Le Cicale Operose (logo e denominazione registrati) è stato un caffè letterario e poi un'associazione culturale, dal 2016 al 2024.
Questo blog conserva la memoria dell'attività svolta in quegli anni ed ospita nuovi contenuti su temi culturali affini all’ethos delle Cicale Operose (vedi menu). Vi terrà inoltre aggiornati sulle attività per Beatrice Hastings.
Dire la singolarità è impossibile, ma la poesia non lo sa e
lo fa lo stesso. O, almeno, tenta di farlo: si consuma in questo tentativo. Ma
cos’è la singolarità? È qualcosa che, come esseri parlanti, abbiamo perso nel
momento stesso in cui siamo stati inscritti nel linguaggio. Il linguaggio,
nominando le cose, le strappa dall’immanenza e le organizza in classi astratte.
Di fronte all’“albero-evento”, nella sua specifica contingenza, non appena
dico/penso la parola “albero”, già ho cancellato l’unicità di questo singolare momento
d’incontro che abita la mia esperienza. L’ho inscritto nell’identità, nell’idea:
l’ho strappato via dalla sua immanenza e l’ho consegnato a un insieme.
Un’operazione di stampo logico-matematico. La notazione del quantificatore
esistenziale, nell’ambito della ricerca di Quine[i],
ci fornisce un modello del dispositivo linguistico: ∃x f(x), che, in generale, si
legge “esiste un x tale che f(x)” e, passando al nostro esempio (in cui f(x)
indica l’appartenenza alla classe degli alberi), si legge come “tale che x è un
albero”. Prima di applicare il quantificatore esistenziale, facendo entrare
quel qualcosa (ovvero x) nella classe degli alberi, con certe caratteristiche
comuni, quel qualcosa era appunto una “x”, un’incognita, una pura differenza
senza nome, una piega inafferrabile dell’immanenza, del semplice “c’è”. Era, in
altri termini, una singolarità. La nominazione non attribuisce un segno, una
“label” all’oggetto-albero che gli preesisterebbe, ma crea l’albero come crea
tutte le cose del mondo, sovrascrivendo e cancellando il reale di quella x (e
di tutte le x): ritagliando, per così dire, l’albero dal tessuto immanente del
tutto in atto. Al posto della x ci troviamo adesso con un nome, con una classe
di appartenenza e, quando siamo di fronte all’evento-x (l’albero-evento
nell’esempio), alla sua singolare evenienza, non vediamo più quella x ma,
nominandola, collochiamo la nostra esperienza nella classe degli alberi, e
riduciamo quella singolarità a individualità, ormai resecata dalla pura
immanenza. Individualità significa appartenenza a un insieme, vuol dire il
presentarsi della particolare accezione di una serie, vuol dire “somiglianza”.
La singolarità è perduta nella sua stessa inesplicabile natura: «come tale il
singolare non assomiglia a niente: ex-siste alla somiglianza, vale a dire è
fuori da ciò che è comune. Il linguaggio non dice ciò che è comune, eccetto il
nome proprio, senza che il proprio del nome sia una garanzia assoluta di
singolarità»[ii].
Certamente il nome proprio non garantisce. Non sono l’unico Lucio, neanche
aggiungendo il cognome divento singolare. Ma noi siamo invece questa nostra
specifica, singolare condizione, siamo l’immanenza di una vita, usando una
formulazione deleuziana. Siamo un “questo qui”, una “x” che, se triturata dal
linguaggio, è persa, è annegata nella generalizzazione. Ecco, tornando
all’incipit di questo articolo, un modo di definire la poesia è che essa è
l’arte di fare del linguaggio lo strumento di oltrepassamento del dispositivo
linguistico stesso. Poesia è tentare di dire la cosa al di là del nome usando
il nome. La cifra è quella dello stupore perché il presupposto del gesto
poetico è essere colpiti direttamente dagli eventi senza la mediazione
prepotente del logos (la parola stupore rimanda «alla radice indoeuropea
*(s)tup “battere”»[iii]).
Il poeta resiste all’irretimento del logos e tenta di guardare l’albero (e così
ogni cosa del mondo) come se fosse la prima volta che lo vede, al modo della
famosa lezione di Flaubert al giovane Maupassant[iv].
È, quello della lirica, un tentativo paradossale, estremo, e questo spiega
l’uso forzato, inusuale, oscuro del mezzo linguistico. La poesia deve essere
oscura, ci dice Celan. Se non lo è, si tratta probabilmente di un discorso
linguistico “ordinario”, catturato dal dispositivo che abbiamo descritto
secondo il modello quineiano. Guardare le cose con una vista acuta, quella
vista acuta che Pascal associa allo “spirito di finezza”[v],
capace di scorgere, al fondo dei nomi, il vibrare di ciò che è l’eterno
differire del tutto, il ripiegarsi senza fine di un qualcosa che è lì, reale,
non costruito dalle idee, dal logos, dalla parola. Lo sforzo di scrivere una
parola che, in senso mallarmeano, si cancelli e lasci trasparire, al suo fondo,
il “nulla” in quanto non-logos, il farsi differenziante del tutto da cui siamo
stati, come esseri parlanti, originariamente esiliati.
Immagine: Kazimir Malevich (1924)
[i] Spunto
suggeritomi dalla lettura di F. Cimatti, ∃x f(x) Logica della decisione
(Cronopio, 2024).
[ii] J.A.
Miller, Cose di finezza in psicoanalisi, in “La psicoanalisi” n. 59
(2016) p. 169.
[iii] Rocco
Ronchi, Il canone minore – Verso una filosofia della natura
(Feltrinelli, 2017), ed. digitale Kindle, pos. 1627.
[iv] «Per
descrivere un fuoco che arde e un albero in una pianura, restiamo di fronte a
quel fuoco e a quell'albero finché non somiglino più, per noi, a nessun altro
albero e a nessun altro fuoco», dalla Prefazione a Pierre e Jean, 1887
(fonte web).
[v] «Ma,
nello spirito di finezza, i principi fanno parte dell’uso comune, e sono sotto
gli occhi di tutti […] non si tratta che di avere una buona vista, ma bisogna
averla buona; poiché i principi sono così sottili e in così gran numero, che è
quasi impossibile che qualcuno non sfugga» da Pascal, Pensieri (fonte
web, mia traduzione).
martedì 21 aprile 2026
Non ne parlo ogni volta che accade, ma oggi vorrei accompagnare una riflessione a commento di un altro femminicidio avvenuto in pieno giorno in un piccolo paese, Vignale Monferrato. Le cause sono sempre le stesse: gli uomini che uccidono le donne non tollerano che le donne, che considerano oggetti di loro proprietà, possano lasciarli.
Si parla di educazione sentimentale, come se il problema fosse nell'immaturità maschile di relazionarsi alle donne e non di potere. L'immaturità sentimentale, che pure c'è, è semmai conseguenza e non causa. La causa è da ricercarsi appunto nello sbilanciamento di potere che porta un sesso a considerare l'altro al proprio servizio, da assoggettarsi, da usare e da cui trarre vantaggio attraverso ruoli ben specifici che sono stati naturalizzati, relegando le donne per secoli a mansioni di servizio o comunque accessorie.
Per secoli lo sfruttamento del lavoro domestico ha fatto comodo agli uomini ed è stato naturalizzato ("le donne sono portate a svolgere quel tipo di lavoro..."), così come la maternità.
Lo sfruttamento e le oppressioni funzionano così: si naturalizza e si costruisce un apparato teorico-concettuale per giustificarle, e sempre poi ricorrendo all'animalizzazione, che è assoluto negativo ancora più difficile da mettere in discussione.
Infatti la dicotomia donne=corpo e uomini=mente ancora resiste. "Gli uomini pensano, le donne fanno", pensiero di estrazione cattolica.
Quindi, non si tratta di favorire e aiutare gli uomini a "emanciparsi", come se fossero loro gli oppressi e come se il patriarcato e la violenza maschile fossero l'altra parte di una realtà da porsi sullo stesso piano, per cui ad emancipazione femminile - che è elaborazione della propria condizione - dovesse corrispondere quella maschile equiparando gli uomini a vittime anch'essi del patriarcato.
E no, io rigetto questa lettura: gli uomini non sono vittime come noi donne del patriarcato, gli uomini sono artefici e unici beneficiari del patriarcato.
La violenza maschile - domestica, sessuale, psicologica, di qualsiasi tipo e ogni disparità che ne discende, economica e di considerazione morale - è una questione di potere e va trattata come ogni altra oppressione. Il patriarcato è un sistema che regola e normalizza l'oppressione di un sesso sull'altro.
E quando mai le oppressioni si risolvono aspettandoci l'emancipazione degli oppressori?
Prima nascono le oppressioni materiali e poi si elabora e costruisce una morale discriminatoria che le giustifica. Il processo è stato identico sia per le donne che per gli animali.
Sensibilizzare serve a farci prendere coscienza di questo, un primo step, ma non può essere l'unica strategia risolutiva perché il potere non si combatte a parole di convincimento per far cambiare idea agli oppressori.
Nell’annunciare l’uscita dell’opera Minnie Pinnikin, di
Beatrice Hastings, a cura di Maristella Diotaiuti, Selvatiche Edizioni-Seed,
2006, traduzione di Francesca Del Moro (opera raccolta da Federico Tortora),
destiniamo a questa pagina del blog materiale dedicato alla nuova pubblicazione, Minnie Pinnikin, opera finora inedita (eccetto alcuni lacerti funzionali ad altri
lavori) che Hastings cominciò a scrivere a Parigi nel 1914. Protagonisti della
narrazione sono se stessa e Amedeo Modigliani.
Minnie Pinnikin sarà presentato, in prima assoluta,
domenica 12 luglio 2026, in occasione della ricorrenza della nascita di Amedeo
Modigliani. La presentazione si svolgerà nell’ambito dell’evento, a cura de Le
Cicale Operose (Maristella, Federico), dedicato a Amedeo Modigliani (II Edizione) presso il
locale e il grande Giardino dell’800 di corso Amedeo, 101, presidio culturale fondato
da Le Cicale Operose nel 2016 e dall’8 marzo 2026 sede di Salus Bistrot e Opus Lab
-Spazio Creativo - ASD APS, che collaboreranno alla realizzazione dell’evento
(a presto i dettagli).
Nel frattempo:
5.
Estratti da alcune note e recensioni sulle opere di Beatrice Hastings finora pubblicate a cura de Le Cicale Operose.
Per il
volume Beatrice Hastings in full revolt, a cura di Diotaiuti, Tortora, Le
Cicale Operose, 2020
“Questo libro
nasce da una urgenza e da una constatazione. La constatazione di una operazione
sistematica e violenta di cancellazione, di oscuramento, realizzata nei
confronti di Beatrice Hastings che abbiamo scoperto essere una intellettuale di
sicuro talento. Nasce dall’urgenza di restituirle il posto che le spetta di
diritto nel mondo della cultura, delle lettere e del giornalismo europeo.”
Maristella Diotaiuti, in Beatrice Hastings in full revolt.
*
“[…] riesce a passare con naturalezza dalla
repulsione per la guerra alle surreali Feminine Fables, dagli articoli in
difesa del diritto di autodeterminazione delle donne alla rievocazione del
mondo magico dei nativi africani, e infine alle poesie e ai romanzi, che
lasciano affiorare antiche e recenti lacerazioni”
Maria
Clelia Cardona, in“Beatrice va da sola”, Leggendaria n. 143, settembre 2020
*
“Se gli uomini
sono collerici e ambiziosi di solito il cerchio maschile del consenso li
giustifica; se le donne si infuriano o vogliono riconoscimento, l’antico uso
sociale le isola. […] Sono lieta perciò di ritrovare la citazione “in full
revolt” in un libro atipico dedicato a […] una scrittrice di versi, articoli,
romanzi, cancellata dalla memoria collettiva e recuperata da un team
cilentano-napoletano[…]”
Antonella
Cilento, in “La critica femminile
inquieta gli uomini”, in la Repubblica - Napoli, 22 febbraio, 2020
*
Beatrice
Hastings fa parte a pieno titolo di quella coraggiosa minoranza di
disobbedienti e di ribelli al patriarcato ma la sua contestazione è stata
profondamente radicale e politica. Parte dalle fondamenta della misoginia e
dello sfruttamento delle donne, perché affronta le caratteristiche del sistema
politico ed economico che sostiene la divisione tra un genere che opprime e un
genere che è oppresso.
Floriana
Coppola,in“Beatrice Hastings e le disobbedienti”, in Lo spazio di Atena, Versipelle, 2 maggio,
2022
*
“Il
volume Beatrice Hastings in full revolt, tra i tanti meriti, ha proprio quello
di fare luce, finalmente, sulle sue indubbie qualità di scrittrice,
giornalista, poetessa e intellettuale, che fino alla morte volontaria, avvenuta
nel 1943, affermò e praticò la sua libertà di essere, ossia di scrivere, amare,
vivere.”
Chiara Pasetti,in“L’animo
libero e rivoluzionario di Beatrice Hastings”, Il Sole24Ore, 7 marzo, 2021
*
“Se nelle Favole
femminili, la sofferenza per una condizione in cui le proprie risorse
(sensibilità, intelligenza, cultura) vengono sopraffatte dal sistema sociale
che stabilisce a priori l’inferiorità della donna, è anche vero che la dea
vince sempre. Basta seguire la propria volontà, esaudire i propri desideri, a
costo di tutto, senza demordere mai.”
“[…] La voce di Beatrice Hastings scolpisce le parole, le fa
risplendere nell’acciaio. Il suo stile è perentorio e senza tentennamenti.”
Rosa Pierno, in“Le favole femminili di Beatrice Hastings”,
in Trasversale, un percorso fra le arti, di Rosa Pierno, 22 ottobre, 2023.
*
“La sua cifra esistenziale fu l’intensità [...] La
sua scrittura è graffiante,intrisa di sentimenti forti: rabbia, sdegno,
combattività e spirito di sovversione. L’accettazione dello status quo non era
tra le opzioni possibili per lei che racconta di donne che sfioriscono
precocemente perché costrette a cedere alle aspettative sociali che le privano
di spazi di realizzazione.”
Francesca Vitelli, in Le disobbedienti: Beatrice Hastings, in Il mondo di Suk, 10 gennaio
2022
Per
gli Atti del Primo Convegno, AA.VV. Le Cicale Operose, 2021
“[…] per una
donna che vuole compiere il suo percorso di libertà, che vuole essere signora delle proprie scelte e della
propria vita, come è stata indubbiamente Beatrice Hastings, è importante poter
rispecchiarsi in donne che hanno il coraggio di rivoluzionare il ruolo loro
imposto, di trasformare se stesse e insieme il mondo in cui si sono trovate a
vivere.”
Daniela Bertelli, in“Il
peggior nemico della donna: la donna, in Atti del Primo Convegno, 2021
*
“Beatrice
Hastings può essere definita una donna di contrasti innanzitutto perché come donna
e femminista persegue con la scrittura un’esigenza di razionalità, derivante
dalla necessità di raccontare la condizione della donna del tempo,
manifestando il proprio impegno sociale e politico con voce alta e decisa […] D’altro canto, però crea su di sé un personaggio
di femmina fatale,
di donna stravagante e libera negli atteggiamenti, svincolata dalle regole
della società borghese e della morale corrente.”
Nadia Chiaverini, in“Una
donna di contrasti”,in Atti del Primo Convegno, 2021
*
“[…] troviamo nelle poesie di Hastings
un’ammirevolemaestria nell’impiego delle
varie forme e stilemi che adotta; infatti molti di questi testi raggiungono
una considerevole forza espressiva.”
Brenda Porster,in“Due
poesie”, in Atti
del Primo Convegno, 2021
*
“Una vita vissuta
fino in fondo da donna forte indipendente e coraggiosa, in perenne ricerca di
se stessa, passionale, eccentrica, spregiudicata, beffarda, impetuosa,
stracciona, esilarante, vitalissima, in
full revolt, un mix di pennellate di colore, abiti con drappeggi
violacei, rossi, verdi, accessori vistosi e burlesque, ornamenti da ironia
preraffaellita.”
Oriana
Rossi, in Beatrice Hastings, La vita sociale
e politica, in Atti del Primo Convegno, 2021
*
“In un mondo maschilista dove le donne erano
relegate essenzialmente in ruoli ancillari, l’irrompere sulla scena di
un’intellettuale di così grande spessore, non era tollerato e il fiore
dell’amaranto non poteva sbocciare.”
Elisabetta Stellato, in Beatrice Hastings, Mito e simbolo nei racconti d’Africa in Atti del Primo
Convegno, 2021
*
“[…] lo
sperimentalismo continuo non può essere indice di cambiamento, poiché
diviene esso stesso una moda e come tale perde di genuinità. Il riconoscimento
di questo paradosso è senz’altro parte integrante dell’esperienza poetica hastingsiana,
e rivela un’ulteriore particolarità dell’autrice: la piena rivolta (che è,
appunto, “piena” e non “continua”) va vissuta come stato sostanziale e
ontologico, non formale. A dover essere giudicati rivoluzionari sono quindi gli
esiti contenutistici e concettuali, non formali [..]
Simone Turco, in“Breve nota su un diverso
modernismo”,in Atti del Primo Convegno, 2021
Per il
volume Woman’s Worst Enemy: Woman, Beatrice Hastings, a cura di Maristella
Diotaiuti, Astarte Edizioni, 2022
“Il titolo, volutamente
provocatorio, nasce dalla sua opposizione ai miti della maternità che le stesse
donne promuovono e impongono alle altre donne. Hastings intende sottoporre a
critica e riformare gli atteggiamenti morali verso la maternità, verso il
parto e tutto il processo procreativo, investendo anche la sessualità e il
secolare controllo esercitato sul corpo femminile dovuto alla sua capacità
procreativa. Un corpo, né nominato e né previsto dagli atti legislativi,
considerato come semplice contenitore riproduttivo, ma indispensabile,
fondamentale per la costruzione della struttura patriarcale e capitalistica […]
Senza
Beatrice Hastings non saremmo le stesse. Giornalista, poeta, autrice, donna
senza precedenti […] Viene presa per pazza, dissoluta, incompetente. Non ha
timore a dire la parola più autentica, che è spesso la più scomoda. Della questione
dell’autenticità, in quanto volontà di dire se stesse, scriverà molto dopo
Carla Lonzi […]. Fra le molte andate perse e poi ritrovate, Beatrice Hastings è
una delle più preziose.”
Giada Bonu, dalla sua postfazione “Il
mondo prima di Beatrice Hastings. Genealogie ed eredità dei femminismi
contemporanei”, pubblicato in “Woman’s Worst Enemy: Woman”..
*
“Beatrice Hastings ha una concezione altissima
della maternità. Proprio per questo i suoi interventi sono duri e radicali e
perseguono un duplice obiettivo. Da un lato quello di non sacrificare e non
ridurre la donna al suo “ruolo” materno e, dall’altro, quello di smettere di
pensare alla maternità come una “funzione” sociale ma come a qualcosa di
irriducibile alle logiche di mercato e a qualunque forma di negoziazione
contrattuale come quella del matrimonio”
Stefania Tarantino, da L’ascesa della donna contro la tirannia della più potente passione al
mondo, pubblicato in “Woman’s Worst Enemy: Woman”.
Per il
volume Sepolcri Imbiancati, di Beatrice Hastings, a cura di Maristella
Diotaiuti, Terra d’ulivi Edizioni, 2024
“Uno degli elementi più sapienti della tecnica
di Hastings è un opportuno uso delle ellissi, fattore che, per esempio, ha in
comune con il Verga novelliere. Le sforbiciate sulla vita-non vita di Nan fanno
sì che di essa ci restino fotogrammi memorabili, quelli che attribuiscono un
senso alla sua parabola esistenziale”
Gianni Antonio Palumbo, dal suo articolo nel blog Giano Bifronte, Gianni Antonio Palumbo, 4 maggio 2024.
*
“Nella poesia “In the presence”, Hastings
definisce bene chi sono i suoi interlocutori, ovvero…praticamente nessuno!”;
“ Beatrice Hastings era in conflitto con
tutto ciò che è normato, sempre a margine di ogni pensiero che metteva in
discussione”
Silvia
Rosa, nel corso della presentazione di Sepolcri Imbiancati, di Beatrice
Hastings, 4 maggio 2024, Libreria Belgravia, Torino
*
“[L]a
riscoperta di Diotaiuti e Tortora è doppiamente apprezzabile, sia perché
ricolloca Hastings nel perimetro di quella cultura modernista britannica dai
cui contemporanei era stata estromessa a viva forza e contribuisce così ad
arricchirne il quadro generale, sia perché consegna alla tradizione della
scrittura e del pensiero femminile l’ulteriore tassello di una genealogia
ancora in larga misura da ricostruire.”
Chiara Serani, dalla nota di
lettura, in corso di pubblicazione.
*
“Hastings
amava descriversi “In full revolt”. La scrittura è stata per lei una lotta
permanente. Per questa sua vocazione ha pagato un prezzo atroce. Se negli
stessi anni qualcuno celebrava in Italia il superomismo della vita come opera
d’arte, lei, già andando oltre le colonne della modernità, sperimentava,
all’opposto, l’uso della parola come corpo vivente.”
Pasquale Vitagliano, tratto dal suo articolo Dietro ai “Sepolcri Imbiancati” di Beatrice
Hastings, Il Manifesto del 31 luglio, 2024
Per il
volume La Commedia delle Fanciulle, a cura di Maristella Diotaiuti, traduzione
di Rubina Valli, in corso di pubblicazione, Terra d’ulivi Edizioni, 2025
“[,,,]
riadatta in modo dissacrante il patrimonio letterario del medioevo europeo, e
in particolare quello maschile, irridendo la figura dell’eroe e la fissità
schematica dell’epica, al contempo mettendone in luce la ancora sconfinata
fecondità”
Dall'introduzione di Maristella Diotaiuti.
*
“Tradurre The Maids’ Comedy significa incontrare una complessità tanto
ricca quanto sfuggente, una filigrana di rimandi linguistici e culturali che
Beatrice Hastings tesse con leggerezza e abilità, più accennando che andando a
fondo, trasportando il lettore in un viaggio che è sì picaresco e scherzoso, ma
anche simile a un rito iniziatico in cui tutti i personaggi sono di volta in
volta protagonisti e, tra uno scherzo e l’altro, danno voce a idee e ideali di
grande spessore.”
Rubina Valli, dal suo articolo “Tradurre Beatrice Hastings”, pubblicato nel volume.
*
4.
Prefazione di Maristella Diotaiuti: Prime impressioni.
Abbiamo sottoposto ad alcune lettrici e lettori la prefazione di Maristella Diotaiuti per il volume Minnie Pinnikin, per chiedere cosa ne pensassero. Maristella è felice e onorata di ricevere i primi apprezzamenti (ringraziamo, ad esempio, la favolosa Anna Maria Curci per l'attenzione e le parole spese).
Pubblichiamo qui le preziose parole che Roberto Galeazzi e Lucio Macchia hanno dedicato alla prefazione. Ringraziamo Roberto e Lucio per l'attenzione e per le loro note e consuete capacità di analisi. Buona lettura.
Roberto Galeazzi: “La prefazione getta una luce novissima sul guascone
labronico che invoglia a riprenderne le opere e a riconsiderarle. Due elementi
in particolare, quello del depistaggio dall’idea del reale che pur non
significa perseguire il puro gesto slegato dal senso ma implica un suo
aggiramento […], e poi il tema analogo della vanità del bordo come
contenimento, protezione d’identità, mentre suggerisce il tema del bordo come
soglia, limine. […] Il testo di Maristella evidenzia come la scrittura di
Hastings fosse proiettata in un approccio che, al suo tempo, contava pochi
esempi simili, cioè, un atteggiamento svincolato dall'ossessione per la
"cifra" stilistica, la riconoscibilità dell'autore, l'inquadramento
in un genere, funzionale al cosiddetto mercato
dell'arte...("malattia" che accompagna anche l'arte visiva, a partire
dal secolo scorso), con una rischiosa e disinteressata attitudine a sparigliare
le carte, indossando maschere, pseudonimi, giocando con il linguaggio che
attraversa simultaneamente in direzioni diverse, evocando una molteplicità di
piani narrativi che le negano i comodi escamotage della facilità comunicativa.
E a questa complessità il lavoro di Maristella rende pienamente giustizia.”
Lucio Macchia: "Ho letto la prefazione che ho trovato davvero notevole. Ammirevole la prosa saggistica di Maristella che intreccia molteplici registri: filologico, storico/aneddotico, filosofico, critico, psicologico, senza mai appesantire e componendo un affresco vivace e raffinato dell'opera nella sua intenzione e struttura. Una prosa che ha un bel ritmo interno, ricca di citazioni ma scorrevole, vivace, fresca. Riflette la grande passione per questa straordinaria ricerca. Chapeau! In bocca al lupo per la pubblicazione!"
3.
Beatrice Hastings e Amedeo
Modigliani.
Numerosi biografi di Modigliani ed
altri scrittori, nel descrivere la loro avventura, si sono quasi sempre soffermati
sui soliti aneddoti più volte ribaditi. Crediamo, invece, che della relazione
tra Beatrice e Amedeo debba essere considerata l’essenza più significativa e
importante, poiché i continui confronti hanno determinato un prolifico momento
di crescita per entrambi, sul piano
artistico e intellettuale.
Due formazioni diverse ma che trovano
convergenze di idee e opinione sul gusto estetico dell’arte, sullo
spiritualismo, sul loro agire nel segno di un continuo sconfinamento in nome
dell’arte.
Un nutrimento reciproco che ha
persuaso Hastings a scrivere Minnie Pinnikin, opera parigina, finora inedita,
in cui finalmente potrete trovare la vera essenza della loro relazione, la
concezione dell’arte di Modigliani resa mediante lo sguardo di Beatrice Hastings,
grande intellettuale mai letta e quindi mai finora riconosciuta per le sue
doti, ma solo per la sistematica tessitura aneddotica, falsa e denigratoria, che ha
trascinato Hastings nell’oblio.
“La scrittura di Beatrice Hastings è
una scrittura rilevante, per originalità e bravura, per profondità e
molteplicità di contenuti, per dirompenza di passione”.
In Minnie Pinnikin troverete prova
della sua grandezza.
Federico Tortora
2.
Un piccolissimo estratto dalla prefazione di Maristella Diotaiuti per l'opera Minnie Pinnikin:
Questo è infatti, un libro utopico, invenzione e fantasia, onirico e surreale, metafisico o, meglio, patafisico ma reale. Un libro incorporeo, rarefatto e pure concreto, fisico e tangibile. Un libro ibrido di immaginazione e di realtà in cui tutto si mescola per dare vita a un universo parallelo con la sua architettura, i suoi personaggi, i suoi oggetti, speculare a quello reale ma con questo in profonda relazione e derivazione.
1.
Lasciamo, in questa clip, parole tratte dall'opera che lasciano intuire i suoi contenuti e
la visione dell'arte di Beatrice.
Ringraziamo di cuore Beppe Giannotti,
poeta Lunigianese, per aver prestato la sua voce a Minnie (Beatrice Hastings).
Buon ascolto.
Federico
Immagine nella pagina: opera di Leonora Carrington
COMPLESSITÀ
MUSICA UN PO’ DI POLITICA E, PER FAVORE, UN PO’ DI SILENZIO…
di Enzo Nini
Il MONDO appare attraversato da una combustione incessante:
guerre, derive autoritarie, narrazioni che si scontrano e si sovrappongono fino
a generare un rumore di fondo assordante, capace di occupare ogni spazio del
discorso pubblico e dell’immaginazione individuale. In questo contesto, la
geopolitica tende a ridurre l’essere umano a variabile strategica, a elemento
calcolabile all’interno di equilibri di potere che ne comprimono la COMPLESSITÀ
e l’unicità.
La MUSICA, al contrario, opera secondo una logica
radicalmente diversa. Essa insiste, con ostinazione, sulla singolarità
irriducibile di ogni esperienza interiore. Riporta l’attenzione su ciò che, in
ciascun individuo, sfugge a ogni tentativo di classificazione, controllo o
cancellazione. È precisamente in questa capacità di sottrarsi alle logiche del
dominio che risiede la ragione per cui ogni forma di autoritarismo ha
storicamente temuto l’arte: non tanto per i contenuti espliciti che può
veicolare, quanto per lo spazio che essa dischiude.
Questo spazio ha origine nel SILENZIO. Il suono emerge dal
silenzio e a esso ritorna, in un movimento che richiama la struttura stessa
dell’esperienza umana, sempre sospesa tra presenza e ascolto. È nel silenzio,
infatti, che si rende possibile un ascolto autentico, capace di andare oltre la
superficie del rumore.
Quando questo ascolto si realizza pienamente, si manifesta
qualcosa di straordinario: la coscienza riconosce un’altra coscienza attraverso
la vibrazione sonora, senza bisogno di mediazioni identitarie. Non vi sono
passaporti, bandiere o appartenenze che tengano; vi è soltanto un incontro
immediato, che precede e supera ogni costruzione POLITICA.
In tal senso, la musica si configura, in ogni epoca e in
ogni contesto di oscurità, come l’antitesi strutturale della violenza. Non
rappresenta una fuga dalla realtà, bensì una risposta profonda e alternativa ad
essa. Pur non avendo il potere di arrestare materialmente i conflitti, essa
contribuisce a creare lo spazio interiore in cui la pace può essere concepita.
Proteggere questo spazio — tanto dentro di sé quanto nelle
comunità — emerge allora come un’urgenza etica e culturale. Continuare ad
ascoltare, a suonare, a custodire il silenzio da cui nasce il suono significa,
in ultima analisi, preservare la possibilità stessa di un’esperienza umana non
ridotta, capace di resistere alle logiche della violenza e della
semplificazione.
Letture di Martina Campi,Aldo Galeazzi, Raffaela Fazio.
Brani tratti dal volume La commedia delle fanciulle, di Beatrice Hastings, a cura di Maristella Diotaiuti, traduzione di Rubina Valli, Terra d'ulivi Edizioni, 2025.
Avverso
lo spietato mondo belligerante, guerrafondaio, violento che ancor oggi evidentemente impera, nel
suo volume La commedia delle fanciulle (1910) Beatrice Hastings contrappone la Crociata
della Bellezza “promossa e portata avanti, significativamente, proprio
dalle due fanciulle e dal Cavaliere Viola, dove l’impegno — non la lotta— è per affermare tutto un
sistema di pensiero e di pratiche del femminile che innova
la creazione artistica, demitizza le retoriche della guerra, del militarismo e
del patriottismo virile, propositivo, viceversa, di pratiche di relazione
solidali, libere e tra uguali, di soluzioni pacifiche dei conflitti, un sistema
oppositivo, quindi, all’immaginario e al sistema maschile di potere e dominio,
fondato sul binomio potere/obbedienza.
[…] Crociata di ben altra modalità e scopo, quella della Bellezza, che ha, tra
le altre finalità, quella della convivenza degli opposti, far diventare il nemico,
l’altro da me, addirittura l’affine, il simile, il contiguo, la creazione di un
nuovo mondo in cui si è legittimati alla libertà e all’indipendenza,
all’immaginazione, al sogno, alla magia, e, perché no, all’utopia. È la
riproposizione dell’Età dell’Oro in cui, come scrive ne La Commedia, si
ignoravano quelle due parole, mio e tuo. In quell’epoca benedetta
ogni cosa era in comune. Tutto allora era pace, amicizia, concordia, dentro a un ideale di Comunismo a
cui Hastings rimarrà sempre fedele.” (dall’Introduzione di
Maristella Diotaiuti nel libro)
Hastings sa bene che la missione affidata è una
missione utopica, ma conosce altrettanto bene il potere dell’utopia nel prevedere
mondi futuri: la Crociata della Bellezza di Hastings persegue la costruzione, l’edificazione
di un nuovo mondo che si realizza nella visione utopica nel momento stesso in
cui si agisce, pur sapendo possibile il fallimento dell’impresa.
Beatrice Hastings
nel romanzo fa dire al Cavaliere Viola, the new man: “Eppure,
nonostante la malinconia che provo all’idea che provare a realizzare uno stato
simile mi causerebbe l’appellativo di sognatore tra gli uomini, altrettanto
certamente morirei deriso se non faccio almeno un tentativo.”
In risposta Beatrice Hastings fa dire al
Professore, personaggio contraltare del Cavaliere Viola, in quanto
rappresentante del vecchio mondo: “In
verità, […] se fallirete, non sarà per mancanza d’un’ispirazione
sufficientemente vasta. Per quanto non mi venga in mente nessuna promessa di
successo, vi ricorderei che la vita, la vita umana, è una serie di gloriose
sconfitte. La vita è troppo breve per il successo, e visto che soltanto gli
immortali possono lottare col nostro ultimo e sempre vittorioso nemico, Morte,
un uomo è tanto più valoroso se fallisce nel più nobile dei tentativi. Il
vostro tentativo non è nulla di meno che una Crociata della Bellezza. Non è una
visione nuova, la vostra, molti grandi uomini l’hanno avuta e i poeti l’hanno
di continuo.”
Abbiamo affidato queste parole a Martina Campi, Aldo Galeazzi e Raffaela Fazio, poeti, quindi destinatari del messaggio di Hastings.
Buon ascolto.
Federico Tortora
Martina Campi. Per ascoltare cliccare sull'immagine (ritratto di Isora Caprai).
Aldo Galeazzi. Per ascoltare cliccare sull'immagine (Foto di Tibor Eliáš).
Raffaela Fazio. Per ascoltare cliccare sull'immagine (Foto di Tibor Eliáš).
È autrice e performer. Co-fondatrice, insieme al compositore polistrumentista Mario Sboarina, del progetto Memorie dal SottoSuono - The poetry music experience e dell’archivio multimediale in divenire e videopodcast indipendente di poesia contemporanea a altre arti Living Poetry e co-ideatrice, insieme a Giusi Montali, del format multimediale di poesia formula_truepoetry. Ha pubblicato: Se le avventure fossero giorni (Howphelia 2021), testo nato con la serie game: start, progetto artistico audiovisivo realizzato insieme al compositore Mario Sboarina, per la piattaforma Howphelia. ( ) Partitura su riga bianca (Arcipelago itaca, 2020), Quasi radiante (Tempo al libro, 2019), La saggezza dei corpi (L’arcolaio, 2016), Cotone (Buonesiepi Libri 2014), Estensioni del tempo (Le Voci della Luna Poesia, 2012 – Vincitore Premio Giorgi); è presente nell’opera corale Bestie – femminile animale (Vita Activa Nuova, 2023) insieme a Valeria Bianchi Mian, Ksenja Laginja, Teodora Mastrototaro e Silvia Rosa, e nella plaquette È così l’addio di ogni giorno (Corraino Edizioni, 2015, a cura di Niva Lorenzini). Ha fatto parte, dalla prima edizione del 2013 e fino al 2023, del Comitato Bologna in Lettere.Curatrice, con A. Brusa e V. Grutt, di Centrale di Transito (Perrone Editore, 2016). La sua poesia è tradotta in varie lingue e presente su litblog, riviste e antologie e progetti corali. Ha partecipato a festival letterari e musicali e collaborato con alcune realtà poetiche bolognesi. Dal 2017 al 2019 ha partecipato a Il banchetto di Rosaspina – Di virtù e maledizioni, Spettacolo di Teatro, Poesia e Favola, di e con Alessandra Gabriela Baldoni; con Giancarlo Sissa, Luna Marie, Mario Sboarina. Ha partecipato al radiodramma Pinocchio 2 - La minaccia di Elonio Muschio, di Vittorio Tovoli.
Raffaela Fazio è nata ad Arezzo nel 1971, dove è
rimasta fino al conseguimento della maturità. Ha trascorso dieci anni in vari
paesi europei: Francia, Germania, Inghilterra, Svizzera e Belgio. Si è laureata
in lingue e politiche europee all’Università di Grenoble, e specializzata
presso la Scuola di Interpreti e Traduttori di Ginevra. Rientrata in Italia, si
è stabilita a Roma, dove lavora come traduttrice. A Roma ha ottenuto un diploma
in scienze religiose e un master in beni culturali, alla Pontificia Università
Gregoriana.
È autrice di vari libri di poesia, tra
cui L’arte di cadere (Biblioteca dei Leoni, 2015) con
prefazione di Paolo Ruffilli; Ti slegherai le trecce (Coazinzola Press, 2017) con
postfazione di Francesco Dalessandro; L’ultimo quarto del giorno (La Vita Felice, 2018) con
prefazione di Francesco Dalessandro; Midbar (Raffaelli
Editore, 2019) con prefazione di Massimo Morasso; Tropaion (puntocapo
Editrice, 2020) con prefazione di Gianfranco Lauretano; A grandezza naturale. 2008-2018(Arcipelago Itaca, 2020) con prefazione
di Daniele Barbieri; Meccanica dei solidi (Puntoacapo Editrice, 2021) con
prefazione di Giancarlo Pontiggia e postfazione di Paolo Ruffilli; Un’ossatura per il volo (Raffaelli Editore, 2021) con prefazione
di Giovanna Rosadini e una nota di Salvatore Ritrovato; Gli spostamenti del desiderio (Moretti&Vitali, 2023) con
prefazione di Alfredo Rienzi e presentazione di Giancarlo Pontiggia; Chiuda
gli occhi, Signor Schopenhauer (Ladolfi Editore, 2026) con prefazione di
Sara Ferrari e postfazione di Paolo Pera, di prossima pubblicazione.
Si è occupata della traduzione di
Rainer Maria Rilke, in Silenzio e Tempesta, Poesie d’amore (Marco Saya Edizioni, 2019, con
postfazione di Massimo Morasso), di Edgar Allan Poe, in Nevermore.
Poesie di un Altrove (Marco Saya Edizioni, 2021, con
postfazione di Leonardo Guzzo), diRenèe VivieninL’ardente agonia delle rose(Marco Saya Edizioni, 2023, con
postfazione di Marie-José Tramuta) e di Rupert Brooke in L’amore è breccia nelle mura(puntoacapo, 2025, con postfazione di
Mauro Ferrari).
Nel
2021 è uscito un suo libro di brevi racconti come vincitore del primo premio
Narrapoetando 2021: Next Stop. Racconti tra due fermate (Fara Editore, 2021).
Immagine: Illustrazione (Beatrice Hastings) per La commedia delle fanciulle, pubblicata nella rivista The New Age nel 1910.
Consapevole del fatto che voi, lettori e lettrici, siete giunti alle
mie pagine dopo aver accompagnato Nina nella sua avventura investigativa,
posso senz’altro sbilanciarmi. Senza timore di svelare un segreto, affermo
dunque, a conclusione di questa fiaba nera, che «tutti vissero felici e
contenti…fino a un certo punto». Com’è giusto che sia, d’altronde, tenendo
conto del concetto autonomo di Giustizia che permea il senso di Carolina
Invernizio per la morale e regola gli equilibri all’interno del romanzo che
avete letto.
Nemesi fa capolino nell’intreccio. La dea armata di frusta è Nina
stessa, «l’angelo vendicatore». È la giovane donna scaltra, abile nell’arte
del distribuire una punizione o il perdono. Come sempre, quando c’è di mezzo
lei, non si tratta di condanne offerte dalla Legge, quanto di pene spirituali
modulate nella presa di coscienza. Là dove non agisce una Giustizia eteronoma,
Nemesi dispensa redenzioni possibili, suggerisce trasmutazioni da conseguire
dopo l’esecuzione di un delitto oppure a seguito di un’azione malvagia, e non
c’è creatura umana che possa evitare di saltellare tra il piattino dell’ideale
bontà e quello della realtà del Male, malignità che è, si sa, dote comune a
tutti, niente affatto banale, alla ricerca di un punto fermo sulla bilancia
della suddetta dea.
I «cattivissimi» di Carolina Invernizio vantano traumi infantili
da confessare, atroci ferite da lenire, un ordine genealogico da ristabilire
attraverso lo scandalo.
I «buonissimi», tutto sommato, peccano
d’ingenuità, affondano lame appuntite nel cuore di altri soggetti più o meno
innocenti, mentono con indifferenza, «a fin di bene», e transitano nella
storia combattendo la controparte oscura, aprendo varchi tra il Bene amato e
l’opposto diabolico, per poi andare alla ricerca di una riconciliazione.
La gran parte dei personaggi «inverniziani»
opera compensando posizioni che all’inizio sembrano il risultato di una divisione
in ruoli predefiniti, come giudizi scritti alla lavagna – i buoni di qua, i
cattivi di là. È mera apparenza. L’essere umano, femmina e maschio, meticcia
bassezze ad ambizioni e lo fa con dosaggio sapiente anche qui, tra le pagine di
Nina, la poliziotta dilettante, volume pubblicato per la prima volta nel
1909.
Attraverso le voci delle sue figure, personae
dalla psicologia più che moderna, l’autrice lascia che il Male risorga qua e
là con nomi e orditi differenti, fino alla fine dell’inchiostro, fino alla
chiusura della trama, costruendo il tessuto cangiante dell’animo collettivo,
annodando e ricamando contrasti, contrapposizioni, correlazioni, infine osando
una vera e propria congiunzione tra le opposte istanze che guidano l’esistenza.
Carolina Invernizio ha saputo condurre il suo
carro sulla via del dialogo tra gli opposti psichici ben prima che la psicoanalisi
arrivasse a conclusioni precise, quando Carl Gustav Jung, per esempio,
all’epoca seguace di Sigmund Freud, non aveva ancora formulato il ben noto tema
dell’Ombra, che indica quella parte «altra», individuale e collettiva,
specchio inconscio della presunzione egoica di essere, magari, adattati alle
convenzioni, del sentirsi tutti d’un pezzo, signore e signori adeguati, onesti,
gente dal pensiero lineare.
Con
l’imparzialità di Themis, dando a noi lettori e lettrici l’idea di parteggiare
a volte per i suoi «cattivi»; con la spada appuntita offerta da Dike, che
ferisce con le parole nei dialoghi arguti e accesi; con gli occhi bendati di
Iustitia, dea che sa stupirci andando a svelare composti radioattivi di
sentimenti calpestati, di dolori accumulati che per esempio causano in una
Vilda o in un Felix la distorsione dei caratteri, la nostra scrittrice soppesa
sul bilancino cuori e piume come novella Maat e genera libri che ancora oggi ci
appassionano.
Sul finale di Nina, così come in altri volumi, i personaggi
di Carolina sembrano rientrare nelle convenzioni come pecore nell’ovile,
la sera. Alcuni intellettuali che non nominerò, dichiarando i più che noti
giudizi che non citerò, si sono detti convinti di un limite conformista dietro
i trucchi trasgressivi di Invernizio.
Io scorgo piuttosto, qui come altrove, il movimento contrario:
non c’è personaggio che esiti di fronte alla possibilità d’infrangere la legge
in nome di una virtù del tutto personale. Chi più, chi meno, le figure si
votano a un rimescolamento di carte, sperando di regalare a ogni membro del
gruppo nutrite dosi di felicità terrena autodeterminata. La stessa Nina, in barba
a qualsiasi polizia, si autodefinisce «poliziotta» e agisce la propria virtù
come la cardinale Temperanza, travasando informazioni, perdoni e sentenze
senza rendere conto ad altri che a se stessa, mediando tra posizioni
conflittuali, accogliendo con saggezza la luce e il buio dentro l’animo umano.
In questa storia, che affascina e diverte tutti noi dall’inizio
alla fine, la psicopompa Carolina, armata di penna, sa condurci oltre la soglia
della morte, per attualizzare la sua Nina e offrirci una fenice metamorfica,
risorta alle acque del Po, più che dalle fiamme. Ed è il fuoco, lo spirito
igneo, a guidare l’indagine, vestendo Nina del ruolo gemellare di «Nanì»,
trasmutando la sua immagine da bruna a bionda nel doppio «Jana».
Con shakespeariani escamotage e rocamboleschi
travestimenti, con argute peripezie nelle quali non manca mai l’analisi delle
dinamiche dei personaggi, attraverso stravolgimenti e colpi di scena; nelle danze
relazionali che portano gli attori a strabilianti eppure psicologicamente
verosimili prese di coscienza, grazie alla bizzarra fata Ranocchia, che
con magie di scena e candide parrucche supporta la protagonista nella sua opera
votata a Nemesi, e con l’ausilio di bugie dosate ad arte, Carolina Invernizio, trickster
prolifica, dà vita a un storia che, a leggerla adesso, nel 2024, a
commuoversi e a sorridere seguendo le sue parole, si fa presto a rievocare
l’autrice accanto a sé. Pare di vederla, cappellino e gioielli, sguardo
brillante, felice di aver mietuto un’altra vittima, di aver sedotto un’altra
lettrice, un altro lettore.
Moraleggiante, la sua opera, forse, ma di una
moralità che solo in apparenza punta all’adeguamento, mentre Carolina strizza
l’occhio alla libertà di pensiero. Per lo meno, sembra voler suggerire semi che
si propagano nel terreno in cui sono cresciute le centinaia di protagoniste
femminili che hanno visto la luce su carta dal 1887, anno in cui Salani ha
pubblicato Rina, o l’angelo delle Alpi, e ancora oggi ci strizzano
l’occhio.
Giocando a trarre alcune lezioni dalle
avventure di Nina si può affermare, per esempio, che:
- non è auspicabile per una fanciulla chiudersi
in convento a smaltire colpe non proprie;
- non è corretto sposare un uomo, se non lo si
ama;
- viceversa, è sempre meglio evitare i
matrimoni che non uniscano sposi dotati di animi «alla pari»;
- il meticciato sociale non solo è inevitabile,
ma è anche auspicabile;
- una donna, prima di tutto, deve seguire la
propria strada.
Inoltre, le donne, così come gli uomini,
agiscono in nome del potere, ed è un piacere il potere del denaro, ammettiamolo,
è divertente il potere di manipolare gli uomini a proprio uso e consumo, così
come gli uomini hanno sempre fatto nei confronti delle donne. Vi ricordo che
nel 1909 eravamo ancora distanti dalla famigerata quanto parziale idea
freudiana di «invidia del pene». Anche le donne amano il piacere, suggerisce
Carolina, per quanto in quel momento la psicoanalisi freudiana fosse, appunto, ancora
informe, e forse la lettura di Nina avrebbe potuto essere annoverata tra
gli spunti terapeutici contro la morale vittoriana dei non detti e dei non
fatti. Nel 1909 Freud offriva al mondo le sue Cinque conferenze sulla
psicoanalisi, mentre si andava delineando il trattamento della malattia
femminile più in voga: l’isteria.
L’approccio analitico all’inconscio nasce grazie alle donne, alle
pazienti, e ci sarebbe voluto ancora qualche anno perché una leonessa come Lou
Andreas Salomè, per esempio, si recassea Vienna a studiare con Freud (capiterà
nel 1912) e perché le prime analiste si distinguessero con produzioni teoriche
e pratiche.
Il 1909 è anche l’anno in cui nacque Rita Levi Montalcini.
Negli Stati Uniti, il 28 febbraio 1909 ha luogo la prima Giornata
Nazionale della Donna in memoria dello sciopero di migliaia di camiciaie
newyorkesi, quelle che, giusto l’anno prima, avevano rivendicato migliori
condizioni di lavoro.
La nostra Nina, dunque, si muove sin dall’inizio in un terreno
che prepara il futuro.
Potrei continuare a lungo, estrapolare messaggi nascosti da covare
dietro l’apparenza virtuosa delle trame di Carolina. Mi limiterò a citare una
battuta, geniale, pronunciata dalla crudelissima (cru)Delia, femmina fatale,
anaffettiva, del tutto priva di remore, una Lilith feroce che, nel pieno
parossismo, al culmine del Pathos romantico che attanaglia tutti gli altri
personaggi, schiocca la lingua equilibrando – giustamente – i toni (p. 266).
Tutti
piangevano a quella scena, tutti tranne Delia, che fece sentire la sua voce
aspra per dire: «Non abbiamo ancora finito i piagnistei? Orsù, addio a tutti.»
Di fronte al buonismo corale non si può che dar ragione a questa
cinica signora, e vien da pensare che, in fondo, anche lei, la più cattiva di
tutte, se non si fosse messo di mezzo il figlio succube, preda di un evidente
«complesso materno», eliminando sul nascere ogni possibilità di fuga, anche
questa dark lady archetipica, divinità del fuoco tifonica e
distruttrice, a rappresentanza di quel pizzico di Male che nella psiche non è
mai redimibile né del tutto integrabile, avrebbe potuto trovare in altri lidi
la pace, o la guerra, o magari il femminismo.
Per veder risorgere quello spirito che non si
rabbonisce e mai potrà essere del tutto integrato; per accogliere Lilith tra le
mura domestiche e fuori, in tutte le strade della vita, le lettrici di Nina
avranno atteso un nuovo romanzo della loro beniamina Invernizio, rimanendo
sempre un poco insoddisfatte eppure in parte saziate. Una buona ricetta, gustosa,
fatta di figure poliedriche, quella di Carolina. In ogni caso, le donne fremono
sotto gli abiti del conformismo, che siano mogli e madri, vedove e fanciulle,
ricche e nobili o mendicanti.
Le visualizzo adesso tutte raccolte in un cerchio
al centro del quale arde un fuoco sacro, più che un focolare domestico. Ed è il
fuoco dell’incontro tra le luci e l’Ombra del femminile.
Nelle riviste dei primi del Novecento si
indicava nel focolare il prezioso elemento da nutrire per l’idea di una
protosorellanza volta al bene degli altri, votata a mettere l’amore a dimora,
a negare l’odio, a reprimere il corpo; ma già si nominava un fuoco che potesse
dirsi «nostro», una fiamma di donna, un falò per signore[1].
È un centro vivo, per esempio, quello auspicato
dalla contessa Eugenia, anche lei capace di essere «più crudele di una tigre»
per difendere i propri confini o per aprirli andando a creare una famiglia
allargata e ricostituita che somiglia a quelle dei nostri tempi.
Nella mitologia greca, Estia è la custode del
focolare. Figlia di Crono e Rea e sorella di Zeus, identificata nella Vesta
romana, culla la fiamma della cucina creativa. Quando il fuoco sfugge alla
cura, però, l’associazione immediata è con altre figure, quali Ecate, per
esempio, o l’egiziana Sekhmet, dove l’uso della fiamma si avvicina invece al
rischio della distruzione.
Immaginiamo
insieme: intorno al fuoco c’è silenzio. Le crudelissime signore e le vergini
sacrificali si osservano le une con le altre, e le amanti e le Amazzoni, le
deformi e le bellissime intorno al falò mostrano volti emersi delle pagine dei
romanzi di Invernizio. Ognuna di queste convitate è diversa dall’altra, si
distingue anche solo per una sfumatura, una traccia nella trama. È un convivio
di donne che si discostano dal perbenismo
dell’epoca, che irridono dall’interno il partito patriarcato e sfilano davanti
ai nostri occhi sfidando le critiche.
Possiamo riconoscere, per esempio, Clara, La sepolta viva,
e Nara, la protagonista di La vendetta di una pazza, e Nina, la prima
investigatrice della storia del noir, ma anche la contessa Delia, la «cattiva»
del romanzo che avete letto.
Nella mitopoiesi della nostra scrittrice, in un’epoca dominata da
Zeus, prendono vita le dee della psiche: Era, Afrodite, le Furie, Estia,
Artemide, Demetra, Persefone, Nemesi, Lilith… dee come idee sul Femminile che
s’incontrano e scontrano, si perdonano, si tradiscono. Immagini archetipiche
che l’analista Cinzia Caputo ha di recente reso fruibili come voci del nostro
specchio interno[2].
Le donne nell’Olimpo di Carolina Invernizio si
ritrovano e s’identificano nella capacità di odiare, amare, ordire, giocare il
potere, nella ritmica alternanza di icone personae che si compensano a
vicenda, che ricamano una visione prismatica, un arazzo, e si riverberano nel
qui e ora, senza tempo.
Valeria Bianchi Mian
Laureata con Lode e menzione accademica in Psicologia, è specializzata in Psicoterapia individuale e di gruppo e Psicodramma junghiano. Ha creato il Metodo Tarotdramma®, intreccio di Psicodramma e scrittura terapeutica con le carte dei Tarocchi (www.tarotdramma.com). Ha una formazione in mindfulness e naturopatia. Docente di scrittura terapeutica e poesiaterapia con PoesiaPresente, la scuola di poesiaterapia di Monza. Redattrice in Poetry Therapy Italia. Referente Piemonte per la Società Italiana di Psicologia Online.
Conduce corsi di scrittura e un salotto letterario con Giunti Psicologia. È redattrice per Versante Ripido e speaker a www.radiodreamland.it.
Ha curato antologie - Maternità marina (Terra d’Ulivi Edizioni, 2020); illustrazioni per Confine donna. Poesie e storie di emigrazione (Vita Activa Nuova, 2022).
Saggi curati e partecipazioni: Utero in anima (Bianchi Mian V., Ceresa S.G., Putti S., Lithos, 2016); Amori 4.0 (AAVV, Alpes Italia), 2018; Voci di donna. Il complesso intreccio tra Psicologia e Femminismo (AAVV, Underground, 2019), Fare storie (Giunti Psicologia, 2025). Narrativa e poesia: ha scritto e illustrato Favolesvelte (Golem Edizioni, 2016); il romanzo Non è colpa mia (Golem Edizioni, 2018), la silloge Vit(amor)te. Poesie per arcani maggiori con ventidue carte disegnate da lei (Miraggi Edizioni, 2020), Psicoporno (Buendia Books, 2023), Bestie, femminile animale (Vita Activa Nuova APS, 2023). Ha partecipato a diverse antologie poetiche. È tra gli autori di “Piemonte in Noir” con il romanzo Il corpo crudo (Edizioni del Capricorno per La Stampa, 2023), Le signore dei giochi (2024) e L'angelo di sangue (2026).
[1] Cfr.
l’editoriale della rivista La donna, 1910.
[2]Le
donne nel mito. Tra letteratura e psicoanalisi,
Terra d’Ulivi, Lecce 2023