L’angelo
sterminatore,
ovvero
Nina, l’eroina che prepara il futuro
di
Valeria Bianchi Mian
Consapevole del fatto che voi, lettori e lettrici, siete giunti alle
mie pagine dopo aver accompagnato Nina nella sua avventura investigativa,
posso senz’altro sbilanciarmi. Senza timore di svelare un segreto, affermo
dunque, a conclusione di questa fiaba nera, che «tutti vissero felici e
contenti…fino a un certo punto». Com’è giusto che sia, d’altronde, tenendo
conto del concetto autonomo di Giustizia che permea il senso di Carolina
Invernizio per la morale e regola gli equilibri all’interno del romanzo che
avete letto.
Nemesi fa capolino nell’intreccio. La dea armata di frusta è Nina
stessa, «l’angelo vendicatore». È la giovane donna scaltra, abile nell’arte
del distribuire una punizione o il perdono. Come sempre, quando c’è di mezzo
lei, non si tratta di condanne offerte dalla Legge, quanto di pene spirituali
modulate nella presa di coscienza. Là dove non agisce una Giustizia eteronoma,
Nemesi dispensa redenzioni possibili, suggerisce trasmutazioni da conseguire
dopo l’esecuzione di un delitto oppure a seguito di un’azione malvagia, e non
c’è creatura umana che possa evitare di saltellare tra il piattino dell’ideale
bontà e quello della realtà del Male, malignità che è, si sa, dote comune a
tutti, niente affatto banale, alla ricerca di un punto fermo sulla bilancia
della suddetta dea.
I «cattivissimi» di Carolina Invernizio vantano traumi infantili
da confessare, atroci ferite da lenire, un ordine genealogico da ristabilire
attraverso lo scandalo.
I «buonissimi», tutto sommato, peccano
d’ingenuità, affondano lame appuntite nel cuore di altri soggetti più o meno
innocenti, mentono con indifferenza, «a fin di bene», e transitano nella
storia combattendo la controparte oscura, aprendo varchi tra il Bene amato e
l’opposto diabolico, per poi andare alla ricerca di una riconciliazione.
La gran parte dei personaggi «inverniziani»
opera compensando posizioni che all’inizio sembrano il risultato di una divisione
in ruoli predefiniti, come giudizi scritti alla lavagna – i buoni di qua, i
cattivi di là. È mera apparenza. L’essere umano, femmina e maschio, meticcia
bassezze ad ambizioni e lo fa con dosaggio sapiente anche qui, tra le pagine di
Nina, la poliziotta dilettante, volume pubblicato per la prima volta nel
1909.
Attraverso le voci delle sue figure, personae
dalla psicologia più che moderna, l’autrice lascia che il Male risorga qua e
là con nomi e orditi differenti, fino alla fine dell’inchiostro, fino alla
chiusura della trama, costruendo il tessuto cangiante dell’animo collettivo,
annodando e ricamando contrasti, contrapposizioni, correlazioni, infine osando
una vera e propria congiunzione tra le opposte istanze che guidano l’esistenza.
Carolina Invernizio ha saputo condurre il suo
carro sulla via del dialogo tra gli opposti psichici ben prima che la psicoanalisi
arrivasse a conclusioni precise, quando Carl Gustav Jung, per esempio,
all’epoca seguace di Sigmund Freud, non aveva ancora formulato il ben noto tema
dell’Ombra, che indica quella parte «altra», individuale e collettiva,
specchio inconscio della presunzione egoica di essere, magari, adattati alle
convenzioni, del sentirsi tutti d’un pezzo, signore e signori adeguati, onesti,
gente dal pensiero lineare.
Con
l’imparzialità di Themis, dando a noi lettori e lettrici l’idea di parteggiare
a volte per i suoi «cattivi»; con la spada appuntita offerta da Dike, che
ferisce con le parole nei dialoghi arguti e accesi; con gli occhi bendati di
Iustitia, dea che sa stupirci andando a svelare composti radioattivi di
sentimenti calpestati, di dolori accumulati che per esempio causano in una
Vilda o in un Felix la distorsione dei caratteri, la nostra scrittrice soppesa
sul bilancino cuori e piume come novella Maat e genera libri che ancora oggi ci
appassionano.
Sul finale di Nina, così come in altri volumi, i personaggi
di Carolina sembrano rientrare nelle convenzioni come pecore nell’ovile,
la sera. Alcuni intellettuali che non nominerò, dichiarando i più che noti
giudizi che non citerò, si sono detti convinti di un limite conformista dietro
i trucchi trasgressivi di Invernizio.
Io scorgo piuttosto, qui come altrove, il movimento contrario:
non c’è personaggio che esiti di fronte alla possibilità d’infrangere la legge
in nome di una virtù del tutto personale. Chi più, chi meno, le figure si
votano a un rimescolamento di carte, sperando di regalare a ogni membro del
gruppo nutrite dosi di felicità terrena autodeterminata. La stessa Nina, in barba
a qualsiasi polizia, si autodefinisce «poliziotta» e agisce la propria virtù
come la cardinale Temperanza, travasando informazioni, perdoni e sentenze
senza rendere conto ad altri che a se stessa, mediando tra posizioni
conflittuali, accogliendo con saggezza la luce e il buio dentro l’animo umano.
In questa storia, che affascina e diverte tutti noi dall’inizio
alla fine, la psicopompa Carolina, armata di penna, sa condurci oltre la soglia
della morte, per attualizzare la sua Nina e offrirci una fenice metamorfica,
risorta alle acque del Po, più che dalle fiamme. Ed è il fuoco, lo spirito
igneo, a guidare l’indagine, vestendo Nina del ruolo gemellare di «Nanì»,
trasmutando la sua immagine da bruna a bionda nel doppio «Jana».
Con shakespeariani escamotage e rocamboleschi
travestimenti, con argute peripezie nelle quali non manca mai l’analisi delle
dinamiche dei personaggi, attraverso stravolgimenti e colpi di scena; nelle danze
relazionali che portano gli attori a strabilianti eppure psicologicamente
verosimili prese di coscienza, grazie alla bizzarra fata Ranocchia, che
con magie di scena e candide parrucche supporta la protagonista nella sua opera
votata a Nemesi, e con l’ausilio di bugie dosate ad arte, Carolina Invernizio, trickster
prolifica, dà vita a un storia che, a leggerla adesso, nel 2024, a
commuoversi e a sorridere seguendo le sue parole, si fa presto a rievocare
l’autrice accanto a sé. Pare di vederla, cappellino e gioielli, sguardo
brillante, felice di aver mietuto un’altra vittima, di aver sedotto un’altra
lettrice, un altro lettore.
Moraleggiante, la sua opera, forse, ma di una
moralità che solo in apparenza punta all’adeguamento, mentre Carolina strizza
l’occhio alla libertà di pensiero. Per lo meno, sembra voler suggerire semi che
si propagano nel terreno in cui sono cresciute le centinaia di protagoniste
femminili che hanno visto la luce su carta dal 1887, anno in cui Salani ha
pubblicato Rina, o l’angelo delle Alpi, e ancora oggi ci strizzano
l’occhio.
Giocando a trarre alcune lezioni dalle
avventure di Nina si può affermare, per esempio, che:
- non è auspicabile per una fanciulla chiudersi
in convento a smaltire colpe non proprie;
- non è corretto sposare un uomo, se non lo si
ama;
- viceversa, è sempre meglio evitare i
matrimoni che non uniscano sposi dotati di animi «alla pari»;
- il meticciato sociale non solo è inevitabile,
ma è anche auspicabile;
- una donna, prima di tutto, deve seguire la
propria strada.
Inoltre, le donne, così come gli uomini,
agiscono in nome del potere, ed è un piacere il potere del denaro, ammettiamolo,
è divertente il potere di manipolare gli uomini a proprio uso e consumo, così
come gli uomini hanno sempre fatto nei confronti delle donne. Vi ricordo che
nel 1909 eravamo ancora distanti dalla famigerata quanto parziale idea
freudiana di «invidia del pene». Anche le donne amano il piacere, suggerisce
Carolina, per quanto in quel momento la psicoanalisi freudiana fosse, appunto, ancora
informe, e forse la lettura di Nina avrebbe potuto essere annoverata tra
gli spunti terapeutici contro la morale vittoriana dei non detti e dei non
fatti. Nel 1909 Freud offriva al mondo le sue Cinque conferenze sulla
psicoanalisi, mentre si andava delineando il trattamento della malattia
femminile più in voga: l’isteria.
L’approccio analitico all’inconscio nasce grazie alle donne, alle
pazienti, e ci sarebbe voluto ancora qualche anno perché una leonessa come Lou
Andreas Salomè, per esempio, si recassea Vienna a studiare con Freud (capiterà
nel 1912) e perché le prime analiste si distinguessero con produzioni teoriche
e pratiche.
Il 1909 è anche l’anno in cui nacque Rita Levi Montalcini.
Negli Stati Uniti, il 28 febbraio 1909 ha luogo la prima Giornata
Nazionale della Donna in memoria dello sciopero di migliaia di camiciaie
newyorkesi, quelle che, giusto l’anno prima, avevano rivendicato migliori
condizioni di lavoro.
La nostra Nina, dunque, si muove sin dall’inizio in un terreno
che prepara il futuro.
Potrei continuare a lungo, estrapolare messaggi nascosti da covare
dietro l’apparenza virtuosa delle trame di Carolina. Mi limiterò a citare una
battuta, geniale, pronunciata dalla crudelissima (cru)Delia, femmina fatale,
anaffettiva, del tutto priva di remore, una Lilith feroce che, nel pieno
parossismo, al culmine del Pathos romantico che attanaglia tutti gli altri
personaggi, schiocca la lingua equilibrando – giustamente – i toni (p. 266).
Tutti
piangevano a quella scena, tutti tranne Delia, che fece sentire la sua voce
aspra per dire: «Non abbiamo ancora finito i piagnistei? Orsù, addio a tutti.»
Di fronte al buonismo corale non si può che dar ragione a questa
cinica signora, e vien da pensare che, in fondo, anche lei, la più cattiva di
tutte, se non si fosse messo di mezzo il figlio succube, preda di un evidente
«complesso materno», eliminando sul nascere ogni possibilità di fuga, anche
questa dark lady archetipica, divinità del fuoco tifonica e
distruttrice, a rappresentanza di quel pizzico di Male che nella psiche non è
mai redimibile né del tutto integrabile, avrebbe potuto trovare in altri lidi
la pace, o la guerra, o magari il femminismo.
Per veder risorgere quello spirito che non si
rabbonisce e mai potrà essere del tutto integrato; per accogliere Lilith tra le
mura domestiche e fuori, in tutte le strade della vita, le lettrici di Nina
avranno atteso un nuovo romanzo della loro beniamina Invernizio, rimanendo
sempre un poco insoddisfatte eppure in parte saziate. Una buona ricetta, gustosa,
fatta di figure poliedriche, quella di Carolina. In ogni caso, le donne fremono
sotto gli abiti del conformismo, che siano mogli e madri, vedove e fanciulle,
ricche e nobili o mendicanti.
Le visualizzo adesso tutte raccolte in un cerchio
al centro del quale arde un fuoco sacro, più che un focolare domestico. Ed è il
fuoco dell’incontro tra le luci e l’Ombra del femminile.
Nelle riviste dei primi del Novecento si
indicava nel focolare il prezioso elemento da nutrire per l’idea di una
protosorellanza volta al bene degli altri, votata a mettere l’amore a dimora,
a negare l’odio, a reprimere il corpo; ma già si nominava un fuoco che potesse
dirsi «nostro», una fiamma di donna, un falò per signore[1].
È un centro vivo, per esempio, quello auspicato
dalla contessa Eugenia, anche lei capace di essere «più crudele di una tigre»
per difendere i propri confini o per aprirli andando a creare una famiglia
allargata e ricostituita che somiglia a quelle dei nostri tempi.
Nella mitologia greca, Estia è la custode del
focolare. Figlia di Crono e Rea e sorella di Zeus, identificata nella Vesta
romana, culla la fiamma della cucina creativa. Quando il fuoco sfugge alla
cura, però, l’associazione immediata è con altre figure, quali Ecate, per
esempio, o l’egiziana Sekhmet, dove l’uso della fiamma si avvicina invece al
rischio della distruzione.
Immaginiamo
insieme: intorno al fuoco c’è silenzio. Le crudelissime signore e le vergini
sacrificali si osservano le une con le altre, e le amanti e le Amazzoni, le
deformi e le bellissime intorno al falò mostrano volti emersi delle pagine dei
romanzi di Invernizio. Ognuna di queste convitate è diversa dall’altra, si
distingue anche solo per una sfumatura, una traccia nella trama. È un convivio
di donne che si discostano dal perbenismo
dell’epoca, che irridono dall’interno il partito patriarcato e sfilano davanti
ai nostri occhi sfidando le critiche.
Possiamo riconoscere, per esempio, Clara, La sepolta viva,
e Nara, la protagonista di La vendetta di una pazza, e Nina, la prima
investigatrice della storia del noir, ma anche la contessa Delia, la «cattiva»
del romanzo che avete letto.
Nella mitopoiesi della nostra scrittrice, in un’epoca dominata da
Zeus, prendono vita le dee della psiche: Era, Afrodite, le Furie, Estia,
Artemide, Demetra, Persefone, Nemesi, Lilith… dee come idee sul Femminile che
s’incontrano e scontrano, si perdonano, si tradiscono. Immagini archetipiche
che l’analista Cinzia Caputo ha di recente reso fruibili come voci del nostro
specchio interno[2].
Le donne nell’Olimpo di Carolina Invernizio si
ritrovano e s’identificano nella capacità di odiare, amare, ordire, giocare il
potere, nella ritmica alternanza di icone personae che si compensano a
vicenda, che ricamano una visione prismatica, un arazzo, e si riverberano nel
qui e ora, senza tempo.
[1] Cfr. l’editoriale della rivista La donna, 1910.
[2] Le donne nel mito. Tra letteratura e psicoanalisi, Terra d’Ulivi, Lecce 2023





