martedì 6 ottobre 2026

Extra moenia: Lune spezzate.

 

















Per la rubrica del blog “Extra moenia” segnaliamo volentieri il link che rimanda al nuovo volume di Teodora Mastrotoraro, Lune spezzate, 2026, Pietre vive Editore, collana Quaderni di teatro, illustrazioni di Andrea Nurcis. "Testo teatrale dedicato alla denuncia dello sfruttamento degli Orsi della luna per la bile".

Link: Lune spezzate, di Teodora Mastrototaro


Ci fa piacere unire alla segnalazione del link per l’acquisto del libro la nota di lettura di Maurizio Evangelista dedicata all’opera.

Buona lettura.


Ma se la luna non c’è, quando finisce la notte?

In Lune Spezzate (Pietre Vive Editore, 2026) Teodora Mastrototaro costruisce un teatro della denuncia che non si limita a esporre l’orrore, ma incrina lo sguardo di chi lo osserva, costringendolo a vedere ciò che troppo spesso resta fuori campo. Il dolore non viene semplicemente mostrato: viene fatto entrare lentamente nella lingua, nel tempo, nelle pause, fino a incrinare la superficie rassicurante delle cose. Al centro del testo c’è una realtà documentata e atroce: gli Orsi della Luna, chiamati così per quella mezzaluna di pelliccia color crema che interrompe il nero del torace, animali tenuti prigionieri per anni nelle fattorie della bile, rinchiusi in spazi angusti e sottoposti a pratiche invasive che possono protrarsi per decenni. Ma Mastrototaro non sceglie la via del realismo. Sceglie quella, più perturbante, della trasfigurazione. La clinica diventa fattoria, la fattoria diventa prigione, la prigione diventa mondo. E il mondo si rovescia: ciò che dovrebbe apparire intollerabile viene amministrato con la calma di una procedura. Le celle diventano “stanze”, la prigionia diventa “privacy”, la mutilazione una conseguenza collaterale, l’estrazione della bile una “terapia”. Le parole smussano gli angoli del dolore fino quasi a cancellarlo. È qui che il teatro apre la sua prima crepa: nel momento in cui la lingua che dovrebbe descrivere la violenza comincia invece a proteggerla. C’è, in questo dispositivo, qualcosa che ricorda il cinema di Yorgos Lanthimos e in particolare The Lobster: non tanto per una coincidenza narrativa, quanto per il modo in cui un universo assurdo e crudele viene amministrato attraverso un linguaggio ordinato, neutro, quasi educato. La violenza diventa tanto più inquietante quanto più viene pronunciata senza emozione. Come in quel cinema, l’assurdo non irrompe nel quotidiano: vi si installa, assumendone le regole, le formule, la cortesia. La voce registrata di Lune Spezzate procede proprio così: cortese, impersonale, ossessivamente rassicurante. Annuncia, spiega, normalizza. Ma più cerca di tranquillizzare, più inquieta. «Privacy o solitudine sono solo dettagli»; «cella o bara sono solo dettagli». Le parole sembrano voler ridurre tutto a una questione di terminologia, mentre sotto la loro superficie si accumula l'orrore. La poesia, la canzone, la fiaba e perfino la minaccia entrano allora nella lingua burocratica come infiltrazioni, come presenze che ne fanno saltare l’ordine. È lo scarto fra ciò che viene detto e ciò che lo spettatore comprende a generare la tensione. Non occorre mostrare continuamente la violenza: basta circondarla di parole che la rendano improvvisamente visibile. Anche il tempo, nel mondo della clinica, è prigioniero. Non ci sono orologi. Gli anni perdono i loro contorni e diventano una durata senza misura, una condanna senza calendario. La prigionia non consiste soltanto nella sottrazione dello spazio: è soprattutto la sottrazione del futuro. All’orsa non viene impedito soltanto di muoversi; le viene negata la possibilità di aspettare qualcosa che venga dopo.

Per questo la ripetizione assume una forza particolare. Il gesto che ritorna, la frase che ritorna, la voce che ritorna costruiscono nello spettatore una forma di immobilità. La ripetizione non racconta soltanto la prigionia: la fa durare. Trasforma il tempo della scena in un tempo di attesa, di logoramento, di lenta erosione. E dentro questo tempo sospeso appare la luna. La mezzaluna sul petto dell’animale è insieme una cicatrice e una finestra, un segno di appartenenza e un frammento di cielo. È ciò che rimane visibile oltre la gabbia, ma anche ciò che la gabbia non è riuscita completamente a cancellare. Una forma incompleta, spezzata, che rende visibile ciò che manca. La crepa diventa allora l’immagine segreta dell’intera opera. Una crepa è una ferita, ma è anche un’apertura. Attraverso una crepa entra la luce; attraverso una crepa si intravede il cielo. E attraverso il cielo diventa possibile immaginare un fuori. Non è ancora la libertà. È qualcosa di più fragile e, forse, di più necessario: la possibilità di concepirla. A questa possibilità si oppone Mr. Cattura, figura quasi disumana nella sua ostinata meccanicità. «Li prendo. Li blocco. Non possono scappare.» Il suo linguaggio è quello del gesto ripetuto, della funzione eseguita, della macchina che non ha bisogno di interrogarsi sul proprio funzionamento. Mr. Cattura fotografa, vende. Il dolore diventa immagine, l’immagine diventa merce, la merce produce consenso. Non è tanto un personaggio psicologico quanto un ingranaggio. Ed è proprio questa sua funzione a renderlo inquietante: il male non ha bisogno di essere mostruoso quando può diventare procedura. Contro questa macchina si leva lentamente la voce dell’Orsa. È forse il passaggio più importante del testo: l’animale smette di essere soltanto ciò che viene guardato e diventa colei che guarda. Non è più il corpo su cui si esercita la violenza, né l’oggetto della compassione umana. Parla. Ricorda. Immagina. Desidera. Giudica.

Teodora Mastrototaro, come sempre nelle sue opere di poesia e teatro, cerca di incrinare questa gerarchia antica, mettendo in discussione l’idea che gli altri esseri viventi siano semplicemente corpi disponibili, oggetti di sfruttamento o destinatari della nostra pietà. La dimensione antispecista del testo nasce proprio qui: non nel semplice invito a provare compassione, ma nel riconoscimento di un soggetto là dove il sistema ha costruito un oggetto. Così Lune Spezzate procede da una lingua della cattura verso una lingua della liberazione. All’inizio tutto è chiuso: i corpi, le stanze, il tempo, le parole, perfino la luna. Poi qualcosa si incrina. E quella frattura, invece di essere ricomposta, cresce. Alla fine la gabbia si apre e la crepa «diventa una voragine». È un’immagine potente perché rifiuta l’idea della riparazione come ritorno allo stato precedente. Non si tratta di cancellare la ferita, ma di attraversarla. Non di ricomporre la luna, ma di lasciarla spezzata abbastanza da far passare la luce. Le “lune spezzate” sono allora gli orsi, i corpi feriti, le vite sequestrate. Ma sono anche le nostre immagini del mondo: quelle che il teatro costringe a incrinarsi quando ci obbliga a guardare ciò che normalmente scegliamo di non vedere.

La documentazione sulla bile d’orso è il punto di partenza; il teatro la trasforma in esperienza. La violenza diventa durata, la durata diventa attesa, l’attesa diventa ascolto. E l’ascolto, lentamente, diventa una possibilità di cambiamento. Forse è questo il gesto più radicale di Teodora Mastrototaro: non mostrarci semplicemente una gabbia, ma farci sentire quanto a lungo può durare una gabbia quando diventa mondo. E poi, dentro quel mondo chiuso, aprire una crepa. Piccola all’inizio. Abbastanza, però, da farci intravedere la luna.


Maurizio Evangelista

 

 

Note biografiche

 

Maurizio Evangelista, poeta e animatore culturale, vive a Bisceglie. Con Arcipelago itaca ha pubblicato Manuale per mangiare da soli (2026) e Mr. Me (2022) vincitrice del premio nazionale della casa editrice. Nel 2024 il ciclo di poesie Il tempo che resta è stato incluso nell’Ottavo repertorio di poesia italiana contemporanea. Collabora come lettore critico con il Quotidiano di Bari e il blog Pubblicazioni Letterariæ. Dal 2010 è organizzatore e direttore artistico della Notte di Poesia al Dolmen di Bisceglie.

 

Teodora Mastrototaro, poetessa, drammaturga di testi teatrali, attivista per i diritti animali, antispecista. Ha pubblicato Le mucche se non le mungi esplodono (di gioia) (crudeltà sugli animali, un inventario) - Marco Saya Editore (2025). Da Aprile 2024 sta portando in scena il suo monologo teatrale Il Riflusso – dalle reali testimonianze dei lavoratori dei mattatoi, pubblicato sulla rivista di critica antispecista Liberazioni n 51. La sua ultima performance è Per il nostro bene – performance sulla sperimentazione su animali vivi, con il ballerino Stefano Di Martino.

La sua ultima pubblicazione, Ottobre 2026, è Lune spezzate, Pietre vive Editore.