lunedì 31 agosto 2026

Nota di lettura di Lucio Macchia a "L’università di Rebibbia", di Goliarda Sapienza.

 



 

La piccola cinese già mi conosce. Come tutte qua è approdata al linguaggio profondo e semplice delle emozioni, così che lingue, dialetti, diversità di classe e di educazione sono spazzati via come inutili mascherature dei veri moventi (ed esigenze) del profondo: questo fa di Rebibbia una grande università cosmopolita dove chiunque, se vuole, può imparare il linguaggio primo (G. Sapienza)

 




Premessa. In questa nota di lettura riporto le mie riflessioni immediate e disordinate (non un saggio critico insomma) su L’università di Rebibbia di Goliarda Sapienza, testo del 1983 basato su istanze autobiografiche, in cui l’esperienza del carcere viene raccontata in modo profondo e fa da sfondo per una riflessione sulla società, sulle relazioni umane, sulla condizione esistenziale.

La prigione di fuori. Baudrillard ha scritto che gli uomini costruiscono prigioni per illudersi che la società non sia carceraria. Goliarda Sapienza ce lo mostra (insieme a tante altre cose) in questo suo straordinario libro: un racconto snello, intenso, vitalissimo e mai retorico, in cui la sua vicenda autobiografica (scontò tre mesi per un affare di furto di gioielli) si fonde con una visione lucida della società e un esistenzialismo concreto, profondo e disperato, ma anche ironico e carico di una speranza non ideologica o trascendente, ma affondata nella carne del mondo, nella visione della possibilità di ritrovare rapporti umani autentici, un senso rinnovato della collettività.

Una scrittura corporea. Straordinaria la parte iniziale, in cui S. ci porta dentro la realtà del carcere descrivendo l'impatto del suo corpo con quel mondo. Tutto, in questo libro, è corporeo: è questo un tratto profondamente femminile del suo scrivere. Corpo di fame, sete, nausea, freddo, sporcizia, odore, fremito sessuale: il mio corpo resterebbe lì per sempre come un sasso se un grido inumano (a stento riconosco il timbro femminile) non accendesse il silenzio come un fulmine facendo vibrare il buio (p. 5). Echi woolfiani in questo splendido passaggio.

Un libro antiborghese. Rebibbia si presenta come un carcere "progressista", senza sbarre, in cui le guardiane non si chiamano più "secondine", in cui ci sono psicologi e attività ricreative. Ma comunque un lager in essenza: E non c'è televisione o radio centralizzata in ogni cella che possa spazzare via l'atrocità dell'essere espulsi dal consesso umano e lasciati marcire in questi luoghi che fuori si ritengono pensati solo per pochi delinquenti abituali, e che quando ci sei dentro invece scopri essere vere grandi città o lager se la parola non fa troppa impressione (p. 122). C'è come una natura bifronte di questa realtà di Rebibbia: lager e città, luogo punitivo e di redenzione, maledizione del mondo e salvezza dal mondo. Nel rapporto fuori/dentro si gioca tutta l'articolazione e tutta la necessità di questo romanzo. La società fuori è lucidamente smascherata nel suo facile progressismo. Sapienza, non troppo velatamente, si scaglia proprio contro quella cultura "rivoluzionaria" che ha predicato una visione collettiva che superasse classismi e ineguaglianze ma che poi è giunta a integrarsi con un potere volto a isolare, carcerare e a spingere al suicidio i pochi discepoli (p. 78). C'è l'idea qui, estremamente radicale e precisa, che è proprio l'energia della vita, dell'innovazione e della libertà che è stata imprigionata in questo carcere. Un dispositivo di biopotere puro e semplice. Perché "fuori" non sembra esserci che irretimento conformista del vitale. E ipocrisia. Mentre dentro, in un’esistenza riportata al suo "grado zero", ognuno è ciò che è, le maschere cadono, i rapporti si fanno autentici, i bisogni concreti e pieni. Questa è la sostanza antiborghese di questo libro, che antiborghese lo è in modo profondo e concreto, non intellettualisticamente ma vitalisticamente. L'irriducibile disordine della vita, la sua imprevedibilità, lo stupore ineffabile che essa suscita di continuo: questa è la verità odiata e rimossa dal borghese, ed è proprio la verità che Sapienza cerca (e trova) in questa esperienza estrema.

Donne. Nell'attraversamento di questa realtà carceraria, a ogni passo emerge anche il suo volto di "città", di crocevia composito e indomabile di umanità di ogni tipo. Disperate, ladre, assassine, terroriste, drogate, spacciatrici, italiane e straniere, ignoranti e colte, mostruose e bellissime. È anche straordinariamente toccante questo sguardo di donna sulle altre donne, questo guardarsi tra donne, che è un universo sconosciuto ai maschi. I maschi in prigione regrediscono alla violenza, all'aggressività, a un primitivo spietato di pura legge di forza e dominio. Gli uomini, osserva Sapienza, impazziscono per non poter disporre di soldi, e del conseguente potere, mentre per la donna tutto questo non è che il proseguimento del suo essere di sempre: donna di casa o bambina, come volete, alla quale è sempre stato evitato di avere – attraverso i soldi guadagnati e poi spesi – contatto diretto con la realtà del mondo (p. 57). Una costrizione storica che, nella realtà del carcere, dispiega tutta la sua forza salvifica, apre al femminile uno spazio nuovo e impensato. Un femminile in cui diviene ancora possibile l'esperienza collettiva autentica, antiretorica, nel mutuo riconoscimento tra viventi umani.

Psicanalisi. La vicenda giudiziaria, il reato che la porta in prigione, Sapienza lo descrive psicanaliticamente come "acting out", in una pagina molto divertente in cui, in un momento di difficoltà, si lascia andare a uno sproloquio colto con una compagna di prigione che non è in grado di capire una parola del suo discorso. Lei sembra aver cercato la prigione, un po' con l'intento sociologico-voltairiano di scoprire la vera natura della società italiana, ma soprattutto spinta da una sorta di atto mancato, desiderio inconscio di essere rinchiusa, ghettizzata, espulsa. Divenire uno scarto, in termini lacaniani, per divenire se stessa. Un istinto che la spinge a cercare la verità della vita dove essa non viene sistematicamente elusa, mascherata, rimossa. Un sottile fil rouge psicanalitico (la scrittrice ebbe un’importante esperienza di analisi negli anni '60) attraversa il libro e fa di quella realtà brutale della galera un luogo eminentemente psichico. L'apice della dimensione psichica è toccato nella parte finale quando la scrittrice mette a fuoco la "sindrome del carcere", la funzione rassicurante di quel luogo, l'assurda sua ricchezza di senso verso un "fuori" completamente svuotato. La cosiddetta "libertà" del mondo esterno è decostruita, disvelata come schiavitù del conformismo, falsità soffocante, solitudine senza speranza: fuori si dispone della libertà che ha il solo vantaggio di essere lasciati a morire soli (p. 151).

Una forma vitale. Straordinario l'uso del linguaggio in questo libro, in cui la scrittrice sa modulare dal parlato con passaggi fortemente gergali e dialettali, fino a toni più "elevati", spesso fortemente poetici. Corrispondentemente anche i registri del comico e del tragico si intrecciano, convivono come nella verità del vissuto. Le cose vengono chiamate con il loro nome, senza fronzoli e senza eccesso di mediazione culturale. Evidentemente i tre «Voglio usci’» non sono prerogativa di Marrò, la mia fantasiosa delinquente abituale, ma il refrain dell’infinita canzone dodecafonica, costante sonora di questo regno. All’ultimo «Voglio usci’» se ne sente un altro lontano, e questo trascina fuori una marea di «Voglio usci’», subito seguita da un fracasso di ferri fatti scorrere sulle balaustre dei ballatoi e allo sbattere di porte in un crescendo finale da grande orchestra. Poi il silenzio cala su tutto. Nel silenzio la voce sfottente di Roberta mormora: – Tutte le domeniche la stessa solfa: all’alba grande aspettativa gioiosa... chissà che s’aspettano dalla domenica! E la sera questo «Voglio usci’» del cazzo, che palle! (p. 108). In questo passaggio i registri si fondono in modo magistrale: l’italiano dotto e popolare, un francesismo, il tono basso e alto, riferimenti concreti e astratti, e si ha un esempio perfetto della disinvoltura di questa narratrice, del suo felicissimo rapporto con la lingua, di una scrittura che davvero "segue la vita", la "racconta da dentro". Non possiamo evitare di immaginarcela, come lei stessa si descrive, a gambe incrociate sulla branda nella sua cella a prendere appunti di ciò che sta vivendo lì.

Gordon Pym. Infine, una notazione strettamente personale, una sorta di strana coincidenza, o forse una sincronicità. Prima di leggere questo libro, ho letto In Patagonia di Chatwin. Una citazione particolare lega i due libri: quella di Gordon Pym di Edgar Allan Poe, romanzo d’avventura, di navigazione nei mari del sud che Chatwin cita in relazione alla forte connessione con quelle terre in cui sta viaggiando, e che Sapienza inserisce alla fine, quando chiede alla sua compagna di cella di leggerglielo. Una connessione tra due opere lontanissime come contesto geografico, storico e culturale il cui denominatore comune, nel nome di Poe, è l'archetipo del nomadismo come atto di rivolta alla società borghese. Un nomadismo che Chatwin mette in atto quasi "alla lettera" nel movimento fisico del suo viaggiare e che Sapienza colloca nel luogo della costrizione fisica per eccellenza, il carcere, dove ogni vagare sembra assolutamente interdetto e dove, invece, paradossalmente, ci si fa incontro l'esperienza della diversità, della mutevolezza della vita. Un modo autentico di stare al mondo. Straordinariamente disperato e meraviglioso: e la voce della zingara s'è alzata limpida disegnando un motivo di nostalgia antico quanto tutti i popoli erranti della terra (p. 123).


domenica 30 agosto 2026

Alessandra Trevisan, Goliarda Sapienza. Una voce intertestuale, di Anna Maria Curci.

 


Oggi ricorrono 30 anni dalla morte di Goliarda Sapienza.

Anna Maria Curci offre gentilmente, per l'occasione, un suo contribuito già pubblicato il 4 maggio 2017 in "Poetarum Silva".

Buona lettura


LINK:  Poetarum Silva

 

venerdì 28 agosto 2026

Paolo Lago per Bruno Di Pietro.

 




Venerdì 12 dicembre, Bruno Di Pietro avrebbe dovuto presentare, a Le Cicale Operose, il suo volume  Ἐλέα. Quando verrà il passato, introdotto da Paolo Lago. Bruno era molto contento dell'invito, conversammo amabilmente sull'evento e sulla sua opera, ma all'improvviso si sentì poco bene, di conseguenza dovemmo annullare la presentazione, con grande dispiacere.

Il mancato incontro lasciò comunque un segno nella recensione di Paolo lago pubblicata su Nazione Indiana per il volume che si sarebbe dovuto presentare nell'ambito della Rassegna Sette incontri di poesia contemporanea.  

mercoledì 19 agosto 2026

Sul funerale di Amedeo Modigliani, in "Madame Six", di Beatrice Hastings


Nel medesimo anno della morte di Amedeo Modigliani, nel mese di ottobre Beatrice Hastings è ricoverata presso la clinica parigina Tarnier, dalle cui finestre poteva vedere, di fronte all’edificio, i Giardini del Lussemburgo, dove solo pochi anni prima Hastings e Modigliani passeggiavano insieme.

Da sempre penna instancabile, in clinica Hastings scrive un diario autobiografico, Madame Six (six indica il numero del letto in cui lei è ricoverata). In un passo del diario, riflettendo sulla morte di Modigliani, il pensiero si volge al grande artista e, con toni sarcastici, ai suoi immancabili speculatori: “𝐴𝑠𝑐𝑜𝑙𝑡𝑎𝑣𝑜, 𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑎𝑣𝑣𝑒𝑟𝑜 𝑢𝑑𝑖𝑟𝑙𝑒, 𝑙𝑒 𝑠𝑢𝑒 𝑖𝑚𝑝𝑟𝑒𝑐𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑚𝑒𝑛𝑡𝑟𝑒 𝑎𝑔𝑔𝑟𝑜𝑡𝑡𝑎𝑣𝑎 𝑙𝑎 𝑓𝑟𝑜𝑛𝑡𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑞𝑢𝑒𝑔𝑙𝑖 𝑒𝑠𝑡𝑒𝑡𝑖 𝑐𝑎𝑛𝑎𝑔𝑙𝑖𝑒, 𝑐ℎ𝑒 𝑒𝑟𝑎𝑛𝑜 𝑎𝑛𝑑𝑎𝑡𝑖 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑖 𝑎𝑙 𝑠𝑢𝑜 𝑓𝑢𝑛𝑒𝑟𝑎𝑙𝑒 𝑖𝑛𝑠𝑖𝑒𝑚𝑒 𝑎𝑔𝑙𝑖 𝑎𝑚𝑖𝑐𝑖 – 𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑙’𝑖𝑛𝑑𝑜𝑚𝑎𝑛𝑖, 𝑛𝑒𝑙 𝑐𝑜𝑚𝑖𝑛𝑐𝑖𝑎𝑟𝑒 𝑎 𝑐ℎ𝑖𝑒𝑑𝑒𝑟𝑠𝑖 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑙’𝑎𝑣𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑜 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑜, 𝑠𝑖 𝑔𝑢𝑎𝑟𝑑𝑎𝑟𝑜𝑛𝑜 𝑖𝑛𝑡𝑜𝑟𝑛𝑜 𝑖𝑛 𝑐𝑒𝑟𝑐𝑎 𝑑𝑖 𝑟𝑖𝑣𝑎𝑙𝑠𝑎 𝑒 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑖𝑔𝑙𝑖𝑎𝑟𝑜𝑛𝑜 𝑎𝑙 𝑚𝑜𝑛𝑑𝑜 𝑑𝑖 𝑣𝑒𝑛𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑙𝑒 𝑠𝑢𝑒 𝑜𝑝𝑒𝑟𝑒 “𝑓𝑖𝑛𝑐ℎ𝑒́ 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑎𝑛𝑐𝑜𝑟𝑎 𝑑𝑖 𝑚𝑜𝑑𝑎”.

Federico Tortora

 

*Traduzione di Chiara Serani. Cfr. B. Hastings, 𝑀𝑎𝑑𝑎𝑚𝑒 𝑠𝑖𝑥 – 𝑈𝑛𝑎 𝑑𝑜𝑛𝑛𝑎 𝑖𝑛𝑔𝑙𝑒𝑠𝑒 𝑖𝑛 𝑢𝑛 𝑜𝑠𝑝𝑒𝑑𝑎𝑙𝑒 𝑓𝑟𝑎𝑛𝑐𝑒𝑠𝑒, ottobre 1920: racconto autobiografico pubblicato in serie nel suo giornale 𝑇ℎ𝑒 𝑆𝑡𝑟𝑎𝑖𝑔ℎ𝑡 𝑇ℎ𝑖𝑛𝑘𝑒𝑟, cap. I, 23 gennaio 1932 e ripubblicato in F. Tortora, M. Diotaiuti, 𝐵𝑒𝑎𝑡𝑟𝑖𝑐𝑒 𝐻𝑎𝑠𝑡𝑖𝑛𝑔𝑠. 𝐼𝑛 𝑓𝑢𝑙𝑙 𝑟𝑒𝑣𝑜𝑙𝑡, Le Cicale Operose®, Livorno 2020, pp. 274-295.

In foto: Clinique Tarnier. Fonte: Wikipedia (foto anonima, di pubblico dominio)