Il primo lavoro nel quale mi
misurai col rapporto tra musica e parola dette luogo alla produzione del CD
“DOPPIO SOGNO DOPPIO”. Siamo lontani dalla “visione semiosferica” che maturai
successivamente grazie alla conoscenza della teoria di Juri Lotman, ma molti
elementi attuativi già facevano parte della teoria del semiologo russo.
Mi piace oggi riscriverne a
più di 30 anni dalla sua pubblicazione e analizzarne i processi creativi che
dettero luogo a questo libro/CD di jazz non solo suonato, ma recitato e
scritto. Tutto il registrato è facilmente ritrovatile sulle piattaforme in uso
partendo da Spotify e YouTube e nell’analisi descrittiva degli ambiti
poetico-musicali darò riferimenti per poterne ascoltare il risultato.
La strategia adottata fu la
seguente: donai ai musicisti, alla poeta, alla voce recitante e a chi scrisse le “linea notes”
del booklet due libri di riferimento: “Doppio
Sogno” di Arthur
Schnitzler e “Meraviglia e Possesso - Lo stupore di fronte al Nuovo
Mondo” di Stephen Greenblatt.
Le due pubblicazioni mi intrigarono allora per il tema del “doppio” affrontato nell’ottica del “medioconscio” da parte del medico-scrittore viennese e quella storiografica di Greenblatt che individua il rinascimentale doppio movimento di meraviglia e possesso dell’alterità nella scoperta delle Americhe. Nel divulgarlo tra gli attori, a vario titolo, del CD, intendevo creare, sul terreno comune della lettura e relativa-soggettiva interpretazione, un punto ideale comune che diventasse base comune di interplay per il materiale da incidere. Non mi addentrerò ulteriormente per dare spazio, invece, a una (ri?)visione più specifica del rapporto tra musica e poesia ponendo una “lente di ingrandimento” postuma nel chiedere a Vanna D’Amato, autrice dei testi poetici, come lei avesse affrontato la parola in relazione alla incisione e nel rilevarne, io stesso, le “intenzionalità” nella esecuzione estemporanea della musica in relazione alla parola “suonata” dalla voce di Riccardo Zinna.
Ho chiesto a Vanna
D’Amato cosa ricorda di allora e come avesse vissuto l’avventura dal suo punto
di vista:
“Per me tutto nacque dalla suggestione evocatami dalla lettura di Schnitzler, era il 1997 e
l’occasione di poter lavorare creativamente sugli echi di quelle letture mi
poneva in modo diverso rispetto a quanto avessi scritto sino ad allora. Spesso si scrive per sé stessi adottando in qualche modo una propria voce interiore, ma l’idea
che quello che avrei prodotto avrebbe avuto un’altra voce e in un contesto di
interazione sonora mi incuriosì parecchio.
Ho
riconosciuto nel testo di “Doppio Sogno” le ambivalenze e i conflitti che
attraversano ogni vita che abbia consapevolezza. Quando è nato il progetto
musicale di Enzo non mi ero ancora accorta che molte delle cose che avevo
scritto parlavano di questo, dell’ambiguità in cui siamo immersi, della
corrispondenza tra vita e sogno, nel senso che la vita più autentica è un
continuo sognare, per dirla con Bion.
Così per “Nella grotta madonna Cenerentola” ho pensato a un’immagine che potesse esprimere la prossimità tra la bellezza e l’orrore e poiché vivo in una città che vive di questo contrasto, persino san Gennaro che ne è il patrono ha due facce. La cosa strana è stata che soltanto dopo mi sono accorta che le altre poesie , che, scritte in momenti diversi, si muovevano nella stessa area. Oggi penso che fondamentalmente le altre si muovano lungo due direttive: una è la compresenza come dicevo prima di istanze opposte: il desiderio di assoluto e la insopprimibile finitezza dell’uomo, la possibilità di infiniti mondi e la loro inaccessibilità, la libertà e la simbiosi, dove una contiene la perdita e l’altra la gabbia.
L’altra direttiva, che è legata alla prima, è la pena del limite dell'umano, e il tentativo di guardarne l’aspetto contenitivo per così dire. È il tema di “Mira:…la vita, non la morte, ha i suoi confini.” L’esperienza nel suo complesso è stata molto emozionante, ed ascoltare le proprie parole in contesto sonoro non tradizionale è molto interessante: in alcuni casi ho apprezzato un arrangiamento, come dicono i musicisti, che alleggeriva il tragico come in “Nella grotta madonna Cenerentola”, altre volte sembrava restituire senso a un pensiero che non osava dire più di tanto come in “Mira” e “A volte..”. In generale ho trovato che la voce aggiungesse, anche nel senso di trovare una musicalità che sentivo mancarmi."
Da parte mia lavorare con la parola richiede una sorta di attenzione e delicatezza che contempla tante tradizioni e soprattutto immette il compositore in una comprensione del suono verbale che ha, da un lato, lo stesso aspetto di una traduzione da altra lingua: cioè della interpretazione verbale in quanto “significato” della parola scritta e quella fonetica, cioè quella della voce secondo l’interpretazione e la sensibilità di chi la recita. Insomma è come se si affrontasse una partitura scritta da un lato e, contemporaneamente, un suono espressivo prodotto da chi la interpreterà in tempo reale in modo del tutto libero nella sua sonorizzazione. È così che avviene nell’affrontare uno standard di jazz in una jam session, solo che con lo strumento vocale in più, bisogna tener conto delle caratteristiche sonore del testo e soprattutto dell’interpretazione della voce recitante.
Conoscevo la scrittura
di Vanna e il timbro e la verve di Riccardo che sarebbe diventato uno strumento
in più nell’interplay dell’esecuzione. Parlando specificamente della musica
appositamente scritta come uno standard di jazz ed eseguita con grandi spazi
all’improvvisazione con idioma jazzistico anche nella recitazione dei testi
poetici.
Nel descriverne il
processo, comunque, il modo migliore per percepirne il senso è l’ascolto; è per
questo che alle mie note verbali ho accluso il link di Spotify , ma gli stessi
ascolti sono fruibili su Youtube.
“Pagliaccio Napolitano I Nella grotta madonna Cenerentola” è stata scritta per capire dove siamo, ha mille risvolti immaginifici e una immagine/suono di sottofondo costante che è quello della favola. Ma l’intero disco attraversa le “storie” poetiche generate da Cenerentola e altre fiabe: in tal senso “nella grotta” è l’ouverture degli sviluppi vari dell’intero “Doppio Sogno Doppio”. In tal senso il colpo di piatto iniziale e il primo accordo del piano sono il benvenuto al richiamo di Cenerentola che, accolta, procede nelle sonorità che vi si intrecciano e in attesa dello sviluppo verbale e melodico della narrazione.
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“Talvolta…” è accolta dal flauto e la sua melodia viene interrotta, un po' sorpresa, dalla parola: il pianoforte ed il contrabbasso ne seguono lo sviluppo e ne eseguono la coda.
https://open.spotify.com/intl-it/track/5nMDA1SJkmPRkvg7YTV5No?si=fb9aced57857497b
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In “Non aprite quella porta” l’intervento del sax soprano, indeciso ma continuo agisce con un suo tema melodico cercando di essere, presentandosi ed avanzando nel tentativo di aprire quella porta.
https://open.spotify.com/intl-it/track/6L96rNjtCkyiWTpS9G1sXt?si=01bd44fcaad4415c
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“Interdet” appare diverse volte nel CD, uno di questi contiene la poesia "Mira", è un incastro a più voci in forma più composita. Il
clarinetto basso e il contrabbasso fanno da introduzione interrotti dall’ingresso di Mira, elementi ritmici
reintroducono il suo ingresso e Mira dialoga attraverso i suoi versi con le
percussioni trovando un unisono ritmico solo alla fine. Il flauto barocco esegue quasi filologicamente la "Siciliana", di J. S. Bach fermando il tempo di Mira come in un fermo-immagine. La
recitazione riprende scomponendo la poesia in interplay con la batteria fino
all’unisono ritmico finale.
https://open.spotify.com/intl-it/track/48tCrBiEQ2MMdTxMegSdYJ?si=ab80bae1dcdd4e61
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“La persistenza della memoria” è “sorretta” da un riff del sax sostenuto dalla batteria come a dare ritmo al recitato fino all’ “urlo di carnevale” che il sax asseconda per qualche verso per riprendere nella parte finale.
https://open.spotify.com/intl-it/track/5jAcxJP1E50gw01Oe5LoDs?si=d5baa887a7464486
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“Sul piazzale” già nel titolo mi ha dato indicazione musicale, inoltre il titolo non fa parte della poesia ma ne prepara quasi scenograficamente il luogo: l’ho immaginato come una indicazione e dal piazzale il flauto racconta una storia interiore e parallela della donna che, attraverso la parola della poesia, ne descrive la visione compiacente “esterna” folle, quasi a chiedersi quale sia la verità delle immagini artistiche, quella sonora della donna o quella delle parole di chi la osserva attraversare il piazzale?
https://open.spotify.com/intl-it/track/7IXSRUAsczpD4VQyth9xqP?si=feaf5faf32f549c4
Tutto nel CD ripercorse nelle varie espressioni il tema del doppio: la grafica, e anche le “linea notes” interne, anch’esse nutrite di interpretazioni e riferimenti doppi: non solo musicali, per questo riporto a seguire gli interventi del compianto grafico e critico di jazz Alfredo Profeta e dello scrittore e critico musicale Pietro Mazzone.
Note di copertina di Alfredo Profeta
"E ce ne costa lacrime ‘sta Mereca…" È l’incipit di un classico della canzone popolare
napoletana. Che ha qui una duplice valenza: la prima che si tratta di uno dei
tanti temi mimetizzati in “Doppio Sogno Doppio“ di Enzo Nini col titolo
americanizzato di South Tears; l’altra ricorda una delle maggiori
frustrazioni/fatica dei musicisti che si dedicano al jazz al di fuori dei
confini della terra che al jazz ha dato i natali: fare della musica di
improvvisazione, traendo da sé le motivazioni proprie e quelle della propria
cultura, in questo caso la madre Europa. E nel caso di Nini anche un retaggio
particolare: Napoli.
"Doppio sogno doppio" è
un’opera circolare. Nell’accezione matematica, il termine circolarità si
definisce "Proprietà di un insieme chiuso e ordinato di elementi in cui estremo
superiore e inferiore coincidono". Faccio deliberatamente riferimento alla
matematica perché "doppio sogno doppio" è un’opera che, nel suo apparente
aspetto di melting pot, di crogiuolo nel quale elementi disparati vengono
mescolati assieme con l’approccio sperimentale e casuale dell’alchimista, nasce
e si sviluppa con il rigore del tour poetico, del viaggio iniziatico, per diventare un progetto
multimediale. In un senso decisamente diverso da quello col quale la civiltà
informatica intende il termine. Nulla qui viene affidato - come nella maggior
parte della irrefrenabile produzione di CD di giovani musicisti di jazz in
Italia - alla furbizia idiota del fare, della musica che si produce,
un’automobilina a molla che, data la ‘corda’ con l’apposita chiavetta, si
lascia andare sotto il pennello luminoso del laser dal primo all’ultimo
‘track’, lasciando gli l’ascoltatore avveduto a chiedersi se non avrebbe potuto
usare più utilmente le molte decine di minuti che ha dedicato all’ascolto.
Il mixing di parole e
musica, di voce recitante e suoni è molteplice e onirico al tempo stesso; ricorda
in qualche modo il flusso controllato del "Finnergar Wake" di James Joyce, il
luogo, nella storia della cultura letteraria di questo secolo, nel quale tanto esasperata, storia della cultura letteraria di questo secolo, nel quale tanto esasperata criptica è la
commistione di lingue e linguaggio, che, sino ad ora, nessuno, traduttore di
professione o scrittore, ha mai avuto il coraggio di cimentarsi per
renderlo in italiano. Lo stesso Joyce, alla fine degli anni 30, quando ancora
l’opera si chiamava, dal nome della protagonista, ‘Annalivia Plurabelle’, che
sarebbe divenuto poi ‘Work In Progress’ prima di assumere il titolo definitivo
col quale viene pubblicato nel 1939, si cimentò nella traduzione italiana di 12
paginette. È una rarità bibliografica che ho la fortuna di possedere e
custodire come un tesoretto. L’ho rispolverato, non saprei dire perché,
ascoltando la musica di Enzo Nini, e sfogliandolo, mi è saltato all’occhio una
frase: ‘Ma come suona la terza rima? Dalle la stura. Finché non sento la
ninnananna. E come cadenza? Da ‘retta ora. Stai a sentire? Sì, sì, Difatti
ascolto (sic).
E, per restare nelle
metafore, "Doppio Sogno Doppio" mi ha ricordato la ricchezza crapulenta del
napoletanissimo sartù di riso. Occorre premettere una breve divagazione sul
significato del termine sartù. Il nome denuncia che questo piatto è
un’eredità francese e che probabilmente deriva dalla cucina internazionale con le solite correzioni di pretto gusto napoletano; può darsi
che risalga alla dominazione francese che Napoli ebbe nel primo decennio dello
scorso secolo. La parola viene dal francese "surtout", che significa "soprattutto": nel periodo della dominazione francese
a Napoli, indicava che un piatto di riso per le mense gentilizie era al di
sopra di qualsiasi altro. Ippolito Cavalcanti, discendente di quel Guido amico
di Dante, poeta egli stesso, del Dolce Stil novo, nel suo trattato della fine del '700 "La Cucina Teorico Pratica", prescrive
dettagliatamente la ricetta di questo piatto. Che è un insieme ricchissimo e
ridondante di riso, polpettine, interiora di pollo, pezzetti di salsiccia, uova
sode, piselli, dadini di salame, parmigiano, burro, pangrattato, pancetta, ragù
ben ‘tirato’, da passare poi al forno e servire in un trionfo di sapori, tutti
distinti e al tempo stesso amalgamati. "Doppio Sogno Doppio" è anche un
progetto virtuale nel termine tecnico della parola, di una realtà che esiste in
un’altra, specchiata, doppia. Anche nel senso psicanalitico del termine, che
rinvia allo Arthur Schnitzler del romanzo "Doppio Sogno" dal quale questo disco
prende il titolo e molti dei suoi significati. Ne sono stato coinvolto anche
per un episodio personale. Alcuni anni orsono trasmettevo alla RAI un programma
radiofonico dedicato al jazz all’interno del quale una rubrica accostava con
motivazioni del tutto personali e istintive, frammenti letterari e brani di
jazz. Nella mia copia del libro di Schnitzler ho trovato segnato e scelto per la
lettura che era affidata a un attore, il brano seguente:
"Si ricordò di certi
strani casi clinici che conosceva dai libri di psichiatria, delle cosiddette
doppie esistenze: un uomo spariva improvvisamente dalla vita normale, veniva
dato per disperso, ritornava dopo un inizio dopo anni senza ricordare dove
era stato tutto quel tempo, finché in seguito qualcuno con cui sarà sarà incontrato da qualche parte in un paese lontano riconosceva, ma
lui non aveva più memoria di nulla. Casi simili si verificavano certo raramente,
ma erano comunque provati. E in forma più lieve a più d’uno doveva
capitare la stessa cosa. Per esempio, dopo aver fatto un sogno? Certo, ci si
ricordava… Ma sicuramente c’erano anche dei sogni che si dimenticavano del
tutto, dei quali non restava più traccia, tranne un certo strano stato d’animo, uno
stordimento misterioso. Oppure si ricordavano solo più tardi, molto più tardi,
e non si sapeva più se si era fatta un’esperienza reale o soltanto sognato.
Soltanto… Soltanto!"
Questo frammento lo ho accostato
a un brano, "Fables of Faubus" con un celebre duetto del clarinetto basso
di Eric Dolphy col contrabbasso di Charles Mingus. Prestate particolare attenzione
allo splendido analogo dialogo di Luciano Nini e Bruno Tommaso nell’ultimo
"Interdet" (#19) che chiude il flusso circolare di "Doppio Sogno Doppio" e
capirete. Buon ascolto.
Note di copertina di Pietro Mazzone
Ho provato in varie stesure a rendere conto dell’idea, del tema, dell’ossessione del doppio che simbolicamente percorre, come un brivido, la musica di questo disco, in un gioco di rifrazioni che quanto più, via via, colpiscono con l’intensità dell’intuizioni profonde, tanto più sembrano scoraggiare l’analisi compiuta. E ciò non tanto perché quest’opera dallo sbalorditivo carattere d’apertura non suggerisca, nella sua visionaria eppure strutturata invenzione topografica - il doppio è nella sua essenza, dunque - inequivocabili indicazioni poetiche. Provo a elencarne tre: la sussultante rilettura dell’essenza barocca della napoletanità: Bach, Schubert, Templeton colti al volo quasi a voler frenare l’ansia del divenire nella scrittura musicale dell’Occidente; la voce recitante che si insinua, evento musicale essa stessa, come capo di un doppio di cui l’altro- l’alterità insopprimibile, è la prosodia delle note. Eppure, ben aldilà di questa immagine vista dall’alto, l’arcipelago estesissimo di "Doppio Sogno Doppio" rivela, ad ogni riascolto
- e consegna all’appassionato -
un sottofondo, un doppio sotterraneo in cui si rendono visibili, ora più ora
meno, un numero di implicazioni teoricamente infinite; in cui è una chiave di
meditazioni possibili tutte scopertamente alluse e tutte perfettamente taciute
dalla "Metafora assente" dell’incantata ricerca volumetrica che gli splendidi
musicisti e artisti presenti in questa opera mettono in atto. Penso alle
voragini dell’inconscio che paiono aprirsi proprio intorno alla figura
dell’autore man mano che i versi taglienti, impietosamente presenti a se
stessi, di Vanna D’Amato vanno rivelando il loro disegno. Penso all’enorme
serbatoio di riflessioni sul jazz che Enzo Nini - in primo luogo, forse, come
strumentista! - sembra aver riversato in questo lavoro sia il presagio, ascoltando "Doppio Sogno
Doppio", che qualcosa di terribile accadrà a recidere l’essenza del Jazz. Che
poi è il tempo.
Penso poi, ancora, ma non andrò oltre, al singolare, sperimentale lavoro di montaggio e di sopra incisioni che veramente sostanzia questo disco e può essere eletto come autentico doppio solistico (e compositivo!) del suo autore.
La verità, mi sembra che, è che Enzo Nini sia qui riuscito ad infondere il movimento medesimo della sua riflessione, a restituircene il respiro e il carattere.
Della sua riflessione di musicista e di intellettuale.
Che è sempre già oltre il punto a cui è approdata;
che è sospesa tra la sua intima complessità e esigenza, a fine ma non uguale, di complessità. Non solo: che attende, nella processualità del fare, che qualcosa a un tratto si liberi. E che esprima null’altro che se stessa.
Doppio Sogno Doppio è il
risultato esatto di tale processo, e reca i segni misteriosi e liberatori -
come dire? - dell’"ora o mai più".
Ci consegna musica che è
movimento incessante, che ancora insegue ciò che ha già trovato, che improvvisa
del tutto intuizioni e forme sedimentate e interiorizzate. Risolvendosi, infine
- e qui, forse, è la configurazione estrema del doppio - nel suo carattere
decisivo, quello esistenziale.
Essa giunge, perciò,
quasi ridente, sorniona.
Doppio Sogno Doppio
Polosud Records, 1997
· Alto Saxophone – Luciano Nini
· Bass Saxophone – Enzo Nini
· Contrabass – Bruno Tommaso
· Drum – Salvatore Tranchini
· Flute – Enzo Nini
· Piano – Bruno Persico
Poesie di Vanna D'Amato
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1 |
Intro |
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2 |
Nella Grotta Madonna Cenerentola |
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3 |
The Little Sailor Blues \
Pagliaccio |
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4 |
Major's Era |
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5 |
Pagliaccio \ South Tears |
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6 |
Coda |
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7 |
Interdet |
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8 |
Tavolta |
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9 |
Doppio Sogno |
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10 |
Interdet |
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11 |
Non Aprire Quella Porta.. |
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12 |
Doppio Sogno #2 |
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13 |
Interdet |
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14 |
Be Boh Be Bach |
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15 |
Interdet |
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16 |
La Persistenza Della Memoria |
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17 |
Doppio Sogno #3 |
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18 |
Minuetto |
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19 |
Interdet |
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20 |
Sul Piazzale |
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21 |
Boccadimiele |
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Presente un inserto ripiegato in 3 pagine, le poesie di Vanna D'Amato.
Enzo Nini & Rubber Band, “Doppio sogno doppio” (Polo Sud)
Un lavoro che certamente lascerà un segno, sia per la stratificazione verticale tra linguaggio (“le parole se le apri spalancano fughe di sentieri”: Vanna D’Amato) e interventi musicali che per quella orizzontale, tra citazioni colte (Bach, Schubert,..) e perifrasi jazz intimistiche. Il sassofonista napoletano Enzo Nini, già apprezzato in “Quartieri Spagnoli” per l’uso di stilemi arditi ed esuberanti, è autore della maggior parte delle tracks, talvolta affiancato dal pianista Bruno Persico, che condisce il tutto con perifrasi d’estrema precisione e razionalità. Il titolo, che ricorda le finzioni di Borges, rinvia a un tessuto narrativo variegato ma profondamente unitario. Il sogno che sogna sé stesso in realtà riporta l’ascoltatore ad una estrema condensazione del linguaggio. Giudizio: Immenso
Girolamo De Simone
Il manifesto, 4 luglio 1997
