PUBBLICHIAMO, NEL BLOG DE LE CICALE OPEROSE, LE PRIME DIECI POESIE CLASSIFICATE.
ISABELLA
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Modigliani
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l’artista in posa
nello studio
a fuoco il viso
inciso in bianco e
nero
zoom sugli occhi sguardo irrequieto
la sigaretta tra
l’indice e il medio
l’altra mano in
grembo a riposo
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biografia del pittore e scultore autodidatta
spezzata in capitoli
app calcolatrice 2026 – 1884 = questo 12 luglio
142 anni dalla nascita una vita lunga in tutto 35
Livorno famiglia ebrea sefardita
pioggia miseria nera dgt C
fu l'intraprendenza della madre a impedirne il tracollo
layout di pagina al 120%
adolescente già tubercolotico
a bottega a imparare la pittura dei macchiaioli
- promessa strappata alla
madre -
pagine e pagine di schizzi per fame e sete d’aria
poi Parigi [riduci a icona]
portale Treccani: bohémien ‹boemi̯ẽ′› s.
m. fr.
chi faceva parte della bohème in Francia nell'800
artisti e intellettuali poveri e ribelli
dalla vita sregolata ai margini della società
come i Rom erroneamente pensati provenire dalla Boemia
per estens.persona dallo stile di vita anticonformista
Dedo Modì stabilità
economica barattata
con
libertà creativa totale
liti per strada hashis e Fée Verte
su Google Chrome Immagini apparizione
di copie delle opere in alta risoluzione
serie di quadratini pixelati come vasche d’acquario
iridescenti uomini in gilet e cappello donne vestite e nude
sagome oblunghe colli inclinati sensuali mandorle azzurre
acconciature accorte magnifici fianchi
teste di tacite
divinità
evocazione di presenze fuggitive e passioni
come in una seduta spiritica di quei tempi
AI Overview sulla
tecnica pittorica: olio su tela
cartone legno disegno rapido e nervoso in una o due sessioni
senza ritocchi pennellate fluide dense piatte
superficie pastosa
toni caldi terrosi contorni decisi
- Nudo sdraiato battuto all’asta di New York
per 170,405 milioni di $ - fortuna postuma
e la tecnica sottrattiva
dello scultore lapicida
blocchi di
arenaria calcare pietra serena
maschere
primitive dai tratti netti e simmetrici
subbia gradina raspa carta vetrata
[v. note
esplicative a piè di pagina]
nessun odore di
pigmenti o solventi
nessuna asprezza
di ferri o scalpelli né luce o penombra
né la fragranza
fiorita della modella di turno
Beatrice Elvira
Kiki Anna Lucienne Gaby
nessun profumo di
Jeanne
pelle sfinita
occhi svuotati
evaporate le
amanti
e nemmeno una voce
nello studio gelido delirante nel letto
attorniato da numerose scatolette di sardine aperte e bottiglie vuote
scrive un amico: “Pochi giorni prima
si era fatto rimettere due denti incisivi
e andava in giro vestito di un
completo di velluto grigio chiaro
a righe quasi nuovo con un
bellissimo foulard al collo.”
e lui: “Je suis très heureux…”
il carro funebre tutto coperto di fiori
al suo passaggio agli incroci
gli agenti della polizia
si mettevano sull'attenti
le peintre maudit è morto polvere su
polvere - ma ha scritto anche poesie -
nel cimitero di
Père-Lachaise o altrove o qui
salva le modifiche a AM (?)
arresta il sistema
display spento
NERO
MOTIVAZIONE DI LAURA GIULIBERTI E CHIARA SERANI:
Il testo di Isabella Moretti spicca per originalità compositiva, collocandosi tra scrittura creativa e scrittura non creativa, e per potenza ritmica. L’ecfrasi di un processo di ricerca a tema poetico che diviene la poesia stessa, presentata come un’interazione quasi meccanica con i nuovi media, libera il testo da evanescenze e sentimentalismi, restituendo con grande immediatezza l’immagine di un procedimento di costruzione intellettuale. In termini metapoetici, il testo riesce a superare ogni luogo comune su ispirazione e tecnologia, arrivando al contempo a evocare felicemente e con grande vividezza la figura e la vita di Amedeo Modigliani.
SECONDA CLASSIFICATA
LAURA BERTOLINI
Quando togli lo sguardo
Ora mi lasci senza
pupille,
come i pittori
quando non sanno
dove mettere l’anima.
Mi si staccano le
spalle
se ti guardo da dentro:
il mio collo si allunga,
un cipresso verso il cielo.
Piove e tuona,
sbatte il
salmastro
sulla testa di pietra
di una piccola luna,
ma se togli il tuo
sguardo
io cado tutta insieme:
cranio e lische
sullo scoglio.
TERZA CLASSIFICATA
ANNA MARIA
CURCI
Albero e casa*
È una fionda quell’albero che allunga
tre rebbi a lato, le fronde
impallidite.
Tenta un abbraccio a manca
o forse un arrembaggio,
a dritta tende la punta alla
grondaia.
Arrossisce la casa nel contatto
- appare il viola tra i toni
dell’ocra –
mentre a sinistra il muro solitario
ha cipria bianca che si accorda con
l’acqua.
Tenue prevale sul verde e il grigio
fosco
di mare e cielo il chiarore primario.
* È il nome di un quadro a olio
dipinto su tela da Amedeo Modigliani nel 1919.
La poesia di Anna Maria Curci è una scrittura
ecfrastica che non si limita a descrivere il dipinto di Modigliani, ma ne
assume dall’interno la grammatica visiva, trasformando colori, linee e volumi
in movimenti affettivi. Come spesso accade nella poetica dell’artista, la
semplificazione delle forme intensifica la complessità emotiva: il profilo
"tenue" delle cose diventa il luogo in cui l’interiorità affiora e
insieme si sottrae.
L’albero e la casa non sono dunque semplici elementi
del paesaggio, ma figure di una tensione reciproca, corpi protesi verso un
contatto insieme desiderato e pericoloso. L’albero, percepito prima come
“fionda”, poi come tentativo di “un abbraccio” e, infine, di “un arrembaggio”,
oscilla tra vicinanza e assalto. La casa risponde cromaticamente: “arrossisce”
al contatto, mentre il viola emerge dall’ocra come traccia visibile di un
turbamento.
Il colore non accompagna la scena, ma la interpreta,
secondo una sensibilità vicina a quella di Modigliani, per il quale la
modulazione cromatica e l’allungamento delle forme diventano strumenti di
rivelazione psichica. Anche qui i contorni sembrano sul punto di cedere: il
contatto può diventare fusione, e la fusione dissolvimento. "Il chiarore
primario" in chiusa allora è forse una figura luminosa dell’inconscio,
accessibile soltanto sulla soglia in cui il desiderio di comprensione diventa
perdita di sé.
MENZIONE SPECIALE (quinta classificata)
ANTONIO
D’AURIA
à
suivre
Avrò
la fortuna dell'esule,
sebbene
scruti ancora le punte
delle
mai lucide mie scarpe
quando
mi chiedi un senso
al
colore e alla poesia.
Forse
la percezione sottesa
nel
cristallino di un'espressione
fra
futura ruga
che
non si avvererà
e
il presente fuoco.
Forse
ad altri e per amore
lo
scrigno dei pennelli
affidato.
Forse
il poco quotidiano
salvato
da ebbrezze,
preghiere
sepolte
poi
sgranate per urgenza.
Un
rituale.
Vi
sopravvivo per un segno,
una
linea lunga che scolora
fino
alle tenebre.
MENZIONE SPECIALE (quarta classificata)
LAURA INGRASSIA
{The plot of our life sweats in the dark like a face.
Dancing barefoot – Patti Smith, 1979 - to Jeanne Hebuterne}
A piedi nudi
Vuoti di sguardo, in
orbite cieche,
esuli maschere senza
sorriso;
precipitato di fosso
labronico
ebbro, traballante,
inviso.
La Ville Lumière
d’arte e paccottiglie,
sardine in scatola,
bottiglie.
Curve di collo,
mandorle d’occhi
nudità d’amante,
sfondi senza sbocchi.
Noce di cocco,
bellezza dolente,
in che luce cadi,
effimera e cangiante?
Nudi cuore e piedi,
osceni e
fragili, bohémien.
Sangue senza nascita,
languori.
Ecco, ritorni.
Noix de coco,
je ne regrette rien:
nell’ossario degli
angeli,
ceneri e allori.
Di chi sono i nostri
giorni?
MENZIONE
SPECIALE (quarta classificata)
MONICA SCHIAFFINI
Autentiche forme
Tecnica dall’incantato tratto
sniffante essenze bohémien
scivola
in illusorio realismo
mai
stropicciato da caducità
ma
stilisticamente prescelto
per
salubre freschezza illesa.
Ebbra
danza sui diluiti spazi
in
culla di contorni delineati
palesa
una stesura accordata
a
gagliarde e sode geometrie.
In
euforica ascesa verticalità
sfiorante
quota di colli arditi
per
raggiungere i sottili volti
oltre
ogni adeguata frontiera.
Labbra
accostate o dischiuse
sotto
nasi d’affinata dirittura
e
come spicchi lunari distesi
inchiodati
sguardi indugiano
nell’attesa
d’abituale ricerca
a
svelare dell’anima i respiri.
Da
architettonica dinamicità
lungo
i consuetudinari cliché
sobrie
nuance di pelle e terra
in
soffici istantanee evocanti
esistenziali
atmosfere arcane.
Volumi
di profili impalpabili
compaiono
plastici dalle tele
in
pennellate d’impeto evase
per
cristallizzate espressività.
Scortano
a casta meditazione
nudi
d’elette e sfumate Muse
ammantate
nei flessuosi corpi
d’una
morbidezza estrapolata
da
istantaneo linguaggio mite
in
intima fragilità avvoltolato.
Vagabondo
fra creative stanze
assorto
nell’arginare disordini
con
sequenziali linee complici
riprodusse
tagliente la materia
nel
guscio d’autentiche forme.
A Modì.
MENZIONE SPECIALE (quinta
classificata)
ERIKA SIGNORATO
Verso l’anima
io non lo so il pane
tradito lungo il lievitare
(morire al buio
o al
sole che lo acceca)
arroventa maggio
quel profumo delle attese,
sul collo come stelo
occhi svenati
bianchi
d’anima e corolle
grano a grano tu impasti
il vuoto, a pennello
gonfi spighe
sulla tela
(cercarmi
a figura,
allungarmi alla cornice)
e sconfinare così
la
promessa dello sguardo.
“Quando conoscerò la tua anima, dipingerò i tuoi occhi”
(Amedeo Modigliani)
MENZIONE
SPECIALE (quinta classificata)
MASSIMO
VIGANÒ
pietra(vera) & (incerta)carne
Nudo in piedi c.1912 – pietra arenaria
d’ora e per sempre
fin da l’arco del primo fiato
non solo il
volto avrai tu di pietra amore
non solo il
corpo tu
non solo
amore di pietra avrai il collo
non solo le
lunghissime gote amore non solo tu
avrai
l’occhi o il ventre [et il mirabile
suo compiuto cerchio] o
il petto [che posasti su le mani] tu
non avrai solo
tutta questa pietra
amore ma tu sarai per
sempre in pietra
ci avrai
l’occhi amore che saranno accesi
in pietra per
il guardo fiammante
e pei miei
soli occhi - di carne bruciante,
riconosco –
marcherai
col fòco il nome di pietra fervido tu
per lo che sempre amore tu
ri-conosca e (a me tu) s-fugga da la vita (oh, vita mia)
e senza fine
rincorra
d’un passo il fine
per sempre e
d’ora fin da l’ultimo fiato
SEGNALAZIONE
(settima classificata)
VALERIA
BIANCHI MIAN
La
donna alambicco contiene il Tutto
lo
sperma e il lutto
si
fa calice di vino
per
Eros alato in azioni e omissioni
per
le digressioni mortali dell’Uno.
Passeggia,
altera, il capo tra i nembi
dimena
i bei lombi
e a rotta di collo
conduce
il pennello dritto al centro
del
petto - il tormento - al tracollo.
Lui
ha il fuoco dentro e l’eleganza
dilaga
nella stanza
attraverso
le sue mani
come
vaso al tornio la plasma ora
dama
belle époque, signora domani.
Mentre
siede al tavolo del solito Cafè
l’artista
stesso è re
il
soggetto ritratto, regina
contenuto
al contenitore equivalente
soffio
creativo dell’anima marina.
Unione
è androginia incarnata
amata
amante
madrefiglia
del mondo
virtù
arcana nella trama - abbi fede
nel
femminino eterno - nel rotondo
vaso
di grazia parmigianina
divina
cignoide Madonna
gola
terrena, maudite.
Nota: crasi tra la
Madonna del Parmigianino (detta “dal collo lungo”, 1534-40) come ava delle
signore di Modigliani, nella danza dell’eterno femminino, tra cielo e corpo,
Madama Vaso per artistiche alchimie.
***
SEGNALAZIONE (sesta classificata)
GIANPAOLO CASTELLANI (“IL PIULLE”)
Vedo la mia vita scorrere come crema in un sac à poche
Il mio cuore batteva a frammenti mentre cercava gli occhi inghiottiti di piogge plurali.
Solo io e Beatrice siamo due cani sciolti nella foresta della vecchiaia.
SEGNALAZIONE
(settima classificata)
DI
EVA DI PALMA
I tuoi occhi facevano lungo il mio collo
Anna Achmátova e Amedeo
Modigliani, Parigi, la pioggia, 1910-1911. Lei, la vedova di paglia, non bella,
ma più e meglio di una bellezza; lui, l’ubriacone squattrinato arrivato da
Livorno, foulard rosso e capelli neri scapigliati. Un’unione improbabile,
eppure due candele, un’unica fiamma, un’ossessione. Gli occhi di Amedeo
allungavano il collo di Anna. Finirono per sognare nella stessa lingua. Non si
rividero più.
Il divino scintillava in te
attraverso la tenebra
lo toccavo con la punta
della lingua
impertinente gelsomino.
Tu sanguini e a me duole.
SEGNALAZIONE
(sesta classificata)
DI
GIUSEPPE GIANNOTTI
Davanti a Nudo seduto
Entrai
nella tua nudità,
e
chiudesti gli occhi per trattenermi
come
si tiene il fiato.
—
Il mio è un fiato d’aringa,
baratto
per un disegno
ora
sporco di spuma di birra
o
sarà cerchiato d’assenzio. —
Uscii
dalla tua bocca socchiusa
a
sentire vivo il respiro, ormai roco;
sui
seni fui cullato
da
un nervo che non taceva.
Un
sorriso storto ti prese,
un
fremito: i capelli frusciarono.
Le
curve
fecero
il resto.
Poi
tornasti in te,
e
l’ovale del tuo viso, in silenzio,
riaffiorò
sul divano rosso:
relitto
caldo,
senza
trionfo.
SEGNALAZIONE
(sesta
classificata)
DI SABATINA NAPOLITANO
Dedo passeggia ancora per i fossi qui
È l’uomo
che trascina la donna,
la salva dal
baratro mano nella mano
per i fossi
livornesi nell’aria salmastra,
qui l’eternità
trova la sua sponda.
Il cielo dipinto
da Modigliani:
ritorno come da
una vecchia poesia
che mi ha reso
celebre,
acquaragia sulle
tristezze.
Un pensiero alla
madonnina dei naviganti
in una chiesa che
affaccia sulla piana,
luce alla Terra
Labronica legata ai marinari.
La madonna di
Montenero che dal sagrato
si affaccia al
balcone del mare,
saluta il tramonto
purpureo
come scritto dal
papa.
Le mani di un
pittore a scavare nel tramonto,
ripenso alle mie
mancanze,
a quello che non
c’è più e che ci sarà.
All’odore del mare
di Livorno,
Dedo racconto la
tua anima per i fossi:
il tramonto
costiero sul porto labronico
che unisce ogni
ricordo futuro al collo
il suo viso unito
al mio così dolcemente,
il corpo unito al
mio per le aule delle scuole:
guidare l’arte e la storia
come spiegare la
vita dei ricordi
quelli passati e
quelli futuri.
I cipressi battono
il cielo come pennelli
per le colline
livornesi,
nella Toscana del
suo profilo di pittore
che mi dipinge in
questo tramonto disteso
sulla terrazza
Mascagni,
le colonnine della
balaustra
raffinate come
l’oro di dio,
come le zampe di
un cane che scavano sulla pancia
per acciambellarsi
e dormire raccontano
le silhouette nel
cielo di pennellate ardenti
rosso infuocato e
purpureo
e le isole lontane
sospese nella storia.
Dedo a Livorno con
me,
passeggiamo nel
mio profilo di aria marina,
al cielo di brace,
dipinto
su questa
scacchiera di fuoco sulla riva,
di pioppi che
ancora battono il cielo
e ulivi che si
accoppiano
per Montenero e
Ardenza Terra.
Un tramonto
mistico della fine dei mali
un vaso di Pandora
all’indietro
una chiamata del
bello
con l’abito della gioia
la chiamata dei
fossi nel collo di Modì,
la voce di Dedo
dentro di me
come dal suo corpo
al mio,
per una volta e
più provare il piacere
del dipinto di
Dio.
Livorno. Il
ricordo di un amante
dove ho
dormito tra i poeti.
Un mal di schiena
inspiegabile per i fossi
e le logge di
Piazza Grande. Livorno.
La via dei poeti e
dei musicisti,
la nuova Venezia e
Parigi dei miei ricordi
che ho vissuto
sempre.
Segreti per
specchiare il quadro del tempo.
E quando tutta l’arte mi chiama più forte,
l’incanto
più bello
di una nuova
Parigi riscoperta con chi amo
dal dibattito coi
cieli,
filosofia e
incanto nell’incantesimo dei giorni
nelle pause dei
tuoi baci,
nelle pause di
ogni bacio che non ho avuto
e di quelli che ho
perduto e non potrò più dare
di quelli che
darò
ma tu chiamami
ancora
con una pennellata
nel cielo,
con la pennellata
dell’amante e del marito
chiamami ancora
come ogni notte
vicina a te nell’incanto livornese:
la strada del
ritorno da casa di mia nonna,
un profumo di
piedi puliti
ora che gli
uccelli della notte volano bassi
sfiorando l’acqua
specchiata
mentre mi lascio
dipingere
nel sogno della
Parigi livornese
una musica
lontana, gli occhiali appannati
di chi ha lavorato
tutto il giorno,
la voce serafica
di un musicista lontano
il tuffo nei
cuori, nel cuore comune
che appartiene a
ognuno
l’umanità in una notte che avanza nel giorno
a passo di danza
sui fossi nostalgici
di terre
sconosciute che rendono liberi di amare.
Nella Parigi
livornese dipinti e barche
quando i cipressi
dormono
come pennelli
lavati
danzano come
preghiere finite
non ci sono più
angoli, tutto è tornato
ad essere rotondo
e chiusi nella
storia
siamo avvolti al
mondo
nella Parigi
livornese.
Dedo passeggia
ancora per i fossi qui,
dipinge l’anima
attraverso i suoi occhi
colli come
preghiere.
SEGNALAZIONE
(sesta
classificata)
DI MASSIMO PELLEGRINI
Adolescenza
Abbiamo abbandonato troppe cose
che ci restano in gola,
non c'è più la città
sui gradini del mare
la donna del nostro cuore,
anche se a volte d'estate
la solitudine era spavento così rapita nel sole.
Non c'è più, fu nostra la colpa
e destino il commiato.
Non c’è più, e io penso a te
che asciugavi le lacrime con un sorriso
e non si parlava degli anni,
di questo inganno brullo come l'inverno
che inonda di polvere i vetri delle finestre.
OTTAVA CLASSIFICATA
LUCIO MACCHIA
Primordiale
Ciò
che cerco non è né il reale né l’irreale… (A. Modigliani)
Ciò
che cerco
non ha nome.
Curve
chiuse, e altre
aperte,
tagli,
fori, tangenze
intorno alla tua
presenza
inattraversabile:
corpo in posa
d’incanto
ma nessun
segno che basti
all’archè
delle tue linee:
tu qui,
eppure prima
del mondo,
occhio
che buca
i simboli,
e, oltre i bordi,
il campirsi
– denso –
sulla tela
del gesto
– puro –
del delirio.
***
NONA CLASSIFICATA EX AEQUO
1)
ENRICA
NOTARFRANCESCO
Perdermi
Non
mi sorprende
né
stupisce la malcelata nota
d'apprensione.
La
voce
cara
nella
penombra della mia stanzetta.
"Scotti
".
Una
carezza
sulla
mia fronte a tentare di
trattenere
ribelli
inquietudini febbrili
nel
loro agitarsi
evaporando.
Fuga.
Il
corpicino mi è estraneo
convulso.
Il
tuo sguardo è un portale tra ciglia
come
raggi di sole tra fronde e
chiome
di sorrisi
composti
su
alti
alti
eleganti
fusti.
Il
sole occhieggia più oltre
più
su.
È
un portale.
E
brucia.
Il
viaggio è ancora
il
mio gioco di
fuga.
Promette
nuove avventure.
E
brucio.
"Scotta
sempre...
occorre
abbassare la febbre".
Ancora
cinque minuti
mamma.
Ancora
cinque minuti...
Non
sai in quanti modi
vorrò
giocare e
sempre
imparerò
a perdermi.
Ancora.
***
NONA CLASSIFICATA EX AEQUO
2)
TERESA
TABONE
L’altrove degli occhi
Non
ti compresi subito.
Entrai
nel tuo silenzio
come
si entra in una stanza sconosciuta,
con
il passo esitante di chi teme
di
sfiorare un segreto.
Mi
attendevano volti allungati,
collo
di cigno e mani di vento,
occhi spalancati
su
un altrove senza nome.
“Perché
non guardano” pensai?
Eppure,
mi seguivano.
Da
una tela all’altra
quegli
occhi senza pupille
scavavano
oltre il tempo,
oltre
la pelle,
oltre
il sorriso appreso,
oltre
la donna che credevo di essere.
Allora
compresi:
tu
non ritraevi un volto
ma
la sua nostalgia.
Approdi
di anime stanche,
sogni
rimasti accesi nella nebbia,
non
la carne,
ma
la sua luce più segreta.
Anch’io
raccolgo silenzi
e
li porto tra le pieghe dei giorni,
come
si custodisce una lettera antica.
Per
questo oggi ti riconosco.
E
resto qui,
davanti
ad una donna che non conosco
e
che pure mi assomiglia.
Tra
noi la distanza di un secolo,
eppure,
la stessa domanda
affacciata
agli occhi:
che
cosa rimane di noi
quando
cade ogni maschera?
Forse
era questo che cercavi.
Forse
per questo i tuoi ritratti
continuano
a respirare,
inermi
e splendidi,
come
anime sospese
nell’
istante in cui si lasciano vedere.
DECIMA CLASSIFICATA EX AEQUO
1)
EMANUELA DALLA LIBERA
Bambina in azzurro
collezione privata
Ho dipinto un tempo che
più
non ha voce, perduto tra
nebbie
e cristalli di giorni
lontani, azzurro
di vesti e di sogni, di
sguardi
pudichi su un mondo di
grandi.
Ho chiuso in un bianco
colletto
l’insidia del tempo, nel
fare
composto, sdegnoso,
l’incerto
sostare su soglie di
marmo
dove restano gli anni che
passano
lesti davanti ai miei
occhi,
un cielo anelando di là
da chiuse
pareti a cercare una via
di nobili
intenti, di linee e
colori per dare
alla vita l’eterno di un
canto,
liberi voli a fuggire un
destino
rinchiuso in un vuoto di
sguardi,
e azzurre pupille che
parlino di cose
nascoste in un tenue
rossore,
in mani incrociate a non
dire il silenzio,
il passo del tempo come
un fragore
***
Modì, ne vogliamo parlare?
Modì, ne
vogliamo parlare?
E come
si fa a spiegare il tuo genio così inspiegabile?
È come
pensare che un oceano sia del tutto guadabile.
A 33
anni finalmente la tua prima Mostra personale
ti rendi
conto in vita quante persone ti hanno fatto male?
“Io
cerco l’inconscio, il mistero dell’istintività”
scrivesti
nel 1909 ad Oscar come un leone in cattività.
Nonno a
piedi ti portava alla bella e profonda Sinagoga
e tu
assaporavi la Storia che di misteri e sangue sgorga.
I macchiaioli
ti hanno insegnato dal vero il disegno
e
Fattori e gli altri nel tuo cuore sempre in sogno.
La tua
vita da ragazzo a Livorno con i popolani
da
grande a Parigi con gli aristocratici o borghesi ciarlatani
ma la
solfa era sempre quella: il diverso, il maudit, lo strano
lo
svitato, quello fuori dalle righe eri tu, non con il pastrano.
La tua
vita, le tue gesta private son da scandalo
perché
l’eterno gossip secolare non di sandalo
profumato
rivela l’intimo vero, scartavetrato e scarno
sempre
della vita degli altri, mai della propria, o no?
Vorrei
scrivere un lungo saggio sulla tua vita bel Modì raggio
di sole
nella Europa dei giovani e i meno giovani
mandati
a finire l’esistenza per dei Potenti i divani.
E ti
ricordi Modì? L’esperienza del 2011 tra te e me e i ragazzi
11enni
che in casa tua accompagnai maestro con i lazzi
degli
ormoni già schizzati nelle bimbe e i bimbi in 5.a elementare
ma io
indomito confidavo nella magia del tuo soave disegnare.
La mia
collega e io entriamo lì attoniti, stupiti lì in via Roma
i
ragazzi si mettono a sedere in semicerchio in silenzio religioso e l’ombra
tua
sembra avvolgere noi insegnanti e i discenti refrattari
a ogni
regola stavano misteriosamente attenti come militari.
Le mie
parole spiegano, illustrano, inquadrano le tue tele famose
i minori
improvvisamente maggiorenni sembrano capire e le cose
si
mettono per il verso giusto tra te, Modì, e loro: mica devo nascondere
che lì
in bella mostra c’era un nudo di donna tutto da soavemente godere!
Quando
uscimmo dai pavimenti della Casa Modigliani – Garsin sconvolti
in
positivo dal contatto con i tuoi colori genio livornese con occhi rivolti
al Cielo
mi dissi ‘scrivo una poesia’! Ecco, sono passati quindici lunghi anni
e ora
essa è sgorgata dal mio animo dimentico di tutte le gioie e gli affanni.
Un
ultimo omaggio alle due donne che hanno coccolato, vezzeggiato te Modì il Sire
la
prima, la mamma Eugénie che scrisse nel suo diario (tu 11enne): “... non si po'
dire
cosa ne
sarà. Chissà, forse un artista?”. E l’ultima, Jeanne la giovane amante
che
avrebbe dovuto essere la tua sposa e volteggiare con te nello spumante!
DECIMA CLASSIFICATA EX AEQUO
3) MICHELE TORIACO
L’anima come sorgente
Dipingerò
i tuoi occhi quando
avrò
conosciuto la tua anima.
Amedeo Modigliani
dar luce alle cose è sapersi essere vivi
stretti alla terra nuda
nell’attesa di trovare una via
specchio del vuoto che diventa
ciò che stavamo aspettando
come vedere lo stelo abbracciare il fiore
non per non farlo cadere
ma per liberarlo alla vita
ciò che più gli appartiene
sul confine tra il chiarore e l’assenza
quando giungerà il battito
a rendere luce il tuo silenzio
sentiremo l’anima come sorgente.