giovedì 26 marzo 2026

Postfazione di Valeria Bianchi Mian per il volume di Carolina Invernizio.

 











Nina, la poliziotta dilettante.


L’angelo sterminatore,

ovvero Nina, l’eroina che prepara il futuro

di Valeria Bianchi Mian

 

Consapevole del fatto che voi, lettori e lettrici, siete giunti alle mie pagine dopo aver accompagnato Nina nella sua av­ventura investigativa, posso senz’altro sbilanciarmi. Senza ti­more di svelare un segreto, affermo dunque, a conclusione di questa fiaba nera, che «tutti vissero felici e contenti…fino a un certo punto». Com’è giusto che sia, d’altronde, tenendo conto del concetto autonomo di Giustizia che permea il senso di Carolina Invernizio per la morale e regola gli equilibri all’in­terno del romanzo che avete letto.

Nemesi fa capolino nell’intreccio. La dea armata di frusta è Nina stessa, «l’angelo vendicatore». È la giovane donna scal­tra, abile nell’arte del distribuire una punizione o il perdono. Come sempre, quando c’è di mezzo lei, non si tratta di con­danne offerte dalla Legge, quanto di pene spirituali modula­te nella presa di coscienza. Là dove non agisce una Giustizia eteronoma, Nemesi dispensa redenzioni possibili, suggerisce trasmutazioni da conseguire dopo l’esecuzione di un delitto oppure a seguito di un’azione malvagia, e non c’è creatura umana che possa evitare di saltellare tra il piattino dell’ideale bontà e quello della realtà del Male, malignità che è, si sa, dote comune a tutti, niente affatto banale, alla ricerca di un punto fermo sulla bilancia della suddetta dea.

I «cattivissimi» di Carolina Invernizio vantano traumi infan­tili da confessare, atroci ferite da lenire, un ordine genealogico da ristabilire attraverso lo scandalo.

I «buonissimi», tutto sommato, peccano d’ingenuità, affon­dano lame appuntite nel cuore di altri soggetti più o meno innocenti, mentono con indifferenza, «a fin di bene», e transi­tano nella storia combattendo la controparte oscura, aprendo varchi tra il Bene amato e l’opposto diabolico, per poi andare alla ricerca di una riconciliazione.

La gran parte dei personaggi «inverniziani» opera compen­sando posizioni che all’inizio sembrano il risultato di una di­visione in ruoli predefiniti, come giudizi scritti alla lavagna – i buoni di qua, i cattivi di là. È mera apparenza. L’essere umano, femmina e maschio, meticcia bassezze ad ambizioni e lo fa con dosaggio sapiente anche qui, tra le pagine di Nina, la poliziotta dilettante, volume pubblicato per la prima volta nel 1909.

Attraverso le voci delle sue figure, personae dalla psicolo­gia più che moderna, l’autrice lascia che il Male risorga qua e là con nomi e orditi differenti, fino alla fine dell’inchiostro, fino alla chiusura della trama, costruendo il tessuto cangiante dell’animo collettivo, annodando e ricamando contrasti, con­trapposizioni, correlazioni, infine osando una vera e propria congiunzione tra le opposte istanze che guidano l’esistenza.

Carolina Invernizio ha saputo condurre il suo carro sulla via del dialogo tra gli opposti psichici ben prima che la psi­coanalisi arrivasse a conclusioni precise, quando Carl Gustav Jung, per esempio, all’epoca seguace di Sigmund Freud, non aveva ancora formulato il ben noto tema dell’Ombra, che in­dica quella parte «altra», individuale e collettiva, specchio in­conscio della presunzione egoica di essere, magari, adattati alle convenzioni, del sentirsi tutti d’un pezzo, signore e signori adeguati, onesti, gente dal pensiero lineare.

Con l’imparzialità di Themis, dando a noi lettori e lettrici l’idea di parteggiare a volte per i suoi «cattivi»; con la spada appuntita offerta da Dike, che ferisce con le parole nei dialo­ghi arguti e accesi; con gli occhi bendati di Iustitia, dea che sa stupirci andando a svelare composti radioattivi di sentimenti calpestati, di dolori accumulati che per esempio causano in una Vilda o in un Felix la distorsione dei caratteri, la nostra scrittrice soppesa sul bilancino cuori e piume come novella Maat e genera libri che ancora oggi ci appassionano.

Sul finale di Nina, così come in altri volumi, i personaggi di Carolina sembrano rientrare nelle convenzioni come pecore nell’ovile, la sera. Alcuni intellettuali che non nominerò, di­chiarando i più che noti giudizi che non citerò, si sono detti convinti di un limite conformista dietro i trucchi trasgressivi di Invernizio.

Io scorgo piuttosto, qui come altrove, il movimento con­trario: non c’è personaggio che esiti di fronte alla possibilità d’infrangere la legge in nome di una virtù del tutto personale. Chi più, chi meno, le figure si votano a un rimescolamento di carte, sperando di regalare a ogni membro del gruppo nutrite dosi di felicità terrena autodeterminata. La stessa Nina, in bar­ba a qualsiasi polizia, si autodefinisce «poliziotta» e agisce la propria virtù come la cardinale Temperanza, travasando infor­mazioni, perdoni e sentenze senza rendere conto ad altri che a se stessa, mediando tra posizioni conflittuali, accogliendo con saggezza la luce e il buio dentro l’animo umano.

In questa storia, che affascina e diverte tutti noi dall’inizio alla fine, la psicopompa Carolina, armata di penna, sa condurci oltre la soglia della morte, per attualizzare la sua Nina e offrirci una fenice metamorfica, risorta alle acque del Po, più che dalle fiamme. Ed è il fuoco, lo spirito igneo, a guidare l’indagine, vestendo Nina del ruolo gemellare di «Nanì», trasmutando la sua immagine da bruna a bionda nel doppio «Jana».

Con shakespeariani escamotage e rocamboleschi travesti­menti, con argute peripezie nelle quali non manca mai l’ana­lisi delle dinamiche dei personaggi, attraverso stravolgimenti e colpi di scena; nelle danze relazionali che portano gli attori a strabilianti eppure psicologicamente verosimili prese di co­scienza, grazie alla bizzarra fata Ranocchia, che con magie di scena e candide parrucche supporta la protagonista nella sua opera votata a Nemesi, e con l’ausilio di bugie dosate ad arte, Carolina Invernizio, trickster prolifica, dà vita a un storia che, a leggerla adesso, nel 2024, a commuoversi e a sorridere seguen­do le sue parole, si fa presto a rievocare l’autrice accanto a sé. Pare di vederla, cappellino e gioielli, sguardo brillante, felice di aver mietuto un’altra vittima, di aver sedotto un’altra lettrice, un altro lettore.

Moraleggiante, la sua opera, forse, ma di una moralità che solo in apparenza punta all’adeguamento, mentre Carolina strizza l’occhio alla libertà di pensiero. Per lo meno, sembra voler suggerire semi che si propagano nel terreno in cui sono cresciute le centinaia di protagoniste femminili che hanno vi­sto la luce su carta dal 1887, anno in cui Salani ha pubblicato Rina, o l’angelo delle Alpi, e ancora oggi ci strizzano l’occhio.

Giocando a trarre alcune lezioni dalle avventure di Nina si può affermare, per esempio, che:

- non è auspicabile per una fanciulla chiudersi in convento a smaltire colpe non proprie;

- non è corretto sposare un uomo, se non lo si ama;

- viceversa, è sempre meglio evitare i matrimoni che non uniscano sposi dotati di animi «alla pari»;

- il meticciato sociale non solo è inevitabile, ma è anche auspicabile;

- una donna, prima di tutto, deve seguire la propria strada.

Inoltre, le donne, così come gli uomini, agiscono in nome del potere, ed è un piacere il potere del denaro, ammettiamo­lo, è divertente il potere di manipolare gli uomini a proprio uso e consumo, così come gli uomini hanno sempre fatto nei confronti delle donne. Vi ricordo che nel 1909 eravamo an­cora distanti dalla famigerata quanto parziale idea freudiana di «invidia del pene». Anche le donne amano il piacere, sug­gerisce Carolina, per quanto in quel momento la psicoanalisi freudiana fosse, appunto, ancora informe, e forse la lettura di Nina avrebbe potuto essere annoverata tra gli spunti terapeu­tici contro la morale vittoriana dei non detti e dei non fatti. Nel 1909 Freud offriva al mondo le sue Cinque conferenze sulla psicoanalisi, mentre si andava delineando il trattamento della malattia femminile più in voga: l’isteria.

L’approccio analitico all’inconscio nasce grazie alle donne, alle pazienti, e ci sarebbe voluto ancora qualche anno perché una leonessa come Lou Andreas Salomè, per esempio, si re­cassea Vienna a studiare con Freud (capiterà nel 1912) e per­ché le prime analiste si distinguessero con produzioni teoriche e pratiche.

Il 1909 è anche l’anno in cui nacque Rita Levi Montalcini.

Negli Stati Uniti, il 28 febbraio 1909 ha luogo la prima Giornata Nazionale della Donna in memoria dello sciopero di migliaia di camiciaie newyorkesi, quelle che, giusto l’anno prima, avevano rivendicato migliori condizioni di lavoro.

La nostra Nina, dunque, si muove sin dall’inizio in un terre­no che prepara il futuro.

Potrei continuare a lungo, estrapolare messaggi nascosti da covare dietro l’apparenza virtuosa delle trame di Caroli­na. Mi limiterò a citare una battuta, geniale, pronunciata dalla crudelissima (cru)Delia, femmina fatale, anaffettiva, del tutto priva di remore, una Lilith feroce che, nel pieno parossismo, al culmine del Pathos romantico che attanaglia tutti gli altri personaggi, schiocca la lingua equilibrando – giustamente – i toni (p. 266).

 

Tutti piangevano a quella scena, tutti tranne Delia, che fece sentire la sua voce aspra per dire: «Non abbiamo ancora finito i piagnistei? Orsù, addio a tutti.»

 

Di fronte al buonismo corale non si può che dar ragione a questa cinica signora, e vien da pensare che, in fondo, an­che lei, la più cattiva di tutte, se non si fosse messo di mezzo il figlio succube, preda di un evidente «complesso materno», eliminando sul nascere ogni possibilità di fuga, anche questa dark lady archetipica, divinità del fuoco tifonica e distruttrice, a rappresentanza di quel pizzico di Male che nella psiche non è mai redimibile né del tutto integrabile, avrebbe potuto trovare in altri lidi la pace, o la guerra, o magari il femminismo.

Per veder risorgere quello spirito che non si rabbonisce e mai potrà essere del tutto integrato; per accogliere Lilith tra le mura domestiche e fuori, in tutte le strade della vita, le lettrici di Nina avranno atteso un nuovo romanzo della loro beniamina Invernizio, rimanendo sempre un poco in­soddisfatte eppure in parte saziate. Una buona ricetta, gu­stosa, fatta di figure poliedriche, quella di Carolina. In ogni caso, le donne fremono sotto gli abiti del conformismo, che siano mogli e madri, vedove e fanciulle, ricche e nobili o mendicanti.

Le visualizzo adesso tutte raccolte in un cerchio al centro del quale arde un fuoco sacro, più che un focolare domestico. Ed è il fuoco dell’incontro tra le luci e l’Ombra del femminile.

Nelle riviste dei primi del Novecento si indicava nel foco­lare il prezioso elemento da nutrire per l’idea di una protoso­rellanza volta al bene degli altri, votata a mettere l’amore a di­mora, a negare l’odio, a reprimere il corpo; ma già si nominava un fuoco che potesse dirsi «nostro», una fiamma di donna, un falò per signore[1].

È un centro vivo, per esempio, quello auspicato dalla con­tessa Eugenia, anche lei capace di essere «più crudele di una tigre» per difendere i propri confini o per aprirli andando a creare una famiglia allargata e ricostituita che somiglia a quelle dei nostri tempi.

Nella mitologia greca, Estia è la custode del focolare. Fi­glia di Crono e Rea e sorella di Zeus, identificata nella Ve­sta romana, culla la fiamma della cucina creativa. Quando il fuoco sfugge alla cura, però, l’associazione immediata è con altre figure, quali Ecate, per esempio, o l’egiziana Sekhmet, dove l’uso della fiamma si avvicina invece al rischio della di­struzione.

Immaginiamo insieme: intorno al fuoco c’è silenzio. Le cru­delissime signore e le vergini sacrificali si osservano le une con le altre, e le amanti e le Amazzoni, le deformi e le bellissime intorno al falò mostrano volti emersi delle pagine dei romanzi di Invernizio. Ognuna di queste convitate è diversa dall’altra, si distingue anche solo per una sfumatura, una traccia nella trama. È un convivio di donne che si discostano dal perbeni­smo dell’epoca, che irridono dall’interno il partito patriarcato e sfilano davanti ai nostri occhi sfidando le critiche.

Possiamo riconoscere, per esempio, Clara, La sepolta viva, e Nara, la protagonista di La vendetta di una pazza, e Nina, la prima investigatrice della storia del noir, ma anche la contessa Delia, la «cattiva» del romanzo che avete letto.

Nella mitopoiesi della nostra scrittrice, in un’epoca domina­ta da Zeus, prendono vita le dee della psiche: Era, Afrodite, le Furie, Estia, Artemide, Demetra, Persefone, Nemesi, Lilith… dee come idee sul Femminile che s’incontrano e scontrano, si perdonano, si tradiscono. Immagini archetipiche che l’analista Cinzia Caputo ha di recente reso fruibili come voci del nostro specchio interno[2].

Le donne nell’Olimpo di Carolina Invernizio si ritrovano e s’identificano nella capacità di odiare, amare, ordire, giocare il potere, nella ritmica alternanza di icone personae che si com­pensano a vicenda, che ricamano una visione prismatica, un arazzo, e si riverberano nel qui e ora, senza tempo.




Valeria Bianchi Mian
Laureata con Lode e menzione accademica in Psicologia, è specializzata in Psicoterapia individuale e di gruppo e Psicodramma junghiano. Ha creato il Metodo Tarotdramma®, intreccio di Psicodramma e scrittura terapeutica con le carte dei Tarocchi (www.tarotdramma.com). Ha una formazione in mindfulness e naturopatia. Docente di scrittura terapeutica e poesiaterapia con PoesiaPresente, la scuola di poesiaterapia di Monza. Redattrice in Poetry Therapy Italia. Referente Piemonte per la Società Italiana di Psicologia Online.
Conduce corsi di scrittura e un salotto letterario con Giunti Psicologia. È redattrice per Versante Ripido e speaker a www.radiodreamland.it.             
Ha curato antologie - Maternità marina (Terra d’Ulivi Edizioni, 2020); illustrazioni per Confine donna. Poesie e storie di emigrazione (Vita Activa Nuova, 2022). 
Saggi curati e partecipazioni: Utero in anima (Bianchi Mian V., Ceresa S.G., Putti S., Lithos, 2016); Amori 4.0 (AAVV, Alpes Italia), 2018; Voci di donna. Il complesso intreccio tra Psicologia e Femminismo (AAVV, Underground, 2019), Fare storie (Giunti Psicologia, 2025). Narrativa e poesia: ha scritto e illustrato Favolesvelte (Golem Edizioni, 2016); il romanzo Non è colpa mia (Golem Edizioni, 2018), la silloge Vit(amor)te. Poesie per arcani maggiori con ventidue carte disegnate da lei (Miraggi Edizioni, 2020), Psicoporno (Buendia Books, 2023), Bestie, femminile animale (Vita Activa Nuova APS, 2023). Ha partecipato a diverse antologie poetiche. È tra gli autori di “Piemonte in Noir” con il romanzo Il corpo crudo (Edizioni del Capricorno per La Stampa, 2023), Le signore dei giochi (2024) e L'angelo di sangue (2026).

 


 



[1] Cfr. l’editoriale della rivista La donna, 1910.

[2] Le donne nel mito. Tra letteratu­ra e psicoanalisi, Terra d’Ulivi, Lecce 2023