Le Cicale Operose (logo e denominazione registrati) è stato un caffè letterario e poi un'associazione culturale, dal 2016 al 2024.
Questo blog conserva la memoria dell'attività svolta in quegli anni ed ospita nuovi contenuti su temi culturali affini all’ethos delle Cicale Operose (vedi menu). Vi terrà inoltre aggiornati sulle attività per Beatrice Hastings.
Per la Mostra pittorica di Andrea Conti: “Ma che storia è questa? Storia e disegni (s)connessi, musica
(s)composta”, domenica 23 settembre 2018, Le Cicale Operose.
Appunti di Maristella Diotaiuti per il saluto ad apertura della mostra.
Ho avuto il privilegio di entrare nel laboratorio
di Andrea Conti, di vedere come nasce una sua opera e quindi di poter cogliere
o intuire quello che c’è e che può esserci dietro le sue creazioni, di poter
capire la sua poetica, che potremmo benissimo definire poetica della materia, o
narrazione della materia.
Dico “narrazione” in maniera intenzionale.
Perché non è un caso che Andrea abbia
contrassegnato questo incontro di stasera con questo titolo così straniante, ma che storia è questa? - storie e disegni
(s)connessi, musica (s)composta, perché l’intento (lo scopo che sottende
alla sua arte) è di scomporre, destrutturare l’opera d’arte, di spezzare
l’univocità del linguaggio artistico e realizzare una contaminazione di generi
e di linguaggi, e mutuare cioè segni e materia da altri ambiti: quello
gestuale, iconografico, e delle performance e spettacoli teatrali e
cinematografici, nonché da quello letterario.
Da questa fusione di linguaggi, di un
oggetto con altri viene fuori una nuova composizione, una nuova storia appunto,
una nuova narrazione. così da una storia ne germina un’altra, e poi un’altra, e
un’altra ancora, in un infinito processo o percorso di creazione. una sorta di
vertiginoso mise en abyme che però
non è governato dalla ripetitività fedele dell’immagine o della storia ma
viceversa dalla casualità e dalla imprevedibilità delle combinazioni.
Parlando di storie, di narrazione, non
si può fare a meno di constatare il rapporto privilegiato che Andrea ha con la
scrittura: non solo la frequenta normalmente scrivendo racconti e altro, ma troverete
spesso anche nelle sue opere parti scritte, racconti, poesie, riflessioni,
spesso anche in chiave didascalica.
Questa relazione tra la letteratura e la
pittura è molto antica, pensate che già nel 400-500 a.c. un poeta greco,
Simonide, diceva: La pittura è poesia
silenziosa, la poesia è pittura che parla; e Orazio, nella sua “ars
poetica”, scriveva una cosa analoga: La
poesia è come la pittura; e in tempi relativamente più recenti, nel XVI
sec., Leonardo scriveva, nel “Trattato della pittura”: La pittura è una poesia che si vede e non si sente, e la poesia è una
pittura che si sente e non si vede. E ancora, specificando meglio: La pittura è una poesia muta, e la poesia è
una pittura cieca.
Questo intreccio straordinario tra arte
verbale e arte iconica, con i loro diversi linguaggi e le loro diverse
tecniche, nelle mani di Andrea diventa splendida via per esprimere la stessa
percezione del mondo e dell’esistenza, gli stessi stati d’animo e gli stessi
labirinti interiori. È anche terreno di sperimentazione di come questi
linguaggi diversi possono creare frizioni, e far saltare il senso univoco, e
quindi sollecitare e attivare i sensi, e un altro tipo di sguardo sul reale, e
su quello che ci circonda. È come se le parole messe in relazione o in
conflitto con gli oggetti evocassero suoni, rumori, percezioni sensibili, in un
nuovo incredibile effetto sinestetico.
Questo suo personale dialogo con il
reale, con la materia, passa anche e soprattutto attraverso il recupero e
l’utilizzo, il riuso (in chiave nobile) degli scarti, di ciò che si è rotto e
viene buttato via perché non serve più. Gli scarti sono la testimonianza di ciò
che ha soddisfatto i nostri bisogni o ha appagato i nostri desideri, sono
simboli, tracce di piccole necropoli che sono dentro di noi, e Andrea le porta
alla luce.
Questo recuperare e conservare i resti,
i rifiuti, significa cercare di trattenerli, di farli sopravvivere strappandoli
al nulla, alla dissoluzione cui sono destinati nel nostro tipo di società,
significa voler lasciare una traccia, un indizio per chi resta, e coinvolge
sicuramente una dimensione di ricerca artistica, ma anche una dimensione
psicologica e soprattutto politica..
D’altra parte “noi stessi siamo spesso
cestinati o rigettati da altri esseri umani. e più o meno ogni giorno dobbiamo
ritrovare e ricomporre frammenti di noi stessi”.
Allora, credo - ma è una mia personale
lettura - che nelle sue opere Andrea recuperi e riutilizzi lo scarto, l’oggetto
rifiutato, rotto e inutile, come reazione estetica alla frantumazione
esistenziale, come un recupero della memoria e il preciso scopo di “rivoltare
il senso” e raccontare sempre l’inedito, l’imprevisto, l’imprevedibile, il
meraviglioso, ma anche il dolore e le storture le brutture del mondo e gli
abissi delle creature. Perché l’humus profondo della sua arte è sì il gioco, lo
sguardo un po’ scanzonato e canzonatorio, ma anche e soprattutto una intensa
sensibilità di sguardo e di anima.
Infine, c’è in questo suo modo di fare
arte, anche una forte componente anarchica, politica. L’artista in fondo cos’è?
È il portatore dell’utopia, del sogno. Potremmo addirittura dire “è un errore
sociale”.
Allora grazie, Andrea, per essere un
errore sociale!
Appunti
di Maristella Diotaiuti per la
presentazione del volume "Poesia diffusa", a cura di Nadia Chiaverinie Cristiana Vettori, prefazione di Giacomo Cerrai, postfazione di Maristella Diotaiuti, nell’ambito della
rassegna "Lucca Città di Carta - Libri, Arte, Incontri",
26 aprile, 2026. Interventi di Nadia
Chiaverini, Cristiana Vettori, Maristella Diotaiuti, Stefania Giammillaro.
Oggi
si è presentata l'antologia poetica al femminile Le antologie quali questa di
cui oggi parliamo, che includono donne
curate da donne, non sono
semplici raccolte, ma atti
politici e culturali che “salvano” la memoria della scrittura delle donne e ne garantiscono la persistenza nel tempo e nel mondo.
Come dice Lello Voce a proposito della
antologia in uscita in questi giorni di poeti e anche
di poete, da lui curata insieme a Gilda Policastro e Aldo Novi, l’antologia è una presa di responsabilità: a parlare del
mondo, a collocare nel mondo le parole che parlano del mondo, a scommettere sul
mondo e sulle parole che provano a dirlo.
E quindi mettere nel mondo anche le parole delle donne che del mondo e nel mondo hanno sempre parlato
e che hanno fatto la Storia.
Inoltre
queste antologie di sole donne aprono a una
questione molto avvertita: che
senso ha pubblicare un libro di sole donne, come se esistesse una scrittura connotata al femminile, con una sua
specificità che la definisce.
Infatti queste antologie di
poete, all’indomani delle loro uscite hanno
sollevato una serie di critiche,
di polemiche, anche aggressive, virulente, da parte di scrittori e critici maschi,
che mostrano, ancora una volta, un’ incomprensione che viene spacciata per
autorevole sicurezza di mestiere (e quindi più dannosa e incisiva). Un esempio su tutti: le critiche che sono piovute sull’antologia di sole poete della prestigiosa Bianca di Einaudi, del giugno del 2012, a cura di Giovanna Rosadini, Quaderno n. 6 dei Nuovi poeti italiani. Direi che raramente un libro di poesia ha ricevuto tanta attenzione, dalle più rilevanti testate giornalistiche
nazionali e sui blog, da parte di critici che hanno mostrato tra l’altro un fastidio, un astio, una denigrazione, una irrisione
francamente incomprensibili nei confronti della poesia delle donne.
Parlo
di Alfonso Berardinelli ne Il Foglio del 21 luglio 2012, seguito a
ruota da Matteo Marchesini ne Il Sole 24 ore del 22 luglio 2012, poi
da Roberto Galaverni ne La lettura del Corriere della sera sempre del 22 luglio, da Andrea Cortellessa, con un articolo ne
Il Manifesto dell’ 8 settembre
anticipato e ampliato nel blog Le parole
e le cose del 6 settembre 2012 e Filippo
La Porta ne Il Messaggero del
21 settembre. Ma anche donne: Cinzia Franceschini
ne Il Fatto Quotidiano del 2
settembre 2012, Anna Elisa De Gregorio nel blog La
poesia e lo spirito, 5 sett. 2012, e così via.
Tutti concordi sulla non opportunità di pubblicare un libro di sole poete, come dire
che va bene che le donne scrivano
poesia, ma, insomma, che non esagerino a voler concentrare più attenzione di quanta i critici sono disposti a concedere.
Senza entrare
nello specifico, le critiche si
concentrano sostanzialmente su
quattro punti:
1 – sulla assunzione della scrittura delle donne a categoria letteraria
assoluta, a genere, a canone;
2 – sulla negazione totale di ogni caratterizzazione soggettiva, riproponendo il
mitico ideale neutro del soggetto scrivente (nel senso di non
caratterizzato da nessuna differenza);
3 – sulla definizione della scrittura delle donne come scrittura del corpo, quella
che Marchesini chiama Retorica
del femminile-corporeo, secondo la quale la parola corpo è usata dalle donne e dalla critica come una sorta di fascinazione ipnotica, quasi un annebbiamento, un offuscamento della mente, mostrando
Marchesini una assoluta incapacità
di comprendere, non solo i vari posizionamenti, quanto la questione del corpo sia un punto
cardine per le donne e di
riflessione poetica per molte autrici, incapacità che però non
gli impedisce di collegare alla scrittura
delle donne il discredito, la diminutio di scrittura uterina, emotiva, intimistica,
confessionale.
4 – e di
conseguenza, l’altro punto,
è una scrittura spontanea, quasi
naif,
non adeguatamente
sostenuta da una rivoluzione linguistica, come dire che le donne non sanno sperimentare, innovare,
strutturare, cioè sostanzialmente non sanno scrivere, sentono e non pensano, attribuendo tra
l’altro implicitamente valore positivo solo alla sfera razionale, logica, svalutando totalmente il lato irrazionale di ogni
essere, non prerogativa delle sole donne.
Repliche:
– ora
brevemente qualche replica , sul primo
punto diciamo che l’area
protetta non piace nemmeno alle donne, c’è una certa irrequietezza a
stare dentro un’area protetta che rischia
di diventare ulteriore stereotipo, ghettizzazione. Oggi anche tra le scrittrici, le
teoriche, le studiose, si tende a
superare la nozione di canone e
anche di controcanone, preferendo
quella di oltrecanone,
cioè di ricerca di un’area comune, di
confine, uno spazio permeabile,
inclusivo, dove i canoni possano
dialogare e interagire e
quindi creare il nuovo, uno spazio in
cui agire la differenza che però si apre alla e nella relazione. Ma questa è
una acquisizione recente, in
passato c’era la necessità di affermare la differenza perché le donne sono state a lungo tenute fuori dalla scrittura, dal canone normativamente, imperativamente
maschile, e anche fuori dal
mondo quindi hanno dovuto
sviluppare una propria visione di mondo, una propria scrittura, partendo
dalla propria esperienza di mondo, quello che la scrittrice Neera (Anna Maria Zuccari) chiama poetica
del palombaro, non potendo
andare per il mondo, le donne sono scese in profondità, nell’interiorità,
nell’intimo, lo sguardo è circoscritto al raggio
visivo corto, al raggio
d’azione ristretto, dentro una
stanza, intorno a una sedia
su cui è costretta, costretta a sentire il proprio corpo e le proprie emozioni, a fare esperienza del mondo attraverso il
proprio corpo. Oggi le cose sono
cambiate, ma ancora le donne
risentono del destino che hanno subito, del ruolo secondario in cui
il patriarcato, la storia e la chiesa
le hanno relegate.
E
quindi la differenza c’è e sta nel
punto di vista, nello sguardo,
nell’ottica diversa, nei miti, le fantasie, gli immaginari
delle donne che scrivono diversi
da quelli degli scrittori maschi che hanno avuto una storia differente. Ma non bisogna confondere questo con lo stile, che è poi l’errore comune, di dire che esiste solo una buona o una cattiva
scrittura. Lo stile è un fatto
personale, ci sono buoni e cattivi scrittori e buone e cattive scrittrici,
ma non bisogna confondere i piani.
– sul terzo punto (della scrittura-corpo): quella delle donne è sicuramente una scrittura sessuata, passa attraverso un corpo di donna, la
donna quando scrive non può dimenticare
né cessare di essere donna. Come diceva Hélene Cixous in quel manifesto carnale e splendente che è il
suo libro, Il riso di Medusa, le
donne devono scrivere con il corpo, far
affiorare nella propria scrittura la propria differenza, la
propria esperienza incarnata. Il
corpo però non come luogo di
natura, biologico, deterministico, ma luogo chiaramente politico
e culturale, e non certo nel segno della separatezza pretestuosa
o della subalternità ghettizzante.
Il corpo è per le donne tema di scrittura, passaggio di esperienza, è luogo radicale da cui vedere il mondo,
è riconoscimento di identità è autorizzazione alla parola, è posizionamento, è un atto di riappropriazione e di restituzione di quanto le è stato sottratto, espropriato.
Il corpo è anche luogo di sfruttamento
e violenza, non dimentichiamolo, è
uso pubblico mediatico del corpo di donna, ed è sensato pensare che tracce di questa consapevolezza restino nella
scrittura.
– sul quarto
punto, sul linguaggio: per quanto riguarda l’altra critica alla scrittura
delle donne, di non essere adeguatamente sostenuta da una
rivoluzione linguistica (sostanzialmente
si dice che le donne possono solo
imitare non innovare, la vecchia questione, cavallo di battaglia di Ezra Pound)
direi che questa è una affermazione
tra le più inconsistenti, prive di
fondamento, basta leggere i
testi delle autrici presenti nell’antologia
per constatare come quella del
linguaggio sia una delle esigenze più avvertite.
Tutte le poete presenti nell’antologia di cui parliamo condividono la necessità non solo di
criticare, ma soprattutto di scardinare,
di smontare dall’interno i meccanismi del logos patriarcale che
non solo ha parlato al posto delle
donne ma ha anche scelto di cosa
fosse degno parlare. La lingua
abitata, ereditata, che impariamo,
è costruita su un modello maschile,
che non lascia spazio all’alterità
femminile, e quindi sentono
l‘urgenza di crearsi una lingua che fosse loro e soltanto loro, nata da dentro e non appresa da fuori, che le appartenesse
davvero.
Tutto questo è evidente, ad esempio, nella scrittura poetica di Jolanda Insana, con la creazione di un suo linguaggio
fatto di una compresenza di lingue,
un pastiche linguistico che è
appunto anticanone, anzi oltrecanone, un linguaggio scompositivo, ludico, polemico, di scontro, di sberleffo,
la sua lingua è una lama che taglia,
taglia il linguaggio convenzionale,
borghese, il linguaggio dei
poeti accademici, lontani dalla realtà, taglia la compostezza, l’accomodamento,
non a caso chiama i suoi versi fendenti fonici, coltellate
di verità, di bellezza. La sua è una lingua trasgressiva, che rompe la sintassi
del potere, che inventa
fenditure da cui far passare l’indicibile, per aprire la realtà e renderla docile alla metamorfosi, al cambiamento.
Insana ci insegna che la lingua, la scrittura delle donne, lungi
da stucchevoli abbandoni emotivi, confessionali e sentimentali, lontana da uno sguardo ristretto,
esistenziale, sperimenta se stessa e sa innovarsi e innovare, sa
aprirsi ad altro, ai grandi temi universali (quelli ritenuti di
appannaggio esclusivo degli scrittori maschi) e stare dentro la Storia e la realtà, partendo da una posizione svantaggiata, marginale, anzi facendo di questa una posizione privilegiata,
per attivare uno sguardo altro,
alternativo, obliquo, con
coraggio, senza nascondere o addolcire nulla, in modo compiuto e
indipendente, escludendo ogni
compromesso anche a costo
dell’estremo sacrificio di sé, vivendo
la scrittura, la poesia in maniera totalizzante e assoluta, come ci dicono i tanti suicidi di tante poete,
alcune presenti anche nell’antologia: Antonia Pozzi, Amelia Rosselli, Claudia
Ruggeri, Nadia Campana, Alejandra Pizarnik, Sylvia Plath solo per dirne alcune.
Insomma, Insana e le altre poete dimostrano che
il linguaggio, se abitato criticamente,
se attraversato dalla soggettività e dalla soggettività femminile, può ancora oggi generare spostamenti reali.
Dire la singolarità è impossibile, ma la poesia non lo sa e
lo fa lo stesso. O, almeno, tenta di farlo: si consuma in questo tentativo. Ma
cos’è la singolarità? È qualcosa che, come esseri parlanti, abbiamo perso nel
momento stesso in cui siamo stati inscritti nel linguaggio. Il linguaggio,
nominando le cose, le strappa dall’immanenza e le organizza in classi astratte.
Di fronte all’“albero-evento”, nella sua specifica contingenza, non appena
dico/penso la parola “albero”, già ho cancellato l’unicità di questo singolare momento
d’incontro che abita la mia esperienza. L’ho inscritto nell’identità, nell’idea:
l’ho strappato via dalla sua immanenza e l’ho consegnato a un insieme.
Un’operazione di stampo logico-matematico. La notazione del quantificatore
esistenziale, nell’ambito della ricerca di Quine[i],
ci fornisce un modello del dispositivo linguistico: ∃x f(x), che, in generale, si
legge “esiste un x tale che f(x)” e, passando al nostro esempio (in cui f(x)
indica l’appartenenza alla classe degli alberi), si legge come “tale che x è un
albero”. Prima di applicare il quantificatore esistenziale, facendo entrare
quel qualcosa (ovvero x) nella classe degli alberi, con certe caratteristiche
comuni, quel qualcosa era appunto una “x”, un’incognita, una pura differenza
senza nome, una piega inafferrabile dell’immanenza, del semplice “c’è”. Era, in
altri termini, una singolarità. La nominazione non attribuisce un segno, una
“label” all’oggetto-albero che gli preesisterebbe, ma crea l’albero come crea
tutte le cose del mondo, sovrascrivendo e cancellando il reale di quella x (e
di tutte le x): ritagliando, per così dire, l’albero dal tessuto immanente del
tutto in atto. Al posto della x ci troviamo adesso con un nome, con una classe
di appartenenza e, quando siamo di fronte all’evento-x (l’albero-evento
nell’esempio), alla sua singolare evenienza, non vediamo più quella x ma,
nominandola, collochiamo la nostra esperienza nella classe degli alberi, e
riduciamo quella singolarità a individualità, ormai resecata dalla pura
immanenza. Individualità significa appartenenza a un insieme, vuol dire il
presentarsi della particolare accezione di una serie, vuol dire “somiglianza”.
La singolarità è perduta nella sua stessa inesplicabile natura: «come tale il
singolare non assomiglia a niente: ex-siste alla somiglianza, vale a dire è
fuori da ciò che è comune. Il linguaggio non dice ciò che è comune, eccetto il
nome proprio, senza che il proprio del nome sia una garanzia assoluta di
singolarità»[ii].
Certamente il nome proprio non garantisce. Non sono l’unico Lucio, neanche
aggiungendo il cognome divento singolare. Ma noi siamo invece questa nostra
specifica, singolare condizione, siamo l’immanenza di una vita, usando una
formulazione deleuziana. Siamo un “questo qui”, una “x” che, se triturata dal
linguaggio, è persa, è annegata nella generalizzazione. Ecco, tornando
all’incipit di questo articolo, un modo di definire la poesia è che essa è
l’arte di fare del linguaggio lo strumento di oltrepassamento del dispositivo
linguistico stesso. Poesia è tentare di dire la cosa al di là del nome usando
il nome. La cifra è quella dello stupore perché il presupposto del gesto
poetico è essere colpiti direttamente dagli eventi senza la mediazione
prepotente del logos (la parola stupore rimanda «alla radice indoeuropea
*(s)tup “battere”»[iii]).
Il poeta resiste all’irretimento del logos e tenta di guardare l’albero (e così
ogni cosa del mondo) come se fosse la prima volta che lo vede, al modo della
famosa lezione di Flaubert al giovane Maupassant[iv].
È, quello della lirica, un tentativo paradossale, estremo, e questo spiega
l’uso forzato, inusuale, oscuro del mezzo linguistico. La poesia deve essere
oscura, ci dice Celan. Se non lo è, si tratta probabilmente di un discorso
linguistico “ordinario”, catturato dal dispositivo che abbiamo descritto
secondo il modello quineiano. Guardare le cose con una vista acuta, quella
vista acuta che Pascal associa allo “spirito di finezza”[v],
capace di scorgere, al fondo dei nomi, il vibrare di ciò che è l’eterno
differire del tutto, il ripiegarsi senza fine di un qualcosa che è lì, reale,
non costruito dalle idee, dal logos, dalla parola. Lo sforzo di scrivere una
parola che, in senso mallarmeano, si cancelli e lasci trasparire, al suo fondo,
il “nulla” in quanto non-logos, il farsi differenziante del tutto da cui siamo
stati, come esseri parlanti, originariamente esiliati.
Immagine: Kazimir Malevich (1924)
[i] Spunto
suggeritomi dalla lettura di F. Cimatti, ∃x f(x) Logica della decisione
(Cronopio, 2024).
[ii] J.A.
Miller, Cose di finezza in psicoanalisi, in “La psicoanalisi” n. 59
(2016) p. 169.
[iii] Rocco
Ronchi, Il canone minore – Verso una filosofia della natura
(Feltrinelli, 2017), ed. digitale Kindle, pos. 1627.
[iv] «Per
descrivere un fuoco che arde e un albero in una pianura, restiamo di fronte a
quel fuoco e a quell'albero finché non somiglino più, per noi, a nessun altro
albero e a nessun altro fuoco», dalla Prefazione a Pierre e Jean, 1887
(fonte web).
[v] «Ma,
nello spirito di finezza, i principi fanno parte dell’uso comune, e sono sotto
gli occhi di tutti […] non si tratta che di avere una buona vista, ma bisogna
averla buona; poiché i principi sono così sottili e in così gran numero, che è
quasi impossibile che qualcuno non sfugga» da Pascal, Pensieri (fonte
web, mia traduzione).
martedì 21 aprile 2026
Non ne parlo ogni volta che accade, ma oggi vorrei accompagnare una riflessione a commento di un altro femminicidio avvenuto in pieno giorno in un piccolo paese, Vignale Monferrato. Le cause sono sempre le stesse: gli uomini che uccidono le donne non tollerano che le donne, che considerano oggetti di loro proprietà, possano lasciarli.
Si parla di educazione sentimentale, come se il problema fosse nell'immaturità maschile di relazionarsi alle donne e non di potere. L'immaturità sentimentale, che pure c'è, è semmai conseguenza e non causa. La causa è da ricercarsi appunto nello sbilanciamento di potere che porta un sesso a considerare l'altro al proprio servizio, da assoggettarsi, da usare e da cui trarre vantaggio attraverso ruoli ben specifici che sono stati naturalizzati, relegando le donne per secoli a mansioni di servizio o comunque accessorie.
Per secoli lo sfruttamento del lavoro domestico ha fatto comodo agli uomini ed è stato naturalizzato ("le donne sono portate a svolgere quel tipo di lavoro..."), così come la maternità.
Lo sfruttamento e le oppressioni funzionano così: si naturalizza e si costruisce un apparato teorico-concettuale per giustificarle, e sempre poi ricorrendo all'animalizzazione, che è assoluto negativo ancora più difficile da mettere in discussione.
Infatti la dicotomia donne=corpo e uomini=mente ancora resiste. "Gli uomini pensano, le donne fanno", pensiero di estrazione cattolica.
Quindi, non si tratta di favorire e aiutare gli uomini a "emanciparsi", come se fossero loro gli oppressi e come se il patriarcato e la violenza maschile fossero l'altra parte di una realtà da porsi sullo stesso piano, per cui ad emancipazione femminile - che è elaborazione della propria condizione - dovesse corrispondere quella maschile equiparando gli uomini a vittime anch'essi del patriarcato.
E no, io rigetto questa lettura: gli uomini non sono vittime come noi donne del patriarcato, gli uomini sono artefici e unici beneficiari del patriarcato.
La violenza maschile - domestica, sessuale, psicologica, di qualsiasi tipo e ogni disparità che ne discende, economica e di considerazione morale - è una questione di potere e va trattata come ogni altra oppressione. Il patriarcato è un sistema che regola e normalizza l'oppressione di un sesso sull'altro.
E quando mai le oppressioni si risolvono aspettandoci l'emancipazione degli oppressori?
Prima nascono le oppressioni materiali e poi si elabora e costruisce una morale discriminatoria che le giustifica. Il processo è stato identico sia per le donne che per gli animali.
Sensibilizzare serve a farci prendere coscienza di questo, un primo step, ma non può essere l'unica strategia risolutiva perché il potere non si combatte a parole di convincimento per far cambiare idea agli oppressori.
Nell’annunciare l’uscita dell’opera Minnie Pinnikin, di
Beatrice Hastings, a cura di Maristella Diotaiuti, Selvatiche Edizioni-Seed,
2006, traduzione di Francesca Del Moro (opera raccolta da Federico Tortora),
destiniamo a questa pagina del blog materiale dedicato alla nuova pubblicazione, Minnie Pinnikin, opera finora inedita (eccetto alcuni lacerti funzionali ad altri
lavori) che Hastings cominciò a scrivere a Parigi nel 1914. Protagonisti della
narrazione sono se stessa e Amedeo Modigliani.
Minnie Pinnikin sarà presentato, in prima assoluta,
domenica 12 luglio 2026, in occasione della ricorrenza della nascita di Amedeo
Modigliani. La presentazione si svolgerà nell’ambito dell’evento, a cura de Le
Cicale Operose (Maristella, Federico), dedicato a Amedeo Modigliani (II Edizione) presso il
locale e il grande Giardino dell’800 di corso Amedeo, 101, presidio culturale fondato
da Le Cicale Operose nel 2016 e dall’8 marzo 2026 sede di Salus Bistrot e Opus Lab
-Spazio Creativo - ASD APS, che collaboreranno alla realizzazione dell’evento
(a presto i dettagli).
Nel frattempo:
5.
Estratti da alcune note e recensioni sulle opere di Beatrice Hastings finora pubblicate a cura de Le Cicale Operose.
Per il
volume Beatrice Hastings in full revolt, a cura di Diotaiuti, Tortora, Le
Cicale Operose, 2020
“Questo libro
nasce da una urgenza e da una constatazione. La constatazione di una operazione
sistematica e violenta di cancellazione, di oscuramento, realizzata nei
confronti di Beatrice Hastings che abbiamo scoperto essere una intellettuale di
sicuro talento. Nasce dall’urgenza di restituirle il posto che le spetta di
diritto nel mondo della cultura, delle lettere e del giornalismo europeo.”
Maristella Diotaiuti, in Beatrice Hastings in full revolt.
*
“[…] riesce a passare con naturalezza dalla
repulsione per la guerra alle surreali Feminine Fables, dagli articoli in
difesa del diritto di autodeterminazione delle donne alla rievocazione del
mondo magico dei nativi africani, e infine alle poesie e ai romanzi, che
lasciano affiorare antiche e recenti lacerazioni”
Maria
Clelia Cardona, in“Beatrice va da sola”, Leggendaria n. 143, settembre 2020
*
“Se gli uomini
sono collerici e ambiziosi di solito il cerchio maschile del consenso li
giustifica; se le donne si infuriano o vogliono riconoscimento, l’antico uso
sociale le isola. […] Sono lieta perciò di ritrovare la citazione “in full
revolt” in un libro atipico dedicato a […] una scrittrice di versi, articoli,
romanzi, cancellata dalla memoria collettiva e recuperata da un team
cilentano-napoletano[…]”
Antonella
Cilento, in “La critica femminile
inquieta gli uomini”, in la Repubblica - Napoli, 22 febbraio, 2020
*
Beatrice
Hastings fa parte a pieno titolo di quella coraggiosa minoranza di
disobbedienti e di ribelli al patriarcato ma la sua contestazione è stata
profondamente radicale e politica. Parte dalle fondamenta della misoginia e
dello sfruttamento delle donne, perché affronta le caratteristiche del sistema
politico ed economico che sostiene la divisione tra un genere che opprime e un
genere che è oppresso.
Floriana
Coppola,in“Beatrice Hastings e le disobbedienti”, in Lo spazio di Atena, Versipelle, 2 maggio,
2022
*
“Il
volume Beatrice Hastings in full revolt, tra i tanti meriti, ha proprio quello
di fare luce, finalmente, sulle sue indubbie qualità di scrittrice,
giornalista, poetessa e intellettuale, che fino alla morte volontaria, avvenuta
nel 1943, affermò e praticò la sua libertà di essere, ossia di scrivere, amare,
vivere.”
Chiara Pasetti,in“L’animo
libero e rivoluzionario di Beatrice Hastings”, Il Sole24Ore, 7 marzo, 2021
*
“Se nelle Favole
femminili, la sofferenza per una condizione in cui le proprie risorse
(sensibilità, intelligenza, cultura) vengono sopraffatte dal sistema sociale
che stabilisce a priori l’inferiorità della donna, è anche vero che la dea
vince sempre. Basta seguire la propria volontà, esaudire i propri desideri, a
costo di tutto, senza demordere mai.”
“[…] La voce di Beatrice Hastings scolpisce le parole, le fa
risplendere nell’acciaio. Il suo stile è perentorio e senza tentennamenti.”
Rosa Pierno, in“Le favole femminili di Beatrice Hastings”,
in Trasversale, un percorso fra le arti, di Rosa Pierno, 22 ottobre, 2023.
*
“La sua cifra esistenziale fu l’intensità [...] La
sua scrittura è graffiante,intrisa di sentimenti forti: rabbia, sdegno,
combattività e spirito di sovversione. L’accettazione dello status quo non era
tra le opzioni possibili per lei che racconta di donne che sfioriscono
precocemente perché costrette a cedere alle aspettative sociali che le privano
di spazi di realizzazione.”
Francesca Vitelli, in Le disobbedienti: Beatrice Hastings, in Il mondo di Suk, 10 gennaio
2022
Per
gli Atti del Primo Convegno, AA.VV. Le Cicale Operose, 2021
“[…] per una
donna che vuole compiere il suo percorso di libertà, che vuole essere signora delle proprie scelte e della
propria vita, come è stata indubbiamente Beatrice Hastings, è importante poter
rispecchiarsi in donne che hanno il coraggio di rivoluzionare il ruolo loro
imposto, di trasformare se stesse e insieme il mondo in cui si sono trovate a
vivere.”
Daniela Bertelli, in“Il
peggior nemico della donna: la donna, in Atti del Primo Convegno, 2021
*
“Beatrice
Hastings può essere definita una donna di contrasti innanzitutto perché come donna
e femminista persegue con la scrittura un’esigenza di razionalità, derivante
dalla necessità di raccontare la condizione della donna del tempo,
manifestando il proprio impegno sociale e politico con voce alta e decisa […] D’altro canto, però crea su di sé un personaggio
di femmina fatale,
di donna stravagante e libera negli atteggiamenti, svincolata dalle regole
della società borghese e della morale corrente.”
Nadia Chiaverini, in“Una
donna di contrasti”,in Atti del Primo Convegno, 2021
*
“[…] troviamo nelle poesie di Hastings
un’ammirevolemaestria nell’impiego delle
varie forme e stilemi che adotta; infatti molti di questi testi raggiungono
una considerevole forza espressiva.”
Brenda Porster,in“Due
poesie”, in Atti
del Primo Convegno, 2021
*
“Una vita vissuta
fino in fondo da donna forte indipendente e coraggiosa, in perenne ricerca di
se stessa, passionale, eccentrica, spregiudicata, beffarda, impetuosa,
stracciona, esilarante, vitalissima, in
full revolt, un mix di pennellate di colore, abiti con drappeggi
violacei, rossi, verdi, accessori vistosi e burlesque, ornamenti da ironia
preraffaellita.”
Oriana
Rossi, in Beatrice Hastings, La vita sociale
e politica, in Atti del Primo Convegno, 2021
*
“In un mondo maschilista dove le donne erano
relegate essenzialmente in ruoli ancillari, l’irrompere sulla scena di
un’intellettuale di così grande spessore, non era tollerato e il fiore
dell’amaranto non poteva sbocciare.”
Elisabetta Stellato, in Beatrice Hastings, Mito e simbolo nei racconti d’Africa in Atti del Primo
Convegno, 2021
*
“[…] lo
sperimentalismo continuo non può essere indice di cambiamento, poiché
diviene esso stesso una moda e come tale perde di genuinità. Il riconoscimento
di questo paradosso è senz’altro parte integrante dell’esperienza poetica hastingsiana,
e rivela un’ulteriore particolarità dell’autrice: la piena rivolta (che è,
appunto, “piena” e non “continua”) va vissuta come stato sostanziale e
ontologico, non formale. A dover essere giudicati rivoluzionari sono quindi gli
esiti contenutistici e concettuali, non formali [..]
Simone Turco, in“Breve nota su un diverso
modernismo”,in Atti del Primo Convegno, 2021
Per il
volume Woman’s Worst Enemy: Woman, Beatrice Hastings, a cura di Maristella
Diotaiuti, Astarte Edizioni, 2022
“Il titolo, volutamente
provocatorio, nasce dalla sua opposizione ai miti della maternità che le stesse
donne promuovono e impongono alle altre donne. Hastings intende sottoporre a
critica e riformare gli atteggiamenti morali verso la maternità, verso il
parto e tutto il processo procreativo, investendo anche la sessualità e il
secolare controllo esercitato sul corpo femminile dovuto alla sua capacità
procreativa. Un corpo, né nominato e né previsto dagli atti legislativi,
considerato come semplice contenitore riproduttivo, ma indispensabile,
fondamentale per la costruzione della struttura patriarcale e capitalistica […]
Senza
Beatrice Hastings non saremmo le stesse. Giornalista, poeta, autrice, donna
senza precedenti […] Viene presa per pazza, dissoluta, incompetente. Non ha
timore a dire la parola più autentica, che è spesso la più scomoda. Della questione
dell’autenticità, in quanto volontà di dire se stesse, scriverà molto dopo
Carla Lonzi […]. Fra le molte andate perse e poi ritrovate, Beatrice Hastings è
una delle più preziose.”
Giada Bonu, dalla sua postfazione “Il
mondo prima di Beatrice Hastings. Genealogie ed eredità dei femminismi
contemporanei”, pubblicato in “Woman’s Worst Enemy: Woman”..
*
“Beatrice Hastings ha una concezione altissima
della maternità. Proprio per questo i suoi interventi sono duri e radicali e
perseguono un duplice obiettivo. Da un lato quello di non sacrificare e non
ridurre la donna al suo “ruolo” materno e, dall’altro, quello di smettere di
pensare alla maternità come una “funzione” sociale ma come a qualcosa di
irriducibile alle logiche di mercato e a qualunque forma di negoziazione
contrattuale come quella del matrimonio”
Stefania Tarantino, da L’ascesa della donna contro la tirannia della più potente passione al
mondo, pubblicato in “Woman’s Worst Enemy: Woman”.
Per il
volume Sepolcri Imbiancati, di Beatrice Hastings, a cura di Maristella
Diotaiuti, Terra d’ulivi Edizioni, 2024
“Uno degli elementi più sapienti della tecnica
di Hastings è un opportuno uso delle ellissi, fattore che, per esempio, ha in
comune con il Verga novelliere. Le sforbiciate sulla vita-non vita di Nan fanno
sì che di essa ci restino fotogrammi memorabili, quelli che attribuiscono un
senso alla sua parabola esistenziale”
Gianni Antonio Palumbo, dal suo articolo nel blog Giano Bifronte, Gianni Antonio Palumbo, 4 maggio 2024.
*
“Nella poesia “In the presence”, Hastings
definisce bene chi sono i suoi interlocutori, ovvero…praticamente nessuno!”;
“ Beatrice Hastings era in conflitto con
tutto ciò che è normato, sempre a margine di ogni pensiero che metteva in
discussione”
Silvia
Rosa, nel corso della presentazione di Sepolcri Imbiancati, di Beatrice
Hastings, 4 maggio 2024, Libreria Belgravia, Torino
*
“[L]a
riscoperta di Diotaiuti e Tortora è doppiamente apprezzabile, sia perché
ricolloca Hastings nel perimetro di quella cultura modernista britannica dai
cui contemporanei era stata estromessa a viva forza e contribuisce così ad
arricchirne il quadro generale, sia perché consegna alla tradizione della
scrittura e del pensiero femminile l’ulteriore tassello di una genealogia
ancora in larga misura da ricostruire.”
Chiara Serani, dalla nota di
lettura, in corso di pubblicazione.
*
“Hastings
amava descriversi “In full revolt”. La scrittura è stata per lei una lotta
permanente. Per questa sua vocazione ha pagato un prezzo atroce. Se negli
stessi anni qualcuno celebrava in Italia il superomismo della vita come opera
d’arte, lei, già andando oltre le colonne della modernità, sperimentava,
all’opposto, l’uso della parola come corpo vivente.”
Pasquale Vitagliano, tratto dal suo articolo Dietro ai “Sepolcri Imbiancati” di Beatrice
Hastings, Il Manifesto del 31 luglio, 2024
Per il
volume La Commedia delle Fanciulle, a cura di Maristella Diotaiuti, traduzione
di Rubina Valli, in corso di pubblicazione, Terra d’ulivi Edizioni, 2025
“[,,,]
riadatta in modo dissacrante il patrimonio letterario del medioevo europeo, e
in particolare quello maschile, irridendo la figura dell’eroe e la fissità
schematica dell’epica, al contempo mettendone in luce la ancora sconfinata
fecondità”
Dall'introduzione di Maristella Diotaiuti.
*
“Tradurre The Maids’ Comedy significa incontrare una complessità tanto
ricca quanto sfuggente, una filigrana di rimandi linguistici e culturali che
Beatrice Hastings tesse con leggerezza e abilità, più accennando che andando a
fondo, trasportando il lettore in un viaggio che è sì picaresco e scherzoso, ma
anche simile a un rito iniziatico in cui tutti i personaggi sono di volta in
volta protagonisti e, tra uno scherzo e l’altro, danno voce a idee e ideali di
grande spessore.”
Rubina Valli, dal suo articolo “Tradurre Beatrice Hastings”, pubblicato nel volume.
*
4.
Prefazione di Maristella Diotaiuti: Prime impressioni.
Abbiamo sottoposto ad alcune lettrici e lettori la prefazione di Maristella Diotaiuti per il volume Minnie Pinnikin, per chiedere cosa ne pensassero. Maristella è felice e onorata di ricevere i primi apprezzamenti (ringraziamo, ad esempio, la favolosa Anna Maria Curci per l'attenzione e le parole spese).
Pubblichiamo qui le preziose parole che Roberto Galeazzi e Lucio Macchia hanno dedicato alla prefazione. Ringraziamo Roberto e Lucio per l'attenzione e per le loro note e consuete capacità di analisi. Buona lettura.
Roberto Galeazzi: “La prefazione getta una luce novissima sul guascone
labronico che invoglia a riprenderne le opere e a riconsiderarle. Due elementi
in particolare, quello del depistaggio dall’idea del reale che pur non
significa perseguire il puro gesto slegato dal senso ma implica un suo
aggiramento […], e poi il tema analogo della vanità del bordo come
contenimento, protezione d’identità, mentre suggerisce il tema del bordo come
soglia, limine. […] Il testo di Maristella evidenzia come la scrittura di
Hastings fosse proiettata in un approccio che, al suo tempo, contava pochi
esempi simili, cioè, un atteggiamento svincolato dall'ossessione per la
"cifra" stilistica, la riconoscibilità dell'autore, l'inquadramento
in un genere, funzionale al cosiddetto mercato
dell'arte...("malattia" che accompagna anche l'arte visiva, a partire
dal secolo scorso), con una rischiosa e disinteressata attitudine a sparigliare
le carte, indossando maschere, pseudonimi, giocando con il linguaggio che
attraversa simultaneamente in direzioni diverse, evocando una molteplicità di
piani narrativi che le negano i comodi escamotage della facilità comunicativa.
E a questa complessità il lavoro di Maristella rende pienamente giustizia.”
Lucio Macchia: "Ho letto la prefazione che ho trovato davvero notevole. Ammirevole la prosa saggistica di Maristella che intreccia molteplici registri: filologico, storico/aneddotico, filosofico, critico, psicologico, senza mai appesantire e componendo un affresco vivace e raffinato dell'opera nella sua intenzione e struttura. Una prosa che ha un bel ritmo interno, ricca di citazioni ma scorrevole, vivace, fresca. Riflette la grande passione per questa straordinaria ricerca. Chapeau! In bocca al lupo per la pubblicazione!"
3.
Beatrice Hastings e Amedeo
Modigliani.
Numerosi biografi di Modigliani ed
altri scrittori, nel descrivere la loro avventura, si sono quasi sempre soffermati
sui soliti aneddoti più volte ribaditi. Crediamo, invece, che della relazione
tra Beatrice e Amedeo debba essere considerata l’essenza più significativa e
importante, poiché i continui confronti hanno determinato un prolifico momento
di crescita per entrambi, sul piano
artistico e intellettuale.
Due formazioni diverse ma che trovano
convergenze di idee e opinione sul gusto estetico dell’arte, sullo
spiritualismo, sul loro agire nel segno di un continuo sconfinamento in nome
dell’arte.
Un nutrimento reciproco che ha
persuaso Hastings a scrivere Minnie Pinnikin, opera parigina, finora inedita,
in cui finalmente potrete trovare la vera essenza della loro relazione, la
concezione dell’arte di Modigliani resa mediante lo sguardo di Beatrice Hastings,
grande intellettuale mai letta e quindi mai finora riconosciuta per le sue
doti, ma solo per la sistematica tessitura aneddotica, falsa e denigratoria, che ha
trascinato Hastings nell’oblio.
“La scrittura di Beatrice Hastings è
una scrittura rilevante, per originalità e bravura, per profondità e
molteplicità di contenuti, per dirompenza di passione”.
In Minnie Pinnikin troverete prova
della sua grandezza.
Federico Tortora
2.
Un piccolissimo estratto dalla prefazione di Maristella Diotaiuti per l'opera Minnie Pinnikin:
Questo è infatti, un libro utopico, invenzione e fantasia, onirico e surreale, metafisico o, meglio, patafisico ma reale. Un libro incorporeo, rarefatto e pure concreto, fisico e tangibile. Un libro ibrido di immaginazione e di realtà in cui tutto si mescola per dare vita a un universo parallelo con la sua architettura, i suoi personaggi, i suoi oggetti, speculare a quello reale ma con questo in profonda relazione e derivazione.
1.
Lasciamo, in questa clip, parole tratte dall'opera che lasciano intuire i suoi contenuti e
la visione dell'arte di Beatrice.
Ringraziamo di cuore Beppe Giannotti,
poeta Lunigianese, per aver prestato la sua voce a Minnie (Beatrice Hastings).
Buon ascolto.
Federico
Immagine nella pagina: opera di Leonora Carrington