Le Cicale Operose (logo e denominazione registrati) è stato un caffè letterario e poi un'associazione culturale, dal 2016 al 2024.
Questo blog conserva la memoria dell'attività svolta in quegli anni ed ospita nuovi contenuti su temi culturali affini all’ethos delle Cicale Operose (vedi menu). Vi terrà inoltre aggiornati sulle attività per Beatrice Hastings.
Platone nel Timeo fronteggia un problema di estrema difficoltà:
conciliare il mondo delle idee e quello delle cose sensibili. Lui stesso ha
fondato un dualismo radicale che, nel momento in cui cerca di spiegare come
dalle idee si siano generate le cose sensibili, lo mette in seria difficoltà.
Per risolvere il problema, ipotizza l’esistenza di uno “spazio” intermedio tra
idee e cose sensibili. Questo spazio è la “chora” (o khôra) che Platone
definisce “un ricettacolo” dal quale le cose emergono come setacciate per
azione di un vaglio, allo stesso modo in cui viene lavorato il grano. Si tratta
di una dimensione che non è coglibile né dall’intelletto (come il mondo delle
idee) né dai sensi (come le cose sensibili). È un indistinto caotico, un
movimento informe, qualcosa di inafferrabile: «Vi è infine una terza specie,
che sempre esiste ed è quella dello spazio: essa non riceve in sé corruzione,
offre una sede a tutte le cose che hanno una nascita, si può cogliere non
mediante la sensazione, ma con un ragionamento alterato, e a stento le si può
prestare fede»[i].
Questa espressione “con un ragionamento alterato” nell’originale greco è «logismō
tini nothō», che si traduce alla lettera con “con un certo ragionamento
bastardo”. Platone deve ricorrere a un pensiero che “mescola” intelletto e
sensi, che porta a concepire l’esperienza delle cose incontrate nel mondo come
emersioni divenienti da un caos sottostante. Una concezione impressionante per
la vicinanza al pensiero della filosofia moderna[ii]
alle prese con gli “impossibili”, con ciò che non può essere detto, che ek-siste
al linguaggio, al logos, all’esprit de géométrie, alla dialettica ordinata.
L’eterno ritorno di Nietzsche, l’ereignis di Heidegger, la différance
di Derrida, la superficie assoluta di Ruyer, il reale di Lacan. Il ragionamento
di “specie pura” ci porta solo a peripli, per quanto sofisticati, all’interno
del simbolico. I salti quantici del pensiero sono bastardi. Questo è il punto
di questa breve riflessione. Consideriamo il pensiero dell’immanenza di
Deleuze: in un certo senso (metodologico, non sostanziale) il campo
trascendentale ha il carattere spurio della chora. E anch’esso nasce da un
ragionamento bastardo, ovvero l’empirismo trascendentale: «Si parlerà di
empirismo trascendentale, in contrapposizione a tutto ciò che costituisce il mondo
del soggetto e dell’oggetto»[iii].
Il trascendentale è classicamente (Kant) il presupposto dell’esperienza, ciò
che la rende possibile. Per Kant era la struttura del soggetto, mentre per
Deleuze è il “campo trascendentale”, campo di coscienza, che è però una
coscienza non fenomenologica, che non ha a che fare con un soggetto e un
oggetto ma che ha invece il carattere di essere coscienza di niente e di
nessuno: «si presenta come pura corrente di coscienza a-soggettiva, coscienza
pre-riflessiva impersonale, durata qualitativa della coscienza senza io»[iv].
Alla radice dell’esperienza vi è questo piano di immediatezza non categoriale,
una creazione in atto (virtuale) da cui soggetti e oggetti emergono in après-coup,
come pieghe sempre differenziantesi, non catturabili dall’idea, dall’identità. Tutto
origina da un puro darsi, in modo impersonale, preriflessivo, una immanenza
senza nome in cui già siamo presi: «“Prima” c’è l’oscuro e il confuso, “prima”
c’è l’intuizione cieca, “prima” c’è il cogito come pura impressione»[v]
(dove qui il primato è causale e non cronologico). In questo consiste il
ragionamento bastardo dell’empirismo trascendentale deleuziano: ci consente di
“mettere insieme” il molteplice dell’esperienza (il continuo differenziarsi) e
l’unitarietà di un pensiero su di essa (il campo trascendentale) senza
ricorrere a trascendenze, iscrivendo tutta la riflessione nell’ambito di un
virtuale immanente. Davanti all’albero possiamo a volte scorgere che, prima di
un io e di un albero, siamo, al di sotto dei codici del logos, semplice vita in
atto presente a se stessa non in senso intenzionale, non come presenza a una
coscienza riflessiva, ma in modo immediato, non spiegabile ma solo esperibile.
Senza destinazione, senza senso, nel processo vitale del divenire creativo. In
certi momenti, di fronte a una veduta marina, per esempio, possiamo sentire di
essere “dentro” quel campo trascendentale, con una impressione pura che non
trova parole, un “qualcosa” dell’ordine del colpo, del trauma da cui ci sembra
di “risvegliarci” come soggetti davanti agli oggetti del mondo, anche noi
pieghe, come le onde davanti a noi. Questo
approccio “fusionale”, che non è né concetto né sensazione, ricorda la chora. E
nel modo di procedere nell’articolazione del pensiero ritroviamo il carattere
“bastardo” del ragionare alle prese con un percorso che è una “terza via”
rispetto alla linea del concetto e a quella dell’empirismo semplice. Tentare di
definire un atteggiamento che non rinuncia al pensiero ma neanche alla vita,
che fa segno, che dice, pur sapendo che l’essenziale non può essere mai
pienamente detto (tutto, nel dire, è ambiguo, come insegna Lacan). Un nominare in
cui il senso non è mai chiuso, ma continuamente evocato in quanto vita
immanente e nient’altro. Una dimensione di impossibile che certa filosofia
condivide con il gesto poetico. Discipline impure e bastarde. Ek-sistenti alla
struttura. Come la vita.
Lucio Macchia
Immagine: Alberto Burri, Combustione
plastica (1957)
[i] Platone,
Tutte le opere, a cura di E.V. Maltese, ebook Newton Compton (2013), da Timeo
52a-52b
[ii] Questa
vicinanza è stata fortemente espressa da giganti della filosofia del ‘900 come
Heidegger e Derrida. In Italia, uno dei nostri più importanti filosofi
contemporanei, Rocco Ronchi, ha scritto un saggio dal titolo emblematico: Il
pensiero bastardo.
[iii] G.
Deleuze, Immanenza, Mimesis (2010), ed. Kindle, p. 3
Nell’annunciare l’uscita dell’opera Minnie Pinnikin, di
Beatrice Hastings, a cura di Maristella Diotaiuti, Selvatiche Edizioni-Seed,
2006, traduzione di Francesca Del Moro (opera raccolta da Federico Tortora),
destiniamo a questa pagina del blog materiale dedicato alla nuova pubblicazione, Minnie Pinnikin, opera finora inedita (eccetto alcuni lacerti funzionali ad altri
lavori) che Hastings cominciò a scrivere a Parigi nel 1914. Protagonisti della
narrazione sono se stessa e Amedeo Modigliani.
Minnie Pinnikin sarà presentato, in prima assoluta,
domenica 12 luglio 2026, in occasione della ricorrenza della nascita di Amedeo
Modigliani. La presentazione si svolgerà nell’ambito dell’evento, a cura de Le
Cicale Operose (Maristella, Federico), dedicato a Amedeo Modigliani (II Edizione) presso il
locale e il grande Giardino dell’800 di corso Amedeo, 101, presidio culturale fondato
da Le Cicale Operose nel 2016 e dall’8 marzo 2026 sede di Salus Bistrot e Opus Lab
-Spazio Creativo - ASD APS, che collaboreranno alla realizzazione dell’evento
(a presto i dettagli).
Nel frattempo:
8.
Brevi note biografiche di Beatrice Hastings. Di Federico Tortora
Per aprire il video cliccare sull'immagine. Buona visione.
6.
In appendice al volume Minnie Pinnikin troverete due articoli "bonus", di Mario Di Chiara e di Federico Tortora.
Ecco i titoli:
Mario Di Chiara: Sulle tracce della scultura di Modigliani salvata da Hastings. Bibliografia di sintesi, 1954-2010.
Federico Tortora:La salvifica presenza di Beatrice Hastings nella vita di Amedeo Modigliani dal 1914 al 1916.
I due articoli sono esiti di ricerche specifiche su Beatrice Hastings e Amedeo Modigliani, frutto di una collaborazione piacevole e avventurosa tra i due contributori, condividendo le rispettive fonti documentali certe in loro possesso, che hanno restituito una messa a fuoco sui temi trattati depurata da qualsiasi narrazione fantasiosa.
Ringraziamo Chiara Serani e Marina Petri per le traduzioni di alcuni virgolettati contenuti nei due articoli.
Federico Tortora (Le Cicale Operose): da anni raccoglie opere inedite di Beatrice Hastings affidandone le pubblicazioni, a cura di Maristella Diotaiuti, a varie case editrici italiane. È autore dei volumi "Il testamento di Jenny, Erasmo Editore, 2015 e Beatrice Hastings in full revolt, Le Cicale Operose, 2020.
Mario Di Chiara: Conosciuto come uno tra i maggiori collezionisti di fotografia dell’800, in special modo toscana, annovera nella sua raccolta ritratti originali di Amedeo Modigliani. È stato tra i relatori del convegno internazionale di studi Modigliani, ebreo livornese, 2020. Nella sua biblioteca conserva circa cento pubblicazioni su Amedeo Modigliani.
5.
Estratti da alcune note e recensioni sulle opere di Beatrice Hastings finora pubblicate a cura de Le Cicale Operose.
Per il
volume Beatrice Hastings in full revolt, a cura di Diotaiuti, Tortora, Le
Cicale Operose, 2020
“Questo libro
nasce da una urgenza e da una constatazione. La constatazione di una operazione
sistematica e violenta di cancellazione, di oscuramento, realizzata nei
confronti di Beatrice Hastings che abbiamo scoperto essere una intellettuale di
sicuro talento. Nasce dall’urgenza di restituirle il posto che le spetta di
diritto nel mondo della cultura, delle lettere e del giornalismo europeo.”
Maristella Diotaiuti, in Beatrice Hastings in full revolt.
*
“[…] riesce a passare con naturalezza dalla
repulsione per la guerra alle surreali Feminine Fables, dagli articoli in
difesa del diritto di autodeterminazione delle donne alla rievocazione del
mondo magico dei nativi africani, e infine alle poesie e ai romanzi, che
lasciano affiorare antiche e recenti lacerazioni”
Maria
Clelia Cardona, in“Beatrice va da sola”, Leggendaria n. 143, settembre 2020
*
“Se gli uomini
sono collerici e ambiziosi di solito il cerchio maschile del consenso li
giustifica; se le donne si infuriano o vogliono riconoscimento, l’antico uso
sociale le isola. […] Sono lieta perciò di ritrovare la citazione “in full
revolt” in un libro atipico dedicato a […] una scrittrice di versi, articoli,
romanzi, cancellata dalla memoria collettiva e recuperata da un team
cilentano-napoletano[…]”
Antonella
Cilento, in “La critica femminile
inquieta gli uomini”, in la Repubblica - Napoli, 22 febbraio, 2020
*
Beatrice
Hastings fa parte a pieno titolo di quella coraggiosa minoranza di
disobbedienti e di ribelli al patriarcato ma la sua contestazione è stata
profondamente radicale e politica. Parte dalle fondamenta della misoginia e
dello sfruttamento delle donne, perché affronta le caratteristiche del sistema
politico ed economico che sostiene la divisione tra un genere che opprime e un
genere che è oppresso.
Floriana
Coppola,in“Beatrice Hastings e le disobbedienti”, in Lo spazio di Atena, Versipelle, 2 maggio,
2022
*
“Il
volume Beatrice Hastings in full revolt, tra i tanti meriti, ha proprio quello
di fare luce, finalmente, sulle sue indubbie qualità di scrittrice,
giornalista, poetessa e intellettuale, che fino alla morte volontaria, avvenuta
nel 1943, affermò e praticò la sua libertà di essere, ossia di scrivere, amare,
vivere.”
Chiara Pasetti,in“L’animo
libero e rivoluzionario di Beatrice Hastings”, Il Sole24Ore, 7 marzo, 2021
*
“Se nelle Favole
femminili, la sofferenza per una condizione in cui le proprie risorse
(sensibilità, intelligenza, cultura) vengono sopraffatte dal sistema sociale
che stabilisce a priori l’inferiorità della donna, è anche vero che la dea
vince sempre. Basta seguire la propria volontà, esaudire i propri desideri, a
costo di tutto, senza demordere mai.”
“[…] La voce di Beatrice Hastings scolpisce le parole, le fa
risplendere nell’acciaio. Il suo stile è perentorio e senza tentennamenti.”
Rosa Pierno, in“Le favole femminili di Beatrice Hastings”,
in Trasversale, un percorso fra le arti, di Rosa Pierno, 22 ottobre, 2023.
*
“La sua cifra esistenziale fu l’intensità [...] La
sua scrittura è graffiante,intrisa di sentimenti forti: rabbia, sdegno,
combattività e spirito di sovversione. L’accettazione dello status quo non era
tra le opzioni possibili per lei che racconta di donne che sfioriscono
precocemente perché costrette a cedere alle aspettative sociali che le privano
di spazi di realizzazione.”
Francesca Vitelli, in Le disobbedienti: Beatrice Hastings, in Il mondo di Suk, 10 gennaio
2022
Per
gli Atti del Primo Convegno, AA.VV. Le Cicale Operose, 2021
“[…] per una
donna che vuole compiere il suo percorso di libertà, che vuole essere signora delle proprie scelte e della
propria vita, come è stata indubbiamente Beatrice Hastings, è importante poter
rispecchiarsi in donne che hanno il coraggio di rivoluzionare il ruolo loro
imposto, di trasformare se stesse e insieme il mondo in cui si sono trovate a
vivere.”
Daniela Bertelli, in“Il
peggior nemico della donna: la donna, in Atti del Primo Convegno, 2021
*
“Beatrice
Hastings può essere definita una donna di contrasti innanzitutto perché come donna
e femminista persegue con la scrittura un’esigenza di razionalità, derivante
dalla necessità di raccontare la condizione della donna del tempo,
manifestando il proprio impegno sociale e politico con voce alta e decisa […] D’altro canto, però crea su di sé un personaggio
di femmina fatale,
di donna stravagante e libera negli atteggiamenti, svincolata dalle regole
della società borghese e della morale corrente.”
Nadia Chiaverini, in“Una
donna di contrasti”,in Atti del Primo Convegno, 2021
*
“[…] troviamo nelle poesie di Hastings
un’ammirevolemaestria nell’impiego delle
varie forme e stilemi che adotta; infatti molti di questi testi raggiungono
una considerevole forza espressiva.”
Brenda Porster,in“Due
poesie”, in Atti
del Primo Convegno, 2021
*
“Una vita vissuta
fino in fondo da donna forte indipendente e coraggiosa, in perenne ricerca di
se stessa, passionale, eccentrica, spregiudicata, beffarda, impetuosa,
stracciona, esilarante, vitalissima, in
full revolt, un mix di pennellate di colore, abiti con drappeggi
violacei, rossi, verdi, accessori vistosi e burlesque, ornamenti da ironia
preraffaellita.”
Oriana
Rossi, in Beatrice Hastings, La vita sociale
e politica, in Atti del Primo Convegno, 2021
*
“In un mondo maschilista dove le donne erano
relegate essenzialmente in ruoli ancillari, l’irrompere sulla scena di
un’intellettuale di così grande spessore, non era tollerato e il fiore
dell’amaranto non poteva sbocciare.”
Elisabetta Stellato, in Beatrice Hastings, Mito e simbolo nei racconti d’Africa in Atti del Primo
Convegno, 2021
*
“[…] lo
sperimentalismo continuo non può essere indice di cambiamento, poiché
diviene esso stesso una moda e come tale perde di genuinità. Il riconoscimento
di questo paradosso è senz’altro parte integrante dell’esperienza poetica hastingsiana,
e rivela un’ulteriore particolarità dell’autrice: la piena rivolta (che è,
appunto, “piena” e non “continua”) va vissuta come stato sostanziale e
ontologico, non formale. A dover essere giudicati rivoluzionari sono quindi gli
esiti contenutistici e concettuali, non formali [..]
Simone Turco, in“Breve nota su un diverso
modernismo”,in Atti del Primo Convegno, 2021
Per il
volume Woman’s Worst Enemy: Woman, Beatrice Hastings, a cura di Maristella
Diotaiuti, Astarte Edizioni, 2022
“Il titolo, volutamente
provocatorio, nasce dalla sua opposizione ai miti della maternità che le stesse
donne promuovono e impongono alle altre donne. Hastings intende sottoporre a
critica e riformare gli atteggiamenti morali verso la maternità, verso il
parto e tutto il processo procreativo, investendo anche la sessualità e il
secolare controllo esercitato sul corpo femminile dovuto alla sua capacità
procreativa. Un corpo, né nominato e né previsto dagli atti legislativi,
considerato come semplice contenitore riproduttivo, ma indispensabile,
fondamentale per la costruzione della struttura patriarcale e capitalistica […]
Senza
Beatrice Hastings non saremmo le stesse. Giornalista, poeta, autrice, donna
senza precedenti […] Viene presa per pazza, dissoluta, incompetente. Non ha
timore a dire la parola più autentica, che è spesso la più scomoda. Della questione
dell’autenticità, in quanto volontà di dire se stesse, scriverà molto dopo
Carla Lonzi […]. Fra le molte andate perse e poi ritrovate, Beatrice Hastings è
una delle più preziose.”
Giada Bonu, dalla sua postfazione “Il
mondo prima di Beatrice Hastings. Genealogie ed eredità dei femminismi
contemporanei”, pubblicato in “Woman’s Worst Enemy: Woman”..
*
“Beatrice Hastings ha una concezione altissima
della maternità. Proprio per questo i suoi interventi sono duri e radicali e
perseguono un duplice obiettivo. Da un lato quello di non sacrificare e non
ridurre la donna al suo “ruolo” materno e, dall’altro, quello di smettere di
pensare alla maternità come una “funzione” sociale ma come a qualcosa di
irriducibile alle logiche di mercato e a qualunque forma di negoziazione
contrattuale come quella del matrimonio”
Stefania Tarantino, da L’ascesa della donna contro la tirannia della più potente passione al
mondo, pubblicato in “Woman’s Worst Enemy: Woman”.
Per il
volume Sepolcri Imbiancati, di Beatrice Hastings, a cura di Maristella
Diotaiuti, Terra d’ulivi Edizioni, 2024
“Uno degli elementi più sapienti della tecnica
di Hastings è un opportuno uso delle ellissi, fattore che, per esempio, ha in
comune con il Verga novelliere. Le sforbiciate sulla vita-non vita di Nan fanno
sì che di essa ci restino fotogrammi memorabili, quelli che attribuiscono un
senso alla sua parabola esistenziale”
Gianni Antonio Palumbo, dal suo articolo nel blog Giano Bifronte, Gianni Antonio Palumbo, 4 maggio 2024.
*
“Nella poesia “In the presence”, Hastings
definisce bene chi sono i suoi interlocutori, ovvero…praticamente nessuno!”;
“ Beatrice Hastings era in conflitto con
tutto ciò che è normato, sempre a margine di ogni pensiero che metteva in
discussione”
Silvia
Rosa, nel corso della presentazione di Sepolcri Imbiancati, di Beatrice
Hastings, 4 maggio 2024, Libreria Belgravia, Torino
*
“[L]a
riscoperta di Diotaiuti e Tortora è doppiamente apprezzabile, sia perché
ricolloca Hastings nel perimetro di quella cultura modernista britannica dai
cui contemporanei era stata estromessa a viva forza e contribuisce così ad
arricchirne il quadro generale, sia perché consegna alla tradizione della
scrittura e del pensiero femminile l’ulteriore tassello di una genealogia
ancora in larga misura da ricostruire.”
Chiara Serani, dalla nota di
lettura, in corso di pubblicazione.
*
“Hastings
amava descriversi “In full revolt”. La scrittura è stata per lei una lotta
permanente. Per questa sua vocazione ha pagato un prezzo atroce. Se negli
stessi anni qualcuno celebrava in Italia il superomismo della vita come opera
d’arte, lei, già andando oltre le colonne della modernità, sperimentava,
all’opposto, l’uso della parola come corpo vivente.”
Pasquale Vitagliano, tratto dal suo articolo Dietro ai “Sepolcri Imbiancati” di Beatrice
Hastings, Il Manifesto del 31 luglio, 2024
Per il
volume La Commedia delle Fanciulle, a cura di Maristella Diotaiuti, traduzione
di Rubina Valli, in corso di pubblicazione, Terra d’ulivi Edizioni, 2025
“[,,,]
riadatta in modo dissacrante il patrimonio letterario del medioevo europeo, e
in particolare quello maschile, irridendo la figura dell’eroe e la fissità
schematica dell’epica, al contempo mettendone in luce la ancora sconfinata
fecondità”
Dall'introduzione di Maristella Diotaiuti.
*
“Tradurre The Maids’ Comedy significa incontrare una complessità tanto
ricca quanto sfuggente, una filigrana di rimandi linguistici e culturali che
Beatrice Hastings tesse con leggerezza e abilità, più accennando che andando a
fondo, trasportando il lettore in un viaggio che è sì picaresco e scherzoso, ma
anche simile a un rito iniziatico in cui tutti i personaggi sono di volta in
volta protagonisti e, tra uno scherzo e l’altro, danno voce a idee e ideali di
grande spessore.”
Rubina Valli, dal suo articolo “Tradurre Beatrice Hastings”, pubblicato nel volume.
*
4.
Prefazione di Maristella Diotaiuti: Prime impressioni.
Abbiamo sottoposto ad alcune lettrici e lettori la prefazione di Maristella Diotaiuti per il volume Minnie Pinnikin, per chiedere cosa ne pensassero. Maristella è felice e onorata di ricevere i primi apprezzamenti (ringraziamo, ad esempio, la favolosa Anna Maria Curci per l'attenzione e le parole spese).
Pubblichiamo qui le preziose parole che Roberto Galeazzi e Lucio Macchia hanno dedicato alla prefazione. Ringraziamo Roberto e Lucio per l'attenzione e per le loro note e consuete capacità di analisi. Buona lettura.
Roberto Galeazzi: “La prefazione getta una luce novissima sul guascone
labronico che invoglia a riprenderne le opere e a riconsiderarle. Due elementi
in particolare, quello del depistaggio dall’idea del reale che pur non
significa perseguire il puro gesto slegato dal senso ma implica un suo
aggiramento […], e poi il tema analogo della vanità del bordo come
contenimento, protezione d’identità, mentre suggerisce il tema del bordo come
soglia, limine. […] Il testo di Maristella evidenzia come la scrittura di
Hastings fosse proiettata in un approccio che, al suo tempo, contava pochi
esempi simili, cioè, un atteggiamento svincolato dall'ossessione per la
"cifra" stilistica, la riconoscibilità dell'autore, l'inquadramento
in un genere, funzionale al cosiddetto mercato
dell'arte...("malattia" che accompagna anche l'arte visiva, a partire
dal secolo scorso), con una rischiosa e disinteressata attitudine a sparigliare
le carte, indossando maschere, pseudonimi, giocando con il linguaggio che
attraversa simultaneamente in direzioni diverse, evocando una molteplicità di
piani narrativi che le negano i comodi escamotage della facilità comunicativa.
E a questa complessità il lavoro di Maristella rende pienamente giustizia.”
Lucio Macchia: "Ho letto la prefazione che ho trovato davvero notevole. Ammirevole la prosa saggistica di Maristella che intreccia molteplici registri: filologico, storico/aneddotico, filosofico, critico, psicologico, senza mai appesantire e componendo un affresco vivace e raffinato dell'opera nella sua intenzione e struttura. Una prosa che ha un bel ritmo interno, ricca di citazioni ma scorrevole, vivace, fresca. Riflette la grande passione per questa straordinaria ricerca. Chapeau! In bocca al lupo per la pubblicazione!"
3.
Beatrice Hastings e Amedeo
Modigliani.
Numerosi biografi di Modigliani ed
altri scrittori, nel descrivere la loro avventura, si sono quasi sempre soffermati
sui soliti aneddoti più volte ribaditi. Crediamo, invece, che della relazione
tra Beatrice e Amedeo debba essere considerata l’essenza più significativa e
importante, poiché i continui confronti hanno determinato un prolifico momento
di crescita per entrambi, sul piano
artistico e intellettuale.
Due formazioni diverse ma che trovano
convergenze di idee e opinione sul gusto estetico dell’arte, sullo
spiritualismo, sul loro agire nel segno di un continuo sconfinamento in nome
dell’arte.
Un nutrimento reciproco che ha
persuaso Hastings a scrivere Minnie Pinnikin, opera parigina, finora inedita,
in cui finalmente potrete trovare la vera essenza della loro relazione, la
concezione dell’arte di Modigliani resa mediante lo sguardo di Beatrice Hastings,
grande intellettuale mai letta e quindi mai finora riconosciuta per le sue
doti, ma solo per la sistematica tessitura aneddotica, falsa e denigratoria, che ha
trascinato Hastings nell’oblio.
“La scrittura di Beatrice Hastings è
una scrittura rilevante, per originalità e bravura, per profondità e
molteplicità di contenuti, per dirompenza di passione”.
In Minnie Pinnikin troverete prova
della sua grandezza.
Federico Tortora
2.
Un piccolissimo estratto dalla prefazione di Maristella Diotaiuti per l'opera Minnie Pinnikin:
Questo è infatti, un libro utopico, invenzione e fantasia, onirico e surreale, metafisico o, meglio, patafisico ma reale. Un libro incorporeo, rarefatto e pure concreto, fisico e tangibile. Un libro ibrido di immaginazione e di realtà in cui tutto si mescola per dare vita a un universo parallelo con la sua architettura, i suoi personaggi, i suoi oggetti, speculare a quello reale ma con questo in profonda relazione e derivazione.
1.
Lasciamo, in questa clip, parole tratte dall'opera che lasciano intuire i suoi contenuti e
la visione dell'arte di Beatrice.
Ringraziamo di cuore Beppe Giannotti,
poeta Lunigianese, per aver prestato la sua voce a Minnie (Beatrice Hastings).
Buon ascolto.
Federico
Immagine nella pagina: opera di Leonora Carrington
Emily Alice
Haigh, vero nome di Beatrice Hastings, nasce a Londra il 26 gennaio 1879, settima
di dieci figli. Nel medesimo anno la sua famiglia decide di lasciare Londra per
intraprendere l’attività di commercio tessile nella colonia inglese
Sudafricana, Port Elizabeth. All’età di 8 anni, per motivi legati all’attività
del padre, Beatrice si sposta con questo ed alcune sorelle ad Hastings, nel
Sussex (Inghilterra). Vi resteranno dal 1886 al 1891. Fin dalla più giovane età
Beatrice si dimostra ribelle, refrattaria alle regole imposte dai suoi genitori
e dall’istituzione scolastica. Viene rinchiusa in un collegio a Pevensey,
vicino Hastings, dal quale sarà diverse volte espulsa.
Nel 1891
la famiglia si ricongiunge a Port Elizabeth. L’Africa offre scenari, storie e
atmosfere che, insieme alle assidue e copiose letture, nutrono l’immaginario di
Beatrice.
All’età
di 17 anni Beatrice decide di lasciare Port Elizabeth per raggiungere Londra,
polo culturale europeo, seguendo la sua vocazione di scrittrice. Ma il primo
impatto con i circoli culturali londinesi è traumatico. Il sogno di Beatrice si
infrange contro le barriere di classe, di genere, di provenienza. Si
trasferisce quindi in Irlanda. Attrice, cavallerizza, pianista, sono tre delle
occupazioni note nelle quali Beatrice si cimenta in questo periodo complicato,
attraversato da difficoltà economiche ed esistenziali.
Il
ritorno in Sudafrica, a Cape Town, nel 1898, coincide con l’approfondimento
della sua formazione culturale e con il completamento degli studi.
Nel 1904
parte alla volta di New York. La grande città nordamericana le offre
l’opportunità di fare nuove esperienze e di sperimentarsi, finalmente, con la
scrittura. Scrive per il Morning Telegraph di New York con discreto successo. A New
York ha modo di assistere, tra l’altro, ai comizi di Emma Goldman, incontro che
contribuisce alla formazione della sua visione politica.
Il
richiamo della scrittura sembra essere totalizzante nella vita di Beatrice,
come anche il desiderio di affermarsi. Forte delle esperienze vissute in questi
anni, decide di tornare a Londra.
Beatrice
Hastings è il nuovo nome con cui, nel 1906, si presenta al mondo letterario
londinese. Il cognome è uno pseudonimo che si è data ispirandosi alla cittadina
inglese in cui visse parte della sua infanzia, forse utile ad azzerare il suo
passato, a proporsi in una nuova veste.
Si
iscrive all’Università di Oxford che frequenta per tre anni. Partecipa a
convegni, conferenze, si interessa alle nuove correnti poetiche, artistiche e
culturali. Sono anche gli anni di una presa di coscienza politica, di una maturazione
ideologica che si definisce nell’adesione al partito marxista “Social
Democratic Federation”.
Nello
stesso anno Beatrice Hastings incontra Alfred Richard Orage, uno dei pensatori
più vivaci in Inghilterra, animatore del dibattito culturale e promotore della
filosofia nietzschiana, fondatore dei “Leeds Art Club”. L’incontro di Orage con
Beatrice Hastings determina la nascita di un nuovo periodico settimanale
d’avanguardia, anticapitalista e fabianista: il “The New Age” – “Una rivista
indipendente di Letteratura, Politica e Arte”. Beatrice, fin dalla prima uscita
del giornale, è una delle firme più assidue e prolifiche. Nel giornale
ritroviamo, tra i molti nomi autorevoli, Ezra Pound e Katherine Mansfield, con
la quale intreccia una relazione amorosa.
La
varietà degli scritti e dei registri linguistici adottati, nonché l’assiduità
dei suoi interventi nel giornale, la inducono a utilizzare almeno 13 nomi di penna,
più o meno relazionati a rispettivi temi trattati. La poderosa produzione di
scritti di Beatrice per il “The New Age” consiste in articoli politici e
femministi, novelle, poesie, recensioni, critiche
letterarie, romanzi brevi, ecc.
Nel 1914
Beatrice Hastings accetta l’incarico di corrispondente a Parigi, con l’intento
di garantire al giornale una indagine costante e diretta dei nuovi fenomeni
artistici e culturali. Con lo pseudonimo Alice Morning, Beatrice Hastings firma
gli articoli per la sua rubrica settimanale “Impressioni di Parigi”. Frequenta
i café parigini dove incontra Picasso, Apollinaire, Max Jacob, Cocteau,
Radriguet, Matisse, Lipchitz, Ossip Zadkine, Marie Vassilieff e molti altri artisti,
intessendo relazioni intellettuali e amichevoli. Dal 1914 al 1916 intreccia una
relazione amorosa con l’artista livornese Amedeo Modigliani che si apre su
diversi piani, tra i quali è rilevante il confronto intellettuale, i dialoghi
sull’arte, sulla letteratura, sullo spiritualismo.
L’ultimo
“Impressioni di Parigi” è del 25 novembre 1915. Dal 1916 i suoi contributi al
giornale sono sporadici. Le visioni politiche dell’editore nel tempo cambiano,
mentre Hastings resta fedele alle sue idee anticapitaliste e socialiste. Nel
1920 l’esperienza nel The New Age si conclude definitivamente.
Beatrice
Hastings non smette, però, di scrivere, di sperimentare, di conoscere e di
assorbire le nuove correnti letterarie e artistiche del suo tempo,
rielaborandole in una forma del tutto personale, dedicandosi, tra l’altro, allo
studio e alla pratica della scrittura e della pittura automatica. È del 1924 il
Manifesto Surrealista di André Breton, che Beatrice Hastings ha occasione di
conoscere a Dieppe (Francia) nel 1930.
Il 1931 è
l’anno del suo ritorno in Inghilterra, che non lascerà più fino alla morte (il ritorno in Sudafrica, desiderato negli ultimi anni, le sarà precluso a causa dell'embargo nel periodo bellico).
All’età di 50 anni si stabilisce a Londra, si iscrive al Partito Comunista
Britannico, riprende i contatti con alcuni suoi vecchi amici, militanti e
intellettuali, fra i quali Anna Wickham (pseudonimo di Edith Alice Mary
Harper), Jacob Hepstein, Richard Aldington, Sylvia Pankhurst, Charles Lahr,
editore anarchico.
Nel 1932,
dieci anni dopo la chiusura del “The New Age”, decide di editare il suo primo giornale:
“The Straight Thinker – A Fortnightly Review”. In questo pamphlet Beatrice
esprime, tra l’altro, le sue visioni e analisi politiche, come sempre sul solco
delle sue idee antifasciste, anticapitaliste. Nel contempo, comincia a scrivere
il saggio “In difesa di Madame Blavatsky”. A tal scopo, nel novembre del 1936
si trasferisce a Worthing, cittadina costiera nel sud dell’Inghilterra che
offre tranquillità e un clima più mite.
Nel
novembre 1938, a Worthing, pubblica il primo numero del periodico “The Democrat”.
Il giornale nasce in chiave antifascista, laico, secolarista (ispirandosi al "Freethinker" di Chapman Cohen), di contestazione alla
Conferenza di Monaco del 19 settembre 1938. L’ultimo numero del Democrat è del
gennaio 1943, ultimo anno di vita di Beatrice Hastings.
Malata e
sofferente, presagendo la sua fine, invia alcuni manoscritti alla British Library che rifiuterà causa trasloco in corso deciso per mettere al riparo libri e manoscritti che nel periodo bellico sono appunto portati e custoditi in Galles (National
Library of Wales, Aberystwyth). Quindi Hastings affida i manoscritti ed altro materiale alla sua badante, Miss Green. Questi saranno inviati a Port Elizabeth, città della sua giovinezza, alla Biblioteca di Città del
Capo e a Toronto, in virtù dei rapporti di Hastings con la Società Teosofica canadese per la redazione del trattato teosofico.
Il 30
ottobre 1943 decide di mettere fine alla sua vita.
Fonte: Stephen Grey, Beatrice Hastings – A Literary Life, Penguin Ed.
(South Africa), 2010.
Immagine: pag. 83 di Canti pisani (Garzanti, trad.
A. Rizzardi)
Riporto la foto di una pagina dei Canti pisani. Siamo nel
mezzo del Canto 77. La tessitura ideogrammatica di Pound non consente “reading”
e neanche trascrizione o citazione, perché qui si è eminentemente nel mondo
della scrittura, del foglio, della trama testuale (in questo senso la mente va
immediatamente ai Calligrammes di Apollinaire e al colpo di dadi di
Mallarmé).
La pagina diviene aleph della vita, in cui
confluiscono tutti i codici del mondo, nel tentativo titanico di ricreare un
universo dentro l’universo, a partire dalla storia privatissima, irrilevante e
irriducibile del singolo.
L’immagine iniziale dell’alba sulla latrina ci restituisce
lo shock del risveglio di un prigioniero, di un condannato. L’ideogramma in
alto, che sta per “alba”, semanticamente “non serve a nulla”: “alba” è già
detto. Esso si inserisce sulla pagina in potenza pittografica, come dispositivo
linguistico puro che mette in atto concatenamenti nuovi, deterritorializzazioni
del linguaggio “naturale”. Evoca una potenza primitiva e ineffabile del
simbolo. E, al contempo, una saggezza altra, possibile, salvifica.
All’istante, tutto il mondo, presente e futuro, occidentale
e orientale, è sospeso tra la latrina e l’alba. E, in alto, nonostante tutto,
la bellezza delle nubi sopra Pisa: ci sovviene Baudelaire de Lo straniero.
Seguono spezzoni di ricordi minutissimi, fortemente autobiografici, con
toponimie che – anch’esse – non hanno tanto valenza semantica, ma sono, in un
certo senso “ideogrammatiche” (si tratta, comunque, di una cascata in
Pennsylvania). Però quel tale che mira l’acqua, solo, sperso nel mondo, diviene
tutti noi, proprio per la semplicità essenziale dell’immagine, che
immediatamente risvolta in un contenuto filosofico esplicito, in una sorta di
massima: null’altro conta se non la qualità dell’affetto. Di fronte alla fine,
si strappano le vanità (come altrove P. ci dice in un passo famosissimo), ci si
concentra sull’essenziale.
Si torna, quindi, all’alba, al sole che è bocca (questo il
“significato” del secondo ideogramma cinese). Dalla parola “bocca”, P. procede
con una sorta di associazione libera di frammenti della sua memoria. L’alba
come bocca di dio, ma anche come evocazione di cose terrene, del “periplo”,
parola che ricorre in P. per evocare un collegamento circolare, nietzschiano,
tra tutte le cose e le culture (qui scrive la parola periplo tra parentesi, a
fianco dell’ideogramma di bocca che richiama il ciclo e il parlare e il
linguaggio, aprendo, con questa deiscenza grafica, a una piega infinita di
rimandi). La casa a Londra sul canale Regent, Teodora imperatrice addormentata
sul divano (molto eliotiano questo tipo di “desolazione”); il Daimio, figura di
grande rilevanza nelle caste giapponesi, anche qui con un contrappunto
eliotiano (il conto del sarto) ed ecco che spunta proprio Eliot con un
riferimento al personaggio di Grishkin (in Sussurri di immortalità),
donna dalla sensualità caricaturalmente felina e un po’ assurda. Forse Eliot ha
dimenticato qualcosa. C’è uno scarto tra letteratura e vita che il condannato
sente. La danza – l’arte – è un mezzo. La centralità, qui, va alla vita. Il
crescendo delle immagini si arresta solennemente su un’espressione ferma,
epifanica: «Alla montagna natale». È un verso di una poesia mortuaria
giapponese. Un pensiero di fine imminente, ma stemperato da un’immagine di
ritorno a casa, di transitorietà dell’esistenza, come suggellato dalla
citazione greca «Psycharion ei bastazon nekron» (Epitteto): «Tu sei una piccola
anima che porta in giro un cadavere». Ma anche la scrittura greca assolve,
insieme all’apporto semantico, a una funzione ideogrammatica. Sulla stessa
pagina si stratificano antico e presente, occidentale e orientale, vita e morte.
Il pensiero simbolico non abbandona P. neanche di fronte alla fine. Soprattutto
di fronte alla fine. Si fa umanissimo.
Lucio Macchia
FONTI
- note
del libro
- A.
Houwen, “Min's lamp in Nippon”: Ezra Pound and Japanese Neo-Confucianism (per
il riferimento alla composizione giapponese)
Karoline
von Günderrode, A quel tempo dolce vita
vivevo.
Ed. tedesca: Insel Verlag GmbH, Frankfurt am Main und Leipzig, 2006
Questo contributo che, nella sua versione odierna, è ampliamento di una precedente, è dedicato alla memoria di Rita Calabrese, recentemente scomparsa. La poesia di Günderrode è qui riportata attraverso più di un 'altro sguardo': quello di Christa Wolf, quello di Rita Calabrese, quello di Anna Maria Curci.
Anni fa mi
giunse in dono da Annamaria Ferramosca un volume che mi riportò sulle tracce di
una poesia conosciuta in passato attraverso la lettura di Kein Ort. Nirgends
(Nessun luogo. Da nessuna parte) di Christa Wolf. Si tratta della poesia
di Karoline von Günderrode, poesia tanto alta quanto colpevolmente trascurata.
Il libro ricevuto in dono era Sconfinare. Percorsi femminili nella
letteratura tedesca (Luciana Tufani Editrice, 2013) di Rita Calabrese,
della quale avevo avuto modo, trenta anni fa, di apprezzare il contributo
ricchissimo al volume Della stessa madre, dello stesso padre. Tredici
sorelle di geni (con Eleonora Chiavetta, Tufani 1996). Il passaggio dal
testo di Rita Calabrese che ridestò in me la gioia di un viaggio a ritroso
nelle mie letture era questo:
«L’IO va
assumendo connotazioni femminili, mentre il NOI comincerà ad abbracciare le
donne dell’una e dell’altra parte, nella comune oppressione patriarcale e nella
stessa costruzione d’identità.
Dall’intreccio di queste tematiche nascono, strettamente collegate tra loro, L’ombra di un sogno, antologia
delle opere di Karoline von Günderrode e il racconto Nessun luogo. Da
nessuna parte, in cui la stessa Günderrode è protagonista insieme a Heinrich
von Kleist. Le due opere segnano la riscoperta di questa grande voce poetica
del romanticismo, morta suicida nel 1806, con modalità e linguaggi differenti.
L’ombra di un sogno è opera germanistica che si configura come esemplare
lezione di metodo a segnare una vera e propria rottura del canone letterario
classicocentrico lukácsiano della RDT e l’inserimento del Romanticismo, ma
soprattutto la rilettura di una voce poetica − e in questo Anna Seghers fa
da punto di riferimento − lacerata tra corpo di donna e virile talento
poetico, mentre Nessun luogo. Da
nessuna parte mette in scena l’incontro fittizio, ma molto verosimile, tra i
due poeti suicidi. In filigrana, nel dramma di intellettuali costretti dopo le
speranze della Rivoluzione Francese, a «battere a sangue la fronte», come
scriveva A. Seghers a Lukács negli anni ’30, contro il muro di una società
repressiva e finiti suicidi, pazzi, esuli, comunque disperati, si riflette il
dramma degli intellettuali della RDT.» (Rita Calabrese, Sconfinare. Percorsi femminili nella
letteratura tedesca, pp. 182-183).
L’invito rivoltomi attraverso quelle pagine fu per me
irresistibile. Mi addentrai nella lettura della preziosa edizione curata da
Christa Wolf, che raccoglie poesie, prosa, lettere di Karoline von Günderrode e
che porta il titolo Einstens lebt ich süßes Leben (“A quel tempo vita
dolce vivevo”). Il volume si apre con il saggio di Christa WolfDer Schatten
eines Traumes, L’ombra di un sogno, all’inizio del quale la scrittrice,
nell’additare il destino di oblio subito dalla poetessa, scrive frasi che ancora
oggi sorprendono per la loro drammatica verità, verità che
si estende, purtroppo, ad altri numerosi destinatari oltre a quelli pensati da
Wolf:
«Un popolo
dilaniato, politicamente immaturo, difficile da smuovere, eppure facile da
sedurre, attaccato al progresso tecnologico invece che al sentimento di
umanità, si permette una fossa comune dell’oblio per coloro che sono andati a
fondo precocemente, per quei testimoni indesiderati di aneliti e paure
soffocati.»
(Christa Wolf, Der Schatten
eines Traums, in:Karoline von Günderrode, Einstens lebt ich süßes Leben.
Gedichte –
Prosa – Briefe. Herausgegeben von Christa Wolf,Insel Verlag, Frankfurt am Main
und Leipzig 2006, p. 14)
(trad. di Anna Maria Curci)
«Una
testimonianza della posizione e della consapevolezza di questa generazione, per
la quale la grande impostazione concettuale dell’illuminismo tedesco si è
ridotta al livello di pragmatica sofisticheria cui l’immagine del mondo si è
sbiadita e appiattita, è questa poesia, tra le prime di Günderrode, con la
quale ella si introduce come poetessa filosofica.»
(Christa
Wolf, Der Schatten eines Traums, in:
Karoline von Günderrode. Einstens lebt
ich süßes Leben. Gedichte – Prosa – Briefe. Herausgegeben von Christa Wolf,
Insel Verlag 2006, p. 20)
(traduzione di Anna Maria Curci)
Il passo successivo, la conseguente immersione nella
lettura, è stato, e continua a essere, l’incontro con la poesia di Karoline von
Günderrode, che è divenuta per me cura e consuetudine e della quale propongo quattro
componimenti poetici nell’originale e nella mia traduzione.
Liebe
O reiche Armuth! Gebend, seliges Empfangen!
In Zagheit Muth! in Freiheit doch gefangen,
In Stummheit Sprache,
Schüchtern bei Tage,
Siegend mit zaghaftem Bangen.
Lebendiger Tod, im Einen sel’ges Leben
Schwelgend in Noth, im Widerstand ergeben,
Genießend schmachten,
Nie satt betrachten
Leben im Traum und doppelt Leben.
Amore
O ricca
povertà! Nel dare, accogliere beato!
Nella
titubanza, coraggio! in libertà, nondimeno, detenuto.
In mutezza,
lingua,
Timido di
giorno.
Nel vincere,
con titubante trepidazione.
Morte viva,
nell’Uno vita beata
Che si bea
della tribolazione, nella resistenza capitolare,
Struggersi
nell’assaporare,
Mai saziarsi
di contemplare
Vita nel
sogno e, doppiamente, vita.
Karoline von Günderrode, da:Einstens lebt ich süßes Leben, Insel Verlag, Frankfurt
am Main und Leipzig 2006, p. 85
(trad. di Anna Maria Curci)
Vorzeit, und neue Zeit
Ein schmaler rauher Pfad schien sonst die Erde.
Und auf den Bergen glänzt der Himmel über ihr,
Ein Abgrund ihr zur Seite war die Hölle,
Und Pfade führten in den Himmel und zur Hölle.
Doch alles ist ganz anders nun geworden,
Der Himmel ist gestürzt, der Abgrund ausgefüllt,
Und mit Vernunft bedeckt, und sehr bequem zum Gehen.
Des Glaubens Höhen sind nun demolieret.
Und auf der flachen Erde schreitet der Verstand,
Und misset alles aus, nach Klafter und nach Schuhen.
Preistoria,
e nuova era
Un sentiero aspro
e stretto pareva prima la terra.
E sopra i monti brilla il cielo su di lei,
Un abisso al suo fianco era l‘inferno,
E sentieri portavano al cielo e all’inferno.
Eppure tutto si è
fatto ben diverso,
Il cielo è crollato, l’abisso colmato,
E ricoperto di ragione, e molto comodo al passo.
Le vette della
fede sono ora demolite.
E sulla terra piatta incede l’intelletto,
E con cataste e scarpe dà la misura a tutto.
Karoline von Günderrode, da:Einstens lebt ich süßes Leben, pp. 87-88
(trad. di Anna Maria Curci)
Ariadne auf Naxos
Auf Naxos Felsen weint verlassen Minos Tochter.
Der Schönheit heisses Flehn
erreicht der Götter Ohr.
Von seinem Thron herab senkt, Kronos Sohn, die
Blitze,
Sie zur Unsterblichkeit in Wettern aufzuziehn.
Poseidon, Lieb entbrannt, eröffnet schon die Arme,
Umschlingen will er sie, mit seiner Fluthen Nacht.
Soll zur Unsterblichkeit nun Minos Tochter steigen?
Soll sie, den Schatten gleich, zum dunklen Orkus
gehen?
Ariadne zögert nicht, sie stürzt sich in die
Fluthen:
Betrogner Liebe Schmerz soll nicht unsterblich
seyn!
Zum Götterloos hinauf mag sich der Gram nicht
drängen,
Des Herzens Wunde hüllt sich gern in Gräbernacht.
Arianna a
Nasso
Sugli scogli
di Nasso piange la figlia di Minosse abbandonata.
L’ardente
supplica della bellezza giunge all’orecchio degli dei.
Giù dal suo
trono invia il figlio di Crono i fulmini a sollevarla in tempeste
all’immortalità.
Poseidone,
d’amore acceso, già spalanca le braccia,
La vuole
cingere, con la notte dei suoi flutti. Ascenderà ora la figlia di Minosse
all’immortalità?
Discenderà,
pari alle ombre, all’Orco tenebroso?
Non esita
Arianna, si getta tra i flutti:
Lo strazio
dell’amor tradito non sarà immortale!
Non è
gradito al cordoglio spingersi su alla sorte degli dei,
Piace alla piaga
del cuore avvolgersi in notte sepolcrale.
Karoline von Günderrode, da: Einstens lebt ich
süßes Leben, pp. 91-92
(trad. di Anna
Maria Curci)
Novalis
Novalis, deinen heilgen Seherblikken
Sind aufgeschlossen aller Welten Räume,
Dir offenbahrt sich weihend das Gemeine,
Du schaust es in prophetischem Entzücken.
Du siehst der Dinge zukunftsvolle Keime
Und zu des Weltalls ewigen Geschicken,
Die gern dem Aug der Menschen sich entrücken,
Wirst Du geführt durch ahndungsvolle Träume.
Du siehst das Recht, das Wahre, Schöne siegen,
Die Zeit sich selbst im Ewigen zernichten
Und Eros ruhend sich dem Weltall fügen:
So hat der Weltgeist liebend sich vertrauet
Und offenbahret in Novalis Dichten,
Und wie Narziß in sich verliebt geschauet.
Novalis
Novalis,
agli sguardi tuoi sacri di veggente
Sono
dischiusi gli spazi d’ogni mondo,
Si
manifesta a te il mistero consacrante,
Tu
lo contempli in profetico incanto.
Delle
cose i germi vedi colmi di avvenire
E
alle perenni dell‘universo sorti,
Che
all’occhio umano amano svanire,
Vieni
condotto da sogni preveggenti.
Tu
vedi il giusto, il vero, il bello imporsi,
Il
tempo nell’eterno annullare sé stesso
E
Eros che riposa al cosmo unirsi
Così
amando lo spirito del mondo si è affidato
E
nel poetare di Novalis si è riflesso,
E
ha veduto, come Narciso di sé innamorato.
Karoline von Günderrode, da Einstens lebt ich süßes Leben, pp.
120-121)