Appunti di Maristella Diotaiuti per la
presentazione di Exit Poetry (11 giugno, 2026), a cura de Le Cicale Operose.
Exit Poetry, a cura di Aldo Nove, Gilda Policastro, Lello Voce, La Nave di Teseo Editore, 2026.
Curatori presenti: Lello Voce; autori presenti: Laura Giuliberti, Antonio Perozzi, Chiara Serani, Marko Miladinovic.
Sono molto contenta di ritrovarvi, di ritrovare anche amici e autori, autrici
che abbiamo avuto il piacere di
ospitare in passato, mi riferisco a Lello Voce, Chiara Serani,
Laura Giuliberti, Antonio Francesco Perozzi, Gilda Policastro. Proprio
alle Cicale, ad esempio, avvenne l’incontro tra Chiara Serani e Lello Voce che diede
a lui occasione di conoscere la poesia di Chiara e le sue doti di intellettuale
alla presentazione del volume Razos.
Cos’è questo libro?
È
stato chiamato antologia poetica,
anche se in realtà non c’è nessuna
indicazione in tal senso, piuttosto la possiamo identificare per sottrazione, per negazione, facciamo prima a dire cosa non è, quindi. Non è un’antologia, almeno non nel senso classico del termine, anzi è un’anti-antologia, nel senso che rifiuta l’idea stessa di antologia come catalogazione o mappatura esaustiva, di schedatura o censimento istituzionale della poesia
contemporanea di questo primo scorcio di millennio e di secolo.
Non è quindi un’antologia monotematica, generazionale, didattica, come ce ne sono tante, che hanno avuto intenzionalmente o loro malgrado
un intento e un esito normativo,
canonizzante (come ad esempio
quella di Mengaldo), autorevolmente
autoritarie, che fissavano
canoni imperituri, indiscussi e
indiscutibili.
Viceversa Exit vuole proprio essere anti-canone, fuori canone, oltre canone, non ha proprio nessun intento di creare un canone
poetico.
È
piuttosto un punto di osservazione,
una torre di avvistamento, una
sorta di metal detector, un dispositivo di intercettazione di voci,
di onde sonore che sono queste, presenti nel libro,
ma che potrebbero essere altre, se si gira la manopola e ci si sintonizza su altre frequenze, altre bande, allora si possono intercettare altre voci (e
in questo senso suona un po’ oziosa la questione di chi è dentro e chi è fuori).
Per questo Exit lo vedo più vicino al progetto di Mesa: ákusma, “ciò che si ode”, uscito nel 2000; ákusma, forme della poesia contemporanea, appunto “forme”,
quindi aperto alle pluralità del fare poesia, come fa anche Exit poetry.
Tra
l’altro un’operazione canonica di antologizzazione oggi non avrebbe nemmeno
troppo senso dal momento che la
situazione, il contesto in cui
si muove la poesia oggi, rispetto alla fine del 900, è cambiato, nel senso che non ci sono più i luoghi riconosciuti
come sedi istituzionali della critica e della poesia, ora il dibattito culturale si è spostato su altre piattaforme, sui
lit-blog, sui social , sui blog, le
riviste letterarie online, quindi sono cambiate, si sono frammentate le modalità di fruizione della produzione poetica. La poesia stessa è fortemente cambiata (è
il genere che più di altri si è modificato nel corso del tempo), ha preso forme molteplici, oggi è un mare magnum di poetiche diverse. Ha preso altre direzioni, è uscita dalla pagina, ha recuperato la sua dimensione orale,
anche performativa. Ha rinunciato alla centralità della parola e
del suo aspetto referenziale per
contaminarsi anche con altri linguaggi,
altre forme d’arte che
diversamente, intercettano e significano il reale quanto o meglio della parola,
certo in maniera diversa. Tra l’altro si
pubblica molta più poesia di quanto poi se ne legga, complici anche le piccole case editrici che si reggono sugli autori paganti e
quindi non badano o badano poco a ciò che pubblicano. Si è anche creata una
situazione ultracompetitiva tra poeti, poete ma anche tra le poetiche e tutte arroccate su se stesse, autoreferenziali, impermeabili. In Italia c’è una situazione di cortilismo, di perimetrazione, di recintazione fortissima nel senso di
costruzioni di recinti, di camere a tenuta stagna in cui gli autori delle diverse tendenze si disconoscono gli uni con
gli altri, contestano o negano,
apertamente o meno, le ragioni d’essere
delle scritture poetiche altrui. Ecco, allora, che senso ha in questo panorama così variegato e fluido un progetto come questo di Exit poetry?
Secondo
me il senso è da rintracciarsi innanzitutto
nel porsi, proporsi come luogo, come spazio di
incontro, di confronto,
di dialogo, e quindi di conflitto tra modi di fare poesia differenti, tra voci differenti, a volte persino inconciliabili, conflitto che è sempre fertile,
enzimatico, che non è lo scontro,
l’agonismo, oggi purtroppo il conflitto non è più
praticato. Sicuramente Exit apre
conflitti, questioni, aprire la
crisi (così come fa e deve fare la poesia), non vuole fare ordine, anzi vuole scompigliare le carte, e già ha sollevato polemiche e critiche,
anzi spero che questo libro sollevi
sempre più questioni, che faccia
a lungo parlare di sé, non solo per affinità, ma proprio per frizione.
E soprattutto c’è un recupero della funzione militante della
critica, sicuramente Exit è
militante, nel senso di posizionarsi,
di prendere posizione, non nel senso di stare dentro una ideologia dogmatica, ma in una posizione di presenza, di partecipazione attiva al dibattito culturale, poetico, discutere, fare cultura, confrontare
le idee. Quindi c’è una presa di responsabilità critica dei
curatori, cioè qualcuno si fa,
si è fatto carico, anche coraggiosamente
direi, di riflettere sulla
poesia, di commentarla,
di sollecitare un dibattito su cosa debba essere oggi la poesia:
un esercizio accademico e lirico
o una forma di disturbo e presenza
collettiva? Che è poi tutto sommato anche un’attestazione di esistenza e di vitalità
della critica, contro
ogni previsione della sua morte e implicitamente anche dell’esistenza e della vitalità della poesia, anche per poter pensare a nuove forme future di
poesia, appunto poesia futura (come recita il titolo), prevedere il nuovo partendo dall’attuale.
C’è dentro un messaggio utopico (anche politico, direi), dove per utopia però si deve intendere non l’illusione, il vagheggiamento, l’impossibilità di realizzare
qualcosa, ma come la capacità di
prefigurare, nel momento stesso in cui si dà espressione alla negatività
dell’esistente, un mondo nuovo, nell’anticipare idealmente il costituirsi di
una realtà alternativa all’esistente.
A conclusione vorrei leggere una riflessione del mio Maestro Vittorio russo (che Lello Voce conosce bene, anche
attraverso Gabriele Frasca che di Russo fu allievo molto amato e stimato) che
mi sembra racchiuda e sintetizzi in maniera puntuale quanto detto
e questo progetto di Exit:
"...credere che la parola, quella
poetica innanzitutto, possa lasciare sempre un seme o una ferita, che
continuano poi nel tempo a sedimentare o a dolere nelle coscienze di chi la
legge o l'ascolta...la parola, la parola poetica in particolare...è in sé
un'arma impari a determinare la trasformazione del mondo, ma può e deve tuttavia
assumere funzione di testimonianza, e tentare di innescare processi di
assunzione di coscienza, per sé e per gli altri. entro la scrittura può farsi
spazio un colloquio attento con il presente, e la parola può porsi come
implicito consiglio a "vivere con attenzione" e come esempio in atto
di questa "attenzione".
Maristella
Diotaiuti.
