sabato 16 maggio 2026

Per Minnie Pinnikin

 
















Nell’annunciare l’uscita dell’opera Minnie Pinnikin, di Beatrice Hastings, a cura di Maristella Diotaiuti, Selvatiche Edizioni-Seed, 2006, traduzione di Francesca Del Moro (opera raccolta da Federico Tortora),

destiniamo a questa pagina del blog materiale dedicato alla nuova pubblicazione, Minnie Pinnikin, opera finora inedita (eccetto alcuni lacerti funzionali ad altri lavori) che Hastings cominciò a scrivere a Parigi nel 1914. Protagonisti della narrazione sono se stessa e Amedeo Modigliani.

Minnie Pinnikin sarà presentato, in prima assoluta, domenica 12 luglio 2026, in occasione della ricorrenza della nascita di Amedeo Modigliani. La presentazione si svolgerà nell’ambito dell’evento, a cura de Le Cicale Operose (Maristella, Federico), dedicato a Amedeo Modigliani (II Edizione) presso il locale e il grande Giardino dell’800 di corso Amedeo, 101, presidio culturale fondato da Le Cicale Operose nel 2016 e dall’8 marzo 2026 sede di Salus Bistrot e Opus Lab -Spazio Creativo - ASD APS, che collaboreranno alla realizzazione dell’evento (a presto i dettagli). 


Nel frattempo:


8. 

Brevi note biografiche di Beatrice Hastings. Di Federico Tortora

Link:  Brevi note biografiche di Beatrice Hastings


7.

Mediante alcune immagini montate in questa clip ripercorriamo brevemente la vita "in full revolt" di Beatrice Hastings. 

Nella seconda parte della clip: "Le Cicale Operose per Beatrice Hastings" e l'annuncio della prossima pubblicazione.

Musica: Oniria, del trio Link (Meme Lucarelli, Andrea Gorza, Gennaro Scarpato). 

Montaggio video: Federico Tortora (Le Cicale Operose)


Per aprire il video cliccare sull'immagine. Buona visione.




6.

In appendice al volume Minnie Pinnikin troverete due articoli "bonus", di Mario Di Chiara e di Federico Tortora. 

Ecco i titoli:

Mario Di Chiara: Sulle tracce della scultura di Modigliani salvata da Hastings. Bibliografia di sintesi, 1954-2010.

Federico Tortora: La salvifica presenza di Beatrice Hastings nella vita di Amedeo Modigliani dal 1914 al 1916.

I due articoli sono esiti di ricerche specifiche su Beatrice Hastings e Amedeo Modigliani, frutto di una collaborazione piacevole e avventurosa tra i due contributori, condividendo le rispettive fonti documentali certe in loro possesso, che hanno restituito una messa a fuoco sui temi trattati depurata da qualsiasi narrazione fantasiosa.

Ringraziamo Chiara Serani e Marina Petri per le traduzioni di alcuni virgolettati contenuti nei due articoli.


Federico Tortora (Le Cicale Operose): da anni raccoglie opere inedite di Beatrice Hastings affidandone le pubblicazioni, a cura di Maristella Diotaiuti, a varie case editrici italiane. È autore dei volumi "Il testamento di Jenny, Erasmo Editore, 2015 e Beatrice Hastings in full revolt, Le Cicale Operose, 2020.

Mario Di Chiara: Conosciuto come uno tra i maggiori collezionisti di fotografia dell’800, in special modo toscana, annovera nella sua raccolta ritratti originali di Amedeo Modigliani. È stato tra i relatori del convegno internazionale di studi Modigliani, ebreo livornese, 2020. Nella sua biblioteca conserva circa cento pubblicazioni su Amedeo Modigliani.


5.

Estratti da alcune note e recensioni sulle opere di Beatrice Hastings finora pubblicate a cura de Le Cicale Operose.

Per il volume Beatrice Hastings in full revolt, a cura di Diotaiuti, Tortora, Le Cicale Operose, 2020

“Questo libro nasce da una urgenza e da una constatazione. La constatazione di una operazione sistematica e violenta di cancellazione, di oscuramento, realizzata nei confronti di Beatrice Hastings che abbiamo scoperto essere una intellettuale di sicuro talento. Nasce dall’urgenza di restituirle il posto che le spetta di diritto nel mondo della cultura, delle lettere e del giornalismo europeo.”

Maristella Diotaiuti, in Beatrice Hastings in full revolt.

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 “[…] riesce a passare con naturalezza dalla repulsione per la guerra alle surreali Feminine Fables, dagli articoli in difesa del diritto di autodeterminazione delle donne alla rievocazione del mondo magico dei nativi africani, e infine alle poesie e ai romanzi, che lasciano affiorare antiche e recenti lacerazioni”

Maria Clelia Cardona, in“Beatrice va da sola”, Leggendaria n. 143, settembre 2020

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“Se gli uomini sono collerici e ambiziosi di solito il cerchio maschile del consenso li giustifica; se le donne si infuriano o vogliono riconoscimento, l’antico uso sociale le isola. […] Sono lieta perciò di ritrovare la citazione “in full revolt” in un libro atipico dedicato a […] una scrittrice di versi, articoli, romanzi, cancellata dalla memoria collettiva e recuperata da un team cilentano-napoletano[…]”

Antonella Cilento, in “La critica femminile inquieta gli uomini”, in la Repubblica - Napoli, 22 febbraio, 2020

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Beatrice Hastings fa parte a pieno titolo di quella coraggiosa minoranza di disobbedienti e di ribelli al patriarcato ma la sua contestazione è stata profondamente radicale e politica. Parte dalle fondamenta della misoginia e dello sfruttamento delle donne, perché affronta le caratteristiche del sistema politico ed economico che sostiene la divisione tra un genere che opprime e un genere che è oppresso.

Floriana Coppola, in“Beatrice Hastings e le disobbedienti”,  in Lo spazio di Atena, Versipelle, 2 maggio, 2022

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“Il volume Beatrice Hastings in full revolt, tra i tanti meriti, ha proprio quello di fare luce, finalmente, sulle sue indubbie qualità di scrittrice, giornalista, poetessa e intellettuale, che fino alla morte volontaria, avvenuta nel 1943, affermò e praticò la sua libertà di essere, ossia di scrivere, amare, vivere.”

Chiara Pasetti, in “L’animo libero e rivoluzionario di Beatrice Hastings”, Il Sole24Ore, 7 marzo, 2021

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“Se nelle Favole femminili, la sofferenza per una condizione in cui le proprie risorse (sensibilità, intelligenza, cultura) vengono sopraffatte dal sistema sociale che stabilisce a priori l’inferiorità della donna, è anche vero che la dea vince sempre. Basta seguire la propria volontà, esaudire i propri desideri, a costo di tutto, senza demordere mai.”

“[…] La voce di Beatrice Hastings scolpisce le parole, le fa risplendere nell’acciaio. Il suo stile è perentorio e senza tentennamenti.”


Rosa Pierno, in“Le favole femminili di Beatrice Hastings”, in Trasversale, un percorso fra le arti, di Rosa Pierno, 22 ottobre, 2023.

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 “La sua cifra esistenziale fu l’intensità [...] La sua scrittura è graffiante, intrisa di sentimenti forti: rabbia, sdegno, combattività e spirito di sovversione. L’accettazione dello status quo non era tra le opzioni possibili per lei che racconta di donne che sfioriscono precocemente perché costrette a cedere alle aspettative sociali che le privano di spazi di realizzazione.”

Francesca Vitelli, in Le disobbedienti: Beatrice Hastings, in Il mondo di Suk, 10 gennaio 2022

 


Per gli Atti del Primo Convegno, AA.VV. Le Cicale Operose, 2021

“[…] per una donna che vuole compiere il suo percorso di libertà, che vuole essere signora delle proprie scelte e della propria vita, come è stata indubbiamente Beatrice Hastings, è importante poter rispecchiarsi in donne che hanno il coraggio di rivoluzionare il ruolo loro imposto, di trasformare se stesse e insieme il mondo in cui si sono trovate a vivere.”

Daniela Bertelli, in“Il peggior nemico della donna: la donna, in Atti del Primo Convegno, 2021

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“Beatrice Hastings può essere definita una donna di contrasti in­nanzitutto perché come donna e femminista persegue con la scrit­tura un’esigenza di razionalità, derivante dalla necessità di raccon­tare la condizione della donna del tempo, manifestando il proprio impegno sociale e politico con voce alta e decisa  […] D’altro canto, però crea su di sé un personaggio di femmina fatale, di donna stravagante e libera negli atteggiamenti, svincola­ta dalle regole della società borghese e della morale corrente.”

Nadia Chiaverini, in“Una donna di contrasti”,  in Atti del Primo Convegno, 2021

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 “[…] troviamo nelle poesie di Hastings un’ammirevole maestria nell’impiego delle varie forme e stilemi che adotta; in­fatti molti di questi testi raggiungono una considerevole forza espressiva.”

Brenda Porster, in“Due poesie”, in Atti del Primo Convegno, 2021

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“Una vita vissuta fino in fondo da donna forte indipendente e coraggiosa, in perenne ricerca di se stessa, passionale, eccentrica, spregiudicata, beffarda, impetuosa, stracciona, esilarante, vitalissi­ma, in full revolt, un mix di pennellate di colore, abiti con drappeg­gi violacei, rossi, verdi, accessori vistosi e burlesque, ornamenti da ironia preraffaellita.”

Oriana Rossi, in Beatrice Hastings, La vita sociale e politica, in Atti del Primo Convegno, 2021

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 “In un mondo maschilista dove le donne erano relegate essen­zialmente in ruoli ancillari, l’irrompere sulla scena di un’intellet­tuale di così grande spessore, non era tollerato e il fiore dell’ama­ranto non poteva sbocciare.” 

Elisabetta Stellato, in Beatrice Hastings, Mito e simbolo nei racconti d’Africa in Atti del Primo Convegno, 2021

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“[…] lo sperimentalismo continuo non può essere indice di cambiamento, poiché diviene esso stesso una moda e come tale perde di genuinità. Il riconoscimento di questo paradosso è senz’altro parte integrante dell’esperienza poetica ha­stingsiana, e rivela un’ulteriore particolarità dell’autrice: la piena rivolta (che è, appunto, “piena” e non “continua”) va vissuta come stato sostanziale e ontologico, non formale. A dover essere giudicati rivoluzionari sono quindi gli esiti contenutistici e concettuali, non formali [..]

Simone Turco, inBreve nota su un diverso modernismo”, in Atti del Primo Convegno, 2021



Per il volume Woman’s Worst Enemy: Woman, Beatrice Hastings, a cura di Maristella Diotaiuti, Astarte Edizioni, 2022

“Il titolo, volutamente provocatorio, nasce dalla sua opposizione ai miti della maternità che le stesse donne promuovono e impon­gono alle altre donne. Hastings intende sottoporre a critica e ri­formare gli atteggiamenti morali verso la maternità, verso il parto e tutto il processo procreativo, investendo anche la sessualità e il secolare controllo esercitato sul corpo femminile dovuto alla sua capacità procreativa. Un corpo, né nominato e né previsto dagli atti legislativi, considerato come semplice contenitore riproduttivo, ma indispensabile, fondamentale per la costruzione della struttura patriarcale e capitalistica […]

Maristella Diotaiuti, dall’Introduzione in Woman’s Worst Enemy: Woman.

*

Senza Beatrice Hastings non saremmo le stesse. Giornalista, poeta, autrice, donna senza precedenti […] Viene presa per pazza, dissoluta, incompetente. Non ha timore a dire la parola più autentica, che è spesso la più scomoda. Della que­stione dell’autenticità, in quanto volontà di dire se stesse, scriverà molto dopo Carla Lonzi […]. Fra le molte andate perse e poi ritrovate, Beatrice Hastings è una delle più preziose.”

Giada Bonu, dalla sua postfazione Il mondo prima di Beatrice Hastings. Genealogie ed eredità dei femminismi contemporanei”, pubblicato in “Woman’s Worst Enemy: Woman”..

*

 “Beatrice Hastings ha una concezione altissima della maternità. Pro­prio per questo i suoi interventi sono duri e radicali e perseguono un duplice obiettivo. Da un lato quello di non sacrificare e non ridurre la donna al suo “ruolo” materno e, dall’altro, quello di smettere di pen­sare alla maternità come una “funzione” sociale ma come a qualcosa di irriducibile alle logiche di mercato e a qualunque forma di negozia­zione contrattuale come quella del matrimonio”

Stefania Tarantinoda L’ascesa della donna contro la tirannia della più potente passione al mondo, pubblicato in “Woman’s Worst Enemy: Woman”.



Per il volume Sepolcri Imbiancati, di Beatrice Hastings, a cura di Maristella Diotaiuti, Terra d’ulivi Edizioni, 2024

 “Uno degli elementi più sapienti della tecnica di Hastings è un opportuno uso delle ellissi, fattore che, per esempio, ha in comune con il Verga novelliere. Le sforbiciate sulla vita-non vita di Nan fanno sì che di essa ci restino fotogrammi memorabili, quelli che attribuiscono un senso alla sua parabola esistenziale”

Gianni Antonio Palumbo, dal suo articolo nel blog Giano Bifronte, Gianni Antonio Palumbo, 4 maggio 2024.

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“Nella poesia “In the presence”, Hastings definisce bene chi sono i suoi interlocutori, ovvero…praticamente nessuno!”;

“ Beatrice Hastings era in conflitto con tutto ciò che è normato, sempre a margine di ogni pensiero che metteva in discussione”

Silvia Rosa, nel corso della presentazione di Sepolcri Imbiancati, di Beatrice Hastings, 4 maggio 2024, Libreria Belgravia, Torino

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“[L]a riscoperta di Diotaiuti e Tortora è doppiamente apprezzabile, sia perché ricolloca Hastings nel perimetro di quella cultura modernista britannica dai cui contemporanei era stata estromessa a viva forza e contribuisce così ad arricchirne il quadro generale, sia perché consegna alla tradizione della scrittura e del pensiero femminile l’ulteriore tassello di una genealogia ancora in larga misura da ricostruire.”

Chiara Serani, dalla nota di lettura, in corso di pubblicazione.

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“Hastings amava descriversi “In full revolt”. La scrittura è stata per lei una lotta permanente. Per questa sua vocazione ha pagato un prezzo atroce. Se negli stessi anni qualcuno celebrava in Italia il superomismo della vita come opera d’arte, lei, già andando oltre le colonne della modernità, sperimentava, all’opposto, l’uso della parola come corpo vivente.”

Pasquale Vitagliano, tratto dal suo articolo Dietro ai “Sepolcri Imbiancati” di Beatrice Hastings, Il Manifesto del 31 luglio, 2024  

 

 

Per il volume La Commedia delle Fanciulle, a cura di Maristella Diotaiuti, traduzione di Rubina Valli, in corso di pubblicazione, Terra d’ulivi Edizioni, 2025

“[,,,] riadatta in modo dissacrante il patrimonio letterario del medioevo europeo, e in particolare quello maschile, irridendo la figura dell’eroe e la fissità schematica dell’epica, al contempo mettendone in luce la ancora sconfinata fecondità”

Dall'introduzione di Maristella Diotaiuti.

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 “Tradurre The Maids’ Comedy significa incontrare una complessità tanto ricca quanto sfuggente, una filigrana di rimandi linguistici e culturali che Beatrice Hastings tesse con leggerezza e abilità, più accennando che andando a fondo, trasportando il lettore in un viaggio che è sì picaresco e scherzoso, ma anche simile a un rito iniziatico in cui tutti i personaggi sono di volta in volta protagonisti e, tra uno scherzo e l’altro, danno voce a idee e ideali di grande spessore.”

Rubina Valli, dal suo articolo “Tradurre Beatrice Hastings”, pubblicato nel volume.

 

 *


4. 

Prefazione di Maristella Diotaiuti: Prime impressioni.

Abbiamo sottoposto ad alcune lettrici e lettori la prefazione di Maristella Diotaiuti per il volume Minnie Pinnikin, per chiedere cosa ne pensassero. Maristella è felice e onorata di ricevere i primi apprezzamenti (ringraziamo, ad esempio, la favolosa Anna Maria Curci per l'attenzione e le parole spese). 

Pubblichiamo qui le preziose parole che Roberto Galeazzi e Lucio Macchia hanno dedicato alla prefazione. Ringraziamo Roberto e Lucio per l'attenzione e per le loro note e consuete capacità di analisi. Buona lettura.

 Roberto Galeazzi“La prefazione  getta una luce novissima sul guascone labronico che invoglia a riprenderne le opere e a riconsiderarle. Due elementi in particolare, quello del depistaggio dall’idea del reale che pur non significa perseguire il puro gesto slegato dal senso ma implica un suo aggiramento […], e poi il tema analogo della vanità del bordo come contenimento, protezione d’identità, mentre suggerisce il tema del bordo come soglia, limine. […] Il testo di Maristella evidenzia come la scrittura di Hastings fosse proiettata in un approccio che, al suo tempo, contava pochi esempi simili, cioè, un atteggiamento svincolato dall'ossessione per la "cifra" stilistica, la riconoscibilità dell'autore, l'inquadramento in un genere, funzionale al cosiddetto mercato dell'arte...("malattia" che accompagna anche l'arte visiva, a partire dal secolo scorso), con una rischiosa e disinteressata attitudine a sparigliare le carte, indossando maschere, pseudonimi, giocando con il linguaggio che attraversa simultaneamente in direzioni diverse, evocando una molteplicità di piani narrativi che le negano i comodi escamotage della facilità comunicativa. E a questa complessità il lavoro di Maristella rende pienamente giustizia.”

Lucio Macchia: "Ho letto la prefazione che ho trovato davvero notevole. Ammirevole la prosa saggistica di Maristella che intreccia molteplici registri: filologico, storico/aneddotico, filosofico, critico, psicologico, senza mai appesantire e componendo un affresco vivace e raffinato dell'opera nella sua intenzione e struttura. Una prosa che ha un bel ritmo interno, ricca di citazioni ma scorrevole, vivace, fresca. Riflette la grande passione per questa straordinaria ricerca. Chapeau! In bocca al lupo per la pubblicazione!"


3.

Beatrice Hastings e Amedeo Modigliani.

Numerosi biografi di Modigliani ed altri scrittori, nel descrivere la loro avventura, si sono quasi sempre soffermati sui soliti aneddoti più volte ribaditi. Crediamo, invece, che della relazione tra Beatrice e Amedeo debba essere considerata l’essenza più significativa e importante, poiché i continui confronti hanno determinato un prolifico momento di crescita per entrambi, sul piano artistico e intellettuale.

Due formazioni diverse ma che trovano convergenze di idee e opinione sul gusto estetico dell’arte, sullo spiritualismo, sul loro agire nel segno di un continuo sconfinamento in nome dell’arte.

Un nutrimento reciproco che ha persuaso Hastings a scrivere Minnie Pinnikin, opera parigina, finora inedita, in cui finalmente potrete trovare la vera essenza della loro relazione, la concezione dell’arte di Modigliani resa mediante lo sguardo di Beatrice Hastings, grande intellettuale mai letta e quindi mai finora riconosciuta per le sue doti, ma solo per la sistematica tessitura aneddotica, falsa e denigratoria, che ha trascinato Hastings nell’oblio.

“La scrittura di Beatrice Hastings è una scrittura rilevante, per originalità e bravura, per profondità e molteplicità di contenuti, per dirompenza di passione”.

In Minnie Pinnikin troverete prova della sua grandezza.

Federico Tortora

2.

Un piccolissimo estratto dalla prefazione di Maristella Diotaiuti per l'opera Minnie Pinnikin:

Questo è infatti, un libro utopico, invenzione e fantasia, onirico e surreale, metafisico o, meglio, patafisico ma reale. Un libro incorporeo, rarefatto e pure concreto, fisico e tangibile. Un libro ibrido di immaginazione e di realtà in cui tutto si mescola per dare vita a un universo parallelo con la sua architettura, i suoi personaggi, i suoi oggetti, speculare a quello reale ma con questo in profonda relazione e derivazione.


1.

Lasciamo, in questa clip, parole tratte dall'opera che lasciano intuire i suoi contenuti e la visione dell'arte di Beatrice.

Ringraziamo di cuore Beppe Giannotti, poeta Lunigianese, per aver prestato la sua voce a Minnie (Beatrice Hastings).

Buon ascolto.

Federico





Immagine nella pagina: opera di Leonora Carrington

Beatrice Hastings: Brevi note biografiche, di Federico Tortora

















Emily Alice Haigh, vero nome di Beatrice Hastings, nasce a Londra il 26 gennaio 1879, settima di dieci figli. Nel medesimo anno la sua famiglia decide di lasciare Londra per intraprendere l’attività di commercio tessile nella colonia inglese Sudafricana, Port Elizabeth. All’età di 8 anni, per motivi legati all’attività del padre, Beatrice si sposta con questo ed alcune sorelle ad Hastings, nel Sussex (Inghilterra). Vi resteranno dal 1886 al 1891. Fin dalla più giovane età Beatrice si dimostra ribelle, refrattaria alle regole imposte dai suoi genitori e dall’istituzione scolastica. Viene rinchiusa in un collegio a Pevensey, vicino Hastings, dal quale sarà diverse volte espulsa.

Nel 1891 la famiglia si ricongiunge a Port Elizabeth. L’Africa offre scenari, storie e atmosfere che, insieme alle assidue e copiose letture, nutrono l’immaginario di Beatrice.

All’età di 17 anni Beatrice decide di lasciare Port Elizabeth per raggiungere Londra, polo culturale europeo, seguendo la sua vocazione di scrittrice. Ma il primo impatto con i circoli culturali londinesi è traumatico. Il sogno di Beatrice si infrange contro le barriere di classe, di genere, di provenienza. Si trasferisce quindi in Irlanda. Attrice, cavallerizza, pianista, sono tre delle occupazioni note nelle quali Beatrice si cimenta in questo periodo complicato, attraversato da difficoltà economiche ed esistenziali.

Il ritorno in Sudafrica, a Cape Town, nel 1898, coincide con l’approfondimento della sua formazione culturale e con il completamento degli studi.

Nel 1904 parte alla volta di New York. La grande città nordamericana le offre l’opportunità di fare nuove esperienze e di sperimentarsi, finalmente, con la scrittura. Scrive per il Morning Telegraph di New York con discreto successo. A New York ha modo di assistere, tra l’altro, ai comizi di Emma Goldman, incontro che contribuisce alla formazione della sua visione politica.

Il richiamo della scrittura sembra essere totalizzante nella vita di Beatrice, come anche il desiderio di affermarsi. Forte delle esperienze vissute in questi anni, decide di tornare a Londra.

Beatrice Hastings è il nuovo nome con cui, nel 1906, si presenta al mondo letterario londinese. Il cognome è uno pseudonimo che si è data ispirandosi alla cittadina inglese in cui visse parte della sua infanzia, forse utile ad azzerare il suo passato, a proporsi in una nuova veste.

Si iscrive all’Università di Oxford che frequenta per tre anni. Partecipa a convegni, conferenze, si interessa alle nuove correnti poetiche, artistiche e culturali. Sono anche gli anni di una presa di coscienza politica, di una maturazione ideologica che si definisce nell’adesione al partito marxista “Social Democratic Federation”.

Nello stesso anno Beatrice Hastings incontra Alfred Richard Orage, uno dei pensatori più vivaci in Inghilterra, animatore del dibattito culturale e promotore della filosofia nietzschiana, fondatore dei “Leeds Art Club”. L’incontro di Orage con Beatrice Hastings determina la nascita di un nuovo periodico settimanale d’avanguardia, anticapitalista e fabianista: il “The New Age” – “Una rivista indipendente di Letteratura, Politica e Arte”. Beatrice, fin dalla prima uscita del giornale, è una delle firme più assidue e prolifiche. Nel giornale ritroviamo, tra i molti nomi autorevoli, Ezra Pound e Katherine Mansfield, con la quale intreccia una relazione amorosa.

La varietà degli scritti e dei registri linguistici adottati, nonché l’assiduità dei suoi interventi nel giornale, la inducono a utilizzare almeno 13 nomi di penna, più o meno relazionati a rispettivi temi trattati. La poderosa produzione di scritti di Beatrice per il “The New Age” consiste in articoli politici e femministi, novelle, poesie, recensioni, critiche letterarie, romanzi brevi, ecc.

Nel 1914 Beatrice Hastings accetta l’incarico di corrispondente a Parigi, con l’intento di garantire al giornale una indagine costante e diretta dei nuovi fenomeni artistici e culturali. Con lo pseudonimo Alice Morning, Beatrice Hastings firma gli articoli per la sua rubrica settimanale “Impressioni di Parigi”. Frequenta i café parigini dove incontra Picasso, Apollinaire, Max Jacob, Cocteau, Radriguet, Matisse, Lipchitz, Ossip Zadkine, Marie Vassilieff e molti altri artisti, intessendo relazioni intellettuali e amichevoli. Dal 1914 al 1916 intreccia una relazione amorosa con l’artista livornese Amedeo Modigliani che si apre su diversi piani, tra i quali è rilevante il confronto intellettuale, i dialoghi sull’arte, sulla letteratura, sullo spiritualismo.

L’ultimo “Impressioni di Parigi” è del 25 novembre 1915. Dal 1916 i suoi contributi al giornale sono sporadici. Le visioni politiche dell’editore nel tempo cambiano, mentre Hastings resta fedele alle sue idee anticapitaliste e socialiste. Nel 1920 l’esperienza nel The New Age si conclude definitivamente.

Beatrice Hastings non smette, però, di scrivere, di sperimentare, di conoscere e di assorbire le nuove correnti letterarie e artistiche del suo tempo, rielaborandole in una forma del tutto personale, dedicandosi, tra l’altro, allo studio e alla pratica della scrittura e della pittura automatica. È del 1924 il Manifesto Surrealista di André Breton, che Beatrice Hastings ha occasione di conoscere a Dieppe (Francia) nel 1930.

Il 1931 è l’anno del suo ritorno in Inghilterra, che non lascerà più fino alla morte (il ritorno in Sudafrica, desiderato negli ultimi anni, le sarà precluso a causa dell'embargo nel periodo bellico). All’età di 50 anni si stabilisce a Londra, si iscrive al Partito Comunista Britannico, riprende i contatti con alcuni suoi vecchi amici, militanti e intellettuali, fra i quali Anna Wickham (pseudonimo di Edith Alice Mary Harper), Jacob Hepstein, Richard Aldington, Sylvia Pankhurst, Charles Lahr, editore anarchico.

Nel 1932, dieci anni dopo la chiusura del “The New Age”, decide di editare il suo primo giornale: “The Straight Thinker – A Fortnightly Review”. In questo pamphlet Beatrice esprime, tra l’altro, le sue visioni e analisi politiche, come sempre sul solco delle sue idee antifasciste, anticapitaliste. Nel contempo, comincia a scrivere il saggio “In difesa di Madame Blavatsky”. A tal scopo, nel novembre del 1936 si trasferisce a Worthing, cittadina costiera nel sud dell’Inghilterra che offre tranquillità e un clima più mite.

Nel novembre 1938, a Worthing, pubblica il primo numero del periodico “The Democrat”. Il giornale nasce in chiave antifascista, laico, secolarista (ispirandosi al "Freethinker" di Chapman Cohen), di contestazione alla Conferenza di Monaco del 19 settembre 1938. L’ultimo numero del Democrat è del gennaio 1943, ultimo anno di vita di Beatrice Hastings. 

Malata e sofferente, presagendo la sua fine, invia alcuni manoscritti alla British Library che rifiuterà causa trasloco in corso deciso per mettere al riparo libri e manoscritti che nel periodo bellico sono appunto portati e custoditi in Galles (National Library of Wales, Aberystwyth). Quindi Hastings affida i manoscritti ed altro materiale alla sua badante, Miss Green. Questi saranno inviati a Port Elizabeth, città della sua giovinezza, alla Biblioteca di Città del Capo e a Toronto, in virtù dei rapporti di Hastings con la Società Teosofica canadese per la redazione del trattato teosofico.

Il 30 ottobre 1943 decide di mettere fine alla sua vita.


Fonte: Stephen Grey, Beatrice Hastings – A Literary Life, Penguin Ed. (South Africa), 2010.




giovedì 14 maggio 2026

Una pagina di Pound, di Lucio Macchia

 


 
















Immagine: pag. 83 di Canti pisani (Garzanti, trad. A. Rizzardi)



Riporto la foto di una pagina dei Canti pisani. Siamo nel mezzo del Canto 77. La tessitura ideogrammatica di Pound non consente “reading” e neanche trascrizione o citazione, perché qui si è eminentemente nel mondo della scrittura, del foglio, della trama testuale (in questo senso la mente va immediatamente ai Calligrammes di Apollinaire e al colpo di dadi di Mallarmé).

La pagina diviene aleph della vita, in cui confluiscono tutti i codici del mondo, nel tentativo titanico di ricreare un universo dentro l’universo, a partire dalla storia privatissima, irrilevante e irriducibile del singolo.

L’immagine iniziale dell’alba sulla latrina ci restituisce lo shock del risveglio di un prigioniero, di un condannato. L’ideogramma in alto, che sta per “alba”, semanticamente “non serve a nulla”: “alba” è già detto. Esso si inserisce sulla pagina in potenza pittografica, come dispositivo linguistico puro che mette in atto concatenamenti nuovi, deterritorializzazioni del linguaggio “naturale”. Evoca una potenza primitiva e ineffabile del simbolo. E, al contempo, una saggezza altra, possibile, salvifica.

All’istante, tutto il mondo, presente e futuro, occidentale e orientale, è sospeso tra la latrina e l’alba. E, in alto, nonostante tutto, la bellezza delle nubi sopra Pisa: ci sovviene Baudelaire de Lo straniero. Seguono spezzoni di ricordi minutissimi, fortemente autobiografici, con toponimie che – anch’esse – non hanno tanto valenza semantica, ma sono, in un certo senso “ideogrammatiche” (si tratta, comunque, di una cascata in Pennsylvania). Però quel tale che mira l’acqua, solo, sperso nel mondo, diviene tutti noi, proprio per la semplicità essenziale dell’immagine, che immediatamente risvolta in un contenuto filosofico esplicito, in una sorta di massima: null’altro conta se non la qualità dell’affetto. Di fronte alla fine, si strappano le vanità (come altrove P. ci dice in un passo famosissimo), ci si concentra sull’essenziale.

Si torna, quindi, all’alba, al sole che è bocca (questo il “significato” del secondo ideogramma cinese). Dalla parola “bocca”, P. procede con una sorta di associazione libera di frammenti della sua memoria. L’alba come bocca di dio, ma anche come evocazione di cose terrene, del “periplo”, parola che ricorre in P. per evocare un collegamento circolare, nietzschiano, tra tutte le cose e le culture (qui scrive la parola periplo tra parentesi, a fianco dell’ideogramma di bocca che richiama il ciclo e il parlare e il linguaggio, aprendo, con questa deiscenza grafica, a una piega infinita di rimandi). La casa a Londra sul canale Regent, Teodora imperatrice addormentata sul divano (molto eliotiano questo tipo di “desolazione”); il Daimio, figura di grande rilevanza nelle caste giapponesi, anche qui con un contrappunto eliotiano (il conto del sarto) ed ecco che spunta proprio Eliot con un riferimento al personaggio di Grishkin (in Sussurri di immortalità), donna dalla sensualità caricaturalmente felina e un po’ assurda. Forse Eliot ha dimenticato qualcosa. C’è uno scarto tra letteratura e vita che il condannato sente. La danza – l’arte – è un mezzo. La centralità, qui, va alla vita. Il crescendo delle immagini si arresta solennemente su un’espressione ferma, epifanica: «Alla montagna natale». È un verso di una poesia mortuaria giapponese. Un pensiero di fine imminente, ma stemperato da un’immagine di ritorno a casa, di transitorietà dell’esistenza, come suggellato dalla citazione greca «Psycharion ei bastazon nekron» (Epitteto): «Tu sei una piccola anima che porta in giro un cadavere». Ma anche la scrittura greca assolve, insieme all’apporto semantico, a una funzione ideogrammatica. Sulla stessa pagina si stratificano antico e presente, occidentale e orientale, vita e morte. Il pensiero simbolico non abbandona P. neanche di fronte alla fine. Soprattutto di fronte alla fine. Si fa umanissimo.


Lucio Macchia



FONTI

- note del libro

- A. Houwen, “Min's lamp in Nippon”: Ezra Pound and Japanese Neo-Confucianism (per il riferimento alla composizione giapponese)

mercoledì 13 maggio 2026

"La poesia di Karoline von Günderrode", di Anna Maria Curci.




Karoline von Günderrode, A quel tempo dolce vita vivevo.

 


 



Ed. tedesca: Insel Verlag GmbH, Frankfurt am Main und Leipzig, 2006




Questo contributo che, nella sua versione odierna, è ampliamento di una precedente, è dedicato alla memoria di Rita Calabrese, recentemente scomparsa. La poesia di Günderrode è qui riportata attraverso più di un 'altro sguardo': quello di Christa Wolf, quello di Rita Calabrese, quello di Anna Maria Curci. 

 


Anni fa mi giunse in dono da Annamaria Ferramosca un volume che mi riportò sulle tracce di una poesia conosciuta in passato attraverso la lettura di Kein Ort. Nirgends (Nessun luogo. Da nessuna parte) di Christa Wolf. Si tratta della poesia di Karoline von Günderrode, poesia tanto alta quanto colpevolmente trascurata. Il libro ricevuto in dono era Sconfinare. Percorsi femminili nella letteratura tedesca (Luciana Tufani Editrice, 2013) di Rita Calabrese, della quale avevo avuto modo, trenta anni fa, di apprezzare il contributo ricchissimo al volume Della stessa madre, dello stesso padre. Tredici sorelle di geni (con Eleonora Chiavetta, Tufani 1996). Il passaggio dal testo di Rita Calabrese che ridestò in me la gioia di un viaggio a ritroso nelle mie letture era questo:

 

«L’IO va assumendo connotazioni femminili, mentre il NOI comincerà ad abbracciare le donne dell’una e dell’altra parte, nella comune oppressione patriarcale e nella stessa costruzione d’identità.
Dall’intreccio di queste tematiche nascono, strettamente collegate tra loro,
L’ombra di un sogno, antologia delle opere di Karoline von Günderrode e il racconto Nessun luogo. Da nessuna parte, in cui la stessa Günderrode è protagonista insieme a Heinrich von Kleist. Le due opere segnano la riscoperta di questa grande voce poetica del romanticismo, morta suicida nel 1806, con modalità e linguaggi differenti. L’ombra di un sogno è opera germanistica che si configura come esemplare lezione di metodo a segnare una vera e propria rottura del canone letterario classicocentrico lukácsiano della RDT e l’inserimento del Romanticismo, ma soprattutto la rilettura di una voce poetica − e in questo Anna Seghers fa da punto di riferimento − lacerata tra corpo di donna e virile talento poetico, mentre Nessun luogo. Da nessuna parte mette in scena l’incontro fittizio, ma molto verosimile, tra i due poeti suicidi. In filigrana, nel dramma di intellettuali costretti dopo le speranze della Rivoluzione Francese, a «battere a sangue la fronte», come scriveva A. Seghers a Lukács negli anni ’30, contro il muro di una società repressiva e finiti suicidi, pazzi, esuli, comunque disperati, si riflette il dramma degli intellettuali della RDT.» (Rita Calabrese, Sconfinare. Percorsi femminili nella letteratura tedesca, pp. 182-183).

 

L’invito rivoltomi attraverso quelle pagine fu per me irresistibile. Mi addentrai nella lettura della preziosa edizione curata da Christa Wolf, che raccoglie poesie, prosa, lettere di Karoline von Günderrode e che porta il titolo Einstens lebt ich süßes Leben (“A quel tempo vita dolce vivevo”). Il volume si apre con il saggio di Christa Wolf Der Schatten eines Traumes, L’ombra di un sogno, all’inizio del quale la scrittrice, nell’additare il destino di oblio subito dalla poetessa, scrive frasi che ancora oggi sorprendono per la loro drammatica verità, verità che si estende, purtroppo, ad altri numerosi destinatari oltre a quelli pensati da Wolf:

 

«Un popolo dilaniato, politicamente immaturo, difficile da smuovere, eppure facile da sedurre, attaccato al progresso tecnologico invece che al sentimento di umanità, si permette una fossa comune dell’oblio per coloro che sono andati a fondo precocemente, per quei testimoni indesiderati di aneliti e paure soffocati.»

 

(Christa Wolf,  Der Schatten eines Traums, in: Karoline von Günderrode, Einstens lebt ich süßes Leben.

Gedichte – Prosa – Briefe. Herausgegeben von Christa Wolf, Insel Verlag, Frankfurt am Main und Leipzig 2006, p. 14)

(trad. di Anna Maria Curci)

 

«Una testimonianza della posizione e della consapevolezza di questa generazione, per la quale la grande impostazione concettuale dell’illuminismo tedesco si è ridotta al livello di pragmatica sofisticheria cui l’immagine del mondo si è sbiadita e appiattita, è questa poesia, tra le prime di Günderrode, con la quale ella si introduce come poetessa filosofica.»

 

(Christa Wolf, Der Schatten eines Traums, in: Karoline von Günderrode. Einstens lebt ich süßes Leben. Gedichte – Prosa – Briefe. Herausgegeben von Christa Wolf, Insel Verlag 2006, p. 20)

(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Il passo successivo, la conseguente immersione nella lettura, è stato, e continua a essere, l’incontro con la poesia di Karoline von Günderrode, che è divenuta per me cura e consuetudine e della quale propongo quattro componimenti poetici nell’originale e nella mia traduzione.

 

Liebe

O reiche Armuth! Gebend, seliges Empfangen!

In Zagheit Muth! in Freiheit doch gefangen,

In Stummheit Sprache,

Schüchtern bei Tage,

Siegend mit zaghaftem Bangen.

Lebendiger Tod, im Einen sel’ges Leben

Schwelgend in Noth, im Widerstand ergeben,

Genießend schmachten,

Nie satt betrachten

Leben im Traum und doppelt Leben.

 

Amore 

O ricca povertà! Nel dare, accogliere beato!

Nella titubanza, coraggio! in libertà, nondimeno, detenuto.

In mutezza, lingua,

Timido di giorno.

Nel vincere, con titubante trepidazione.

Morte viva, nell’Uno vita beata

Che si bea della tribolazione, nella resistenza capitolare,

Struggersi nell’assaporare,

Mai saziarsi di contemplare

Vita nel sogno e, doppiamente, vita.

 

Karoline von Günderrode, da: Einstens lebt ich süßes Leben, Insel Verlag, Frankfurt am Main und Leipzig 2006, p. 85
(trad. di Anna Maria Curci)

 

Vorzeit, und neue Zeit

 

Ein schmaler rauher Pfad schien sonst die Erde.
Und auf den Bergen glänzt der Himmel über ihr,
Ein Abgrund ihr zur Seite war die Hölle,
Und Pfade führten in den Himmel und zur Hölle.

 

Doch alles ist ganz anders nun geworden,
Der Himmel ist gestürzt, der Abgrund ausgefüllt,
Und mit Vernunft bedeckt, und sehr bequem zum Gehen.

 

Des Glaubens Höhen sind nun demolieret.
Und auf der flachen Erde schreitet der Verstand,
Und misset alles aus, nach Klafter und nach Schuhen.

 

 

 

 

Preistoria, e nuova era

 

Un sentiero aspro e stretto pareva prima la terra.
E sopra i monti brilla il cielo su di lei,
Un abisso al suo fianco era l‘inferno,
E sentieri portavano al cielo e all’inferno.

 

Eppure tutto si è fatto ben diverso,
Il cielo è crollato, l’abisso colmato,
E ricoperto di ragione, e molto comodo al passo.

 

Le vette della fede sono ora demolite.
E sulla terra piatta incede l’intelletto,
E con cataste e scarpe dà la misura a tutto.

 

Karoline von Günderrode, da: Einstens lebt ich süßes Leben, pp. 87-88
(trad. di Anna Maria Curci)

 

 

 

 

Ariadne auf Naxos

Auf Naxos Felsen weint verlassen Minos Tochter.

Der Schönheit  heisses Flehn erreicht der Götter Ohr.

Von seinem Thron herab senkt, Kronos Sohn, die Blitze,

Sie zur Unsterblichkeit in Wettern aufzuziehn.

Poseidon, Lieb entbrannt, eröffnet schon die Arme,

Umschlingen will er sie, mit seiner Fluthen Nacht.

Soll zur Unsterblichkeit nun Minos Tochter steigen?

Soll sie, den Schatten gleich, zum dunklen Orkus gehen?

Ariadne zögert nicht, sie stürzt sich in die Fluthen:

Betrogner Liebe Schmerz soll nicht unsterblich seyn!

Zum Götterloos hinauf mag sich der Gram nicht drängen,

Des Herzens Wunde hüllt sich gern in Gräbernacht.

 

 

 

Arianna a Nasso

Sugli scogli di Nasso piange la figlia di Minosse abbandonata.

L’ardente supplica della bellezza giunge all’orecchio degli dei.

Giù dal suo trono invia il figlio di Crono i fulmini a sollevarla in tempeste all’immortalità.

Poseidone, d’amore acceso, già spalanca le braccia,

La vuole cingere, con la notte dei suoi flutti. Ascenderà ora la figlia di Minosse all’immortalità?

Discenderà, pari alle ombre, all’Orco tenebroso?

Non esita Arianna, si getta tra i flutti:

Lo strazio dell’amor tradito non sarà immortale!

Non è gradito al cordoglio spingersi su alla sorte degli dei,

Piace alla piaga del cuore avvolgersi in notte sepolcrale.

 

Karoline von Günderrode, da: Einstens lebt ich süßes Leben, pp. 91-92

(trad. di Anna Maria Curci)

 


 

Novalis

Novalis, deinen heilgen Seherblikken

Sind aufgeschlossen aller Welten Räume,

Dir offenbahrt sich weihend das Gemeine,

Du schaust es in prophetischem Entzücken.

Du siehst der Dinge zukunftsvolle Keime

Und zu des Weltalls ewigen Geschicken,

Die gern dem Aug der Menschen sich entrücken,

Wirst Du geführt durch ahndungsvolle Träume.

 

Du siehst das Recht, das Wahre, Schöne siegen,

Die Zeit sich selbst im Ewigen zernichten

Und Eros ruhend sich dem Weltall fügen:

So hat der Weltgeist liebend sich vertrauet

Und offenbahret in Novalis Dichten,

Und wie Narziß in sich verliebt geschauet.

 

 

 

Novalis

 

Novalis, agli sguardi tuoi sacri di veggente

Sono dischiusi gli spazi d’ogni mondo,

Si manifesta a te il mistero consacrante,

Tu lo contempli in profetico incanto.

Delle cose i germi vedi colmi di avvenire

E alle perenni dell‘universo sorti,

Che all’occhio umano amano svanire,

Vieni condotto da sogni preveggenti.

 

Tu vedi il giusto, il vero, il bello imporsi,

Il tempo nell’eterno annullare sé stesso

E Eros che riposa al cosmo unirsi

Così amando lo spirito del mondo si è affidato

E nel poetare di Novalis si è riflesso,

E ha veduto, come Narciso di sé innamorato.

 

 Karoline von Günderrode, da Einstens lebt ich süßes Leben, pp. 120-121)

(trad. di Anna Maria Curci)