sabato 20 giugno 2026

LA POESIA DI VINCENZO LUCIANI COME ROMANZO DI FORMAZIONE, di Anna Maria Curci

 



Si può leggere in molti modi l’opera poetica di Vincenzo Luciani, schietto editore e schietto poeta. Si può leggere, innanzitutto, come ininterrotto canzoniere di poesia plurale e plurilingue – tante voci, tanti luoghi, tanti idiomi, tante storie – e, tuttavia, con una salda e riconoscibile unità; si può leggere, ancora, dal punto di vista della geocritica, giacché i luoghi, la nativa Ischitella sul Gargano innanzitutto, poi Torino delle vie e delle fabbriche e Roma delle periferie permeano i componimenti, li ‘impolpano’ e li rendono vividi per toni cromatici e percezioni sensoriali, anche olfattive.

Un ulteriore itinerario di lettura è quello di un romanzo di formazione in versi. L’accostamento scaturisce dalla convinzione che una mera lettura per generi letterari sia inadeguata a contemplare l’ampiezza della gamma espressiva[1] e che, per contro, mettere in comunicazione, nell’indagine critica come nell’atto creativo, più ambiti, giovi all’ampliamento dell’orizzonte e all’intenzione di cogliere, di un’opera, tutti gli aspetti, ivi compresi quelli intertestuali, ma anche dall’individuazione, nell’opera poetica di Vincenzo Luciani, di alcuni tratti in comune con il romanzo di formazione: l’esistenza vista come continua formazione, originata dalle fonti più disparate, dai maestri (Petrine Paradise), dagli incontri, dalle lotte, in una parola, dalla vita; il piglio dinamico, con l’evidenziazione, anche fuori di metafora, del continuo cammino; il costante e ironico ‘understatement’ che deriva dal vedersi, in perfetto equilibrio di toni tra bonario, malinconico e pungente, non sconfitto, certamente, ma ridimensionato e ‘sballottato’ dal dipanarsi dell’esistenza; infine, proprio come nel prototipo del romanzo di formazione, Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister di Goethe, l’origine e l’evoluzione, divertente e divertita, della ‘vocazione teatrale’.

Il principio di questo viaggio tra i versi è, non a caso, proprio la poesia Attore di prosa[2], nella quale Vincenzo Luciani narra spiritosamente dei suoi entusiasmi giovanili (in realtà siamo al giardino d’infanzia, alla scuola materna) per un futuro sul palcoscenico.

Del 1985 è la raccolta di poesie, con la prefazione di Diego Novelli, Il paese e Torino[3],nella quale trovano espressione i nuclei tematici della poesia tutta di Vincenzo Luciani: l’emigrazione, il ritorno, la ripartenza, il senso di estraneità e di familiarità che si contendono il primo posto, l’osservazione attenta di luoghi e persone, il ricordo, gli affetti, l’amore (o meglio, nel pudore del Sud, ‘il bene’), il combattimento in perdita con il tempo che scorre.

Se di te mi ricordo!, il componimento che apre la raccolta, ha un andamento esemplare sia nell’alternarsi di metri – endecasillabi, dodecasillabi, settenari – sia nel pathos, non retorico, ma, piuttosto, esaltato dalla misura del tono e dall’accostamento di contenuti antitetici. Il ‘tu’ della poesia è ulivi, macere e fichidindia[4], è la terra natia, abbandonata per necessità, disseccata e aperta in un’attesa acre e boccheggiante. La poesia è apparsa interamente in dialetto nella raccolta Frutte cirve e ammature del 2001, poi ripubblicata nella seconda edizione in Tor Tre Teste (2005).

La fanoja (“Il falò”)[5], che apparirà nella versione completa in dialetto nella raccolta La cruedda[6], è composta di dieci versi, cinque in dialetto e cinque in italiano. Il tema è il ricordo, che qui si fa litania a San Michele, rito della processione e falò, canto fino all’alba, tra fumo e voce rauca.

I canti della processione a Ischitella si fanno canti di rivoluzione nella poesia Mirafiori[7]. Qui Torino è la città dei «giorni vivi del sessantanove». La voce si leva alta nella lotta, il respiro testimonia una contentezza “insolente”. La lotta, sempre non violenta, costerà molto a Luciani dieci anni dopo, esattamente il 16 giugno 1979 (un “Bloomsday” dagli anni di piombo, il suo), in un’altra città, a Roma, dove il poeta si è trasferito nel 1975.

 

16 giugno 1979. Fioravanti guida l’assalto alla sezione comunista dell’Esquilino, a Roma. All’interno si stanno svolgendo due assemblee congiunte: di quartiere e dei ferrovieri. Sono presenti più di 50 persone. La squadra terrorista lancia due bombe a mano Srcm, poi scarica alla cieca un caricatore di revolver. Si contano 25 feriti, per puro caso non ci sono morti.  Dario Pedretti, componente del Commando, verrà redarguito da Fioravanti perché, nonostante il ricco armamentario «non c’era scappato il morto». Che Fioravanti fosse colui che ha guidato il commando è accertato dalle testimonianze dei feriti e degli altri partecipanti all’azione, e da una sentenza passata in giudicato. Ciononostante, Fioravanti ha sempre negato questo suo pesante precedente stragista[8].

 

Di casa e straniero chiude la raccolta Il Paese e Torino: il ritorno qui è nella città del pane, non nella città del cuore, ma la condizione illustrata da questi cinque versi brevi e densi  appare permanente: l’io lirico è, sembra di leggere, non solo a Torino, non solo al ritorno dal paese, forestiero e di casa, sempre sospeso tra estraneità e familiarità[9].

Settantasei virgola sette è nella raccolta Tor Tre Teste e altre poesie (1968-2005)[10]: il tempo avanza, insolente come insolente era la contentezza degli anni di lotta, inesorabile o semplicemente imperturbabile a dispetto dell’amichevole mentire degli amici. Si fanno conti: quanto resta?

Non è facile cantare l’amore coniugale, non senza rischiare lo sbilanciamento tra universalità poetica e coinvolgimento-restringimento individuale. Nella poesia A Rosa[11], apparsa anch’essa in Tor Tre Teste, Vincenzo Luciani riesce nell’impresa di raggiungere questo complesso equilibrio. Scrutare il volto della donna amata come si scruta il mutare di colore del cielo all’alba è un accostamento insieme delicato e potente, un antidoto all’inverno perennemente in agguato.

In Parole[12], nella II edizione di Frutte cirve e ammature pubblicata all’interno della raccolta Tor Tre Teste, Luciani si vede come un “maceraro”. La similitudine sulla quale si fonda questa poesia è quanto mai efficace. La macera (o maceria, ma anche nella prosa di Ignazio Silone è attestata questa versione del termine) è il muretto che delimita il fondo, caratteristico del paesaggio meridionale e in particolare di quello pugliese. Le macere sono fatte a secco, con pietre scelte tra quelle che si trovano a disposizione; perché possano stare in piedi, tuttavia, le pietre devono essere accatastate e incastrate con cura secondo un disegno accorto. C’è bisogno di pazienza e artigianato, ma anche del gusto imperituro del gioco e in questo gioco, riscaldato dal ricordo della terra d’origine, il poeta ritorna bambino.

Il tema della quête di parole ritorna in Parole saprite, nella raccolta del 2012 La cruedda[13]: «Ji vaje ascianne», io vado cercando: qui la ricerca è di parole ricche di sapore, di parole che si sciolgono in bocca come fragoline di bosco. Ma il collegamento è sempre con il dinamismo, con il cammino del poeta (che non a caso in una sua poesia benedice i propri piedi). Lo testimonia non solo la costruzione verbale del dialetto, che coniuga il verbo andare con il gerundio, ma anche la ricorrenza del verbo “camminare”.

Un elemento che la poesia di Luciani ha in comune con il romanzo di formazione è la riconoscenza nei confronti dei maestri. Pietrine Paradise (la poesia è nella raccolta La cruedda), maestro di Vincenzo Luciani alla scuola elementare, viene elevato in questo omaggio a esempio di vita. Sembra, a chi legge, di accogliere in sé lo sguardo incantato dei bambini alle sue lezioni di geografia, e di immaginare, sulla carta e all’orizzonte, la teoria dei paesi che si snoda: Monte Sant’Angelo, San Giovanni Rotondo, San Marco in Lamis, San Nicandro.

A proposito del riferimento al romanzo di formazione e al suo prototipo, Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister di Goethe, la cui versione originale portava il titolo significativo La vocazione teatrale, non è un caso trovare in Straloche/Traslochi (Cofine 2017, e-book Cofine 2020), che raccoglie poesie in lingua e in dialetto, il componimento Attore di prosa, nella quale Vincenzo Luciani narra spiritosamente dei suoi entusiasmi giovanili (in realtà siamo al giardino d’infanzia, alla scuola materna) per un futuro sul palcoscenico. Attore di prosa è dunque in tale contesto esemplare per visione e sentire che sottendono l’intera raccolta: l’umorismo e il rimpianto si mescolano, si saldano intimamente con straordinario equilibrio tra anelito e disincanto, tra nostalgia e distacco.

Già il titolo nel dialetto di Ischitella, Straloche, suggerisce, attraverso la singolare coincidenza tra il termine in dialetto, che rispetto all’italiano sposta in principio di parola la sibilante, e la forza evocativa che ne deriva, la condizione di straniamento, di spaesamento. Vincenzo Luciani si presenta, fedele al suo continuo moto (insieme ai suoi amici, Ultramaratoneti), obbligato o spontaneo, come io “spostato, sbalestrato” (Spustate: «Vengè, che si’ spustate?»), scombinato – nella più ricca delle accezioni, perché originale e autonomo -  combinatore di passaggi, da un luogo all’altro, da una lingua all’altra, e di traslochi. Da quella condizione di spaesamento, che possiamo definire permanente, connaturata al dire, il poeta nomina e ‘va salutando’ persone, cose, luoghi: «Alli cristiane, alli cunte e alli vanne / ji gghjurne e gghjurne vaje salutanne / che jè l’utema vota/ fortè che li cunfronte / e u statte bbone mò / jè pe sempe / e lu sacce»[14].

Il filo conduttore, quello del commiato, è un universale poetico. Recentemente ne hanno trattato, nella poesia italiana contemporanea, Mariapia Quintavalla, tra l’altro in Stiamo facendoci un sacco di saluti, e Francesco Tomada in Portarsi avanti con gli addii. Il commiato in Straloche/Traslochi induce Luciani a riflettere sulla propria esistenza come umano tra gli umani e sulla propria poesia, con uno sguardo che è allo stesso tempo reso dagli anni più incerto nel riconoscere e dalla saggezza, invece, più acuto nel leggere tra le righe. I nuclei centrali di questa riflessione si stringono l’uno all’altro, rafforzandone efficacia e chiarezza dell’enunciato, tanto da non volere, da non potere essere separati.

La stessa opera poetica viene riletta alla luce dei cambiamenti portati dai traslochi, come avviene in Spaesamento, il cui attacco si ricollega esplicitamente alla raccolta del 1985  Il paese e Torino, nella quale già trovavano espressione i nuclei tematici della poesia tutta di Vincenzo Luciani: l’emigrazione, il ritorno, la ripartenza, il senso di estraneità e di familiarità, l’osservazione attenta di luoghi e persone, il ricordo, gli affetti, l’amore (o meglio, nel pudore del Sud, ‘il bene’), il combattimento in perdita con il tempo che scorre: «Dovessi riscrivere il libro/ non più Il paese e Torino titolerei/ ma I due paesi e Torino, anzi i paesi sono tre/ Valfenera, Ischitella, e più ancora Tor Tre Teste paese di Roma/ dove ho camminato per cento-/ quarantotto stagioni»[15].

Colpisce la mescolanza di leggerezza e profondità di cui si nutre il modo dell’autore di porsi dinanzi al tema della morte. L’amicizia, l’amore, ‘il bene’ e l’interrogazione sull’altrove,  dove «A uno a uno se ne vanno»[16] tante persone care, si fondono in un’unica espressione, alla quale il dialetto conferisce la forza di una poesia che proprio con quell’idioma andava detta, ché in lingua per alcuni termini troveremmo soltanto pallidi equivalenti: «A une a une ce ne vanne/ a n’ata vanne. Chi u sape/ se e donne/ ce trova dd’ata vanne. Sckitte/ ji sacce che mo/ che te jesse truanne/ ji nun te trova cchiù/ che si trasciute ntu monne/ d’i nocchiù»[17].

Una mescolanza di natura affine caratterizza la resa linguistica, con un rispetto vissuto e intessuto di esperienze per la parola-dimora. La mente si sposta e abbraccia. Le “case-motto” a lungo cercate si ritrovano qui, mescolate tra lingua e dialetto: traine (traìno, carretto), paponne (con una straordinaria vicinanza al Popanz tedesco, è il babau, lo spauracchio), incantate (per il disco rotto). Vincenzo Luciani inserisce parole forgiate dall’uso locale, come  “tuppo” e “morra” in poesie in italiano: è un plurilinguismo che arricchisce la lingua della poesia, mai un esotismo a buon mercato, un inserto, una gala a mero scopo decorativo.

Del 2020 è prima la versione in e-book, poi quella cartacea della raccolta più recente di Vincenzo Luciani, Vanzature/Avanzi (Cofine Edizioni), che si articola in due sezioni, Avanzi, con poesie in lingua, e Vanzature, con poesie nel dialetto di Ischitella.

Il titolo è un’apertura significativa su elementi fondamentali della poetica di Vincenzo Luciani, vale a dire sul suo metodico rifuggire termini e toni roboanti, sulla messa in evidenza, d’altro canto, di lemmi nella propria lingua materna (come Vanzature, qui, rispetto all’italiano Avanzi) che dilatano e approfondiscono gli ambiti di significato rispetto all’equivalente nella lingua standard,  sulla sua risposta non di rado autoironica alla versificazione come vaticinio, sul suo ascolto paziente della poesia altrui, sul suo amore per le parole di autrici e autori che lo hanno preceduto.

Vanzature è avanzo, scarto, sì, ma è anche “ciò che resta”, lo spazio di libertà spirituale istituito, acceso, donato dai poeti, come Friedrich Hölderlin sintetizzava, a conclusione di Ricordo, una delle poesie più note e più citate nella storia del pensiero moderno, e non solo del pensiero poetico.

In queste molteplici direzioni vanno i testi di Vanzature, sin dai versi riportati in apertura, che in disarmante semplicità, rendono ancora più vasto e complesso l’orizzonte di riferimento. «Quidde ch’aveva dice/  te lu so’ ditte./ Quidde che rumane/ so’ sckitte vanzature.// Vote so’ i megghje cunte/ i vanzature. Scine,/ i vanzature»[18]: se il parlar franco, quello che doveva essere detto, è stato pronunciato, quello che “rimane” – non solo residuo, dunque, ma anche permanenza – è la poesia, il suo dono resistente alla mercificazione (l’avanzo non può essere messo in vendita), irriducibile per ulteriori parcellizzazioni e dunque con un nucleo intatto di respiro vitale non catalogabile e, sovente, null’altro che la parte migliore.

Ritorna in Vanzature/Avanzi – e sembra sorprendente in una raccolta che, dopo Straloche/Traslochi, annuncia l’esposizione di ciò che è rimasto dallo svuotamento di dimore antiche e dal riempimento di dimore nuove -  il filo conduttore del romanzo di formazione. Il poeta torna fin dalle prime battute su sogni, prospettive e vocazioni. In particolare nella seconda strofa di Tutto cambia, egli fa incontrare felicemente la consapevolezza della propria età anagrafica, il portato delle esperienze, e il sogno giovanile, intatto per intensità, della poesia: « Diventeranno poesia?/  Poco si crea e molto si disperde./ Io sogno, da grande, di fare il poeta/ ma mi disperdo sempre in qualcos’altro/ che se potessi non vorrei più fare/ in un’età che si sente bambina,/ eppure è vicina all’addio»[19].

Anche un’altra costante della poesia di Vincenzo Luciani intona la sua voce in Vanzature: la capacità di restituire, in versi brevissimi, addirittura formati, a volte, da una sola parola, i profili, gli odori, i suoni dolci e aspri dei luoghi a Ischitella, Torino, Roma, e nei dintorni di questo triangolo ricorrente: «Tratturo/ ripido/ e deserto/ del Galluccio, sorgiva/ dell’infanzia» (Il Galluccio)[20], «Cammino e non vedo né Alpi né bric/ attorno la vasta pianura assetata/ e dentro i tuoi passi lenti, sbilenchi, affaticati» (Lentamente)[21], «arruate a na vanne/ accumparette a lune/ e Rode/ bbianghe, ma bbianghe/ che manghe u latte» (Manghe u latte)[22].

Con il guizzo del prodigio che nasce dal muoversi, dall’interrogarsi e dall’esplorare, il poeta camminatore, il viandante, l’ultramaratoneta, fa tesoro della lezione di Giorgio Caproni riportata nel testo iniziale, intitolato A mo’ di esergo: « La poesia è per più di tre quarti memoria, cioè esperienza acquisita»[23]. Scopre e rivela così, proprio tra queste Vanzature e in una poesia esemplare per dettato e musicalità, la sua vera natura, che parte da un luogo, lo anima e lo oltrepassa: «Ji de vente e de nùvele so’ fatte/  accume a te Scketedde/ che cagne facce a ’gni sciusce/ che i nùvele cagne./ Nùvele a morre,/ numunne, accume i prete nu mare de prete maje li stesse prete e maje li stesse nùvele»[24].  

Di vento e di nuvole è fatto il poeta, come Ischitella, terra materna e paterna, nutrice e modello di feconda mutevolezza, di incontro e passaggio da una condizione all’altra, per dare il soffio vitale a moltitudini di forme sempre nuove «e mai le stesse».

Il romanzo di formazione in versi, pur avendo attraversato l’arco dalla fanciullezza all’età adulta, non si conclude, dunque, con l’archiviazione dei sogni e degli slanci. Al contrario, esso ribadisce la vocazione al movimento, con uno sguardo che non perde curiosità e con i sensi desti alla sapidità della parola. Nella ricchezza dell’esperienza acquisita, il cammino prosegue.

 

 

L’opera poetica di Vincenzo Luciani: volumi pubblicati

 

Vincenzo Luciani, Il paese e Torino, Salemi Editore, Roma 1985

Vincenzo Luciani, I frutte cirve, Foggia 1996 (edizione autoprodotta in 100 copie)

Vincenzo Luciani, Frutte cirve e ammature, Edizioni Cofine, Roma 2001

Vincenzo Luciani, Tor Tre Teste ed altre poesie (1968-2001), Edizioni Cofine, Roma 2005

Vincenzo Luciani, La cruedda, Edizioni Cofine, Roma 2012

Vincenzo Luciani, Straloche/Traslochi, Edizioni Cofine, Roma 2017 (e-book 2020)

Vincenzo Luciani, Vanzature/Avanzi, Edizioni Cofine, Roma 2020

 


Nella foto: Vincenzo Luciani con Anna Maria Curci.

[1] cfr. Anna Maria Curci, “Un altro sguardo. Dal margine alla pienezza”, in: Zer0Magazine 2018: Fare rete, pp. 27-29

[2] In: Vincenzo Luciani, Straloche/Traslochi, Edizioni Cofine, Roma 2017

[3] Vincenzo Luciani, Il paese e Torino. Presentazione di Diego Novelli, Salemi Editore, Roma 1985

[4] «[…] I nostri colli siepe aspra al mare,/ fichidindia e torrenti disseccati,/ gli ulivi e le macere./ Se ti te mi ricordo! Ora che autunno/ fa ritorno nei canti di vendemmia, / fichi pendono aperti.» (Vincenzo Luciani, Il paese e Torino, p. 9)

[5] La fanoja, in:Vincenzo Luciani, Il paese e Torino, Roma 1985, p. 12

[6] A fanoje, in: Vincenzo Luciani, La cruedda, Edizioni Cofine, Roma 2012, p. 8

[7] Il paese e Torino, p. 39

[8] “Curricula criminali di Francesca Mambro e Giuseppe Valerio Fioravanti” http://www.stragi.it/curriculacriminali

[9] Vincenzo Luciani, Il paese e Torino, p. 45

[10] Vincenzo Luciani, Tor Tre Teste ed altre poesie (1968-2005), Edizioni Cofine, Roma 2005, p. 13

[11]  Vincenzo Luciani, Tor Tre Teste ed altre poesie (1968-2005), p. 27

[12] Vincenzo Luciani, Tor Tre Teste ed altre poesie (1968-2005),  p. 44: «[…] Je notte e gghjurne vaje secutanne/ parole. A une a une/ i cape e i accragne/ peje nu macerare che na macere/adda reje bella tese quatre e squatre […]».

 

[13]Vincenzo Luciani, La cruedda, Edizioni Cofine, Roma 2012, p. 7

[14] «Le persone, le cose e i luoghi/ io giorno per giorno vo salutando/ perché è l’ultima volta/ chissà che li incontro/ e il saluto, adesso,/ è per sempre/ e lo so», in: Vincenzo Luciani, Straloche/Traslochi, Edizioni Cofine, Roma 2017 p. 3; e-book Straloche/Traslochi, Edizioni Cofine, Roma 2020, p. 8

[15] Straloche/Traslochi 2017, p. 5 e Straloche/Traslochi 2020 p. 11

[16] Straloche/Traslochi 2017, p. 7 e Straloche/Traslochi 2020 p. 14

[17] «A uno a uno se ne vanno/ in un altro luogo. Chi lo sa/ se e dove/ si trova quel luogo. Soltanto/ so che ora/ che vorrei incontrarti/ io non ti trovo più/ perché sei entrata nel mondo/ dei non più  », in: Straloche/Traslochi 2017, p. 7 e Straloche/Traslochi 2020 p. 14

[18]«Quel che avevo da dire/ te l’ho detto./ Quello che resta/ sono solo avanzi.// A volte sono il meglio/  gli avanzi. Sì. Sì,/ gli avanzi», in: Vincenzo Luciani, Vanzature/ Avanzi, Edizioni Cofine, Roma 2020 (anche in e-book), p. 6

[19] Vanzature/Avanzi, p. 9

[20] Vanzature/Avanzi, p. 18

[21]Vanzature/Avanzi, p. 24

[22] Vanzature/Avanzi, p. 5

[23]«Arrivati a un punto/ apparve la luna/e Rodi/ bianco, ma così bianco/ che neppure il latte», in: Vincenzo Luciani, Vanzature/Avanzi, p. 35

[24] «Io di vento e nuvole son fatto/ come te Ischitella/ che cambi aspetto a ogni soffio/ che le nuvole cambia./ Nuvole in massa, tante/ come le pietre/ un mare di pietre/ mai le stesse/ pietre e mai/ le stesse nuvole» in: Vincenzo Luciani, Vanzature/Avanzi, p. 46