Oggi ricorrono 30 anni dalla morte di Goliarda Sapienza.
Anna Maria Curci offre gentilmente, per l'occasione, un suo contribuito già pubblicato il 4 maggio 2017 in "Poetarum Silva".
Buona lettura
LINK: Poetarum Silva
Le Cicale Operose (logo e denominazione registrati) è stato un caffè letterario e poi un'associazione culturale, dal 2016 al 2024. Questo blog conserva la memoria dell'attività svolta in quegli anni ed ospita nuovi contenuti su temi culturali affini all’ethos delle Cicale Operose (vedi menu). Vi terrà inoltre aggiornati sulle attività per Beatrice Hastings.
Oggi ricorrono 30 anni dalla morte di Goliarda Sapienza.
Anna Maria Curci offre gentilmente, per l'occasione, un suo contribuito già pubblicato il 4 maggio 2017 in "Poetarum Silva".
Buona lettura
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“Voi
occhi felici”: volgere lo sguardo alla verità. Ingeborg Bachmann a 100 anni
dalla nascita.
Di
Anna Maria Curci
Quando, solitamente nella classe quinta
liceo, ma talvolta anche in anni che precedono quello conclusivo, menziono il
nome di Ingeborg Bachmann, di cui oggi - 25 giugno 2026 - ricorre il centenario della nascita, non posso
fare a meno di volgere lo sguardo fuori dalla finestra dell’aula scolastica[1],
dove so che, oltre la cortina verde di alberi e cespugli, c’è l’edificio
dell’ospedale Sant’Eugenio. Lì, al reparto “grandi ustionati”, in quella che
Fleur Jaeggy in Gli ultimi giorni di Ingeborg chiama “la stanza asettica”, la scrittrice
nativa di Klagenfurt fu ricoverata tra il 26 settembre e il 17 ottobre 1973,
giorno della sua morte. Il movimento degli occhi, il volgere lo sguardo è per
me non solo riflesso spontaneo e immediato, ma anche un gesto che rinnova la
volontà di esplorare, attraverso l’opera di Bachmann, l’intreccio complesso, il
divenire inesauribile delle relazioni tra umanità, scrittura, verità, menzogna,
smascheramento, lingua e linguaggi.
Tra i numerosi fili rossi di cui è
disseminata l’opera di Ingeborg Bachmann, mi sembra di poter individuare come
particolarmente significativo quello che riguarda la relazione tra vista e
verità. Quanto l’umano è in grado di vedere, sceglie di vedere? Una volta che
“si sono aperti gli occhi”, quanta e quale verità è “ragionevolmente esigibile”
(“zumutbar”) dall’essere umano? E chi scrive, chi non può fare altro che
scrivere, come Ingeborg Bachmann, colei che, come ricordava Christa Wolf in Trama
d’infanzia, di sé affermava: “Con la mia mano bruciata scrivo della natura
del fuoco”, che cosa deve, può fare, dinanzi alla vista della verità che si
schiude ai suoi occhi?
Ho deciso di seguire questo filo rosso
attraverso due testi di Bachmann.
Il primo è il discorso da lei pronunciato il
17 marzo 1959[2],
quando le fu conferito il Premio dei Ciechi di guerra per il miglior
radiodramma (si trattava della sua opera Il buon Dio di Manhattan).
Il secondo è il racconto Ihr glücklichen
Augen, apparso nella raccolta di racconti Simultan, del 1972. Il
racconto è apparso nella traduzione di Ippolito Pizzetti nella raccolta Tre
sentieri per il lago e reca il titolo Occhi felici.
Il titolo con il quale il discorso del 17
marzo 1959 è entrato nella storia della letteratura è tratto da un passaggio
centrale del discorso stesso: “Die
Wahrheit ist dem Menschen zumutbar”, vale a dire “La verità si può
pretendere dall’essere umano”, “L’essere umano può affrontare la verità”, “La
verità è ragionevolmente esigibile dall’essere umano”. La verità è una e inequivocabile e,
soprattutto, non è una pretesa sfacciata per il genere umano, come recita una
certa vulgata demagogica attualmente in voga. Altrimenti non è verità. Dal
discorso ho tratto e tradotto due passaggi che ritengo particolarmente
significativi[3].
[…] Così il
compito dello scrittore non può consistere nel negare il dolore, nel
cancellarne le tracce, illudersi che non ci sia. Al contrario, egli deve
provarlo e, ancora una volta, farlo provare, affinché tutti possiamo vedere.
Perché noi tutti vogliamo diventare vedenti. E solo quel dolore segreto ci
rende sensibili all’esperienza e in particolare a quella della verità. Noi
diciamo, in maniera molto semplice e corretta, quando giungiamo a questo stato,
lucido, doloroso, in cui il dolore si fa fecondo: “Mi si sono aperti gli
occhi.” Non lo diciamo perché abbiamo davvero percepito esteriormente una cosa
o un evento, ma perché afferriamo ciò che non possiamo vedere. E questo è ciò
che l'arte dovrebbe ottenere: che, in tal senso, ci si aprano gli occhi. […][4]
[…] Come lo scrittore cerca di
incoraggiare gli altri alla verità, per il tramite di ciò che espone nella sua
opera, così gli altri incoraggiano lui, quando, nel lodarlo e nel biasimarlo,
gli danno a intendere di pretendere da lui la verità e di voler giungere allo
stato in cui si aprono loro gli occhi. La verità, infatti, si può pretendere.
Chi, se non coloro tra voi che sono stati colpiti da una dura sorte, potrebbe
testimoniare in maniera più efficace che la nostra forza va oltre la nostra
sventura, che chi è stato derubato di molto, è capace di sollevarsi, che si è
in grado di vivere disillusi, vale a dire senza cadere vittima di inganni. Penso che all’essere umano sia concessa una
sorta di orgoglio, l’orgoglio di chi nell’oscurità del mondo non si arrende e
non smette di cercare la cosa giusta. […][5]
Come gli altri racconti della
raccolta Simultan, anche Ihr glücklichen Augen presenta
riferimenti intertestuali. Essi emergono già dal titolo, che letteralmente
suona “Voi occhi felici” e che è in realtà la citazione di un verso di Goethe
in Faust, II parte, V atto, scena “Tiefe Nacht”, “Notte fonda”. È Linceo,
il torriere (Lynceus der Türmer), a
parlare:
Ihr glücklichen Augen
Was je ihr gesehen,
Es sei, wie es wolle,
Es war doch so schön!
ovvero:
Voi occhi felici
Per ciò che vedeste,
Ma sia quel che sia,
Fu pur così bello![6]
L’ironia di Bachmann, il ‘rovesciamento su
carta’ dell’io scrivente, sta nell’aver associato indirettamente le parole di
una persona la cui esistenza è scandita e caratterizzata dalla vista acuta alla
vicenda narrata nel suo racconto, quella di Miranda, affetta da una miopia
fortissima:
«Aveva cominciato con 2,50 a destra e 3,50 a
sinistra, ricorda Miranda, ma adesso, con perfetta armonia, di diottrie ne ha
7,5 per occhio»[7].
Miranda è inoltre il nome della figlia di
Prospero in La tempesta di William Shakespeare. L’apparente ingenuità e
la spiccata capacità di empatia accomuna i due personaggi femminili, tanto
distanti nel tempo e nella collocazione letteraria. La coincidenza dei nomi, ai
miei occhi tutt’altro che casuale, mi sembra sia frutto di una scelta precisa
di Ingeborg Bachmann, che già all’inizio del 1960, nella quarta delle cinque
lezioni di Francoforte, intitolata Il rapporto con i nomi, scriveva:
«I nostri nomi sono accidentali e spesso
siamo assaliti dalla sensazione di essere anonimi a noi stessi e al mondo. Da
ciò nasce il bisogno di nomi, nomi di figure, di luoghi, nomi in genere.»[8].
Se si pensa inoltre al significato in latino
del nome “Miranda”, ci viene incontro un ulteriore rovesciamento operato
dall’autrice. Il personaggio principale del racconto Occhi felici di
Ingeborg Bachmann, Miranda, dunque, che prova una vera e propria repulsione
dinanzi al mondo visto con le lenti che le correggono il difetto, porta un nome
che significa “colei che va guardata”, “colei che va ammirata”.
Le situazioni tragicomiche – tra la
teatralità secolare viennese e le ispirazioni ‘à la Gogol’, i calembour e
l’ironia sui modi di dire comuni, per esempio «tenete d’occhio il vostro bene» –
che scaturiscono dalla scelta di Miranda, al crocevia tra rifiuto, smarrimento,
distacco, solitudine, isolamento si iscrivono in una narrazione che rende conto
di un processo, di un progressivo allontanamento di Miranda dal suo partner
Josef. Già, perché Miranda sa che vedere può causare un’ampia tavolozza di
sentimenti negativi, dal fastidio allo strazio, ma le sue intuizioni, dunque le
sue visioni in profondità, sono vere e proprie preveggenze.
È infatti proprio Miranda, che nell’udito ha
il suo «bene più caro», ad avere percepito che il tempo e il suo correre inesorabile
verso la catastrofe, avrebbe determinato l’interesse di Josef per Stasi
(Anastasia), una “amica” della donna. Che cosa fa allora la protagonista del
racconto dinanzi a questa “ragionevolmente esigibile”, se pur dolorosa, verità?
Semplicemente, Miranda accelera la fine della propria relazione con Josef,
spingendo l’uno nelle braccia dell’altra.
C’è molto di più, naturalmente, e un
passaggio significativo rivela due punti nodali: il primo è relativo alla contemporaneità della stesura di
questo e degli altri racconti del volume Simultan con il lavoro al
progetto Todesarten (“Modi di morire”, “Tipologie di morte”) che avrebbe
dovuto comprendere i testi narrativi Malina (l’unico completo tra i
romanzi), Requiem per Fanny Goldmann, Il caso Franza; il secondo
concerne l’autorialità moltiplicata nella prosa di Bachmann, giacché il punto
di vista in un passaggio significativo è quello di Josef:
«Si allaccia lentamente le scarpe e cerca la
cravatta, che si annoda con espressione assorta, senza guardare Miranda una
sola volta. Si versa uno Sliwowitz, va alla finestra e osserva la targa della
strada: I. Blutgasse. Il mio candido angelo. Per un attimo stringe Miranda tra
le braccia, le sfiora con la bocca i capelli ed è incapace di vedere o sentire
altro che la parola “Blutgasse”. Chi ci fa tutto questo? Cosa ci facciamo noi
l’un l’altro? Perché io devo far questo? E vorrebbe, sì, baciare Miranda, ma non
può, e così si limita a pensare, ancora oggi si fanno delle esecuzioni
capitali, e questa non è nient’altro che una esecuzione, perché tutto quello
che faccio è un misfatto, e i fatti sono appunto i misfatti. E il suo angelo lo
guarda con gli occhi sbarrati, tiene gli occhi aperti interrogativamente, come
se ci fosse ancora qualcosa da scoprire in Josef, ma, dopo, con un’espressione
che lo distrugge ancora di più, in quanto lo assolve e lo grazia. Josef sa che
nessuno lo guarderà così mai più, neppure Anastasia, e perciò preferisce
chiudere gli occhi.»[9].
Dinanzi a chi sceglie di chiudere gli occhi,
a chi prevede e a chi va incontro alla catastrofe, colei che scrive, Ingeborg
Bachmann, che in epigrafe a questo racconto annota: Georg Groddeck in
memoriam, dedicandolo dunque al medico che aveva affermato - come la
scrittrice stessa ricordava tra il 1966 e il 1967 - «non esiste malattia che
non venga prodotta dal malato», non dimentica mai il proprio compito, quello di
continuare a scrivere, non arrendersi all’oscurità del mondo, non smettere di
cercare la cosa giusta. Tutto questo, come giustamente sottolineava Aldo
Giorgio Gargani nel saggio Il pensiero raccontato, avviene nella
consapevolezza del nesso indivisibile tra l’analisi critica del linguaggio e
l’impegno etico nei confronti di un mondo nuovo.
Biblio-sitografia
Ingeborg Bachmann, Die Wahrheit ist dem
Menschen zumutbar, in: I. Bachmann, Gedichte.
Erzählungen, Hörspiel, Essays, Piper 1964, pp. 294-297
Ingeborg Bachmann, Letteratura come utopia. Lezioni di Francoforte. Traduzione di Vanda Perretta. Cura editoriale di
Renata Colorni, Adelphi Edizioni 1993
Ingeborg Bachmann, Tre sentieri per il lago. Traduzione di
Amina Pandolfi, tranne che per il racconto Occhi
felici che è stato tradotto da Ippolito Pizzetti, Adelphi 2012 (la prima
edizione Adelphi è del 1980)
Ingeborg Bachmann, A occhi aperti. Saggi, discorsi, scritti vari, a cura e con la traduzione
di Barbara Agnese, Adelphi Edizioni 2025
Anna Maria Curci, „La
verità si può pretendere”, blog “La poesia e lo spirito”, 19 marzo 2010 https://www.lapoesiaelospirito.it/2010/03/19/la-verita-si-puo-pretendere-di-anna-maria-curci/
Aldo Giorgio Gargani, Il pensiero raccontato. Saggio su Ingeborg
Bachmann, Laterza 1995
Fleur
Jaeggy, Gli ultimi giorni di Ingeborg,
Adelphi Edizioni 2026
[1]
Insegno nel liceo linguistico dell‘Istituto Statale “Vincenzo Arangio Ruiz”,
che si trova nel quartiere EUR di Roma, molto vicino all’Ospedale Sant’Eugenio.
[2] Ingeborg Bachmann,
Die Wahrheit ist dem Menschen zumutbar. Rede anlässlich der Verleihung des
Hörspielpreises der Kriegsblinden 1959.
[3] La
mia traduzione è apparsa il 19 marzo 2010 sul blog “La poesia e lo spirito” https://www.lapoesiaelospirito.it/2010/03/19/la-verita-si-puo-pretendere-di-anna-maria-curci/
. Una versione dal titolo “L’uomo può affrontare la verità” è apparsa di
recente nel volume di Ingeborg Bachmann A
occhi aperti. Saggi, discorsi, scritti
vari, a cura e con la traduzione di Barbara Agnese, Adelphi Edizioni 2025,
pp. 98-102.
[4] So kann es auch nicht die Aufgabe des Schriftstellers
sein, den Schmerz zu leugnen, seine Spuren zu verwischen, über ihn
hinwegzutäuschen. Er muß ihn - im Gegenteil - wahrhaben und noch einmal, damit
wir sehen können, wahrmachen. Denn wir wollen alle sehend werden. Und jener
geheime Schmerz macht uns erst für die Erfahrung empfindlich und insbesondere
für die der Wahrheit. Wir sagen sehr einfach und richtig, wenn wir in diesen
Zustand kommen, den hellen, wehen, in dem der Schmerz fruchtbar wird: „Mir sind
die Augen aufgegangen“. Wir sagen das nicht, weil wir eine Sache oder einen
Vorfall äußerlich wahrgenommen haben, sondern weil wir begreifen, was wir doch
nicht sehen können. Und das sollte die Kunst zuwegebringen: daß uns in diesem
Sinn die Augen aufgehen.
[5] Wie der Schriftsteller die anderen zur Wahrheit zu
ermutigen versucht durch Darstellung, so ermutigen ihn die anderen, wenn sie
ihm, in Lob und Tadel, zu verstehen geben, daß sie die Wahrheit von ihm fordern
und in den Stand kommen wollen, wo ihnen die Augen aufgehen. Die Wahrheit
nämlich ist den Menschen zumutbar. Wer, wenn nicht diejenigen unter Ihnen, die
ein schweres Los getroffen hat, könnte besser bezeugen, daß unsere Kraft weiter
reicht als unser Unglück, daß man, um vieles beraubt, sich zu erheben weiß, daß
man enttäuscht, und das heißt: ohne Täuschung zu leben vermag. Ich glaube, dass
dem Menschen eine Art des Stolzes erlaubt ist - der Stolz dessen, der in der
Dunkelheit der Welt nicht aufgibt und nicht aufhört, nach dem Rechten zu sehen.
[6] La traduzione è mia.
[7] Ingeborg Bachmann, Occhi felici, in Tre sentieri per il lago. Traduzione di Amina Pandolfi, tranne che
per il racconto Occhi felici che è
stato tradotto da Ippolito Pizzetti, Adelphi 2012 (la prima edizione Adelphi è
del 1980), p. 89
[8] Ingeborg Bachmann, Letteratura come utopia. Lezioni di
Francoforte. Traduzione di Vanda Perretta. Cura editoriale di Renata
Colorni, Adelphi Edizioni 1993, p. 85
[9] Ingeborg Bachmann, Occhi felici, in Tre sentieri per il lago, op. cit., p. 105
Si
può leggere in molti modi l’opera poetica di Vincenzo Luciani, schietto editore
e schietto poeta. Si può leggere, innanzitutto, come ininterrotto canzoniere di
poesia plurale e plurilingue – tante voci, tanti luoghi, tanti idiomi, tante
storie – e, tuttavia, con una salda e riconoscibile unità; si può leggere,
ancora, dal punto di vista della geocritica, giacché i luoghi, la nativa
Ischitella sul Gargano innanzitutto, poi Torino delle vie e delle
fabbriche e Roma delle periferie permeano i componimenti, li ‘impolpano’
e li rendono vividi per toni cromatici e percezioni sensoriali, anche
olfattive.
Un
ulteriore itinerario di lettura è quello di un romanzo di formazione in versi.
L’accostamento scaturisce dalla convinzione che una mera lettura per generi
letterari sia inadeguata a contemplare l’ampiezza della gamma espressiva[1] e che, per contro, mettere
in comunicazione, nell’indagine critica come nell’atto creativo, più ambiti,
giovi all’ampliamento dell’orizzonte e all’intenzione di cogliere, di un’opera,
tutti gli aspetti, ivi compresi quelli intertestuali, ma anche
dall’individuazione, nell’opera poetica di Vincenzo Luciani, di alcuni tratti
in comune con il romanzo di formazione: l’esistenza vista come continua
formazione, originata dalle fonti più disparate, dai maestri (Petrine Paradise), dagli incontri, dalle
lotte, in una parola, dalla vita; il piglio dinamico, con l’evidenziazione,
anche fuori di metafora, del continuo cammino; il costante e ironico ‘understatement’
che deriva dal vedersi, in perfetto equilibrio di toni tra bonario, malinconico
e pungente, non sconfitto, certamente, ma ridimensionato e ‘sballottato’ dal
dipanarsi dell’esistenza; infine, proprio come nel prototipo del romanzo di
formazione, Gli anni di apprendistato di
Wilhelm Meister di Goethe, l’origine e l’evoluzione, divertente e
divertita, della ‘vocazione teatrale’.
Il
principio di questo viaggio tra i versi è, non a caso, proprio la poesia Attore di prosa[2], nella quale Vincenzo Luciani narra spiritosamente
dei suoi entusiasmi giovanili (in realtà siamo al giardino d’infanzia, alla
scuola materna) per un futuro sul palcoscenico.
Del
1985 è la raccolta di poesie, con la prefazione di Diego Novelli, Il paese e Torino[3],nella quale trovano
espressione i nuclei tematici della poesia tutta di Vincenzo Luciani: l’emigrazione,
il ritorno, la ripartenza, il senso di estraneità e di familiarità che si
contendono il primo posto, l’osservazione attenta di luoghi e persone, il
ricordo, gli affetti, l’amore (o meglio, nel pudore del Sud, ‘il bene’), il
combattimento in perdita con il tempo che scorre.
Se di te mi ricordo!, il componimento che
apre la raccolta, ha un andamento esemplare sia nell’alternarsi di metri –
endecasillabi, dodecasillabi, settenari – sia nel pathos, non retorico, ma, piuttosto,
esaltato dalla misura del tono e dall’accostamento di contenuti antitetici. Il
‘tu’ della poesia è ulivi, macere e fichidindia[4], è la terra natia,
abbandonata per necessità, disseccata e aperta in un’attesa acre e
boccheggiante. La poesia è apparsa interamente in dialetto nella raccolta Frutte cirve e ammature del 2001, poi
ripubblicata nella seconda edizione in Tor
Tre Teste (2005).
La fanoja (“Il falò”)[5], che apparirà nella
versione completa in dialetto nella raccolta La cruedda[6], è composta di dieci
versi, cinque in dialetto e cinque in italiano. Il tema è il ricordo, che qui si
fa litania a San Michele, rito della processione e falò, canto fino all’alba,
tra fumo e voce rauca.
I
canti della processione a Ischitella si fanno canti di rivoluzione nella poesia
Mirafiori[7]. Qui Torino è la città dei
«giorni vivi del sessantanove». La voce si leva alta nella lotta, il respiro
testimonia una contentezza “insolente”. La lotta, sempre non violenta, costerà
molto a Luciani dieci anni dopo, esattamente il 16 giugno 1979 (un “Bloomsday” dagli
anni di piombo, il suo), in un’altra città, a Roma, dove il poeta si è
trasferito nel 1975.
16 giugno 1979. Fioravanti guida
l’assalto alla sezione comunista dell’Esquilino, a Roma. All’interno si stanno
svolgendo due assemblee congiunte: di quartiere e dei ferrovieri. Sono presenti
più di 50 persone. La squadra terrorista lancia due bombe a mano Srcm,
poi scarica alla cieca un caricatore di revolver. Si contano 25 feriti, per
puro caso non ci sono morti. Dario Pedretti, componente del Commando, verrà
redarguito da Fioravanti perché, nonostante il ricco armamentario «non c’era
scappato il morto». Che Fioravanti fosse colui che ha guidato il commando è
accertato dalle testimonianze dei feriti e degli altri partecipanti all’azione,
e da una sentenza passata in giudicato. Ciononostante, Fioravanti ha sempre
negato questo suo pesante precedente stragista[8].
Di casa e straniero chiude la raccolta Il Paese e Torino: il ritorno qui è
nella città del pane, non nella città del cuore, ma la condizione illustrata da
questi cinque versi brevi e densi appare
permanente: l’io lirico è, sembra di leggere, non solo a Torino, non solo al
ritorno dal paese, forestiero e di casa, sempre sospeso tra estraneità e
familiarità[9].
Settantasei virgola
sette
è nella raccolta Tor Tre Teste e altre
poesie (1968-2005)[10]: il tempo avanza,
insolente come insolente era la contentezza degli anni di lotta, inesorabile o
semplicemente imperturbabile a dispetto dell’amichevole mentire degli amici. Si
fanno conti: quanto resta?
Non
è facile cantare l’amore coniugale, non senza rischiare lo sbilanciamento tra
universalità poetica e coinvolgimento-restringimento individuale. Nella poesia A Rosa[11],
apparsa anch’essa in Tor Tre Teste, Vincenzo Luciani riesce
nell’impresa di raggiungere questo complesso equilibrio. Scrutare il volto
della donna amata come si scruta il mutare di colore del cielo all’alba è un
accostamento insieme delicato e potente, un antidoto all’inverno perennemente
in agguato.
In
Parole[12],
nella II edizione di Frutte cirve e
ammature pubblicata all’interno della raccolta Tor Tre Teste, Luciani si vede come un “maceraro”. La similitudine
sulla quale si fonda questa poesia è quanto mai efficace. La macera (o maceria,
ma anche nella prosa di Ignazio Silone è attestata questa versione del termine)
è il muretto che delimita il fondo, caratteristico del paesaggio meridionale e
in particolare di quello pugliese. Le macere sono fatte a secco, con pietre
scelte tra quelle che si trovano a disposizione; perché possano stare in piedi,
tuttavia, le pietre devono essere accatastate e incastrate con cura secondo un
disegno accorto. C’è bisogno di pazienza e artigianato, ma anche del gusto
imperituro del gioco e in questo gioco, riscaldato dal ricordo della terra
d’origine, il poeta ritorna bambino.
Il
tema della quête di parole ritorna in
Parole saprite, nella raccolta del
2012 La cruedda[13]: «Ji vaje ascianne», io
vado cercando: qui la ricerca è di parole ricche di sapore, di parole che si
sciolgono in bocca come fragoline di bosco. Ma il collegamento è sempre con il
dinamismo, con il cammino del poeta (che non a caso in una sua poesia benedice
i propri piedi). Lo testimonia non solo la costruzione verbale del dialetto,
che coniuga il verbo andare con il gerundio, ma anche la ricorrenza del verbo
“camminare”.
Un
elemento che la poesia di Luciani ha in comune con il romanzo di formazione è
la riconoscenza nei confronti dei maestri. Pietrine
Paradise (la poesia è nella raccolta La
cruedda), maestro di Vincenzo Luciani alla scuola elementare, viene elevato
in questo omaggio a esempio di vita. Sembra, a chi legge, di accogliere in sé
lo sguardo incantato dei bambini alle sue lezioni di geografia, e di
immaginare, sulla carta e all’orizzonte, la teoria dei paesi che si snoda:
Monte Sant’Angelo, San Giovanni Rotondo, San Marco in Lamis, San Nicandro.
A
proposito del riferimento al romanzo di formazione e al suo prototipo, Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister
di Goethe, la cui versione originale portava il titolo significativo La
vocazione teatrale, non è un caso trovare in Straloche/Traslochi (Cofine 2017, e-book Cofine 2020), che
raccoglie poesie in lingua e in dialetto, il componimento Attore di prosa, nella quale Vincenzo Luciani narra spiritosamente
dei suoi entusiasmi giovanili (in realtà siamo al giardino d’infanzia, alla
scuola materna) per un futuro sul palcoscenico. Attore di prosa è dunque in tale contesto esemplare per visione e
sentire che sottendono l’intera raccolta: l’umorismo e il rimpianto si
mescolano, si saldano intimamente con straordinario equilibrio tra anelito e
disincanto, tra nostalgia e distacco.
Già
il titolo nel dialetto di Ischitella, Straloche,
suggerisce, attraverso la singolare coincidenza tra il termine in dialetto, che
rispetto all’italiano sposta in principio di parola la sibilante, e la forza
evocativa che ne deriva, la condizione di straniamento, di spaesamento.
Vincenzo Luciani si presenta, fedele al suo continuo moto (insieme ai suoi
amici, Ultramaratoneti), obbligato o
spontaneo, come io “spostato, sbalestrato” (Spustate:
«Vengè, che si’ spustate?»), scombinato – nella più ricca delle accezioni,
perché originale e autonomo -
combinatore di passaggi, da un luogo all’altro, da una lingua all’altra,
e di traslochi. Da quella condizione di spaesamento, che possiamo definire
permanente, connaturata al dire, il poeta nomina e ‘va salutando’ persone,
cose, luoghi: «Alli cristiane, alli cunte e alli vanne / ji gghjurne e gghjurne
vaje salutanne / che jè l’utema vota/ fortè che li cunfronte / e u statte bbone
mò / jè pe sempe / e lu sacce»[14].
Il
filo conduttore, quello del commiato, è un universale poetico. Recentemente ne
hanno trattato, nella poesia italiana contemporanea, Mariapia Quintavalla, tra
l’altro in Stiamo facendoci un sacco di
saluti, e Francesco Tomada in Portarsi
avanti con gli addii. Il commiato in Straloche/Traslochi
induce Luciani a riflettere sulla propria esistenza come umano tra gli umani e
sulla propria poesia, con uno sguardo che è allo stesso tempo reso dagli anni
più incerto nel riconoscere e dalla saggezza, invece, più acuto nel leggere tra
le righe. I nuclei centrali di questa riflessione si stringono l’uno all’altro,
rafforzandone efficacia e chiarezza dell’enunciato, tanto da non volere, da non
potere essere separati.
La
stessa opera poetica viene riletta alla luce dei cambiamenti portati dai
traslochi, come avviene in Spaesamento,
il cui attacco si ricollega esplicitamente alla raccolta del 1985 Il
paese e Torino, nella quale già trovavano espressione i nuclei tematici
della poesia tutta di Vincenzo Luciani: l’emigrazione, il ritorno, la
ripartenza, il senso di estraneità e di familiarità, l’osservazione attenta di
luoghi e persone, il ricordo, gli affetti, l’amore (o meglio, nel pudore del
Sud, ‘il bene’), il combattimento in perdita con il tempo che scorre: «Dovessi
riscrivere il libro/ non più Il paese e
Torino titolerei/ ma I due paesi e Torino, anzi i paesi sono tre/
Valfenera, Ischitella, e più ancora Tor Tre Teste paese di Roma/ dove ho
camminato per cento-/ quarantotto stagioni»[15].
Colpisce
la mescolanza di leggerezza e profondità di cui si nutre il modo dell’autore di
porsi dinanzi al tema della morte. L’amicizia, l’amore, ‘il bene’ e
l’interrogazione sull’altrove, dove «A uno a uno se ne vanno»[16]
tante persone care, si fondono in un’unica espressione, alla quale il
dialetto conferisce la forza di una poesia che proprio con quell’idioma andava
detta, ché in lingua per alcuni termini troveremmo soltanto pallidi
equivalenti: «A une a une ce ne vanne/ a n’ata vanne. Chi u sape/ se e donne/
ce trova dd’ata vanne. Sckitte/ ji sacce che mo/ che te jesse truanne/ ji nun
te trova cchiù/ che si trasciute ntu monne/ d’i nocchiù»[17].
Una
mescolanza di natura affine caratterizza la resa linguistica, con un rispetto
vissuto e intessuto di esperienze per la parola-dimora. La mente si sposta e
abbraccia. Le “case-motto” a lungo cercate si ritrovano qui, mescolate tra
lingua e dialetto: traine (traìno,
carretto), paponne (con una
straordinaria vicinanza al Popanz
tedesco, è il babau, lo spauracchio), incantate
(per il disco rotto). Vincenzo Luciani inserisce parole forgiate dall’uso
locale, come “tuppo” e “morra” in poesie
in italiano: è un plurilinguismo che arricchisce la lingua della poesia, mai un
esotismo a buon mercato, un inserto, una gala a mero scopo decorativo.
Del
2020 è prima la versione in e-book, poi quella cartacea della raccolta più
recente di Vincenzo Luciani, Vanzature/Avanzi
(Cofine Edizioni), che si
articola in due sezioni, Avanzi, con
poesie in lingua, e Vanzature, con
poesie nel dialetto di Ischitella.
Il
titolo è un’apertura significativa su elementi fondamentali della poetica di
Vincenzo Luciani, vale a dire sul suo metodico rifuggire termini e toni
roboanti, sulla messa in evidenza, d’altro canto, di lemmi nella propria lingua
materna (come Vanzature, qui,
rispetto all’italiano Avanzi) che
dilatano e approfondiscono gli ambiti di significato rispetto all’equivalente
nella lingua standard, sulla sua risposta
non di rado autoironica alla versificazione come vaticinio, sul suo ascolto
paziente della poesia altrui, sul suo amore per le parole di autrici e autori
che lo hanno preceduto.
Vanzature è avanzo, scarto, sì,
ma è anche “ciò che resta”, lo spazio di libertà spirituale istituito, acceso,
donato dai poeti, come Friedrich Hölderlin sintetizzava, a conclusione di Ricordo, una delle poesie più note e più
citate nella storia del pensiero moderno, e non solo del pensiero poetico.
In
queste molteplici direzioni vanno i testi di Vanzature, sin dai versi riportati in apertura, che in disarmante
semplicità, rendono ancora più vasto e complesso l’orizzonte di riferimento. «Quidde
ch’aveva dice/ te lu so’ ditte./ Quidde
che rumane/ so’ sckitte vanzature.// Vote so’ i megghje cunte/ i vanzature.
Scine,/ i vanzature»[18]: se il parlar franco,
quello che doveva essere detto, è stato pronunciato, quello che “rimane” – non
solo residuo, dunque, ma anche permanenza – è la poesia, il suo dono resistente
alla mercificazione (l’avanzo non può essere messo in vendita), irriducibile
per ulteriori parcellizzazioni e dunque con un nucleo intatto di respiro vitale
non catalogabile e, sovente, null’altro che la parte migliore.
Ritorna
in Vanzature/Avanzi – e sembra
sorprendente in una raccolta che, dopo Straloche/Traslochi,
annuncia l’esposizione di ciò che è rimasto dallo svuotamento di dimore antiche
e dal riempimento di dimore nuove - il
filo conduttore del romanzo di formazione. Il poeta torna fin dalle prime
battute su sogni, prospettive e vocazioni. In particolare nella seconda strofa
di Tutto cambia, egli fa incontrare
felicemente la consapevolezza della propria età anagrafica, il portato delle
esperienze, e il sogno giovanile, intatto per intensità, della poesia: «
Diventeranno poesia?/ Poco si crea e
molto si disperde./ Io sogno, da grande, di fare il poeta/ ma mi disperdo
sempre in qualcos’altro/ che se potessi non vorrei più fare/ in un’età che si
sente bambina,/ eppure è vicina all’addio»[19].
Anche
un’altra costante della poesia di Vincenzo Luciani intona la sua voce in Vanzature: la capacità di restituire, in
versi brevissimi, addirittura formati, a volte, da una sola parola, i profili,
gli odori, i suoni dolci e aspri dei luoghi a Ischitella, Torino, Roma, e nei
dintorni di questo triangolo ricorrente: «Tratturo/ ripido/ e deserto/ del
Galluccio, sorgiva/ dell’infanzia» (Il
Galluccio)[20],
«Cammino e non vedo né Alpi né bric/ attorno la vasta pianura assetata/ e
dentro i tuoi passi lenti, sbilenchi, affaticati» (Lentamente)[21], «arruate a na vanne/
accumparette a lune/ e Rode/ bbianghe, ma bbianghe/ che manghe u latte» (Manghe u latte)[22].
Con
il guizzo del prodigio che nasce dal muoversi, dall’interrogarsi e
dall’esplorare, il poeta camminatore, il viandante, l’ultramaratoneta, fa
tesoro della lezione di Giorgio Caproni riportata nel testo iniziale,
intitolato A mo’ di esergo: « La
poesia è per più di tre quarti memoria, cioè esperienza acquisita»[23]. Scopre e rivela così,
proprio tra queste Vanzature e in una
poesia esemplare per dettato e musicalità, la sua vera natura, che parte da un
luogo, lo anima e lo oltrepassa: «Ji de vente e de nùvele so’ fatte/ accume a te Scketedde/ che cagne facce a ’gni
sciusce/ che i nùvele cagne./ Nùvele a morre,/ numunne, accume i prete nu mare
de prete maje li stesse prete e maje li stesse nùvele»[24].
Di
vento e di nuvole è fatto il poeta, come Ischitella, terra materna e paterna,
nutrice e modello di feconda mutevolezza, di incontro e passaggio da una condizione
all’altra, per dare il soffio vitale a moltitudini di forme sempre nuove «e mai
le stesse».
Il
romanzo di formazione in versi, pur avendo attraversato l’arco dalla
fanciullezza all’età adulta, non si conclude, dunque, con l’archiviazione dei
sogni e degli slanci. Al contrario, esso ribadisce la vocazione al movimento,
con uno sguardo che non perde curiosità e con i sensi desti alla sapidità della
parola. Nella ricchezza dell’esperienza acquisita, il cammino prosegue.
L’opera poetica di
Vincenzo Luciani: volumi pubblicati
Vincenzo
Luciani, Il paese e Torino, Salemi
Editore, Roma 1985
Vincenzo
Luciani, I frutte cirve, Foggia 1996
(edizione autoprodotta in 100 copie)
Vincenzo
Luciani, Frutte cirve e ammature,
Edizioni Cofine, Roma 2001
Vincenzo
Luciani, Tor Tre Teste ed altre poesie (1968-2001), Edizioni Cofine, Roma 2005
Vincenzo
Luciani, La cruedda, Edizioni Cofine,
Roma 2012
Vincenzo
Luciani, Straloche/Traslochi,
Edizioni Cofine, Roma 2017 (e-book 2020)
Vincenzo
Luciani, Vanzature/Avanzi, Edizioni
Cofine, Roma 2020
[1] cfr. Anna Maria Curci, “Un altro
sguardo. Dal margine alla pienezza”, in: Zer0Magazine
2018: Fare rete, pp. 27-29
[2] In: Vincenzo Luciani, Straloche/Traslochi, Edizioni Cofine, Roma 2017
[3] Vincenzo Luciani, Il paese e Torino. Presentazione di
Diego Novelli, Salemi Editore, Roma 1985
[4] «[…] I nostri colli
siepe aspra al mare,/ fichidindia e torrenti disseccati,/ gli ulivi e le
macere./ Se ti te mi ricordo! Ora che autunno/ fa ritorno nei canti
di vendemmia, / fichi pendono aperti.» (Vincenzo Luciani, Il paese e Torino, p. 9)
[5] La fanoja,
in:Vincenzo Luciani, Il paese e Torino, Roma 1985, p. 12
[6] A fanoje, in:
Vincenzo Luciani, La cruedda,
Edizioni Cofine, Roma 2012, p. 8
[7] Il paese e
Torino, p. 39
[8] “Curricula
criminali di Francesca Mambro e Giuseppe Valerio Fioravanti” http://www.stragi.it/curriculacriminali
[9] Vincenzo
Luciani, Il paese e Torino, p. 45
[10] Vincenzo Luciani, Tor Tre
Teste ed altre poesie (1968-2005), Edizioni Cofine, Roma 2005, p. 13
[11] Vincenzo Luciani, Tor Tre Teste ed altre poesie (1968-2005), p. 27
[12] Vincenzo Luciani, Tor Tre
Teste ed altre poesie (1968-2005), p.
44: «[…] Je notte e gghjurne vaje secutanne/ parole. A une a une/ i cape e i
accragne/ peje nu macerare che na macere/adda reje bella tese quatre e squatre
[…]».
[13]Vincenzo
Luciani, La cruedda, Edizioni Cofine, Roma 2012, p. 7
[14] «Le persone, le cose e i luoghi/ io giorno
per giorno vo salutando/ perché è l’ultima volta/ chissà che li incontro/ e il
saluto, adesso,/ è per sempre/ e lo so», in: Vincenzo Luciani, Straloche/Traslochi, Edizioni Cofine,
Roma 2017 p. 3; e-book Straloche/Traslochi, Edizioni Cofine, Roma 2020,
p. 8
[15] Straloche/Traslochi 2017, p. 5 e Straloche/Traslochi 2020 p. 11
[16] Straloche/Traslochi 2017, p. 7 e Straloche/Traslochi
2020 p. 14
[17] «A uno a uno se ne
vanno/ in un altro luogo. Chi lo sa/ se e dove/ si trova quel luogo. Soltanto/
so che ora/ che vorrei incontrarti/ io non ti trovo più/ perché sei entrata nel
mondo/ dei non più », in: Straloche/Traslochi 2017, p. 7 e Straloche/Traslochi 2020 p. 14
[18]«Quel che avevo da dire/ te l’ho detto./
Quello che resta/ sono solo avanzi.// A volte sono il meglio/ gli avanzi. Sì. Sì,/ gli avanzi», in:
Vincenzo Luciani, Vanzature/ Avanzi,
Edizioni Cofine, Roma 2020 (anche in e-book), p. 6
[19] Vanzature/Avanzi, p. 9
[20] Vanzature/Avanzi, p. 18
[21]Vanzature/Avanzi, p. 24
[22] Vanzature/Avanzi, p. 5
[23]«Arrivati a un punto/ apparve la luna/e Rodi/
bianco, ma così bianco/ che neppure il latte», in: Vincenzo Luciani, Vanzature/Avanzi, p. 35
[24] «Io di vento e nuvole son fatto/ come te Ischitella/ che cambi aspetto a
ogni soffio/ che le nuvole cambia./ Nuvole in massa, tante/ come le pietre/ un
mare di pietre/ mai le stesse/ pietre e mai/ le stesse nuvole» in: Vincenzo
Luciani, Vanzature/Avanzi, p. 46