Le Cicale Operose (logo e denominazione registrati) è stato un caffè letterario e poi un'associazione culturale, dal 2016 al 2024.
Questo blog conserva la memoria dell'attività svolta in quegli anni ed ospita nuovi contenuti su temi culturali affini all’ethos delle Cicale Operose (vedi menu). Vi terrà inoltre aggiornati sulle attività per Beatrice Hastings.
Giornata per Amedeo Modigliani. II Edizione. A cura de Le Cicale Operose, 12 luglio, 2026, presso Salus Bistrot, Livorno.
Concorso di poesia "Per Modigliani" - II Edizione.
Lettura delle motivazioni delle Giurate per le prime tre poesie classificate.
Le autorevoli Giurate:
Laura Giuliberti, Renata Morresi, Silvia Rosa, Chiara Serani.
Per aprire il video cliccare sull'immagine
Ripubblicazione
delle BREVI RIFLESSIONI DI CHIARA SERANI PER LA PREMIAZIONE DEL CONCORSO
"PER MODIGLIANI", I EDIZIONE, ANNO 2025.
Che senso ha,
oggi, un concorso di poesia dedicato a una figura come quella di Modigliani e,
dunque, più in generale, la poesia d’occasione, che spesso si presenta, va
detto, come avvitata intorno a moduli stanchi, logori, di circostanza (e qui ci
sovviene che in francese, lingua ben rappresentata stasera, la poesia
d’occasione è detta appunto poésie de circonstance) e, infine,
vuoti? Cosa può offrirci la poesia d’occasione oggi, in cui peraltro tutto è
occasione di celebrazione continua? E cosa può dirci – se può – della poesia
italiana contemporanea? Io credo più di quanto si possa pensare d’acchito; in
particolare in questo caso specifico in cui la poesia d’occasione si offre
anche come uno spunto per riflettere sul fenomeno dell’intermedialità, ovvero
sulla mescidanza fra diversi linguaggi artistici, fenomeno che oggi la fa da
padrone quale cifra di una mentalità ormai incline alla fluidità dei media
artistici piuttosto che alla loro categorizzazione è che è diventato sempre
più, soprattutto dopo la rivoluzione digitale, un concetto imprescindibile per
capire la nostra epoca, la sua estetica e i suoi meccanismi comunicativi. Non è
un caso, del resto, che oggi assistiamo a un grandissimo ritorno dell’ecfrasi
(cioè, nella sua forma più elementare, della descrizione verbale di un’opera
visiva, fondata, nel caso della pittura, sul principio classico dell’ut
pictura poiesis) e altresì assistiamo all’ascesa degli iconotesti, cioè di
quei testi in cui scrittura e immagine si affiancano in vario modo; d’altronde
non potrebbe essere altrimenti in una realtà come la nostra, totalmente
permeata e dominata dall’immagine, è infatti il cosiddetto “regime scopico” a
meglio definire la nostra condizione postmoderna, all’insegna di una “totale
saturazione dello spazio culturale da parte dell’immagine” (v. Fredric
Jameson). Dunque, abbiamo già un aggancio con l’attualità poetica, e, in effetti,
a questo concorso sono naturalmente e per forza di cose pervenuti numerosi
testi di natura ecfrastica, dedicati, va detto, quasi esclusivamente ai
ritratti femminili di Modigliani – così come a prevalere, su un altro versante,
quello biografico, è stato il dato della sua tragica storia d’amore con Jeanne
Hébuterne. E anche questo, di per sé, è un dato interessante e significativo,
che ci suggerisce il modo in cui tendiamo ad accostarci a un artista come
Modigliani e alla sua opera, cioè cogliendone in primis gli
aspetti più eclatanti, o più noti, che più colpiscono un’immaginazione di
stampo romantico (con quest’aggettivo inteso non in senso storico ma nella sua
accezione derivativa di “inclinazione alle suggestioni del sentimento, della
passione e del malinconicamente sognante” [così ci dice Treccani]). Dunque,
quel tipo di immaginazione che ancora, nonostante il datato ma forse apparente
trapasso del Romanticismo (qui sì, inteso come fenomeno storico) produce una
poesia di filiazione “romantica”, intendendo con ciò quella poesia che del
Romanticismo coglie solo gli elementi più appariscenti e vulgati, ovvero quelli
immediatamente lirici.
Ma se
analizziamo l’opera di Modigliani, constatiamo che di romantico non ha quasi
niente; non ha quasi niente dello spontaneismo, del sentimentalismo o del
lirismo puro, non ha niente di effusivo, è semmai un’arte che raffredda questi
elementi da una parte col ricongiungimento intellettuale e stilistico con la
tradizione pittorica italiana e dall’altra con l’accoglienza del primitivismo
quale espressione avanguardistica del suo tempo. Per fare un esempio, le
pose femminili e i colli lunghi e affusolati che hanno dominato così tante
ecfrasi pervenute non sono un’invenzione di Modigliani, ma risalgono a modelli
trecenteschi e cinquecenteschi, a Simone Martini, per esempio, con la sua
eleganza formale, o al Parmigianino (pensiamo alla sua Madonna dal
collo lungo), e sono dunque l’equivalente di quelle che in
poesia chiameremmo allusioni o citazioni intertestuali: sono quindi un frutto
studiato, così come i suoi volti stilizzati e oblunghi si allineano alla
sperimentazione primitivista sua coeva ricercando strutture arcaiche,
archetipiche, universali dell’immaginario e della rappresentazione visiva. Il
tutto, per sintetizzare, all’insegna dell’arte come “bricolage e
rifunzionalizzazione”, come avrebbe detto Claude Lévi-Strauss. Quello che
Modigliani fa è pertanto fondere in maniera personale e originale, nuova,
rivoluzionaria, queste e altre componenti pittoriche, rifacendosi sì al passato
ma assimilandolo e superandolo, in una sussunzione che assolutamente rifugge
ogni forma di accademismo o epigonismo e dà vita a una pittura immediatamente
riconoscibile – non si può in alcun modo confondere lo stile di Modigliani, se
ci pensate è praticamente impossibile. Dunque, io credo che se il nostro
soggetto poetico è rappresentato da Modigliani e dalla sua arte, quel che si
dovrebbe fare è riconoscere e omaggiare questa originalità – per carità, oggi,
in cui tutto è già stato detto e fatto non è più possibile evocare in maniera
credibile alcuna forma di originalità o d’invenzione pura; tuttavia, questo non
è un buon motivo per schiacciarsi su modelli retrivi o assolutamente privi di
atipicità e per aderire a formule lessicali, retoriche e immaginifiche
stereotipate, anacronistiche e polverose. Bisognerebbe, semmai, aspirare a fare
quello che facevano i greci, ovvero, con l’ecfrasi, “gareggiare in forza
espressiva con la cosa descritta”, evitando così, in questo contesto poetico,
quella vaporosità, inconsistenza e insieme convenzionalità che in nessun caso
appartiene alla pittura di Modigliani; perciò bisognerebbe evitare sintagmi
poetici e immagini fruste, come cuori trafitti, uccelli in volo, nuvole in
cammino, anime inquiete, remoti incanti, tramonti, ardori, tremori,
incantamenti... oggi francamente improponibili, non solo perché completamente
dissonanti rispetto al presente ma soprattutto perché appartenenti al grande
catalogo del déjà lu e cioè dell’acquisito, dell’invalso, che
sembra tuttavia gemmare dalla poesia – e a prescindere dall’occasione – così
come le frasi di circostanza, ovvero espressioni banali, impersonali e poco
sentite, sono sollecitate nelle occasioni formali e sociali in cui vengono
sfoderate. Dal che si evince che certa poesia, quella invero
predominante, diventa poesia di circostanza a prescindere dal suo
essere poesia d’occasione, come in questo caso. Ovvero, quando si tratta di
poesia tendiamo ad attualizzare, con gran passatismo, un Sublime del sentire e
del parlare che non solo non è più allineato col nostro tempo ma che è
diventato insipido e scadente proprio per abuso.
Ora, se questo
tipo di Sublime non è più proponibile, né tantomeno accettabile, allo stesso
modo non è più facilmente sostenibile una postura poetica che sia solo lirica,
se non correndo il forte rischio di risultare naif. E con ciò non siamo certo
qui a cercare imporre estetiche normative – ognuno può e deve scrivere come
meglio crede, anche perché la poesia ha una sua intrinseca valenza terapeutica
–, ci inseriamo semmai in un dibattito, e sempre sulla scia della riflessione
scaturita dal nostro concorso su Modigliani, che anima lo scenario della poesia
italiana iper-contemporanea, diviso appunto, grosso modo, tra chi sostiene la
“poesia lirica” e chi la cosiddetta “poesia di ricerca” e gioca la partita
proprio sulla postura dell’io e della soggettività, avvertita quest’ultima come
ancora efficace o, viceversa, ormai inefficace. Ciò detto, per quel che
riguarda chi parla in questo momento, persino le espressioni “poesia lirica” e
“poesia di ricerca” sono svuotate di senso per eccesso di utilizzo, divenute ormai
formule di lesta comprensione, etichette assiologiche – si potrebbe forse più
produttivamente recuperare locuzioni come “poesia di stampo tradizionale”, o
“di ascendenza petrarchesca”, e “poesia di stampo dantesco e poi modernista” –
e, soprattutto, la partita di cui sopra non dovrebbe giocarsi tanto e
pregiudizialmente su soggettività o non soggettività (esiste infatti ancora una
lirica alta così come esiste una poesia sperimentale, aliena all’io, che è
mediocre e scimmiottante) quanto, più semplicemente, sulla qualità
poetica. Se il soggetto poetante non ha nulla di interessante da dire o è
allineato al solito sfogo effusivo-sentimentale è bene che la poesia rimanga un
esercizio privato, a maggior ragione se non si trovano modi di qualità per il
dire: il già noto, il già fatto – mutatis mutandis, le pose di
Martini e i colli di Parmigianino – se va detto, va detto in modo personale,
con ciò intendendo non “intimo” ma inconfondibile, “stilisticamente
riconoscibile”, alla maniera di Modigliani. Se non si trova un modo nuovo per
dire l’interiorità semplicemente ci si allinea all’estrinsecazione continua
dell’io sui social in cui si dà perennemente tutti libero sfogo a inquietudini
varie, delusioni d’amore, traumi infantili eccetera… Proprio i social, con la
loro semplificazione e banalizzazione comunicativa, in cui il posizionamento è
sempre quello dell’io (ipertrofico), rendono oggi ancora più problematico e
complicato, dal mio punto di vista, l’approccio lirico, perché per risultare
inconfondibili e riconoscibili bisogna stagliarsi non solo dalla tradizione
poetica ma anche da quel tipo di comunicazione massificata in cui a predominare
è il linguaggio corrente, convenzionale, stereotipato di cui sopra. Non che la
soluzione risieda nella coltivazione della ricercatezza estetica, un po’ perché
la ricerca del bello e del virtuosismo linguistico nell’arte verbale è
anch’essa già stata praticata in lungo e in largo e dall’illud tempus della
parola, e un po’ perché i nostri tempi, all’insegna dell’immagine si diceva,
sono anche caratterizzati da un’estetizzazione massiccia e soverchiante, dalla
pubblicità alla moda alla cura del corpo ai complementi d’arredo alla creazione
di contenuti online eccetera, e quindi una poesia estetizzante rischia di
apparire (o scomparire) come ideologicamente allineata e confusa in questo
flusso – o brodo – estetico di massa in cui siamo immersi.
L’unica via di
fuga, sempre per chi parla, ovviamente, risiede allora, nella complessità del
testo poetico: un testo, cioè, che non sia immediatamente fruibile e
comprensibile come lo è il già noto, il già fatto – ovvero esauribile proprio
come un prodotto di consumo, un prodotto usa e getta –, pertanto, un testo che
non sia riducibile o riconducibile a formule facili, a etichette, a diluizioni
e facilitazioni del senso. Con questo non s’intenda un testo necessariamente
“difficile”, giacché, per esempio, una qualsiasi opera poetica può presentare
un dettato linguistico piano, semplicissimo, ed essere comunque complessa per
stratificazione o sovrabbondanza di senso e per capacità di ingaggiare col
lettore un dialogo che non sia di circostanza, tanto per tornare al nostro
punto di partenza. Se si adotta il criterio della complessità come giudizio di
valore si esce dalle pastoie del binomio “poesia lirica”-“poesia di ricerca”
poiché la qualità della complessità è trasversale, disappartenente all’uno e
all’altro campo in quanto rispondente, senza compromessi, di volta in volta,
solo a sé stessa. Ecco, per chiudere, sento di poter dire che in questa sede,
pur nella legittima eterogeneità dei gusti e delle vedute dei giurati, che
peraltro sono sempre giusta e necessaria garanzia di equanimità per chi
partecipa a un concorso, hanno alla fine prevalso sugli altri quei testi che
presentavano un maggior livello di complessità (leggi: creatività, peculiarità…
e tutto quanto siam venuti dicendo prima) e, di conseguenza, un minor grado di
prevedibilità e scontatezza di dettato e d’immaginario.
Oggi, ogni discorso di “verità” deve fare i conti con il
nostro Zeitgeist, con il nostro “spirito del tempo” in cui il ruolo
centrale è svolto dalla scienza, anzi dalla tecnoscienza, come cultura della
verità oggettiva, sperimentale, fattuale. Il suo strapotere è riaffermato di
continuo dai successi applicativi, dalle rivoluzioni tecnologiche e si articola
strettamente con la concezione economica capitalistica che anima questa
innovazione continua, e con una visione nichilista del mondo nel senso che in
esso non vi sono che le cose, gli oggetti della presa tecnoscientifica. La
concezione della scienza moderna, di stampo galileiano (prima metà del ’600),
si è sviluppata attraverso due secoli di evoluzione, raggiungendo il suo pieno
riconoscimento filosofico con il Kant della ragion pura che ne ha stabilito le
condizioni di possibilità, fino a trovare, nel positivismo, il suo legame
profondo con la tecnica. La scienza positivistica è, di fatto, ancora oggi
dominante, se non nell’accademia, sicuramente nello spirito del tempo, basti
pensare per esempio ai paradigmi prevalenti nella medicina. Si tratta di una
scienza dell’ordine, delle leggi, dell’antropocentrismo, della gerarchia. A
fronte di essa, è sorta una reazione filosofica fortemente presente nel
pensiero della “linea maggiore”[ii]
del ’900. Una forte opposizione il cui argomento centrale è, in sostanza, che
la scienza non coglie la vita, la riduce entro schemi astratti, freddi, non ne afferra
la complessità. L’accusa, come sintetizza Heidegger, è che essa «non pensa»[iii]
se non nella forma del “pensiero calcolante” che riduce l’essere a istanze
puramente utilitaristiche, quantitative ed economiche. Husserl, nella sua famosa
opera La crisi delle scienze europee scrive: «Nella miseria della nostra
vita – si sente dire – questa scienza non ha niente da dirci. Essa esclude di
principio proprio quei problemi che sono i più scottanti per l’uomo, il quale,
nei nostri tempi tormentati, si sente in balìa del destino: i problemi del
senso o del non-senso dell’esistenza umana nel suo complesso»[iv],
frase simbolica di quella temperie. Però qui non mi interessa approfondire
questo tema molto consolidato, che comunque rimane un riferimento fondamentale.
Questa è la critica che la filosofia “maggiore” avanza verso la scienza
“maggiore”. L’intento, qui, è un altro.
Un punto di vista diverso
Mi interessa invece spostarmi sul canone “minore”
nell’accezione ronchiana, e riesaminare il problema da un altro punto di vista,
quello della filosofia dell’immanenza assoluta. Se partiamo dal lavoro di
Bergson, troviamo in lui una forte critica alla scienza del suo tempo, che era
il tempo del trionfo positivistico. Viene subito alla mente la sua immagine
della scienza come tangente alla vita (in L’evoluzione creatrice),
incapace di inseguirla nella sua sinuosità. Però Bergson riconosce alla scienza
la capacità di comprendere la materia grazie a una sorta di consustanzialità
tra intelletto e materia stessa. Le due istanze sono sorte insieme, sono
intrecciate. Questo è interessante, dà fondamento al successo conoscitivo e
tecnico della scienza, anche se Bergson ne limita il terreno di gioco poiché
l’ambito dello slancio vitale, della durata – cioè il vitale in quanto continuo
farsi del nuovo – non è, secondo lui, coglibile dalla scienza. In ogni caso, in
questo approccio, la contrapposizione filosofia/scienza si indebolisce, si
anticipa un orizzonte che sarà quello di alcuni pensatori e scienziati
successivi che concepiranno una scienza che riesce a seguire, per così dire,
“qualche” sinuosità del vitale, che non è estranea all’assoluto, che «bagna in
questo assoluto»[v], che è
in grado di toccare il reale. Qui si inserisce la distinzione di Deleuze e
Guattari tra “scienza regale” e “scienza nomade”[vi].
La scienza regale è scienza di Stato, regolatrice, che fissa le leggi, le
forme, i teoremi, preferisce i corpi solidi, fa riferimento a un modello
“ileomorfico” materia/forma, concepisce lo spazio come “spazio striato”,
metrico, euclideo, in una logica arborescente, in cui i concetti sono ordinati
e gerarchizzati. La scienza positivistica ne è un perfetto esemplare[vii].
La scienza nomade si focalizza invece sui flussi di cambiamento continuo, sui
campi di forza, sull’evoluzione creatrice, su uno spazio liscio, non metrico,
desertico rispetto all’azione dei codici. Essa ospita «molteplicità non
metriche, acentrate, rizomatiche, che occupano lo spazio senza “contarlo” e che
non è possibile “esplorare se non camminandovi sopra”»[viii].
Non siamo più, qui, nel paradigma laplaciano del sistema di equazioni che
descrive il mondo, ma siamo piuttosto dentro il flusso del processo. I due autori
tracciano anche un collegamento tra le due modalità di scienza. La scienza
nomade in contatto con la “macchina da guerra” (come i due autori chiamano non
la macchina militare, ma il continuo concatenarsi deterritorializzante dei
flussi di forze vitali non catturate dall’apparato) viene sottoposta alla
“cattura” da parte dello Stato che la istituzionalizza, la censura, la
normalizza e ne fa scienza regale. Il libero e fluido operare di Archimede
diviene la struttura surcodificante di Euclide.
La scienza nomade in atto
Ma dove, concretamente, vediamo la scienza nomade in atto? Certi
aspetti della meccanica quantistica, della relatività, della teoria della
complessità, delle moderne neuroscienze corrispondono all’approccio nomade. Un
esempio è “l’autopoiesi” (Maturana e Varela, primi anni ’70), introdotta
nell’ambito della biologia e poi acquisita dalla teoria della complessità, che
indica la capacità degli esseri viventi di auto-organizzarsi, costituirsi,
ripararsi, esprimendo l’idea che la vita è pervasa da un movimento di coesione
interna, di creazione continua, non catturabile dagli approcci riduzionistici,
i quali si concentrano sulle singole parti, sulle funzioni specifiche, non
colgono l’insieme in atto del vitale. Anche istanze come l’epigenetica e la
neuroplasticità tendono ad avere un tratto “nomade”, a porsi come prospettive
relazionali, aperte e multidisciplinari, in forte dialogo con il livello
esperienziale della vita. La scienza nomade ha un suo proprio “discorso del
metodo”. Essa prende le mosse dall’idea del reale come “non dato”, come
continua creazione, non ricerca leggi sottese immutabili, ma piuttosto
“collabora” con questo tessuto diveniente, si mescola ad esso, ne segue le
sinuosità, ne fa parte, in un’esperienza in cui soggetto e oggetto si
intrecciano. Come osserva Ronchi, l’epistemologia si volge al pragmatismo. Un “fatto” scientifico è allo stesso
tempo un qualcosa di “fatto nel senso di fabbricato”, ovvero è una
rappresentazione delle cose, un oggetto/modello creato dallo scienziato (e, in
tal senso, i filosofi fenomenologici rimproverano agli scienziati realisti di
credere alla “oggettività” delle loro conclusioni, di confondere la “verità”
con le rappresentazioni); ed è, contemporaneamente, un “fatto nel senso di un’istanza
reale”, qualcosa che “bagna nell’assoluto”. L’affermazione scientifica è,
insieme, un feticcio e un fatto, un “fatticcio”, usando la celebre espressione
di Latour, un qualcosa di costruito con un suo senso “operativo” e, insieme,
una effettiva capacità di catturare elementi del reale. Quindi, il “fatticcio”
scientifico fa segno a un’istanza che è, al contempo, paradossalmente, sia
inventata sia reale. Che è, simultaneamente, nel dominio della volontà e in
quello della rappresentazione. Che si va facendo, che non è data una volta per
tutte come non è dato il mondo. Famoso l’esempio della scienza che “inventa” il
neutrino[ix]
e poi lo scopre come esistente. Vi è qui il paradossale superamento della
distinzione tra ciò che esiste in sé e ciò che è fabbricato, perché questa
netta distinzione ha senso solo nella prospettiva della scienza regale che è
eminentemente trascendente, in quanto riferita a una metafisica di leggi eterne
e immutabili che ordinano e riordinano il reale. In tale prospettiva, il
divenire è concepito solo come riorganizzazione di elementi fissi mentre, per
l’empirismo assoluto, l’esperienza è invece l’alveo della creazione continua
del nuovo e la scienza partecipa a questa durata creativa con le sue stesse
produzioni. Anche la psicoanalisi dell’ultimo Lacan, che si allontana dalla
regalità dello strutturalismo, con un approccio che punta alla singolarità
assoluta del soggetto, si può forse collocare nell’orizzonte di questo
nomadismo scientifico.
In conclusione,
la scienza nomade è una scienza immanente, non trascendente.
Bagna nell’assoluto, non lo sottomette al concetto, non lo “supplizia” in senso
rimbaudiano. Studia forze, energie, materia, ma non riduce il cosmo a un
sistema “dato” di interazioni tra queste istanze. Nomade perché non si arresta
su nessuna struttura consolidata, ma rinuncia alla forza granitica dell’universalità
(le leggi e i principi come metafisica del trascendente) per attualizzarsi nel
tessuto vivo e mutevole dell’esperienza. Una scienza che dialoga con la praxis
del vivente e che interseca il reale, lo incide concretamente con i suoi gesti
tecnici, pur mantenendo la stessa forza visionaria e la stessa precarietà delle
espressioni artistiche. Essa prospetta una “nuova alleanza”[x]
sia con la filosofia che con l’arte. Senza le protezioni della trascendenza, ma
dentro lo slancio eternamente in atto della sostanza vivente.
[ii] R.
Ronchi, Il canone minore – Verso una filosofia della natura (Feltrinelli,
2017) dove è posta la distinzione tra la linea maggiore, in larga parte di
stampo fenomenologico, e la linea minore dell’immanenza assoluta
[iii] La
famosa affermazione proviene da un corso universitario tenuto a Friburgo nel
1951-52, successivamente pubblicato (in italiano il riferimento è il libro Che
cosa significa pensare?)
[iv] E.
Husserl, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale,
trad. it., fonte: blogphilosophica.wordpress.com
[ix] Ronchi,
op. cit. p. 51, in cui ci si riferisce a un saggio di I. Stengers
[x] Questa
espressione è proprio nel titolo di un saggio di Prigogine e Stengers, La
nuova alleanza. Metamorfosi della scienza (1979), testo fondamentale
nell’ambito della teoria della complessità.
Pagina dedicata all'opera Minnie Pinnikin, di
Beatrice Hastings, a cura di Maristella Diotaiuti, Selvatiche Edizioni-Seed,
2006, traduzione di Francesca Del Moro (opera raccolta da Le Cicale Operose).
destiniamo a questa pagina del blog materiale dedicato alla nuova pubblicazione, Minnie Pinnikin, opera finora inedita (eccetto alcuni lacerti funzionali ad altri
lavori) che Hastings cominciò a scrivere a Parigi nel 1914. Protagonisti della
narrazione sono se stessa e Amedeo Modigliani.
Minnie Pinnikin è stato presentato, in prima assoluta,
domenica 12 luglio 2026, in occasione della ricorrenza della nascita di Amedeo
Modigliani. La presentazione si svolgerà nell’ambito dell’evento, a cura de Le
Cicale Operose (Maristella, Federico), dedicato a Amedeo Modigliani ("Per Amedeo Modigliani", II Edizione) presso il
locale e il grande Giardino dell’800 di corso Amedeo, 101, presidio culturale fondato
da Le Cicale Operose nel 2016 e dall’8 marzo 2026 sede di Salus Bistrot e Opus Lab
-Spazio Creativo - ASD APS.
14.
Il segnalibro de Le Cicale Operose per Minnie Pinnikin.
Con l’acquisto di una copia del volume di Minnie Pinnikin,
di Beatrice Hastings, Le Cicale Operose dona al gentile lettore un segnalibro
plastificato raffigurante la scultura di Modigliani custodita per lunghi anni
da Hastings, “strappata a un angolo consacrato ai rifiuti di secoli”
(traduzione di Chiara Serani), scultura considerata “scarto” dal grande artista
livornese, probabilmente in ragione di una sbrecciatura sopra l’occhio della
scultura.
Sul segnalibro è riportato il seguente frammento della
magnifica riflessione di Hastings a partire dalla scultura: “L’intera testa
sorride imperturbabile nella contemplazione della conoscenza, della follia, della
grazia…” (traduzione di Chiara Serani).
Grazie a Beatrice, possiamo ancora oggi ammirare la scultura.
Dati e fonti precise sono riportati nel volume Minnie Pinnikin.
Per ordinare la copia con il segnalibro in regalo: lecicaleoperose@gmail.com
13.
Giornata Per Amedeo Modigliani - II Edizione, a cura de Le Cicale Operose, 12 luglio, 2026.
In apertura della premiazione del concorso di poesia "Per Modigliani", brevi appunti di Maristella
Diotaiuti su Modigliani.
In un articolo del 1915 del The
New Age, scrivendo di Modigliani, Beatrice Hastings afferma che “Il povero
artista non avrà voce in capitolo quanto alla propria immortalità - ma in fondo
non credo che gli artisti comprendano davvero l’immortalità, né che se ne
curino troppo” (traduzione di Chiara Serani). Hastings qui ci dice che l’artista
Modigliani è immortale anche senza averne consapevolezza. Ed è vero che Modigliani
è artista immortale, è dentro un presente assoluto, in un continuo divenire, nasce
continuamente attraverso la sua arte, e lo fa anche ogni volta che guardiamo
una sua opera, ci emozioniamo, riflettiamo, ne parliamo.
Un artista come Modigliani è
sempre moderno, sempre contemporaneo, come diceva Edmond Jabes (un poeta
francese di origine ebraica che molto ha in comune con Modigliani), “la
modernità è l’insuperabile”, la sua arte è insuperabile, nella resa, nell’
esito estetico, nella sua sperimentazione, nella sua unicità.
Modigliani non è appartenuto a
nessuna scuola e non ha fatto scuola, la modernità della sua opera si deve
intendere anche come apertura radicale, interrogazione continua, accettazione
della ferita, della frammentazione, dove ogni certezza è superata dal dubbio e
dal vuoto, e sappiamo quanto tutto questo è nell’arte di Modigliani ha agito
enzimaticamente ma anche dolorosamente, traumaticamente, tanto da diventarne
materia incarnata, costitutiva, sorgiva del suo fare artistico, della sua
sensibilità artistica e della sua
sperimentazione, ed anche della sua sensibilità poetica.
Perché Modigliani è anche poeta,
ha scritto poesie, aveva una profonda cultura umanistica, e un amore
particolare, una predilezione per la poesia, si circondava di poeti-amici e di
donne poetesse, conosceva Dante, recitava la Commedia...ed anche tra la sua
pittura e la poesia c’è una profonda connessione, pur nelle loro specificità,
si nutrono delle medesime istanze delle stesse urgenze, esiste una comune
materia di ispirazione.
Forse la poesia permetteva a Modigliani
più della pittura, proprio per la sua specifica qualità di medium, per la
capacità che la poesia ha di dire l’indicibile, di scendere in territori altrimenti inaccessibili, per la sua capacità di scavo, (Giorgio Caproni paragonava i poeti a dei
minatori) quindi un mezzo privilegiato per mettersi in contatto con quella zona
oscura, sommersa in cui tanto Modigliani si è calato per toccare e far
riemergere quella che lui chiama
“anima”, che non è l’anima comunemente intesa ma un’entità’ vastissima, che comprende
moltissime cose per Modigliani, anche il suo essere artista, l’essenza della
sua arte la cui definizione lo ha
accompagnato e tormentato per tutta la
vita (forse la poesia poteva mettere le pupille in quegli occhi cavi).
Se molto della pittura
ritroviamo nella poesia di Modigliani è vero anche il contrario: molta poesia è
visibile nella pittura di Modigliani e probabilmente parte della forza, della
bellezza, della potenza che ti investe
soprattutto quando li guardi dal vivo (a me è capitato visitando la
mostra qui a Livorno). Quel quid in più nei suoi quadri che si fa luce, energia
vitale, vortice sensoriale, è dovuto
alla poesia, che Modigliani non solo frequentava come mezzo espressivo ma che
viveva in prima persona, con e nella la sua stessa vita.
M.D.
12.
Giornata Per Amedeo Modigliani - II Edizione, a cura de Le Cicale Operose. 12 luglio, 2026.
Ore 19:00 : presentazione di Minnie Pinnikin, di Beatrice Hastings, a cura di Maristella Diotaiuti, traduzione di Francesca Del Moro, Selvatiche Edizioni, 2026. Chiara Serani in dialogo con Maristella Diotaiuti.
Appunti di Chiara Serani per la presentazione di Minnie Pinnikin
Quello che
esce per Selvatiche Edizioni a cura di Maristella Diotaiuti è un piccolo libro
composito: oltre alla novella inedita di Beatrice Hastings che gli dà il
titolo, Minnie Pinnikin, e alla sfaccettata prefazione della
curatrice, contiene infatti altri materiali, a firma di Federico Tortora e
Mario Di Chiara, anch’essi rilevanti per arricchire la nostra conoscenza di due
artisti, uno letterario – la stessa Hastings – e uno visivo – Amedeo
Modigliani. È questo un libro fecondo, dunque, che ci parla in vari modi di due
personalità per certi versi affini, perché eclettiche, eccessive, geniali … e
che ci aiuta a ricostruire una storia finora doppiamente sommersa: quella
d’amore tra BH e AM – quando si pensa alle passioni del pittore livornese
vengono sempre in mente Anna Achmatova (1910-1911) e Jeanne
Hébuterne (1917-1920) – e anche quella della sola BH. Invero, questa
pubblicazione non solo le restituisce il suo ruolo nella vita di AM ma
rappresenta un ulteriore tassello di quel viaggio di (ri)scoperta che Diotaiuti
e Tortora hanno da anni amorevolmente intrapreso, cercando di ricollocare BH
sulla scena modernista del suo tempo, scena da cui i suoi contemporanei prima e
gli studiosi poi l’hanno a lungo esclusa, in parte anche (ma non solo) a causa
del suo carattere poco accomodante e della sua radicalità politica, che
all’epoca ne fecero un bersaglio anche per le femministe sue coeve, le quali
giudicavano le sue posizioni troppo estreme.
Riguardo alla
storia d’amore di Hastings con Modigliani sappiamo comunque che fu vissuta a
Parigi negli anni tra il 1914 e il 1916; lei vi era arrivata per delle
corrispondenze per l’importante rivista socialista per cui lavorava, «The New
Age», e lui, come sappiamo, inseguendo la sua arte dai lidi toscani. Sappiamo
inoltre, a parte il fatto che fu ritratta da Modigliani una decina di volte,
che BH possedette e salvò dall’abbandono una testa in pietra di AM, che, come
ci racconta lei stessa, l’artista aveva cominciato a scolpire e aveva poi
abbandonato; al che lei l’aveva salvata dalla spazzatura – letteralmente – col
desiderio di non separarsene mai se non per consegnarla, dirà, a un poeta –
perché in fondo solo gli artisti, sosterrà, sono in grado di comprendere e
apprezzare appieno gli altri artisti. E negli apparati biobibliografici che
accompagnano la novella, possiamo leggere, grazie alla ricostruzione precisa e
puntuale di Tortora e di Di Chiara, proprio la storia di quella testa, che ora
si trova conservata presso l’Harvard Art Museums, nel Massachusetts.
Tuttavia,
sulla relazione tra BH e AM alcuni biografi sembrano non essere del tutto
concordi, non tanto circa la veridicità del rapporto, che è ben attestato,
quanto sulla sua rilevanza e le modalità in cui si consumò, tanto che a volte,
nelle biografie di Modigliani, BH viene superficialmente liquidata in poche
righe, per esempio come una sorta di fanatica occultista – per il suo essere
stata una teosofa – da tenere ben lontana dal Secondo altri biografi invece BH
supportò e incoraggiò considerevolmente Modigliani, tanto che, per esempio,
come si legge a pp. 102-103 del libro, nella sezione biografica a cura di FT,
Charles Douglas scrisse:
La “poetessa
inglese” fece tutto il possibile per tenere Modigliani lontano dai guai,
aiutandolo e incoraggiandolo a lavorare. Dal momento che egli dipinse alcune
delle sue opere migliori nel periodo della loro convivenza, gli amanti
dell’arte hanno ben donde nell’esserle grati. Ma la storia della loro relazione
può essere raccontata solo da lei. Chissà, magari un giorno scriverà le sue
memorie, e allora del vero carattere di Modigliani sapremo più di quanto
chiunque altro abbia saputo rivelare fin qui.
Questa
predizione ci dice quindi dell’assoluto rilievo di questo libro, che per la
prima volta dà voce alla “poetessa inglese” – che poetessa solo non fu, ma
anche saggista, romanziera, giornalista – e, attraverso di lei, ci mostra
aspetti nuovi della vita e del carattere dell’artista livornese e con modalità
letterarie originalissime. Non a caso, anni dopo la fine della loro relazione,
la stessa BH, come si legge a p. 101, avrebbe scritto:
La biografia
di un artista può solo essere fatta da un altro artista, e dunque il lavoro
dovrebbe essere completamente “costruito sull’immaginazione”, come lo è un
artista. Questi tipi comuni che scarabocchiano il loro miserabile “ficcanasare”
non hanno niente a che fare con noi. Quando qualche critico futuro vorrà sapere
come io vedessi la vita e le persone, prenderà il mio Minnie Pinnikin, fino a
ora non stampato.
Ma infine
stampato, possiamo dirlo, grazie a Diotaiuti e Tortora. E quel che è certo è
che in queste pagine la memoria di BH mette insieme un resoconto, appunto,
immaginifico: fiabesco, circense, surreale, meraviglioso (nel senso che Tzvetan
Todorov attribuiva a questo termine, e cioè proprio di quel genere narrativo in
cui gli eventi soprannaturali vengono accettati come normali sia dai personaggi
sia dai lettori, senza richiedere spiegazioni razionali. E del resto, a p. 60,
il personaggio di Minnie Pinnikin dichiara: “Non tutto quel che c’è da sapere è
sempre logico”). L’amore con Modigliani diventa quindi nella penna di Hastings
un racconto che si svolge all’insegna dell’immaginazione, ma anche denso di
ironia stralunata – qui si pensa alle avventure dell’Alice di Lewis Carroll e
ai suoi nonsense – e di buffa comicità – e qui si pensa invece alla slapstick
comedy, che proprio all’inizio del Novecento impazzava, con le sue gag
fisiche e acrobatiche, le cadute, gli inseguimenti, gli schiaffi, e il suo
ritmo veloce. Un racconto che la coltissima BH costruisce inseguendo la propria
fantasia anarchica, prorompente, che ci restituisce un AM insolito, addirittura
sdoppiato in una sorta di dottor Jekyll e Mr. Hyde, cioè in due personaggi
antitetici, il generoso e giocoso e gioioso Pâtredor e l’egocentrico, avaro,
vanesio, irascibile, meschino Bompas-Artista-Pittore. Due anime in un solo
corpo che sembrano prendere vicendevolmente il sopravvento, anche se nella
notevole invenzione di BH – certo in linea con gli sviluppi della psicoanalisi
freudiana, e ricordiamo che la scrittrice era non solo colta ma assai attenta
agli indirizzi filosofici, politici, artistici del suo tempo – i due sono in
scena contemporaneamente, come due gemelli diversi, con Bompas che ha quasi
sempre il ruolo di guastafeste, una specie di ombra junghiana che segue Minnie
Pinnikin-BH e Pâtredor ovunque vadano in questo mondo incantato la cui
topografia è sì quella parigina reale ma che, nel suo essere fatto di feste,
fiere, gatti parlanti, donnine allegre, scimmie ammaestrate, fattucchiere…
altro non è che il palcoscenico della mitica-irreale-surreale Parigi degli
artisti tra fine ’800 e inizio ’900. C’è da aggiungere che, come spesso accade,
anche in questo caso il villain di turno, il “cattivo”, ruba quasi la
scena al suo antagonista, accentrando su di sé l’attenzione, perché, almeno a
mio parere, la figura del grossolano ma tormentato, angosciato Bompas predomina
su quella tenera e solare di Pâtredor – “nel bene non c’è romanzo”, come
notoriamente affermava quello – e con ogni evidenza BH conosceva assai bene
l’umoralità e i demoni di Modigliani, le sue sregolatezze e dismisure, pur non
apparendone intimidita: Hastings era donna eccezionalmente forte e assertiva,
di grande piglio, capace di tenere testa ai suoi numerosi interlocutori e
sottrattori maschili (e femminili), e difatti non sembra nutrire alcuna
soggezione per la figura di AM, che anzi spesso sbeffeggia, enfatizzandone i
difetti, le spigolosità, pur sempre, però, con una tenerezza e una levità che
sono cifre distintive di Minnie Pinnikin.
È questa
un’opera, per concludere, che al di là del dato biografico o autobiografico, è
sicuramente interessante e valevole di per sé, intanto perché al di sotto della
vicenda personale tra BH-MP e AM-Pâtredor-Bompas si cela prima l’universale di
ogni storia d’amore – e soprattutto d’innamoramento, il quale proietta chi lo
vive in una dimensione in cui non c’è posto per la razionalità e in cui tutto è
scoperta continua, invenzione continua, creazione continua – e poi un nucleo
concettuale di riflessione metapoetica sull’arte come gioco e tormento (due
facce di una stessa medaglia, suggerisce BH) e su quel Giano bifronte che è in
fondo ogni creatore, soprattutto nella visione estatica e decadente degli
artisti dell’epoca. Si tratta di una riflessione, insomma, sulla necessità di
trasfigurare artisticamente il dato di realtà per accedere al Reale (che dietro
la realtà si nasconde, ci ha svelato Jacques Lacan) ma anche, forse, di
accettare che, sempre nell’arte, il ludos, una delle facce di eros,
e thanatos, non possano fare a meno l’uno dell’altra, la spinta
vitale e quella mortifera.
Chiara Serani
11.
Giornata Per Amedeo Modigliani - II Edizione, a cura de Le Cicale Operose. 12 luglio, 2026.
Ore 19:00 : presentazione di Minnie Pinnikin, di Beatrice Hastings, a cura di Maristella Diotaiuti, traduzione di Francesca Del Moro, Selvatiche Edizioni, 2026. Chiara Serani in dialogo con Maristella Diotaiuti.
LETTURE A CURA DI LAURA GIULIBERTI E GIUSEPPE GIANNOTTI, POETI,
per la presentazione del volume "Minnie Pinnikin", di Beatrice Hastings, a cura di Maristella Diotaiuti, traduzione dal francese di Francesca Del Moro, Selvatiche Edizioni, 2026.
Chiara Serani ha introdotto la curatrice.
Nel video: un estratto delle letture.
10.
Minnie Pinnikin. Il libro.
𝑀𝑖𝑛𝑛𝑖𝑒 𝑃𝑖𝑛𝑛𝑖𝑘𝑖𝑛, di Beatrice Hastings, a cura di Maristella Diotaiuti, traduzione di Francesca Del Moro. Selvatiche Edizioni - Seed, Lesa (No), giugno 2026 – collana Mostruose. Impaginazione a cura di Miriam Romeo. Immagine in sovra copertina di Patrizia Pollato.
Prefazione di Maristella Diotaiuti. Articoli critici di Federico Tortora (𝐿𝑎 𝑠𝑎𝑙𝑣𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎 𝑝𝑟𝑒𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑖 𝐵𝑒𝑎𝑡𝑟𝑖𝑐𝑒 𝐻𝑎𝑠𝑡𝑖𝑛𝑔𝑠 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑣𝑖𝑡𝑎 𝑑𝑖 𝐴𝑚𝑒𝑑𝑒𝑜 𝑀𝑜𝑑𝑖𝑔𝑙𝑖𝑎𝑛𝑖 𝑑𝑎𝑙 1914 𝑎𝑙 1916. Traduzioni di Chiara Serani e Marina Petri) e di Mario Di Chiara (𝑆𝑢𝑙𝑙𝑒 𝑡𝑟𝑎𝑐𝑐𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑐𝑢𝑙𝑡𝑢𝑟𝑎 𝑑𝑖 𝑀𝑜𝑑𝑖𝑔𝑙𝑖𝑎𝑛𝑖 𝑠𝑎𝑙𝑣𝑎𝑡𝑎 𝑑𝑎 𝐻𝑎𝑠𝑡𝑖𝑛𝑔𝑠. 𝐵𝑖𝑏𝑙𝑖𝑜𝑔𝑟𝑎𝑓𝑖𝑎 𝑑𝑖 𝑠𝑖𝑛𝑡𝑒𝑠𝑖 1954-2010).
ISBN | 979-12-81923-2-18. 120 pagine. Sovracopertina 𝑠𝑜𝑓𝑡 𝑡𝑜𝑢𝑐ℎ, titolo e fiore in rilievo. Misure: 19x13,5 cm.
Questo libro è stato pubblicato grazie all’opera di ricerca e studio di Maristella Diotaiuti e Federico Tortora (Le Cicale Operose). Testo raccolto da Le Cicale Operose al MoMa, New York e in un periodico d’epoca.
Selvatiche Edizioni - Seed, Casa Editrice indipendente, “𝑛𝑎𝑠𝑐𝑒 𝑛𝑒𝑙 2024 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑝𝑜𝑛𝑡𝑎𝑛𝑒𝑖𝑡𝑎̀, 𝑑𝑎𝑙𝑙’𝑎𝑢𝑡𝑒𝑛𝑡𝑖𝑐𝑖𝑡𝑎̀, 𝑙𝑖𝑏𝑒𝑟𝑎 𝑛𝑒𝑙 𝑝𝑒𝑛𝑠𝑖𝑒𝑟𝑜, 𝑑𝑖𝑓𝑒𝑡𝑡𝑜𝑠𝑎, 𝑚𝑜𝑠𝑡𝑟𝑢𝑜𝑠𝑎, 𝑓𝑎𝑚𝑒𝑙𝑖𝑐𝑎, 𝑙𝑢𝑛𝑎𝑡𝑖𝑐𝑎, 𝑣𝑢𝑙𝑐𝑎𝑛𝑖𝑐𝑎 𝑒 𝑖𝑛𝑑𝑖𝑔𝑒𝑛𝑎” di una giovane Editrice, Monica Zanon. Le Cicale Operose ha scelto Selvatiche Edizioni - Seed per l’estrema cura che l’Editrice impiega nel produrre il libro (che potete ammirare nelle foto), ed inoltre molte di queste definizioni che connotano l’agire della Casa Editrice sono altrettanto calzanti per definire la personalità di Beatrice Hastings, spirito indomito e ribelle, la quale ha sempre rivendicato, con la sua voce libera, oppositiva, dirompente, la propria selvatichezza.
Per motivi di ordine etico e per delicatezza, non volendo
cioè strumentalizzare il grande artista livornese né cadere nella narrazione aneddotica
sulla loro relazione, abbiamo sistematicamente evitato di associare Beatrice
Hastings ad Amedeo Modigliani nel pubblicare questi primi cinque volumi che
raccolgono opere inedite di Beatrice Hastings. Inoltre, le sue opere meritavano uno
sguardo circoscritto alla dimensione letteraria.
D’altra parte, fino al nostro lavoro di raccolta dei testi inediti
di Beatrice Hastings, pochi ricercatori sapevano dell’esistenza di sue opere e
della sua attività di giornalista e scrittrice, mentre ne avevano sentito
parlare in relazione alla storia d’amore con Amedeo Modigliani. Ricordiamo che
fino al nostro intervento, ad esempio la pagina Wikipedia conteneva poche righe
su Hastings, descrizioni scarne, approssimative, poco o per nulla veritiere,
come poco veritiera è una certa perenne narrazione denigratoria a danno di
entrambi.
Restare sulla soglia è stato, quindi, il nostro imperativo.
Ma adesso, con il ritrovamento del dattiloscritto Minnie
Pinnikin, di imminente pubblicazione con Selvatiche Edizioni-Seed, è la stessa
Beatrice Hastings a parlare della sua relazione con Amedeo Modigliani.
Minnie Pinnikin, scritta dall’autrice in lingua francese,
probabilmente per essere letta in occasione di una mostra d’arte collettiva al
Salon D’Antin, nel 1915, è l’unica opera in cui Beatrice parla di Amedeo, anzi,
l’artista livornese è insieme a lei protagonista della storia. Beatrice colloca
Amedeo in una dimensione immaginifica, artistica, l’unica che, a suo vedere,
può rappresentare nella sua autenticità la storia d’amore tra i due. Una
dimensione inviolata, protetta, lontana dalla “gente comune” che non può
comprendere il modo di vivere di questi artisti (l’aneddotica di cui si parlava
è conseguenza di questa incomprensione). In questa dimensione Beatrice si
compenetra nell’arte di Modigliani, la intende appieno (l’analisi dell’opera di
Amedeo da parte di Beatrice è elemento prezioso di quest’opera), Beatrice ama
Modigliani quanto ama la sua arte.
Il 12 luglio sarà
quindi un evento memorabile, la prima volta in cui sarà consegnato, attraverso
questa pubblicazione, lo scrigno che racchiude il mondo di Beatrice e Amedeo.
In foto: Amedeo Modigliani - 1914, anno in cui incontrò Beatrice Hastings.
8.
Minnie Pinnikin. Traduzione: Francesca Del Moro.
Siamo grati e riconoscenti a Francesca Del Moro, poetessa, traduttrice, per la splendida
traduzione dal francese di Minnie
Pinnikin (unica opera scritta da BH in lingua francese), per aver ritenuto Minnie Pinnikin un’opera letteraria pregevole
e meritevole di attenzione, per aver caldeggiato la nostra opera alla Casa
Editrice Selvatiche Edizioni-Seed che presto consentirà a tutte e a tutti di
leggere per la prima volta il dattiloscritto Minnie Pinnikin nella sua forma integrale. Questa preziosa
traduzione è stata resa possibile anche grazie ai 450 soci de Le Cicale Operose
che hanno contribuito, nel 2024, a sostenere il costo della traduzione insieme
a noi.
Per sempre grati!
Francesca Del Moro
È nata a Livorno nel 1971 e vive a Bologna. È
laureata in lingue e dottore di ricerca in Scienza della traduzione. Ha
pubblicato i libri di poesia Fuori tempo (Giraldi, 2005), Non a sua immagine
(Giraldi, 2007), Quella che resta (Giraldi, 2008), Gabbiani ipotetici
(Cicorivolta, 2013), Le conseguenze della musica (Cicorivolta, 2014), Gli
obbedienti (Cicorivolta, 2016), Una piccolissima morte (edizionifolli, 2017,
ripubblicato nel 2018 come ebook nella collana Versante Ripido / LaRecherche),
La statura della palma. Canti di martiri antiche (Cofine, 2019), Ex madre
(Arcipelago itaca, 2022), Questo posto buono (edizionifolli, 2023),
Sovraliminale (Progetto Cultura, 2023), L (Gattomerlino, 2024) e La metà
notturna (Bohumil, 2024). Ha curato e tradotto numerosi volumi di saggistica e
narrativa e in poesia ha tradotto le Fleurs du Mal di Charles Baudelaire (Le
Cáriti, 2010) i Derniers Vers di Jules Laforgue (Marco Saya, 2020) e una
selezione degli Chants d’Utopie di Brice Bonfanti (Arcipelago itaca, 2025). Fa
parte del collettivo Arts Factory e del Club Pavese+Tenco insieme a Federica
Gonnelli e alla fondatrice Adriana M. Soldini, con le quali ha contribuito come
traduttrice e performer ai cataloghi, alle opere di videoarte e alle
performance di presentazione delle mostre collettive di arte contemporanea
Scorporo (2011), Into the Darkness (2012) e Look at Me! (2013), nonché allo
spettacolo Rose gialle in una coppa nera dedicato a Cesare Pavese e Luigi Tenco
(2018). Propone performance di musica e poesia insieme alle Memorie dal
SottoSuono, con cui ha inciso due brani inclusi nelle compilation Leitmotiv 13
(2013) e Leitmotiv 14 (2014) prodotte da Fuzz Studio e ha partecipato alla
realizzazione del primo album omonimo (2016). Nel 2013 ha pubblicato la
biografia della rock band Placebo La rosa e la corda. Placebo 20 Years, edita
da Sound and Vision. Dal 2007 organizza eventi in collaborazione con varie
associazioni bolognesi e fa parte del comitato organizzativo del festival
multidisciplinare Bologna in Lettere.
L’ultima sua opera è la pubblicazione del volume 𝐿𝑎𝑠𝑡𝑎𝑡𝑢𝑟𝑎𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎𝑝𝑎𝑙𝑚𝑎,
Selvatiche Edizioni-Seed, 2025, illustrazioni di Jara Marzulli, postfazioni di
Anna Maria Curci e Adriana Maria Soldini.
7.
Brevi note biografiche di Beatrice Hastings. Di Federico Tortora
Per aprire il video cliccare sull'immagine. Buona visione.
5.
In appendice al volume Minnie Pinnikin troverete due articoli "bonus", di Mario Di Chiara e di Federico Tortora.
Ecco i titoli:
Mario Di Chiara: Sulle tracce della scultura di Modigliani salvata da Hastings. Bibliografia di sintesi, 1954-2010.
Federico Tortora:La salvifica presenza di Beatrice Hastings nella vita di Amedeo Modigliani dal 1914 al 1916.
I due articoli sono esiti di ricerche specifiche su Beatrice Hastings e Amedeo Modigliani, frutto di una collaborazione piacevole e avventurosa tra i due contributori, condividendo le rispettive fonti documentali certe in loro possesso, che hanno restituito una messa a fuoco sui temi trattati depurata da qualsiasi narrazione fantasiosa.
Ringraziamo Chiara Serani e Marina Petri per le traduzioni di alcuni virgolettati contenuti nei due articoli.
Federico Tortora (Le Cicale Operose): da anni raccoglie opere inedite di Beatrice Hastings affidandone le pubblicazioni, a cura di Maristella Diotaiuti, a varie case editrici italiane. È autore dei volumi "Il testamento di Jenny, Erasmo Editore, 2015 e Beatrice Hastings in full revolt, Le Cicale Operose, 2020.
Mario Di Chiara: Conosciuto come uno tra i maggiori collezionisti di fotografia dell’800, in special modo toscana, annovera nella sua raccolta ritratti originali di Amedeo Modigliani. È stato tra i relatori del convegno internazionale di studi Modigliani, ebreo livornese, 2020. Nella sua biblioteca conserva circa cento pubblicazioni su Amedeo Modigliani.
4.
Estratti da alcune note e recensioni sulle opere di Beatrice Hastings finora pubblicate a cura de Le Cicale Operose.
Per il
volume Beatrice Hastings in full revolt, a cura di Diotaiuti, Tortora, Le
Cicale Operose, 2020
“Questo libro
nasce da una urgenza e da una constatazione. La constatazione di una operazione
sistematica e violenta di cancellazione, di oscuramento, realizzata nei
confronti di Beatrice Hastings che abbiamo scoperto essere una intellettuale di
sicuro talento. Nasce dall’urgenza di restituirle il posto che le spetta di
diritto nel mondo della cultura, delle lettere e del giornalismo europeo.”
Maristella Diotaiuti, in Beatrice Hastings in full revolt.
*
“[…] riesce a passare con naturalezza dalla
repulsione per la guerra alle surreali Feminine Fables, dagli articoli in
difesa del diritto di autodeterminazione delle donne alla rievocazione del
mondo magico dei nativi africani, e infine alle poesie e ai romanzi, che
lasciano affiorare antiche e recenti lacerazioni”
Maria
Clelia Cardona, in“Beatrice va da sola”, Leggendaria n. 143, settembre 2020
*
“Se gli uomini
sono collerici e ambiziosi di solito il cerchio maschile del consenso li
giustifica; se le donne si infuriano o vogliono riconoscimento, l’antico uso
sociale le isola. […] Sono lieta perciò di ritrovare la citazione “in full
revolt” in un libro atipico dedicato a […] una scrittrice di versi, articoli,
romanzi, cancellata dalla memoria collettiva e recuperata da un team
cilentano-napoletano[…]”
Antonella
Cilento, in “La critica femminile
inquieta gli uomini”, in la Repubblica - Napoli, 22 febbraio, 2020
*
Beatrice
Hastings fa parte a pieno titolo di quella coraggiosa minoranza di
disobbedienti e di ribelli al patriarcato ma la sua contestazione è stata
profondamente radicale e politica. Parte dalle fondamenta della misoginia e
dello sfruttamento delle donne, perché affronta le caratteristiche del sistema
politico ed economico che sostiene la divisione tra un genere che opprime e un
genere che è oppresso.
Floriana
Coppola,in“Beatrice Hastings e le disobbedienti”, in Lo spazio di Atena, Versipelle, 2 maggio,
2022
*
“Il
volume Beatrice Hastings in full revolt, tra i tanti meriti, ha proprio quello
di fare luce, finalmente, sulle sue indubbie qualità di scrittrice,
giornalista, poetessa e intellettuale, che fino alla morte volontaria, avvenuta
nel 1943, affermò e praticò la sua libertà di essere, ossia di scrivere, amare,
vivere.”
Chiara Pasetti,in“L’animo
libero e rivoluzionario di Beatrice Hastings”, Il Sole24Ore, 7 marzo, 2021
*
“Se nelle Favole
femminili, la sofferenza per una condizione in cui le proprie risorse
(sensibilità, intelligenza, cultura) vengono sopraffatte dal sistema sociale
che stabilisce a priori l’inferiorità della donna, è anche vero che la dea
vince sempre. Basta seguire la propria volontà, esaudire i propri desideri, a
costo di tutto, senza demordere mai.”
“[…] La voce di Beatrice Hastings scolpisce le parole, le fa
risplendere nell’acciaio. Il suo stile è perentorio e senza tentennamenti.”
Rosa Pierno, in“Le favole femminili di Beatrice Hastings”,
in Trasversale, un percorso fra le arti, di Rosa Pierno, 22 ottobre, 2023.
*
“La sua cifra esistenziale fu l’intensità [...] La
sua scrittura è graffiante,intrisa di sentimenti forti: rabbia, sdegno,
combattività e spirito di sovversione. L’accettazione dello status quo non era
tra le opzioni possibili per lei che racconta di donne che sfioriscono
precocemente perché costrette a cedere alle aspettative sociali che le privano
di spazi di realizzazione.”
Francesca Vitelli, in Le disobbedienti: Beatrice Hastings, in Il mondo di Suk, 10 gennaio
2022
Per
gli Atti del Primo Convegno, AA.VV. Le Cicale Operose, 2021
“[…] per una
donna che vuole compiere il suo percorso di libertà, che vuole essere signora delle proprie scelte e della
propria vita, come è stata indubbiamente Beatrice Hastings, è importante poter
rispecchiarsi in donne che hanno il coraggio di rivoluzionare il ruolo loro
imposto, di trasformare se stesse e insieme il mondo in cui si sono trovate a
vivere.”
Daniela Bertelli, in“Il
peggior nemico della donna: la donna, in Atti del Primo Convegno, 2021
*
“Beatrice
Hastings può essere definita una donna di contrasti innanzitutto perché come donna
e femminista persegue con la scrittura un’esigenza di razionalità, derivante
dalla necessità di raccontare la condizione della donna del tempo,
manifestando il proprio impegno sociale e politico con voce alta e decisa […] D’altro canto, però crea su di sé un personaggio
di femmina fatale,
di donna stravagante e libera negli atteggiamenti, svincolata dalle regole
della società borghese e della morale corrente.”
Nadia Chiaverini, in“Una
donna di contrasti”,in Atti del Primo Convegno, 2021
*
“[…] troviamo nelle poesie di Hastings
un’ammirevolemaestria nell’impiego delle
varie forme e stilemi che adotta; infatti molti di questi testi raggiungono
una considerevole forza espressiva.”
Brenda Porster,in“Due
poesie”, in Atti
del Primo Convegno, 2021
*
“Una vita vissuta
fino in fondo da donna forte indipendente e coraggiosa, in perenne ricerca di
se stessa, passionale, eccentrica, spregiudicata, beffarda, impetuosa,
stracciona, esilarante, vitalissima, in
full revolt, un mix di pennellate di colore, abiti con drappeggi
violacei, rossi, verdi, accessori vistosi e burlesque, ornamenti da ironia
preraffaellita.”
Oriana
Rossi, in Beatrice Hastings, La vita sociale
e politica, in Atti del Primo Convegno, 2021
*
“In un mondo maschilista dove le donne erano
relegate essenzialmente in ruoli ancillari, l’irrompere sulla scena di
un’intellettuale di così grande spessore, non era tollerato e il fiore
dell’amaranto non poteva sbocciare.”
Elisabetta Stellato, in Beatrice Hastings, Mito e simbolo nei racconti d’Africa in Atti del Primo
Convegno, 2021
*
“[…] lo
sperimentalismo continuo non può essere indice di cambiamento, poiché
diviene esso stesso una moda e come tale perde di genuinità. Il riconoscimento
di questo paradosso è senz’altro parte integrante dell’esperienza poetica hastingsiana,
e rivela un’ulteriore particolarità dell’autrice: la piena rivolta (che è,
appunto, “piena” e non “continua”) va vissuta come stato sostanziale e
ontologico, non formale. A dover essere giudicati rivoluzionari sono quindi gli
esiti contenutistici e concettuali, non formali [..]
Simone Turco, in“Breve nota su un diverso
modernismo”,in Atti del Primo Convegno, 2021
Per il
volume Woman’s Worst Enemy: Woman, Beatrice Hastings, a cura di Maristella
Diotaiuti, Astarte Edizioni, 2022
“Il titolo, volutamente
provocatorio, nasce dalla sua opposizione ai miti della maternità che le stesse
donne promuovono e impongono alle altre donne. Hastings intende sottoporre a
critica e riformare gli atteggiamenti morali verso la maternità, verso il
parto e tutto il processo procreativo, investendo anche la sessualità e il
secolare controllo esercitato sul corpo femminile dovuto alla sua capacità
procreativa. Un corpo, né nominato e né previsto dagli atti legislativi,
considerato come semplice contenitore riproduttivo, ma indispensabile,
fondamentale per la costruzione della struttura patriarcale e capitalistica […]
Senza
Beatrice Hastings non saremmo le stesse. Giornalista, poeta, autrice, donna
senza precedenti […] Viene presa per pazza, dissoluta, incompetente. Non ha
timore a dire la parola più autentica, che è spesso la più scomoda. Della questione
dell’autenticità, in quanto volontà di dire se stesse, scriverà molto dopo
Carla Lonzi […]. Fra le molte andate perse e poi ritrovate, Beatrice Hastings è
una delle più preziose.”
Giada Bonu, dalla sua postfazione “Il
mondo prima di Beatrice Hastings. Genealogie ed eredità dei femminismi
contemporanei”, pubblicato in “Woman’s Worst Enemy: Woman”..
*
“Beatrice Hastings ha una concezione altissima
della maternità. Proprio per questo i suoi interventi sono duri e radicali e
perseguono un duplice obiettivo. Da un lato quello di non sacrificare e non
ridurre la donna al suo “ruolo” materno e, dall’altro, quello di smettere di
pensare alla maternità come una “funzione” sociale ma come a qualcosa di
irriducibile alle logiche di mercato e a qualunque forma di negoziazione
contrattuale come quella del matrimonio”
Stefania Tarantino, da L’ascesa della donna contro la tirannia della più potente passione al
mondo, pubblicato in “Woman’s Worst Enemy: Woman”.
Per il
volume Sepolcri Imbiancati, di Beatrice Hastings, a cura di Maristella
Diotaiuti, Terra d’ulivi Edizioni, 2024
“Uno degli elementi più sapienti della tecnica
di Hastings è un opportuno uso delle ellissi, fattore che, per esempio, ha in
comune con il Verga novelliere. Le sforbiciate sulla vita-non vita di Nan fanno
sì che di essa ci restino fotogrammi memorabili, quelli che attribuiscono un
senso alla sua parabola esistenziale”
Gianni Antonio Palumbo, dal suo articolo nel blog Giano Bifronte, Gianni Antonio Palumbo, 4 maggio 2024.
*
“Nella poesia “In the presence”, Hastings
definisce bene chi sono i suoi interlocutori, ovvero…praticamente nessuno!”;
“ Beatrice Hastings era in conflitto con
tutto ciò che è normato, sempre a margine di ogni pensiero che metteva in
discussione”
Silvia
Rosa, nel corso della presentazione di Sepolcri Imbiancati, di Beatrice
Hastings, 4 maggio 2024, Libreria Belgravia, Torino
*
“[L]a
riscoperta di Diotaiuti e Tortora è doppiamente apprezzabile, sia perché
ricolloca Hastings nel perimetro di quella cultura modernista britannica dai
cui contemporanei era stata estromessa a viva forza e contribuisce così ad
arricchirne il quadro generale, sia perché consegna alla tradizione della
scrittura e del pensiero femminile l’ulteriore tassello di una genealogia
ancora in larga misura da ricostruire.”
Chiara Serani, dalla nota di
lettura, in corso di pubblicazione.
*
“Hastings
amava descriversi “In full revolt”. La scrittura è stata per lei una lotta
permanente. Per questa sua vocazione ha pagato un prezzo atroce. Se negli
stessi anni qualcuno celebrava in Italia il superomismo della vita come opera
d’arte, lei, già andando oltre le colonne della modernità, sperimentava,
all’opposto, l’uso della parola come corpo vivente.”
Pasquale Vitagliano, tratto dal suo articolo Dietro ai “Sepolcri Imbiancati” di Beatrice
Hastings, Il Manifesto del 31 luglio, 2024
Per il
volume La Commedia delle Fanciulle, a cura di Maristella Diotaiuti, traduzione
di Rubina Valli, in corso di pubblicazione, Terra d’ulivi Edizioni, 2025
“[,,,]
riadatta in modo dissacrante il patrimonio letterario del medioevo europeo, e
in particolare quello maschile, irridendo la figura dell’eroe e la fissità
schematica dell’epica, al contempo mettendone in luce la ancora sconfinata
fecondità”
Dall'introduzione di Maristella Diotaiuti.
*
“Tradurre The Maids’ Comedy significa incontrare una complessità tanto
ricca quanto sfuggente, una filigrana di rimandi linguistici e culturali che
Beatrice Hastings tesse con leggerezza e abilità, più accennando che andando a
fondo, trasportando il lettore in un viaggio che è sì picaresco e scherzoso, ma
anche simile a un rito iniziatico in cui tutti i personaggi sono di volta in
volta protagonisti e, tra uno scherzo e l’altro, danno voce a idee e ideali di
grande spessore.”
Rubina Valli, dal suo articolo “Tradurre Beatrice Hastings”, pubblicato nel volume.
*
3.
Beatrice Hastings e Amedeo
Modigliani.
Numerosi biografi di Modigliani ed
altri scrittori, nel descrivere la loro avventura, si sono quasi sempre soffermati
sui soliti aneddoti più volte ribaditi. Crediamo, invece, che della relazione
tra Beatrice e Amedeo debba essere considerata l’essenza più significativa e
importante, poiché i continui confronti hanno determinato un prolifico momento
di crescita per entrambi, sul piano
artistico e intellettuale.
Due formazioni diverse ma che trovano
convergenze di idee e opinione sul gusto estetico dell’arte, sullo
spiritualismo, sul loro agire nel segno di un continuo sconfinamento in nome
dell’arte.
Un nutrimento reciproco che ha
persuaso Hastings a scrivere Minnie Pinnikin, opera parigina, finora inedita,
in cui finalmente potrete trovare la vera essenza della loro relazione, la
concezione dell’arte di Modigliani resa mediante lo sguardo di Beatrice Hastings,
grande intellettuale mai letta e quindi mai finora riconosciuta per le sue
doti, ma solo per la sistematica tessitura aneddotica, falsa e denigratoria, che ha
trascinato Hastings nell’oblio.
“La scrittura di Beatrice Hastings è
una scrittura rilevante, per originalità e bravura, per profondità e
molteplicità di contenuti, per dirompenza di passione”.
In Minnie Pinnikin troverete prova
della sua grandezza.
Federico Tortora
2.
Un piccolissimo estratto dalla prefazione di Maristella Diotaiuti per l'opera Minnie Pinnikin:
Questo è infatti, un libro utopico, invenzione e fantasia, onirico e surreale, metafisico o, meglio, patafisico ma reale. Un libro incorporeo, rarefatto e pure concreto, fisico e tangibile. Un libro ibrido di immaginazione e di realtà in cui tutto si mescola per dare vita a un universo parallelo con la sua architettura, i suoi personaggi, i suoi oggetti, speculare a quello reale ma con questo in profonda relazione e derivazione.
1.
Lasciamo, in questa clip, parole tratte dall'opera che lasciano intuire i suoi contenuti e
la visione dell'arte di Beatrice.
Ringraziamo di cuore Beppe Giannotti,
poeta Lunigianese, per aver prestato la sua voce a Minnie (Beatrice Hastings).
Buon ascolto.
Federico
Immagine nella pagina: opera di Leonora Carrington