lunedì 1 giugno 2026

Plinio Perilli e la sinestesia, di Lucio Macchia

 












Nella tristissima occasione della improvvisa scomparsa di Plinio, pubblico questo mini-saggio che lui stesso mi chiese di scrivere (e ne fui onorato) nell’ambito di un suo progetto di pubblicazione che non si è mai, purtroppo, concretizzato. Con affetto, riconoscenza e con la morte nel cuore.

 

 

 

La Storia intera ci giudica, spie o dannati d’anima. Ma la

Poesia, l’arte “goffa” ci salva, ripaga al tempo i sogni

(P. Perilli[i])

Premessa

Vorrei qui parlare di Plinio Perilli come uomo “sinestetico” perché credo che questo aggettivo lo rappresenti pienamente. E non mi riferisco all’uso più proprio e ristretto del termine che allude, in campo artistico, alla simultaneità d’uso di più linguaggi espressivi. Certamente questo in Plinio è presente: poeta, critico, saggista, esperto di arti figurative e di cinema, ha scritto libri che intrecciano e sposano questi ambiti. Ma ciò di cui qui mi interessa parlare è della natura sinestetica dell’uomo e dell’artista, nel senso propriamente etimologico del termine. Sinestetico nel significato greco sotteso che rimanda al “sentire insieme” e quindi a una sensibilità plurima, totale, verso il mondo della vita.

 

Quando Plinio mi ha telefonato per invitarmi a contribuire a questo libro – cosa che mi ha reso davvero felice – abbiamo conversato sul tema da proporre, e subito lui si è rivolto all’ambito sinestetico, travolgendomi con la sua usuale irresistibile verve e colpendomi in particolare con una frase: «Lucio, a noi la poesia sta stretta!». Questa frase mi è giunta in junghiana sincronicità, come avesse con me un appuntamento, come se fosse giunto il momento di porre una questione che ha sempre, in qualche modo, albergato nel mio sentire. È la questione della radice prima del gesto poetico. Di come la poesia sia tutto sommato l’esito “tecnico” di altro, di qualcosa a monte, di ben maggiore rilevanza. Quel qualcosa ha naturalmente a che fare con il bisogno, la tensione espressiva. A ben vedere ha a che fare con la sinestesia innanzi tutto in quanto opposto dell’anestesia. In quanto centralità, vivacità e poliedricità del sentire. Si è poeti, si è artisti, prima del gesto, prima del segno e della composizione, nello sguardo sul mondo, nell’atteggiamento esistenziale.

Plinio è innanzi tutto sinestetico in questo suo interesse appassionato, quasi sfrenato, per il mondo della vita. In lui il rimbaudiano dérèglement de tous les sens si legge non tanto nella cifra della trasgressione, della forzatura dei codici, della violazione della regola, ma soprattutto nel porsi in intenzionale vitalismo nei confronti dell’esistenza e delle vicende umane. Il suo intelletto artistico è costantemente aperto, teso a un oltrepassamento che avviene sia nell’alveo della scrittura, mediante la messa in atto di uno stile composito e multiforme; sia risalendo – per così dire –  la corrente della parola, andando alla sorgente dei gesti espressivi, e contattando in essa la molteplicità dei codici, il loro intrecciarsi. Una ricerca continua che si manifesta sempre con estrema libertà. In questo senso, sinestesia e libertà per lui divengono sinonimi. Un uomo libero la cui scelta si esplicita nella messa in moto di dinamiche centripete di attrazione a sé del mondo degli uomini. Sceglie sempre la città, la molteplicità, la socialità, la dialettica e tutto ciò che si muove, piuttosto che l’anestesia rasserenante di una visione statica e circoscritta. Si dice, nel linguaggio comune, che qualcuno è “sveglio” per sottolinearne la prontezza, la reattività, la furbizia. Ma l’esser svegli, a ben vedere, è soprattutto non dimorare nell’anestesia. Esser svegli è sentire davvero, e non stazionare in passività. Essere presenti alla vita stessa. In questo senso Plinio è, a mio parere, un uomo “sveglio” che tutto sente, che “percepisce insieme” (syn-aisthànestai).

Il suo vitalismo personale, il suo élan vitale, che sono caratteristiche innanzi tutto dell’uomo, traslano immediatamente, e animano intensamente, i modi espressivi dell’artista. Sicuramente Plinio è sinestetico in senso “proprio” per i suoi molteplici interessi culturali, per la sua attenzione, oltre che alla parola come vettore primo del suo sentire, anche al mondo delle arti visive, e in particolare alla pittura e al cinema. Basti pensare a due dei suoi libri più importanti ovvero Storia dell’arte italiana in poesia (1990), in cui intesse una fitta trama di correspondances tra linguaggio poetico e pittorico; e Cinema/architettura – “costruire lo sguardo – Storia sinestetica del cinema in 40 grandi registi (2009), che già nel titolo presenta la multidimensionalità espressiva e sensibile. Quindi sicuramente in lui vi è l’interesse culturale per l’incrocio di linguaggi creativi e la tensione verso una ideale unità di intenti, un gesto artistico totale. Ma tutto questo è piuttosto l’esito che il punto di partenza, mentre ci sembra più interessante risalire, al di là di tutto ciò, al suo originalissimo standpunkt, al suo punto di vista, al suo approccio al mondo.

E, in questo tentativo, incontriamo la cifra, per certi versi postmoderna, del suo atteggiamento letterario, in cui questa volta sinestesia diviene sinonimo di molteplice, di complessità. Un gusto originalissimo e una capacità artistica fuori dal comune che prende forma in una propensione per la proliferazione, per la citazione, per la vertigine della lista di echiana memoria.

Nella sua splendida introduzione a Storia dell’arte italiana in poesia incontriamo questa sua cifra espressa al massimo livello.

«Tutta la storia dell’arte è intrecciata e nutrita di infiniti paralleli letterari […] Dante/Giotto, certo; quanto a Cimabue, proprio per l’importanza che riveste nella lingua pittorica italiana, è paragonato a Guido Cavalcanti; Botticelli va a braccetto con Poliziano: ma anche col neo-platonismo di Ficino; inscindibili Tasso/Tintoretto, e notevole l’affinità tra Tasso e Bernardo Cavallino […] Reni, Domenichino – e tutto quel conflitto tra realtà e ideale, passione e dovere, che rimanda alle tragedie di Corneille…Sul Cerano, forse, si documentò Manzoni; mentre l’immaginazione di Bernini richiama Calderón, la vita come sogno: o Racine, per la sua santa Teresa estatica e monologante d’Amore…»[ii].

E così per pagine e pagine, giungendo fino all’arte moderna più vicina a noi, con questo gusto elegante per l’intreccio senza soluzione di continuità che si svolge davanti ai nostri occhi nella forma di un testo raffinato di infiorescenze infinite, come una pittura grottesca, un gioco di rimandi senza fine, che assume talvolta le movenze di una vera e propria prosa saggistico-decorativa, che ricorda certa letteratura postmoderna per il gusto della descrizione incontenibile, debordante.

In questo suo procedere, ecco che ci si presentifica la sua particolare voce, la sua lingua. È una lingua ricca, composita, in cui un italiano tradizionale e ricercato, a volte persino arcaico, convive con un linguaggio modernissimo, e in cui il registro modula con disinvoltura dall’aulico al colloquiale. Una lingua che non si avvita su se stessa ma si slancia senza timore: leva le vele sulla distesa mondana di cose, uomini, sentimenti, ideali e colori, mantenendo sempre un rapporto originalissimo con la musicalità, il gioco sintattico, il ritmo. Una lingua davvero sua, che ritroviamo in ogni sua forma espressiva, che sinesteticamente pervade tutto il suo scrivere, ancor più visibilmente nelle liriche.

Ricordo una conversazione con lui, durante una sessione del suo laboratorio poetico, in cui ci disse che la poesia non deve essere necessariamente “verticale” ma può anche assumere una forma “orizzontale”. Credo che questa frase, che mi colpì molto – per la sua precisione e lucidità – dia il senso di un approccio all’espressione, di una vera e propria precondizione del sentire che caratterizza Plinio. Il suo sguardo sul mondo si estende a raggiera su un piano orizzontale, che tende a includere e collegare, a connettere e animare, superando le eterogeneità, e abbandonandosi a questo intessere senza fine che è la sua sinestesia primaria. Sentire insieme. E poi, mettere insieme nell’opera artistica o saggistica. L’espressione sulla poesia che “sta stretta”, che citavo all’inizio, va letta in questa luce. Tutto sta stretto se limita questa espansione, se non è concepito per favorirla, per catalizzarla. Ogni cosa, in lui, si colloca davvero in pienezza espressiva solo sul campo esteso, sull’altipiano orizzontale delle corrispondenze, dove tutto si svolge in pieghe continue su un orizzonte di divenire eracliteo che coinvolge e ammalia.

Questo gusto per la tramatura verbale illimitata, questo suo straordinario talento per il collegamento, l’aneddotica, la citazione, l’enciclopedismo, il movimento lessicale continuo, ne fanno anche un oratore eccezionale, capace di intrattenere un pubblico per ore andando a braccio, costruendo per divagazione, per espansione, senza sentirsi irretito dal “dovere di convergere”, senza intrappolarsi nel concetto ma, anzi, rimanendo costantemente aperto verso la prossima traslazione, il successivo passo di danza oratoria.

La sua ultima fatica poetica, Museo dell’Uomo (2020) che raccoglie poesie e poemetti composti dal 1994 al 2020, già nel titolo incarna perfettamente questo ideale inclusivo, questo sinestetico “voler prendere tutto”, collezionare musealmente ogni istanza dell’umano, come giustamente sottolinea il prefatore G. Ferroni:

«un fluire ininterrotto della parola che si confronta con tutti gli aspetti del mondo, che, nel dar voce all’umano […] mira a raccoglierne e a conservare religiosamente le tracce più varie»[iii].

Religiosamente, nel senso del legare insieme le cose vicine e lontane: questo religare sicuramente è centrale nel suo modo espressivo. Legare e abbracciare il mondo intero: una visione della scrittura aperta che tende idealmente ad includere il tutto. Si staglia sullo sfondo un ideale borgesiano di “libro-mondo”, di aleph in cui si riversi l’intera realtà. Realtà con la quale l’autore intrattiene un rapporto il cui tono dominante è quello dell’armonia, dell’accoglienza, in una visione vitalistica che oppone, alle zone d’ombra e alle minacce di frammentazione che il reale esibisce, una volontà di potenza tesa ottimisticamente alla molteplicità con cui gli si presenta la sterminata distesa delle vicende umane. L’uomo, in lui, ritrova un centro vitruviano, e si pone, con il suo agire, con le sue passioni, persino tragiche, come riferimento certo di senso. Una scrittura felice, estroversa, fantasiosa e confidente, in cui ogni minaccia di non senso, di perdita esistenziale, viene superata eroicamente nello slancio incontenibile del fluire poetico che – con impeto pulsionale –  riempie i vuoti, e dona movimento, in un rilancio continuo, in un perpetuo “nuovo inizio”. Lui stesso, richiamandosi a Éluard, parla di natura ininterrotta del suo scrivere: il suo procedere non consente soluzione di continuità, ma si sviluppa in spinta continua, in energheia potente e sicura. Vi è, inoltre, in lui, un superamento delle istanze individualiste, un senso comunitario dell’arte, un’apertura costante all’altro, un’attenzione per ogni soggetto, per ogni tentativo espressivo. Colpisce, in tal senso, la sua scelta di costruire le sue Note in fondo a Museo dell’Uomo come una sorta di “antologia in miniatura” di testi di altri poeti ai quali si è legato personalmente e per affinità o diversità espressiva. L’orizzonte dell’altro, la prospettiva della comunità, sono istanze in lui sempre vive.

Plinio stesso, nella seconda di copertina di Museo dell’Uomo, definisce “civili” le sue poesie e poemetti, e spesso lo si sente utilizzare questo aggettivo nei confronti della sua produzione. Questo essere “civile” del suo scrivere riflette tutto quanto abbiamo visto finora. Non è semplicemente da collegare all’impegno politico/sociale dei testi (che pure è spesso presente) ma, ancora, alla molteplicità di istanze accolte, alla totalità dell’approccio. “Civile” rimanda etimologicamente a civis (cittadino) e civitas (città) e la città è il paradigma stesso del molteplice umano. Ecco allora il poeta “abitante della città”. Non può non sovvenirci tutta una tradizione del rapporto del poeta moderno con il “fuori” che si snoda a partire da Baudelaire fino ai giorni nostri. Un poeta che abita la città in quanto perpetuo farsi della differenza, e che è capace di stringere nel suo abbraccio linguistico quella realtà complessa e diversificata, inseguendone proprio il perpetuo differire. E il testo perilliano abbonda di note, richiami, specificazioni, che lo aprono di continuo, con modalità di natura ipertestuale. Una sensibilità per i grandi temi letterari e umani e per le piccole vicende di cronaca. Si oscilla, nelle sue composizioni, tra una storia personale, un’ontogenesi diaristica, familiare e di incontri privati; e una storia universale, filogenetica, di fatti piccoli e grandi che irrompono nel vissuto individuale. Spesso luoghi particolari – oppure oggetti, vicende, esperienze –  sono l’occasione di intreccio di queste due dimensioni le quali, pur lontane, finiscono per convergere, per farsi trama e ordito del tessuto testuale. Si avverte sempre, nel suo scrivere, questo movimento interno, questa oscillazione come una culla che dondola avanti e indietro fra modernità e antichità[iv], tra tradizione e sperimentazione, parziale e totale, dotto e colloquiale, con un registro di toni ampio, che modula dai movimenti melanconici a quelli gioiosi, ironici e polemici, e da cui la vita emerge come slancio composito, potente fantasmagoria dell’agire umano.

Così si svolge la sua scrittura, la sua vita d’artista e uomo: un continuo movimento di avvicinamento, di precessione sempre in atto dal mondo al poeta, dal macrocosmo al microcosmo, dall’universale umano al particolare artistico che, ologrammaticamente, miracolosamente, accoglie quella totalità – la contiene.

Per farcene dono.



[i] Dal brano Kùska – ode a un piccolo cane, in Museo dell’Uomo (Zona editore, 2020)

[ii] P. Perilli, Storia dell’arte italiana in poesia (Sansoni Editore, 2009)

[iii] P. Perilli, Museo dell’Uomo, op. cit.

[iv] W. Benjamin, Charles Baudelaire – Un poeta lirico nell’età del capitalismo avanzato (Neri Pozza Editore, 2015)