonale, elaborata già nel 1908, in una pagina intensa e importante di Note d’Oriolo II, va in questa direzione. Una lingua connotata al femminile, varia e mossa perché varia e mossa è la vita. Per questo la sua scrittura può essere considerata una scrittura dell’esperienza e una scrittura del corpo.

Questo trascorrere quasi spontaneamente dal corpo alla scrit­tura è di estremo rilievo per comprendere la personalità e la leva­tura intellettuale e speculativa di Hastings, e anche la modernità delle sue proposizioni. Hastings ha realizzato una correlazione tra corporeità, scrittura e identità femminile che sarà discussa all’interno dei women’s studies e poi degli studi di genere a partire dagli anni Sessanta, e da filosofe quali Luce Irigaray, Hélène Sixous e Julia Kristeva, nei cui discorsi è centrale il corpo come costrutto simbolico, e ancora è materia della contemporanea critica lette­raria femminista.

In Hastings il corpo e la sua materialità si riflettono nella sua scrittura fortemente connotata al femminile, in un discorso identi­tario complesso e ricco di sfumature.

Beatrice Hastings trasforma la differenza sessuale in differenza testuale. Percepisce la donna come altro rispetto al soggetto ma­schile, un’alterità indefinibile che emerge nella scrittura del sé che irrompe nel testo. Un parlare del corpo sulla pagina bianca in segni che affermano la “differenza” e il potere dell’immaginario femmi­nile. Il testo diventa allora un’opera aperta fondata sulla circolazio­ne del desiderio, dell’eccesso, dell’arcaico perduto di cui riemergo­no le tracce tra le righe.

Hastings scrive e vive il testo come inscindibile dal corpo e dunque segue la pulsione a scrivere fuori da ogni confine, da ogni conformismo, scrivere all’infinito, dentro e fuori il conflitto, anzi scrivere il conflitto. Un conflitto perenne, quello di Hastings, nel rapporto sentimentale, nel rapporto con la modernità, con il reale, con le donne nelle loro pratiche di rivendicazione, nel rapporto con le strutture sociali, economiche, mentali e culturali. Ma il conflitto, a differenza dello scontro e della guerra, che tendono a distruggere l’altro, chiama l’altro a mettere in gioco la propria differenza e le proprie parzialità, non a sopprimerle. La sua scrittura, per questi motivi, inafferrabile e sovversiva, travolge la sintassi. Scrive Cixous in Il riso della Medusa «La sua lingua [della donna] non contiene, essa porta, essa non trattiene, essa rende possibile».[11]

Hastings può essere tranquillamente accostata, assimilata, come donna e come autrice, con tutte le sue contraddizioni, le sue am­bivalenze, al soggetto postulato dalla critica femminista in questi ­anni, che, come dice Raffaella Baccolini, nella sua introduzione sul­la (ri)nascita dell’autrice:

non è necessariamente un contro-soggetto forte, ma un sog­getto multiplo, contraddittorio e fluido, luogo di incontro di una rete complessa di categorie e/o differenze multiple all’in­terno di ogni donna.[12]

Per questa esigenza di una lingua al femminile, di una storia let­teraria delle donne, Hastings denuncia la mancanza di una gene­alogia femminile, di una tradizione anche letteraria al femminile nella quale ritrovarsi. Nell’articolo Women and literature [Donne e letteratura], pubblicato nel The New Age il 14 aprile 1910, Hastings scrive, a firma non a caso di D. Triformis la più ironica di tutte, la più doppia, anzi trina:

Tanto per cominciare le donne non hanno una tradizione che valga la pena definire intellettuale. Dobbiamo ancora crear­ne una. Non abbiamo uno standard all’infuori dello standard maschile. Non è facile immaginarne uno più utile.

Poi la riflessione di Triformis, nello stesso articolo, si sposta sulla letteratura:

Non è facile, ma è necessario che le scrittrici si rendano conto di quanto siamo ancora incatenate dalla superstizione, dal­le convenzioni e dalla tradizione su noi stesse e sulla nostra visione della vita tramandateci dagli uomini di lettere. Tutte queste illusioni limitano la nostra concezione ed esecuzione delle opere d’arte. Non abbiamo una pietra di paragone su cui mettere alla prova le nostre idee. La nostra religione è una faccenda puramente maschile, anche quando è il più possibi­le separata dal dogma.

Triformis lascia aperta la porta per una storia intellettuale, let­teraria, completamente separata e alternativa per le donne. L’atteg­giamento di Triformis non è di scoraggiamento, ma un invito all’a­zione. Una volta rintracciata l’assenza del patrimonio intellettuale delle donne, Hastings si augura che questo vuoto venga colmato al più presto.

Più e più volte nella sua intensa e complicata esistenza, Beatri­ce Hastings ha ribadito l’altissimo ruolo della conoscenza, della cultura, anche e soprattutto per la liberazione delle donne, per l’intera civiltà.

In Woman’s Worst Enemy: Woman, scrive: «Con le energie vitali dirette ai mondi creativi dell’amore, dell’arte, della scienza, dell’in­venzione e della filosofia, il mondo creativo della procreazione de­cade» (p. 79). E «Non c’è spreco nell’abbraccio d’amore» (p. 77).

L’amore al quale fa qui appello Hastings va riportato, in chia­ve antropologica, alla sua funzione apotropaica, alla evocazione di una potenza mana propria della donna. Una energia erotica, non necessariamente sessuale, in grado di allontanare il male, il dolore, la sventura e di restituire la vita.

Non la sessualità ridotta a pratica produttiva e riproduttiva, ma l’erotismo come pratica dissipativa che, in quanto tale, terrorizza il potere, che per questo ha sempre cercato di organizzarlo e re­primerlo.

L’amore liberato, quindi, liberatorio e rivitalizzante, non l’amo­re degradato e mercificato, ma l’amore come energia misteriosa ed esplosiva, eversiva perché esibisce il nascosto, che, se implica la violazione della norma, esprime anche tutto il potenziale di una forza generatrice e rigeneratrice. Una energia gioiosa, accompa­gnata dal sorriso e dal riso, il riso con il suo valore simbolico, come segno di un ritorno alla vita umana, alla fertilità della terra. Il riso di Demetra che segnala l’uscita dalla crisi luttuosa e il recupero della gioia di vivere.

Maristella Diotaiuti

 



[1] Maristella Diotaiuti, Federico Tortora, Beatrice Hastings. In full revolt,

Caffè letterario Le Cicale Operose, Livorno 2020, p. 24.


[2] Elisabeth Badinter, L’amore in più. Storia dell’amore materno, Longanesi, Mi­lano 1981, p. 9

[3]Hastings utilizza lo pseudonimo Beatrice Tina dal 28 marzo 1907 al 16 di­cembre 1909 (con questo nome firma infatti Woman’s Worst Enemy: Woman), D. Triformis dal 6 gennaio 1910 al 16 gennaio 1911 e, infine, T.K.L. dall’11 gennaio 1912 al 25 giugno 1914.

[4] Belfot Bax, avvocato e giornalista antifemminista.

[5] Correspondence, «The New Age», 11 luglio 1908, p. 218.

[6] Il fondo Gerritsen fu proprietà dell’Università di Chicago dal 1903 e, dal 1954, si trova conservato presso l’Università del Kansas. La copia digitalizza­ta da noi consultata è conservata presso l’University of Houston Libraries.

[7] Harold Rosen, Are you still circumcised? East End memories, Five Leaves Pub­lications, Nottingham 1999, p. 134, traduzione di C. Paolicchi.

[8] Correspondence. Woman’s suffrage, «The New Age», 21 aprile 1910.

[9] Raymond Tyler Babbie, Beatrice Hastings’ Modernism in Raymond Tyler Babbie, Issues of Modernism: Editorial Authority in Little Magazines of the “Avant Guerre”, University of Washington 2017, p. 21. Ringrazio Carlotta Pedrazzini, direttrice della rivista Emma, per averci fornito questo testo.

[10] Correspondence, «The New Age», 17 aprile 1913, p. 592.

[11] Hélène Cixous, Le Rire de la Méduse, «L’Arc», 61, 1975, pp. 39-54, traduzione a cura di chi scrive.

[12] Raffaella Baccolini, La (ri)nascita dell’autrice, in R. Baccolini, M.G. Fabi, V. Fortunati, R. Monticelli (a cura di), Critiche femministe e teorie letterarie, CLUEB, Bologna 1997, pp. 137-138.



sabato 7 febbraio 2026

Eri neve e ti sei sciolta, di Elena Mearini.


















Ospito volentieri nella mia rubrica, "Voci ribelli: di femmine e bestie", il consiglio di lettura di Silvia Rosa per il volume "Eri neve e ti sei sciolta" di Elena Mearini.

Rita Ciatti  

 

Silvia Rosa: Torna oggi su Poesie Aeree - PA micro giornale letterario la rubrica a mia cura "Rosa dei versi": in questa puntata consiglio il bellissimo libro di Elena Mearini, "Eri neve e ti sei sciolta" (Re Nudo 2025), la cui lettura mi ha particolarmente toccata, perché al centro della silloge si posiziona uno dei lutti più feroci, quello che riguarda la perdita del proprio animale, in questo caso il cane, che è stato amato e con cui si è condiviso tempo, spazio, affetto e si sono creati piccoli riti quotidiani nell'intimità domestica. Solo di recente si inizia a parlare di quanto questo tipo di perdita abbia un impatto del tutto simile alla scomparsa di una persona cara, e come il dolore sia spesso incomunicabile anche per una forma di pudore che spinge a tacere, per paura del giudizio altrui e di quelle frasi superficiali che perimetrano il lutto e creano gerarchie che il cuore non conosce. Ma il volume parla anche di altro, come scrive Lello Voce nella sua accurata prefazione: "Ciò che colpisce in quest’ultima fatica di Elena Mearini è [...] la sua capacità di fare del ricordo della sua cagnolina, Maya, il centro motore di una riflessione ben più ampia, al centro della quale sta il linguaggio e in cui la relazione con l’animale è la cartina al tornasole che porta alla luce la fragilità e l’impotenza della cultura umana di fronte all’infinita potenza e imperscrutabilità della natura. [...] La lingua degli animali è, dunque, la lingua del vuoto, l’unica che sa dire quello che nella nostra, umana, non può che essere silenzio, ma che non è silenzio, perché è fatta di versi e gesti. Che singolare coincidenza questa che fa sì che in italiano (e in spagnolo, occitano, catalano, gallego, asturiano, romeno e sardo, a quel poco che ne so e che mi viene in mente qui ed ora) sia la stessa parola a designare lo strumento espressivo di bestie e poeti: i versi. In ogni caso, anche la lingua dei poeti è una lingua del vuoto, o almeno una lingua che lo indica, lo perimetra, lo smaschera, che bordeggia il cratere del nulla, per riempirlo di senso. Il silenzio linguistico dell’animale assume per il poeta un significato tutto speciale, quasi non fosse soltanto una condizione di fatto (o, peggio, un’incapacità: gli animali non sanno parlare), quanto piuttosto una scelta. [...] Scrivere poesia è, per l’autrice, il limite più avanzato per esplorare un mondo negato agli umani, ma a loro indispensabile, l’unico residuo di fronte a una fine che affratella le specie e dà loro l’unico senso di cui avere certezza. […] Non è l’uomo, insomma, che può o deve umanizzare il cane (anche se attualmente non fa altro che provarci), ma il contrario: è l’essere umano che vuole ‘canizzarsi’ e non può: deve restare alla soglia di un mondo che gli è precluso. Ma il cane, Maya, il suo esserci, è in realtà soltanto la porta che apre su un mondo ormai inesplorabile e sconosciuto, dov’è soltanto natura."


Qualcuno ha tirato i dadi

e dopo cinque passi

ti sei fermata


alla casella diciassette

del calendario


si è aperta la botola

sull’oltre di mare salato


oppure è stata

in acqua dolce la tua caduta


sulla lingua oggi

il tuo nome

è grano di zucchero e sale.


*


Non può 

chiamare il tuo nome

devo imparare la lingua

del vuoto che migra

dietro alle rondini


tradurre la scia

dell’aria immobile

per accordarmi a te

e chiederti come stai.


*


Articolo completo al seguente link:  Poesie aeree

venerdì 30 gennaio 2026

Appunti di Maristella Diotaiuti sulla scrittura delle donne per la presentazione dell’antologia Poesia diffusa. Poetesse italiane del ‘900 da non dimenticare.

 
















Appunti di Maristella Diotaiuti (Le Cicale Operose) sulla scrittura delle donne per la presentazione dell’antologia Poesia diffusa. Poetesse italiane del ‘900 da non dimenticare, a cura di Nadia Chiaverini e Cristiana Vettori, 29 gennaio, 2026, Pisa.

 

La scrittura delle donne è stata, per lungo tempo, soprattutto in passato, giudicata in riferimento all’imperante paradigma del canone declinato al maschile, perché portatore del suo immaginario, del suo sistema valoriale, della sua idea di mondo e anche di donna. Un canone in cui la donna non era né prevista né rappresentata nella sua realtà.

Quindi tutto quello che veniva prodotto dalle donne era considerato generalmente marginale, inferiore, e se qualche scrittrice veniva riconosciuta come tale era perché scriveva come un maschio, o veniva considerata un caso eccezionale, un miracolo.

Per fare un esempio, Antonia Pozzi fu giudicata dal suo professore, Antonio Banfi, e i suoi amici universitari, Vittorio Sereni e Remo Cantoni, scrittrice disordinata, perché caratterizzata da una sensibilità profonda e dal dolore, umorale, una irrazionale, mischiava la sua vita, il suo sentire con la scrittura, quindi le fu consigliato di mettere ordine nella sua vita, di pensare di più e sentire meno, come se Pozzi non pensasse, non avesse capacità cognitive, fosse solo un essere irrazionale, uterino, in quanto donna, appunto.

Diceva la filosofa Angela Putino “anche la donna pensa”, ma si tratta di dare la giusta valenza anche alla componente irrazionale perché la ragione non è sempre e solo luminosa ma esistono anche i “chiaroscuri della ragione” (per citare il titolo di un saggio di Stefania Tarantino).

Altro esempio, Claudia Ruggeri: Franco Fortini definì la sua poesia “ingioiellata”, una collana di scadente bigiotteria al collo di una vecchia signora (ritorna il tema pirandelliano della vecchia signora che fa ridere), non cogliendo o non volendo cogliere la verticalità, la musicalità, la visionarietà e soprattutto la complessità del verso di Ruggeri che nasceva non da una imperizia ma da un consapevole e prepotente volontà di creare un pastiche di modelli letterari che spaziavano dal simbolismo biblico e grecale al barocco leccese, fino a elementi trobadorici, due-trecenteschi (Dante) e postmoderni, complessità che venne fraintesa   come un profluvio di parole illogiche.

Purtroppo questo sistema di giudizio non è del tutto scomparso, ancora il paradigma maschile resiste più mascherato, in sordina.

Al precedente incontro, per definire l’ironia delle donne ci si è riferiti a Pirandello, che è un importante punto di riferimento, ma per quanto immenso, un grandissimo scrittore, un monumento della letteratura italiana e mondiale, un innovatore, indubbiamente innegabilmente presenta tratti maschilisti, misogini. La sua riflessione sull’umorismo ne è un chiaro esempio.

Fortunatamente questa sorta di dittatura critica è stata messa in discussione, indebolita dalla messa in campo di tutta una numerosa e importante critica letteraria a firma di donne, una importante fioritura di studi di genere che si sono incrociati con la letteratura e con il femminismo – sia a livello universitario con l’istituzione di cattedre, corsi, dottorati, ecc., che a livello di associazioni, di società (Società Italiana delle Storiche, Società Italiane delle Letterate), di centri culturali, centri di documentazione (Orlando a Bologna, La Casa Internazionale delle Donne a Roma, Il Giardino dei Ciliegi e Villa Fiorelli a Firenze, La Libreria delle Donne di Milano) e di riviste (Leggendaria, DWF, Leggere Donna), che hanno prodotto cose importanti, hanno rivoluzionato il modo di leggere i testi sia maschili che femminili, hanno aggiornato gli strumenti metodologici, di analisi, di lettura c permettendo così  di guardare in modo nuovo alla scrittura, alle opere di uomini e donne, e anche a testi tradizionalmente canonici. Un vero e proprio laboratorio teorico.

C’è stata tutta una fioritura di studiose: dalle pioniere e anticipatrici quali Virginia Woolf, Simone de Beauvoir, a Hélène Cixous, Julia Kristeva e alle nostre Carla Lonzi, Monica Farnetti, Laura Fortini, Bia Sarasini, Luisa Muraro, per citarne alcune (ma sono tantissime), a cui dobbiamo fare riferimento perché ci raccontano un’altra storia, teorizzando e individuando specificità e peculiarità della scrittura delle donne, come ad esempio l’uso dell’ironia da parte di scrittrici e poete, da Helene Cixous a Hannah Arendt, Marguerite Yourcenar, la filosofa Adriana Cavarero e tantissime altre.

Sono state messe in campo nuove parole-concetti come “oltrecanone”, “sconfinamento”, “personaggia”, termine che introduce l’inclusività laddove in letteratura termini come autore, narratore, ecc. hanno a lungo imposto il neutro maschile,  ma molte protagoniste di romanzi e narrazioni sono così fortemente connotate al femminile che non le si può chiamare “personaggio”, è il caso evidente di Madame Bovary, di Modesta di Goliarda Sapienza, ne L’arte della gioia.  

Quindi molti posizionamenti delle scrittrici, delle poete, considerati negativi, marginali dagli scrittori, dai critici, sono stati rivalutati e assunti come assolutamente positivi: ad esempio il fuoricanone è stato riletto come oltre canone, cioè da posizione svantaggiata a spazio, area epifanica, che ha permesso alle scrittrici libertà creative e di linguaggio, di immaginario, di visioni.

Per tornare alla nostra antologia e alle poete in essa presenti, anche il caso di Jolanda Insana è paradigmatico, anche per Insana si sono espressi sin dall’inizio, sin dal suo esordio con “Sciarra amara”, scrittori, studiosi, critici maschi, a cominciare da Raboni che la collocava nella schiera dei “macheronici”, tra coloro che partecipavano alla “grandiosa funzione Gadda isolata una volta per tutte da Gianfranco Contini, e quindi accostando la sua operazione linguistica a quella di Gadda, mi riferisco al pastiche linguistico, al plurilinguismo di entrambi. Ma la scrittura di Insana sappiamo che presenta molti tratti individuati dalla critica femminile e femminista come specifici della scrittura delle donne. Una scrittura che pur avendo delle analogie con quella di Gadda, se ne discosta fortemente per presupposti e finalità, per esiti, infatti il pastiche linguistico di Gadda è una mescolanza caotica ma rigorosa di linguaggi, linguaggi tecnici, dialetti, arcaismi e neologismi. È un pastiche compositivo , cosmico e strutturale, vuole fondere, inglobare. Gadda col suo plurilinguismo vuole rappresentare la complessità e la disgregazione del mondo moderno, ma la ricompone, vuole ricomporre il caos, la crisi, e ogni lingua ha il suo ruolo nel disegno complessivo (del pastiche), la sua è un’azione matematica, geometrica, non a caso ha scritto “La cognizione del dolore” e proprio in quella parola “cognizione” c’è l’attività razionale, mentale, la cognizione è un atto razionale, si basa sull’uso della ragione, del pensiero logico, da ingegnere costruisce i suoi testi con precisione e logica, cercando di organizzare il caos narrativo attraverso strutture complesse.

Il pastiche di Insana è anch’esso una compresenza di lingue (siciliano, italiano letterario e medio-alto, latino maccheronico e anche latinismi solenni, espressioni gergali) ma è più che altro una confluenza di lingue, non una fusione di lingue, anzi vuole creare una sciarra (rissa) tra lingue, sono lingue che si scontrano, come i due mari di Messina (di cui parla in un suo testo). Insana usa il pastiche per s-connettere, far cozzare gli elementi, il suo è un pastiche ludico, polemico, scompositivo, di scontro e di sberleffo, radicato nel sud, nella Sicilia e nel corpo entrambi terremotati, tellurici, è legato alla tradizione siciliana e al comico popolare con i suoi elementi vitalistici, enzimatici (si definisce “pupara”).

Insana evidenzia il caos e la crisi, li sovraespone , anzi apre la crisi, con la poesia, il linguaggio poetico, non a caso chiama i suoi versi proprio “fendenti fonici” “coltellate”, sono “coltellate di verità”, “di bellezza”, perché i versi sono lame che tagliano il linguaggio convenzionale, borghese, il linguaggio dei poeti accademici, lontani dalla realtà, tagliano la compostezza, l’accomodamento, e quindi la lingua di Insana non poteva che essere mostruosa, deformata, anticanone, oltre canone,  non  aspira all’armonia, alla coerenza, alla piacevolezza (non è accomodata né accomodante), ma è antimelodica, è una lingua che “sbrama e sbrana”. Insana dà colpi di spada perché la realtà possa aprirsi,  rendersi docile a un’azione trasfigurante, alla metamorfosi, al cambiamento. Come fa l’ironia, la sua ironia, utilizzata proprio per la sua forza straniante, eversiva, perché l’ironia è un logos decentrato, deformato, mostruoso. L’ironia di Insana (nella sua scrittura) non è tonale, ma è strutturale, non è un commento, semplice retorica, ma è performativa, ha cioè la capacità di agire e produrre effetti nel mondo, perché violando le convenzioni linguistiche e sociali costringe l’interlocutore, il lettore/la lettrice a un processo di riflessione e a rivalutare il contesto e le sue assunzioni implicite.

Insana dimostra, insomma, che il linguaggio, se abitato criticamente, se attraversato dalla soggettività e dalla soggettività femminile, può ancora oggi generare spostamenti reali. Dove per soggettività dobbiamo intendere il corpo, il proprio corpo, che è un corpo sessuato, un corpo di donna, e sappiamo che non a caso il corpo è centrale nella poesia di Insana (e in generale nella poesia, nella scrittura delle donne) corpo che coincide con il corpo della scrittura. Quindi la sua scrittura dell’esperienza, mette cioè l’esperienza corporea, sessuata al centro della narrazione, un’esperienza del corpo non sono descritta ma usata come strumento di pensiero e di linguaggio. È una soggettività di donna che finalmente si racconta per quella che è, anche con le sue storture, le sue malattie, le sue ferite, le sue cicatrici o rughe, le sue fragilità, non si fa raccontare, rappresentare per quello che non è, per quello che si vuole che sia.

Maristella Diotaiuti