lunedì 20 luglio 2026

Concorso di poesia "Per Modigliani" - II Edizione. Lettura delle motivazioni delle Giurate per le prime tre poesie classificate.



Giornata per Amedeo Modigliani. II Edizione. A cura de Le Cicale Operose, 12 luglio, 2026, presso Salus Bistrot, Livorno.

Concorso di poesia "Per Modigliani" - II Edizione. Lettura delle motivazioni delle Giurate per le prime tre poesie classificate. Le autorevoli Giurate: Laura Giuliberti, Renata Morresi, Silvia Rosa, Chiara Serani.




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Ripubblicazione delle BREVI RIFLESSIONI DI CHIARA SERANI PER LA PREMIAZIONE DEL CONCORSO "PER MODIGLIANI", I EDIZIONE, ANNO 2025.

Che senso ha, oggi, un concorso di poesia dedicato a una figura come quella di Modigliani e, dunque, più in generale, la poesia d’occasione, che spesso si presenta, va detto, come avvitata intorno a moduli stanchi, logori, di circostanza (e qui ci sovviene che in francese, lingua ben rappresentata stasera, la poesia d’occasione è detta appunto poésie de circonstance) e, infine, vuoti? Cosa può offrirci la poesia d’occasione oggi, in cui peraltro tutto è occasione di celebrazione continua? E cosa può dirci – se può – della poesia italiana contemporanea? Io credo più di quanto si possa pensare d’acchito; in particolare in questo caso specifico in cui la poesia d’occasione si offre anche come uno spunto per riflettere sul fenomeno dell’intermedialità, ovvero sulla mescidanza fra diversi linguaggi artistici, fenomeno che oggi la fa da padrone quale cifra di una mentalità ormai incline alla fluidità dei media artistici piuttosto che alla loro categorizzazione è che è diventato sempre più, soprattutto dopo la rivoluzione digitale, un concetto imprescindibile per capire la nostra epoca, la sua estetica e i suoi meccanismi comunicativi. Non è un caso, del resto, che oggi assistiamo a un grandissimo ritorno dell’ecfrasi (cioè, nella sua forma più elementare, della descrizione verbale di un’opera visiva, fondata, nel caso della pittura, sul principio classico dell’ut pictura poiesis) e altresì assistiamo all’ascesa degli iconotesti, cioè di quei testi in cui scrittura e immagine si affiancano in vario modo; d’altronde non potrebbe essere altrimenti in una realtà come la nostra, totalmente permeata e dominata dall’immagine, è infatti il cosiddetto “regime scopico” a meglio definire la nostra condizione postmoderna, all’insegna di una “totale saturazione dello spazio culturale da parte dell’immagine” (v. Fredric Jameson). Dunque, abbiamo già un aggancio con l’attualità poetica, e, in effetti, a questo concorso sono naturalmente e per forza di cose pervenuti numerosi testi di natura ecfrastica, dedicati, va detto, quasi esclusivamente ai ritratti femminili di Modigliani – così come a prevalere, su un altro versante, quello biografico, è stato il dato della sua tragica storia d’amore con Jeanne Hébuterne. E anche questo, di per sé, è un dato interessante e significativo, che ci suggerisce il modo in cui tendiamo ad accostarci a un artista come Modigliani e alla sua opera, cioè cogliendone in primis gli aspetti più eclatanti, o più noti, che più colpiscono un’immaginazione di stampo romantico (con quest’aggettivo inteso non in senso storico ma nella sua accezione derivativa di “inclinazione alle suggestioni del sentimento, della passione e del malinconicamente sognante” [così ci dice Treccani]). Dunque, quel tipo di immaginazione che ancora, nonostante il datato ma forse apparente trapasso del Romanticismo (qui sì, inteso come fenomeno storico) produce una poesia di filiazione “romantica”, intendendo con ciò quella poesia che del Romanticismo coglie solo gli elementi più appariscenti e vulgati, ovvero quelli immediatamente lirici.

Ma se analizziamo l’opera di Modigliani, constatiamo che di romantico non ha quasi niente; non ha quasi niente dello spontaneismo, del sentimentalismo o del lirismo puro, non ha niente di effusivo, è semmai un’arte che raffredda questi elementi da una parte col ricongiungimento intellettuale e stilistico con la tradizione pittorica italiana e dall’altra con l’accoglienza del primitivismo quale espressione avanguardistica del suo tempo. Per fare un esempio,  le pose femminili e i colli lunghi e affusolati che hanno dominato così tante ecfrasi pervenute non sono un’invenzione di Modigliani, ma risalgono a modelli trecenteschi e cinquecenteschi, a Simone Martini, per esempio, con la sua eleganza formale, o al Parmigianino (pensiamo alla sua Madonna dal collo lungo), e sono dunque l’equivalente di quelle che in poesia chiameremmo allusioni o citazioni intertestuali: sono quindi un frutto studiato, così come i suoi volti stilizzati e oblunghi si allineano alla sperimentazione primitivista sua coeva ricercando strutture arcaiche, archetipiche, universali dell’immaginario e della rappresentazione visiva. Il tutto, per sintetizzare, all’insegna dell’arte come “bricolage e rifunzionalizzazione”, come avrebbe detto Claude Lévi-Strauss. Quello che Modigliani fa è pertanto fondere in maniera personale e originale, nuova, rivoluzionaria, queste e altre componenti pittoriche, rifacendosi sì al passato ma assimilandolo e superandolo, in una sussunzione che assolutamente rifugge ogni forma di accademismo o epigonismo e dà vita a una pittura immediatamente riconoscibile – non si può in alcun modo confondere lo stile di Modigliani, se ci pensate è praticamente impossibile. Dunque, io credo che se il nostro soggetto poetico è rappresentato da Modigliani e dalla sua arte, quel che si dovrebbe fare è riconoscere e omaggiare questa originalità – per carità, oggi, in cui tutto è già stato detto e fatto non è più possibile evocare in maniera credibile alcuna forma di originalità o d’invenzione pura; tuttavia, questo non è un buon motivo per schiacciarsi su modelli retrivi o assolutamente privi di atipicità e per aderire a formule lessicali, retoriche e immaginifiche stereotipate, anacronistiche e polverose. Bisognerebbe, semmai, aspirare a fare quello che facevano i greci, ovvero, con l’ecfrasi, “gareggiare in forza espressiva con la cosa descritta”, evitando così, in questo contesto poetico, quella vaporosità, inconsistenza e insieme convenzionalità che in nessun caso appartiene alla pittura di Modigliani; perciò bisognerebbe evitare sintagmi poetici e immagini fruste, come cuori trafitti, uccelli in volo, nuvole in cammino, anime inquiete, remoti incanti, tramonti, ardori, tremori, incantamenti... oggi francamente improponibili, non solo perché completamente dissonanti rispetto al presente ma soprattutto perché appartenenti al grande catalogo del déjà lu e cioè dell’acquisito, dell’invalso, che sembra tuttavia gemmare dalla poesia – e a prescindere dall’occasione – così come le frasi di circostanza, ovvero espressioni banali, impersonali e poco sentite, sono sollecitate nelle occasioni formali e sociali in cui vengono sfoderate. Dal che si evince che certa poesia, quella invero predominante, diventa poesia di circostanza a prescindere dal suo essere poesia d’occasione, come in questo caso. Ovvero, quando si tratta di poesia tendiamo ad attualizzare, con gran passatismo, un Sublime del sentire e del parlare che non solo non è più allineato col nostro tempo ma che è diventato insipido e scadente proprio per abuso.

Ora, se questo tipo di Sublime non è più proponibile, né tantomeno accettabile, allo stesso modo non è più facilmente sostenibile una postura poetica che sia solo lirica, se non correndo il forte rischio di risultare naif. E con ciò non siamo certo qui a cercare imporre estetiche normative – ognuno può e deve scrivere come meglio crede, anche perché la poesia ha una sua intrinseca valenza terapeutica –, ci inseriamo semmai in un dibattito, e sempre sulla scia della riflessione scaturita dal nostro concorso su Modigliani, che anima lo scenario della poesia italiana iper-contemporanea, diviso appunto, grosso modo, tra chi sostiene la “poesia lirica” e chi la cosiddetta “poesia di ricerca” e gioca la partita proprio sulla postura dell’io e della soggettività, avvertita quest’ultima come ancora efficace o, viceversa, ormai inefficace. Ciò detto, per quel che riguarda chi parla in questo momento, persino le espressioni “poesia lirica” e “poesia di ricerca” sono svuotate di senso per eccesso di utilizzo, divenute ormai formule di lesta comprensione, etichette assiologiche – si potrebbe forse più produttivamente recuperare locuzioni come “poesia di stampo tradizionale”, o “di ascendenza petrarchesca”, e “poesia di stampo dantesco e poi modernista” – e, soprattutto, la partita di cui sopra non dovrebbe giocarsi tanto e pregiudizialmente su soggettività o non soggettività (esiste infatti ancora una lirica alta così come esiste una poesia sperimentale, aliena all’io, che è mediocre e scimmiottante) quanto, più semplicemente, sulla qualità poetica. Se il soggetto poetante non ha nulla di interessante da dire o è allineato al solito sfogo effusivo-sentimentale è bene che la poesia rimanga un esercizio privato, a maggior ragione se non si trovano modi di qualità per il dire: il già noto, il già fatto – mutatis mutandis, le pose di Martini e i colli di Parmigianino – se va detto, va detto in modo personale, con ciò intendendo non “intimo” ma inconfondibile, “stilisticamente riconoscibile”, alla maniera di Modigliani. Se non si trova un modo nuovo per dire l’interiorità semplicemente ci si allinea all’estrinsecazione continua dell’io sui social in cui si dà perennemente tutti libero sfogo a inquietudini varie, delusioni d’amore, traumi infantili eccetera… Proprio i social, con la loro semplificazione e banalizzazione comunicativa, in cui il posizionamento è sempre quello dell’io (ipertrofico), rendono oggi ancora più problematico e complicato, dal mio punto di vista, l’approccio lirico, perché per risultare inconfondibili e riconoscibili bisogna stagliarsi non solo dalla tradizione poetica ma anche da quel tipo di comunicazione massificata in cui a predominare è il linguaggio corrente, convenzionale, stereotipato di cui sopra. Non che la soluzione risieda nella coltivazione della ricercatezza estetica, un po’ perché la ricerca del bello e del virtuosismo linguistico nell’arte verbale è anch’essa già stata praticata in lungo e in largo e dall’illud tempus della parola, e un po’ perché i nostri tempi, all’insegna dell’immagine si diceva, sono anche caratterizzati da un’estetizzazione massiccia e soverchiante, dalla pubblicità alla moda alla cura del corpo ai complementi d’arredo alla creazione di contenuti online eccetera, e quindi una poesia estetizzante rischia di apparire (o scomparire) come ideologicamente allineata e confusa in questo flusso – o brodo – estetico di massa in cui siamo immersi.

L’unica via di fuga, sempre per chi parla, ovviamente, risiede allora, nella complessità del testo poetico: un testo, cioè, che non sia immediatamente fruibile e comprensibile come lo è il già noto, il già fatto – ovvero esauribile proprio come un prodotto di consumo, un prodotto usa e getta –, pertanto, un testo che non sia riducibile o riconducibile a formule facili, a etichette, a diluizioni e facilitazioni del senso. Con questo non s’intenda un testo necessariamente “difficile”, giacché, per esempio, una qualsiasi opera poetica può presentare un dettato linguistico piano, semplicissimo, ed essere comunque complessa per stratificazione o sovrabbondanza di senso e per capacità di ingaggiare col lettore un dialogo che non sia di circostanza, tanto per tornare al nostro punto di partenza. Se si adotta il criterio della complessità come giudizio di valore si esce dalle pastoie del binomio “poesia lirica”-“poesia di ricerca” poiché la qualità della complessità è trasversale, disappartenente all’uno e all’altro campo in quanto rispondente, senza compromessi, di volta in volta, solo a sé stessa. Ecco, per chiudere, sento di poter dire che in questa sede, pur nella legittima eterogeneità dei gusti e delle vedute dei giurati, che peraltro sono sempre giusta e necessaria garanzia di equanimità per chi partecipa a un concorso, hanno alla fine prevalso sugli altri quei testi che presentavano un maggior livello di complessità (leggi: creatività, peculiarità… e tutto quanto siam venuti dicendo prima) e, di conseguenza, un minor grado di prevedibilità e scontatezza di dettato e d’immaginario.


 Chiara Serani

sabato 18 luglio 2026

Scienza regale e scienza nomade, di Lucio Macchia

 

Immagine: Immagine: Matox / Nuno de Matos, Asemic writing[i]

 

Science avec patience,
Le supplice est sûr.

(Rimbaud)

 

 

Oggi, ogni discorso di “verità” deve fare i conti con il nostro Zeitgeist, con il nostro “spirito del tempo” in cui il ruolo centrale è svolto dalla scienza, anzi dalla tecnoscienza, come cultura della verità oggettiva, sperimentale, fattuale. Il suo strapotere è riaffermato di continuo dai successi applicativi, dalle rivoluzioni tecnologiche e si articola strettamente con la concezione economica capitalistica che anima questa innovazione continua, e con una visione nichilista del mondo nel senso che in esso non vi sono che le cose, gli oggetti della presa tecnoscientifica. La concezione della scienza moderna, di stampo galileiano (prima metà del ’600), si è sviluppata attraverso due secoli di evoluzione, raggiungendo il suo pieno riconoscimento filosofico con il Kant della ragion pura che ne ha stabilito le condizioni di possibilità, fino a trovare, nel positivismo, il suo legame profondo con la tecnica. La scienza positivistica è, di fatto, ancora oggi dominante, se non nell’accademia, sicuramente nello spirito del tempo, basti pensare per esempio ai paradigmi prevalenti nella medicina. Si tratta di una scienza dell’ordine, delle leggi, dell’antropocentrismo, della gerarchia. A fronte di essa, è sorta una reazione filosofica fortemente presente nel pensiero della “linea maggiore”[ii] del ’900. Una forte opposizione il cui argomento centrale è, in sostanza, che la scienza non coglie la vita, la riduce entro schemi astratti, freddi, non ne afferra la complessità. L’accusa, come sintetizza Heidegger, è che essa «non pensa»[iii] se non nella forma del “pensiero calcolante” che riduce l’essere a istanze puramente utilitaristiche, quantitative ed economiche. Husserl, nella sua famosa opera La crisi delle scienze europee scrive: «Nella miseria della nostra vita – si sente dire – questa scienza non ha niente da dirci. Essa esclude di principio proprio quei problemi che sono i più scottanti per l’uomo, il quale, nei nostri tempi tormentati, si sente in balìa del destino: i problemi del senso o del non-senso dell’esistenza umana nel suo complesso»[iv], frase simbolica di quella temperie. Però qui non mi interessa approfondire questo tema molto consolidato, che comunque rimane un riferimento fondamentale. Questa è la critica che la filosofia “maggiore” avanza verso la scienza “maggiore”. L’intento, qui, è un altro.

Un punto di vista diverso

Mi interessa invece spostarmi sul canone “minore” nell’accezione ronchiana, e riesaminare il problema da un altro punto di vista, quello della filosofia dell’immanenza assoluta. Se partiamo dal lavoro di Bergson, troviamo in lui una forte critica alla scienza del suo tempo, che era il tempo del trionfo positivistico. Viene subito alla mente la sua immagine della scienza come tangente alla vita (in L’evoluzione creatrice), incapace di inseguirla nella sua sinuosità. Però Bergson riconosce alla scienza la capacità di comprendere la materia grazie a una sorta di consustanzialità tra intelletto e materia stessa. Le due istanze sono sorte insieme, sono intrecciate. Questo è interessante, dà fondamento al successo conoscitivo e tecnico della scienza, anche se Bergson ne limita il terreno di gioco poiché l’ambito dello slancio vitale, della durata – cioè il vitale in quanto continuo farsi del nuovo – non è, secondo lui, coglibile dalla scienza. In ogni caso, in questo approccio, la contrapposizione filosofia/scienza si indebolisce, si anticipa un orizzonte che sarà quello di alcuni pensatori e scienziati successivi che concepiranno una scienza che riesce a seguire, per così dire, “qualche” sinuosità del vitale, che non è estranea all’assoluto, che «bagna in questo assoluto»[v], che è in grado di toccare il reale. Qui si inserisce la distinzione di Deleuze e Guattari tra “scienza regale” e “scienza nomade”[vi]. La scienza regale è scienza di Stato, regolatrice, che fissa le leggi, le forme, i teoremi, preferisce i corpi solidi, fa riferimento a un modello “ileomorfico” materia/forma, concepisce lo spazio come “spazio striato”, metrico, euclideo, in una logica arborescente, in cui i concetti sono ordinati e gerarchizzati. La scienza positivistica ne è un perfetto esemplare[vii]. La scienza nomade si focalizza invece sui flussi di cambiamento continuo, sui campi di forza, sull’evoluzione creatrice, su uno spazio liscio, non metrico, desertico rispetto all’azione dei codici. Essa ospita «molteplicità non metriche, acentrate, rizomatiche, che occupano lo spazio senza “contarlo” e che non è possibile “esplorare se non camminandovi sopra”»[viii]. Non siamo più, qui, nel paradigma laplaciano del sistema di equazioni che descrive il mondo, ma siamo piuttosto dentro il flusso del processo. I due autori tracciano anche un collegamento tra le due modalità di scienza. La scienza nomade in contatto con la “macchina da guerra” (come i due autori chiamano non la macchina militare, ma il continuo concatenarsi deterritorializzante dei flussi di forze vitali non catturate dall’apparato) viene sottoposta alla “cattura” da parte dello Stato che la istituzionalizza, la censura, la normalizza e ne fa scienza regale. Il libero e fluido operare di Archimede diviene la struttura surcodificante di Euclide.

La scienza nomade in atto

Ma dove, concretamente, vediamo la scienza nomade in atto? Certi aspetti della meccanica quantistica, della relatività, della teoria della complessità, delle moderne neuroscienze corrispondono all’approccio nomade. Un esempio è “l’autopoiesi” (Maturana e Varela, primi anni ’70), introdotta nell’ambito della biologia e poi acquisita dalla teoria della complessità, che indica la capacità degli esseri viventi di auto-organizzarsi, costituirsi, ripararsi, esprimendo l’idea che la vita è pervasa da un movimento di coesione interna, di creazione continua, non catturabile dagli approcci riduzionistici, i quali si concentrano sulle singole parti, sulle funzioni specifiche, non colgono l’insieme in atto del vitale. Anche istanze come l’epigenetica e la neuroplasticità tendono ad avere un tratto “nomade”, a porsi come prospettive relazionali, aperte e multidisciplinari, in forte dialogo con il livello esperienziale della vita. La scienza nomade ha un suo proprio “discorso del metodo”. Essa prende le mosse dall’idea del reale come “non dato”, come continua creazione, non ricerca leggi sottese immutabili, ma piuttosto “collabora” con questo tessuto diveniente, si mescola ad esso, ne segue le sinuosità, ne fa parte, in un’esperienza in cui soggetto e oggetto si intrecciano. Come osserva Ronchi, l’epistemologia si volge al pragmatismo. Un “fatto” scientifico è allo stesso tempo un qualcosa di “fatto nel senso di fabbricato”, ovvero è una rappresentazione delle cose, un oggetto/modello creato dallo scienziato (e, in tal senso, i filosofi fenomenologici rimproverano agli scienziati realisti di credere alla “oggettività” delle loro conclusioni, di confondere la “verità” con le rappresentazioni); ed è, contemporaneamente, un “fatto nel senso di un’istanza reale”, qualcosa che “bagna nell’assoluto”. L’affermazione scientifica è, insieme, un feticcio e un fatto, un “fatticcio”, usando la celebre espressione di Latour, un qualcosa di costruito con un suo senso “operativo” e, insieme, una effettiva capacità di catturare elementi del reale. Quindi, il “fatticcio” scientifico fa segno a un’istanza che è, al contempo, paradossalmente, sia inventata sia reale. Che è, simultaneamente, nel dominio della volontà e in quello della rappresentazione. Che si va facendo, che non è data una volta per tutte come non è dato il mondo. Famoso l’esempio della scienza che “inventa” il neutrino[ix] e poi lo scopre come esistente. Vi è qui il paradossale superamento della distinzione tra ciò che esiste in sé e ciò che è fabbricato, perché questa netta distinzione ha senso solo nella prospettiva della scienza regale che è eminentemente trascendente, in quanto riferita a una metafisica di leggi eterne e immutabili che ordinano e riordinano il reale. In tale prospettiva, il divenire è concepito solo come riorganizzazione di elementi fissi mentre, per l’empirismo assoluto, l’esperienza è invece l’alveo della creazione continua del nuovo e la scienza partecipa a questa durata creativa con le sue stesse produzioni. Anche la psicoanalisi dell’ultimo Lacan, che si allontana dalla regalità dello strutturalismo, con un approccio che punta alla singolarità assoluta del soggetto, si può forse collocare nell’orizzonte di questo nomadismo scientifico.

In conclusione,

la scienza nomade è una scienza immanente, non trascendente. Bagna nell’assoluto, non lo sottomette al concetto, non lo “supplizia” in senso rimbaudiano. Studia forze, energie, materia, ma non riduce il cosmo a un sistema “dato” di interazioni tra queste istanze. Nomade perché non si arresta su nessuna struttura consolidata, ma rinuncia alla forza granitica dell’universalità (le leggi e i principi come metafisica del trascendente) per attualizzarsi nel tessuto vivo e mutevole dell’esperienza. Una scienza che dialoga con la praxis del vivente e che interseca il reale, lo incide concretamente con i suoi gesti tecnici, pur mantenendo la stessa forza visionaria e la stessa precarietà delle espressioni artistiche. Essa prospetta una “nuova alleanza”[x] sia con la filosofia che con l’arte. Senza le protezioni della trascendenza, ma dentro lo slancio eternamente in atto della sostanza vivente.



[i] Abstract calligraphy painting, Wikimedia Commons, licenza GFDL 1.2+

[ii] R. Ronchi, Il canone minore – Verso una filosofia della natura (Feltrinelli, 2017) dove è posta la distinzione tra la linea maggiore, in larga parte di stampo fenomenologico, e la linea minore dell’immanenza assoluta

[iii] La famosa affermazione proviene da un corso universitario tenuto a Friburgo nel 1951-52, successivamente pubblicato (in italiano il riferimento è il libro Che cosa significa pensare?)

[iv] E. Husserl, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, trad. it., fonte: blogphilosophica.wordpress.com

[v] Ronchi, op. cit., p. 49

[vi] G. Deleuze, F. Guattari, Mille piani (Orthotes 2017, versione kindle), prima ed. orig. 1980

[vii] Ma non vi è naturalmente una coincidenza del positivismo con la scienza regale, che ha una portata più vasta.

[viii] G. Deleuze, F. Guattari, op. cit., p. 417

[ix] Ronchi, op. cit. p. 51, in cui ci si riferisce a un saggio di I. Stengers

[x] Questa espressione è proprio nel titolo di un saggio di Prigogine e Stengers, La nuova alleanza. Metamorfosi della scienza (1979), testo fondamentale nell’ambito della teoria della complessità.

mercoledì 15 luglio 2026

Giornata per Amedeo Modigliani. II Edizione. Fabio Papini legge “Risa e strida di rondini”, di Amedeo Modigliani.

 

Giornata per Amedeo Modigliani. II Edizione. A cura de Le Cicale Operose. 12 luglio, 2026, presso Salus Bistrot, Livorno.

In apertura della premiazione del concorso di poesia “Per Modigliani”, Fabio Papini, poeta livornese, legge la poesia “Risa e strida di rondini”, di Amedeo Modigliani.

Pubblicata per la prima volta in “Les Arts à Paris” (n.1, ottobre 1925) e poi in un “Omaggio a Modigliani”, edito da Scheiwiller nel 1930 (Fonte: studi di Vincenzo Guarracino)

Link del Museo in cui la poesia è esposta:  Musée de l'Orangerie

 

 


 

RISA E STRIDA DI RONDINI

 

Risa e strida di rondini

Sul Mediterraneo

O

Livorno

Questa corona di grida questa corona di strida

Io t’offro

O poeta dalla testa di capra

------------------------------------

…Dall’alto della Montagna Nera,

il Re, colui che è eletto

per regnare

per comandare

piange le lagrime di quelli che

non poterono raggiungere le stelle

e dall’alto

della fosca Corolla di Nuvole

cadono gocce e perle

sulla calura eccessiva

della Notte

 

 

La parte del testo in lingua francese è tradotta da Vincenzo Guarracino.

lunedì 13 luglio 2026

Poesie per Amedeo Modigliani. II Edizione. Premiazione. 12 luglio, 2026.

 

PUBBLICHIAMO, NEL BLOG DE LE CICALE OPEROSE, LE PRIME DIECI POESIE CLASSIFICATE.


Maristella Diotaiuti (Le Cicale Operose): "L’idea del concorso, del premio, per noi delle Cicale Operose, in sintonia con il significato di questo nome, è sempre stato solo un pretesto, un’occasione per trascorrere insieme una sera d’estate, parlando di poesia e di arte. Infatti, anche quest’anno, al termine della premiazione si azzera tutto, e tutti i poeti e le poete presenti stasera, che hanno partecipato al premio, ci leggono le loro poesie, proprio nello spirito di festa e di condivisione, di amicizia che tanto ci piace, in una visione orizzontale, non gerarchica del fare poesia e arte."

Teniamo a ringraziare tutti i poeti che hanno partecipato e le autorevoli Giurate che hanno valutato le poesie: Laura Giuliberti, Renata Morresi, Silvia Rosa, Chiara Serani.

*qualora vi fossero imperfezioni nell'impaginazione, esse sono dovute alla pagina del blog, mentre ai Giurati le poesie sono pervenute in formato corretto.



PRIMA CLASSIFICATA

ISABELLA MORETTI  

 

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topic Amedeo Modigliani

https://www.gettyimages.it archivio foto stock

in vari formati e stili

l’artista in posa nello studio

a fuoco il viso

inciso in bianco e nero

zoom sugli occhi sguardo irrequieto

la sigaretta tra l’indice e il medio

l’altra mano in grembo a riposo

 

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biografia del pittore e scultore autodidatta

spezzata in capitoli

app calcolatrice 2026 – 1884 = questo 12 luglio

142 anni dalla nascita una vita lunga in tutto 35

 

Livorno famiglia ebrea sefardita

pioggia miseria nera dgt C

fu l'intraprendenza della madre a impedirne il tracollo

 

layout di pagina al 120%

adolescente già tubercolotico

a bottega a imparare la pittura dei macchiaioli

- promessa strappata alla madre -

pagine e pagine di schizzi per fame e sete d’aria

 

poi Parigi [riduci a icona]

 

portale Treccani: bohémien ‹boemi̯ẽ› s. m. fr.

chi faceva parte della bohème in Francia nell'800

artisti e intellettuali poveri e ribelli

dalla vita sregolata ai margini della società

come i Rom erroneamente pensati provenire dalla Boemia

per estens.persona dallo stile di vita anticonformista

 

Dedo Modì stabilità economica barattata

con libertà creativa totale

liti per strada hashis e Fée Verte 

 

su Google Chrome Immagini apparizione

di copie delle opere in alta risoluzione

serie di quadratini pixelati come vasche d’acquario

iridescenti uomini in gilet e cappello donne vestite e nude

sagome oblunghe colli inclinati sensuali mandorle azzurre

acconciature accorte magnifici fianchi

teste di tacite divinità

 

evocazione di presenze fuggitive e passioni

come in una seduta spiritica di quei tempi

 

AI Overview sulla tecnica pittorica: olio su tela

cartone legno disegno rapido e nervoso in una o due sessioni

senza ritocchi pennellate fluide dense piatte

superficie pastosa toni caldi terrosi contorni decisi

- Nudo sdraiato battuto all’asta di New York

per 170,405 milioni di $ - fortuna postuma

 

e la tecnica sottrattiva dello scultore lapicida

blocchi di arenaria calcare pietra serena

maschere primitive dai tratti netti e simmetrici

subbia gradina raspa carta vetrata

[v. note esplicative a piè di pagina]

 

nessun odore di pigmenti o solventi

nessuna asprezza di ferri o scalpelli né luce o penombra

né la fragranza fiorita della modella di turno

Beatrice Elvira Kiki Anna Lucienne Gaby

nessun profumo di Jeanne

pelle sfinita occhi svuotati

evaporate le amanti

e nemmeno una voce

nello studio gelido delirante nel letto

attorniato da numerose scatolette di sardine aperte e bottiglie vuote

 

scrive un amico: “Pochi giorni prima si era fatto rimettere due denti incisivi

e andava in giro vestito di un completo di velluto grigio chiaro

a righe quasi nuovo con un bellissimo foulard al collo.”

e lui: “Je suis très heureux…”

 

il carro funebre tutto coperto di fiori

al suo passaggio agli incroci gli agenti della polizia

si mettevano sull'attenti

 

le peintre maudit è morto polvere su polvere - ma ha scritto anche poesie -

nel cimitero di Père-Lachaise o altrove o qui

 

salva le modifiche a AM (?)

arresta il sistema

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NERO


MOTIVAZIONE DI LAURA GIULIBERTI E CHIARA SERANI:

Il testo di Isabella Moretti spicca per originalità compositiva, collocandosi tra scrittura creativa e scrittura non creativa, e per potenza ritmica. L’ecfrasi di un processo di ricerca a tema poetico che diviene la poesia stessa, presentata come un’interazione quasi meccanica con i nuovi media, libera il testo da evanescenze e sentimentalismi, restituendo con grande immediatezza l’immagine di un procedimento di costruzione intellettuale. In termini metapoetici, il testo riesce a superare ogni luogo comune su ispirazione e tecnologia, arrivando al contempo a evocare felicemente e con grande vividezza la figura e la vita di Amedeo Modigliani.


 ***

 

SECONDA CLASSIFICATA

LAURA BERTOLINI  


Quando togli lo sguardo

Ora mi lasci senza pupille,
come i pittori
quando non sanno
dove mettere l’anima.

 

Mi si staccano le spalle
se ti guardo da dentro:
il mio collo si allunga,
un cipresso verso il cielo.

 

Piove e tuona,

sbatte il salmastro
sulla testa di pietra
di una piccola luna,

 

ma se togli il tuo sguardo
io cado tutta insieme:
cranio e lische
sullo scoglio.


 MOTIVAZIONE DI SILVIA ROSA

L’opera si distingue per la capacità di tradurre, sia sul piano formale che tematico, l'universo biografico e visivo di Amedeo Modigliani in una potente metafora universale delle relazioni amorose e della vulnerabilità come cifra esistenziale dell’umano. La prima strofa introduce il nucleo vitale della poetica dell’artista, citando le pupille assenti che, nella leggenda modiglianesca, attendevano di conoscere l'anima del soggetto per essere dipinte. Qui il vuoto diventa privazione amorosa, un'assenza che deforma il corpo e lo allunga («un cipresso verso il cielo»), richiamando con grazia assoluta i colli affusolati e le cariatidi dell'artista, ma anche il paesaggio toscano. Il testo si arricchisce di una potente suggestione geometrica e materica nella terza strofa, dove la «testa di pietra» evoca le celebri sculture di Modigliani, mentre il «salmastro» restituisce l'odore di Livorno, la sua città natale. Nel finale lo svanire dello sguardo dell'altro si concretizza in un crollo strutturale che racconta il rifiuto emotivo e l’abbandono: senza la tela, senza la mano del pittore che dà forma, la figura si decompone, ridotta a pura fragilità ossea («cranio e lische») sullo scoglio. Il testo si muove dunque su due assi concettuali: il primo è pittorico (strofe 1-2) e gioca sul vuoto dell'occhio e sulle linee sinuose dei colli; il secondo è plastico e materico (strofe 3-4), legato alla pietra, alla Luna (con riferimento alle teste calcaree che Modigliani scolpiva a lume di candela) e allo scoglio. Parallelamente la forma della poesia asseconda e mima questo binomio tematico: se nelle prime strofe il ritmo si allunga e si distende utilizzando suoni morbidi, vocali aperte e liquide a evocare la sinuosità delle tele, nelle ultime strofe, invece, si spezza attraverso ricorrenti enjambement, mentre la lingua si fa spigolosa e ossuta, pregna di suoni duri, sordi e consonantici per restituire la rigidità della roccia e la drammaticità della caduta finale. In questa prova lirica originale e potente, l'autrice attua sulla parola poetica lo stesso trattamento che l’artista riservava alla tela e alla pietra: allungarla,” svuotarla, levigarla e, infine, consegnarla alla sua essenziale verità, lo scomporsi nel silenzio e nel vuoto di sguardi e di assenze.

 ***


TERZA CLASSIFICATA

ANNA MARIA CURCI

 

Albero e casa*

È una fionda quell’albero che allunga

tre rebbi a lato, le fronde impallidite.

 

Tenta un abbraccio a manca

o forse un arrembaggio,

a dritta tende la punta alla grondaia.

 

Arrossisce la casa nel contatto

- appare il viola tra i toni dell’ocra –

mentre a sinistra il muro solitario

ha cipria bianca che si accorda con l’acqua.

 

Tenue prevale sul verde e il grigio fosco

di mare e cielo il chiarore primario.

 


* È il nome di un quadro a olio dipinto su tela da Amedeo Modigliani nel 1919.

 

Per ascoltare la lettura della poesia di Anna Maria Curci, "Alberi e casa", cliccare sull'immagine.


MOTIVAZIONE DI RENATA MORRESI

La poesia di Anna Maria Curci è una scrittura ecfrastica che non si limita a descrivere il dipinto di Modigliani, ma ne assume dall’interno la grammatica visiva, trasformando colori, linee e volumi in movimenti affettivi. Come spesso accade nella poetica dell’artista, la semplificazione delle forme intensifica la complessità emotiva: il profilo "tenue" delle cose diventa il luogo in cui l’interiorità affiora e insieme si sottrae.

L’albero e la casa non sono dunque semplici elementi del paesaggio, ma figure di una tensione reciproca, corpi protesi verso un contatto insieme desiderato e pericoloso. L’albero, percepito prima come “fionda”, poi come tentativo di “un abbraccio” e, infine, di “un arrembaggio”, oscilla tra vicinanza e assalto. La casa risponde cromaticamente: “arrossisce” al contatto, mentre il viola emerge dall’ocra come traccia visibile di un turbamento.

Il colore non accompagna la scena, ma la interpreta, secondo una sensibilità vicina a quella di Modigliani, per il quale la modulazione cromatica e l’allungamento delle forme diventano strumenti di rivelazione psichica. Anche qui i contorni sembrano sul punto di cedere: il contatto può diventare fusione, e la fusione dissolvimento. "Il chiarore primario" in chiusa allora è forse una figura luminosa dell’inconscio, accessibile soltanto sulla soglia in cui il desiderio di comprensione diventa perdita di sé.


*** (menzioni e segnalazioni in ordine alfabetico)


MENZIONE SPECIALE (quinta classificata)

ANTONIO D’AURIA  

 

à suivre

Avrò la fortuna dell'esule,

sebbene scruti ancora le punte

delle mai lucide mie scarpe

quando mi chiedi un senso

al colore e alla poesia.

 

Forse la percezione sottesa

nel cristallino di un'espressione

fra futura ruga

che non si avvererà

e il presente fuoco.

 

Forse ad altri e per amore

lo scrigno dei pennelli

affidato.

 

Forse il poco quotidiano

salvato da ebbrezze,

preghiere sepolte

poi sgranate per urgenza.

 

Un rituale.

 

Vi sopravvivo per un segno,

una linea lunga che scolora

fino alle tenebre.

 

 ***


MENZIONE SPECIALE (quarta classificata)

LAURA INGRASSIA


{The plot of our life sweats in the dark like a face.

Dancing barefoot – Patti Smith, 1979 - to Jeanne Hebuterne}

 

A piedi nudi 

Vuoti di sguardo, in orbite cieche,

esuli maschere senza sorriso;

precipitato di fosso labronico

ebbro, traballante, inviso.

La Ville Lumière d’arte e paccottiglie,

sardine in scatola, bottiglie.

Curve di collo, mandorle d’occhi

nudità d’amante,

sfondi senza sbocchi.

Noce di cocco, bellezza dolente,

in che luce cadi,

effimera e cangiante?

Nudi cuore e piedi,

osceni e fragili, bohémien.

Sangue senza nascita, languori.

Ecco, ritorni.

Noix de coco,

je ne regrette rien:

nell’ossario degli angeli,

ceneri e allori.

Di chi sono i nostri giorni?

 

 ***


MENZIONE SPECIALE (quarta classificata)

MONICA SCHIAFFINI


Autentiche forme

Tecnica dall’incantato tratto

sniffante essenze bohémien

scivola in illusorio realismo

mai stropicciato da caducità

ma stilisticamente prescelto

per salubre freschezza illesa.

Ebbra danza sui diluiti spazi

in culla di contorni delineati

palesa una stesura accordata

a gagliarde e sode geometrie.

In euforica ascesa verticalità

sfiorante quota di colli arditi

per raggiungere i sottili volti

oltre ogni adeguata frontiera.

Labbra accostate o dischiuse

sotto nasi d’affinata dirittura

e come spicchi lunari distesi

inchiodati sguardi indugiano

nell’attesa d’abituale ricerca

a svelare dell’anima i respiri.

Da architettonica dinamicità

lungo i consuetudinari cliché

sobrie nuance di pelle e terra

in soffici istantanee evocanti

esistenziali atmosfere arcane.

Volumi di profili impalpabili

compaiono plastici dalle tele

in pennellate d’impeto evase

per cristallizzate espressività.

Scortano a casta meditazione

nudi d’elette e sfumate Muse

ammantate nei flessuosi corpi

d’una morbidezza estrapolata

da istantaneo linguaggio mite

in intima fragilità avvoltolato.

Vagabondo fra creative stanze

assorto nell’arginare disordini

con sequenziali linee complici

riprodusse tagliente la materia

nel guscio d’autentiche forme.

 

A Modì.

 

 ***

 

MENZIONE SPECIALE (quinta classificata)

ERIKA SIGNORATO

 

 

Verso l’anima

io non lo so il pane                                                                                 

tradito lungo il lievitare

 

                  (morire al buio

         o al sole che lo acceca)

 

arroventa maggio

quel profumo delle attese,

sul collo come stelo

occhi svenati       bianchi

d’anima e corolle

 

grano a grano tu impasti

il vuoto, a pennello

gonfi spighe     sulla tela   

 

               (cercarmi a figura,

        allungarmi alla cornice)

 

e sconfinare così                           

 

la promessa dello sguardo.          

 

 

                                              “Quando conoscerò la tua anima, dipingerò i tuoi occhi” (Amedeo Modigliani)

 

 ***

 

MENZIONE SPECIALE (quinta classificata)

MASSIMO VIGANÒ  

 

 

pietra(vera) & (incerta)carne


Nudo in piedi  c.1912 – pietra arenaria

 

d’ora e per sempre

fin da l’arco del primo fiato

 

non solo il volto avrai tu di pietra amore

non solo il corpo             tu

non solo amore di pietra avrai il collo

non solo le lunghissime gote  amore non solo    tu

avrai l’occhi     o il ventre [et il mirabile suo compiuto                 cerchio] o il petto [che posasti su le mani]  tu

non avrai solo

tutta questa pietra

amore ma tu sarai           per sempre in pietra

ci avrai l’occhi amore       che saranno accesi

in pietra per il guardo       fiammante

e pei miei soli occhi   - di carne bruciante, riconosco –

marcherai col fòco       il nome di pietra      fervido     tu

 per lo che sempre amore           tu

 ri-conosca e (a me tu) s-fugga da la vita            (oh, vita mia)

e senza fine 

 

rincorra d’un passo il fine

per sempre e d’ora      fin da l’ultimo fiato

 


 ***


SEGNALAZIONE (settima classificata)

VALERIA BIANCHI MIAN


La donna alambicco contiene il Tutto  

lo sperma e il lutto 

si fa calice di vino 

per Eros alato in azioni e omissioni 

per le digressioni mortali dell’Uno.

Passeggia, altera, il capo tra i nembi

dimena i bei lombi 

 e a rotta di collo 

conduce il pennello dritto al centro

del petto - il tormento - al tracollo. 

Lui ha il fuoco dentro e l’eleganza

dilaga nella stanza

attraverso le sue mani   

come vaso al tornio la plasma ora

dama belle époque, signora domani.

Mentre siede al tavolo del solito Cafè

l’artista stesso è re 

il soggetto ritratto, regina

contenuto al contenitore equivalente

soffio creativo dell’anima marina.

Unione è androginia incarnata 

amata amante 

madrefiglia del mondo 

virtù arcana nella trama - abbi fede 

nel femminino eterno - nel rotondo


vaso di grazia parmigianina

divina cignoide Madonna 

gola terrena, maudite.

 

  

Nota: crasi tra la Madonna del Parmigianino (detta “dal collo lungo”, 1534-40) come ava delle signore di Modigliani, nella danza dell’eterno femminino, tra cielo e corpo, Madama Vaso per artistiche alchimie.

 

 ***


SEGNALAZIONE (sesta classificata)

GIANPAOLO CASTELLANI (“IL PIULLE”)

 

Vedo la mia vita scorrere come crema in un sac à poche

Il mio cuore batteva a frammenti mentre cercava gli occhi inghiottiti di piogge plurali.

Solo io e Beatrice siamo due cani sciolti nella foresta della vecchiaia.


 ***

 

SEGNALAZIONE (settima classificata)

DI EVA DI PALMA  

 

I tuoi occhi facevano lungo il mio collo

 

 

Anna Achmátova e Amedeo Modigliani, Parigi, la pioggia, 1910-1911. Lei, la vedova di paglia, non bella, ma più e meglio di una bellezza; lui, l’ubriacone squattrinato arrivato da Livorno, foulard rosso e capelli neri scapigliati. Un’unione improbabile, eppure due candele, un’unica fiamma, un’ossessione. Gli occhi di Amedeo allungavano il collo di Anna. Finirono per sognare nella stessa lingua. Non si rividero più.

 

 

Il divino scintillava in te

attraverso la tenebra

lo toccavo con la punta

della lingua

impertinente gelsomino.

 

Tu sanguini e a me duole.

 

 ***


SEGNALAZIONE (sesta classificata)

DI GIUSEPPE GIANNOTTI  

 

 

Davanti a Nudo seduto

Entrai nella tua nudità,

e chiudesti gli occhi per trattenermi

come si tiene il fiato.

 

— Il mio è un fiato d’aringa,

baratto per un disegno

ora sporco di spuma di birra

o sarà cerchiato d’assenzio. —

 

Uscii dalla tua bocca socchiusa

a sentire vivo il respiro, ormai roco;

sui seni fui cullato

da un nervo che non taceva.

 

Un sorriso storto ti prese,

un fremito: i capelli frusciarono.

Le curve

fecero il resto.

 

Poi tornasti in te,

e l’ovale del tuo viso, in silenzio,

riaffiorò sul divano rosso:

relitto caldo,

senza trionfo.

 

 ***

 

SEGNALAZIONE (sesta classificata)

DI SABATINA NAPOLITANO  

 

Dedo passeggia ancora per i fossi qui

È luomo che trascina la donna,

la salva dal baratro mano nella mano

per i fossi livornesi nell’aria salmastra,

qui l’eternità trova la sua sponda.

Il cielo dipinto da Modigliani:

ritorno come da una vecchia poesia

che mi ha reso celebre,

acquaragia sulle tristezze.

Un pensiero alla madonnina dei naviganti

in una chiesa che affaccia sulla piana,

luce alla Terra Labronica legata ai marinari.

La madonna di Montenero che dal sagrato

si affaccia al balcone del mare,

saluta il tramonto purpureo

come scritto dal papa.

Le mani di un pittore a scavare nel tramonto,

ripenso alle mie mancanze, 

a quello che non c’è più e che ci sarà.

All’odore del mare di Livorno,

Dedo racconto la tua anima per i fossi:

il tramonto costiero sul porto labronico

che unisce ogni ricordo futuro al collo

il suo viso unito al mio così dolcemente,

il corpo unito al mio per le aule delle scuole:

guidare larte e la storia

come spiegare la vita dei ricordi

quelli passati e quelli futuri.

I cipressi battono il cielo come pennelli

per le colline livornesi,

nella Toscana del suo profilo di pittore

che mi dipinge in questo tramonto disteso

sulla terrazza Mascagni,

le colonnine della balaustra

raffinate come l’oro di dio,

come le zampe di un cane che scavano sulla pancia

per acciambellarsi e dormire raccontano

le silhouette nel cielo di pennellate ardenti

rosso infuocato e purpureo

e le isole lontane sospese nella storia.

Dedo a Livorno con me,

passeggiamo nel mio profilo di aria marina,

al cielo di brace, dipinto

su questa scacchiera di fuoco sulla riva,

di pioppi che ancora battono il cielo

e ulivi che si accoppiano

per Montenero e Ardenza Terra.

Un tramonto mistico della fine dei mali

un vaso di Pandora allindietro

una chiamata del bello

con labito della gioia

la chiamata dei fossi nel collo di Modì,

la voce di Dedo dentro di me

come dal suo corpo al mio,

per una volta e più provare il piacere

del dipinto di Dio.

Livorno. Il ricordo di un amante

dove ho dormito tra i poeti.

Un mal di schiena inspiegabile per i fossi

e le logge di Piazza Grande. Livorno.

La via dei poeti e dei musicisti,

la nuova Venezia e Parigi dei miei ricordi

che ho vissuto sempre.

Segreti per specchiare il quadro del tempo.

E quando tutta larte mi chiama più forte,

lincanto più bello

di una nuova Parigi riscoperta con chi amo

dal dibattito coi cieli,

filosofia e incanto nellincantesimo dei giorni

nelle pause dei tuoi baci,

nelle pause di ogni bacio che non ho avuto

e di quelli che ho perduto e non potrò più dare

di quelli che darò 

ma tu chiamami ancora

con una pennellata nel cielo,

con la pennellata dellamante e del marito

chiamami ancora come ogni notte

vicina a te nell’incanto livornese:

la strada del ritorno da casa di mia nonna,

un profumo di piedi puliti

ora che gli uccelli della notte volano bassi

sfiorando l’acqua specchiata

mentre mi lascio dipingere

nel sogno della Parigi livornese 

una musica lontana, gli occhiali appannati

di chi ha lavorato tutto il giorno,

la voce serafica di un musicista lontano

il tuffo nei cuori, nel cuore comune

che appartiene a ognuno

lumanità in una notte che avanza nel giorno

a passo di danza sui fossi nostalgici

di terre sconosciute che rendono liberi di amare.

Nella Parigi livornese dipinti e barche

quando i cipressi dormono

come pennelli lavati

danzano come preghiere finite

non ci sono più angoli, tutto è tornato

ad essere rotondo

e chiusi nella storia

siamo avvolti al mondo

nella Parigi livornese.

Dedo passeggia ancora per i fossi qui,

dipinge l’anima attraverso i suoi occhi

colli come preghiere.

 

***

 

SEGNALAZIONE (sesta classificata)

DI MASSIMO PELLEGRINI  

 

Adolescenza

Abbiamo abbandonato troppe cose
che ci restano in gola,
non c'è più la città
sui gradini del mare
la donna del nostro cuore,
anche se a volte d'estate
la solitudine era spavento così rapita nel sole.
Non c'è più, fu nostra la colpa
e destino il commiato.
Non c’è più, e io penso a te
che asciugavi le lacrime con un sorriso
e non si parlava degli anni,
di questo inganno brullo come l'inverno
che inonda di polvere i vetri delle finestre.

 

 ***


OTTAVA CLASSIFICATA

LUCIO MACCHIA

 

Primordiale

 

Ciò che cerco non è né il reale né l’irreale… (A. Modigliani)

 

Ciò

      che cerco

non ha nome.

               Curve

chiuse, e altre

aperte,

             tagli,

fori, tangenze

intorno alla tua

presenza

inattraversabile:

corpo in posa

d’incanto

ma nessun

segno che basti

all’archè

delle tue linee:

tu qui,

eppure prima

del mondo,

occhio

che buca

i simboli,

e, oltre i bordi,

il campirsi

– denso –

sulla tela

del gesto

– puro –

del delirio.

 

***


NONA CLASSIFICATA EX AEQUO

1)    ENRICA NOTARFRANCESCO

 

Perdermi

Non mi sorprende

né stupisce la malcelata nota

d'apprensione.

La voce

cara

nella penombra della mia stanzetta.

"Scotti ".

Una carezza

sulla mia fronte a tentare di

trattenere

ribelli inquietudini febbrili

nel loro agitarsi

evaporando.

Fuga.

Il corpicino mi è estraneo

convulso.

Il tuo sguardo è un portale tra ciglia

come raggi di sole tra fronde e

chiome di sorrisi

composti

su alti

alti

eleganti fusti.

Il sole occhieggia più oltre

più su.

È un portale.

E brucia.

Il viaggio è ancora

il mio gioco di

fuga.

Promette nuove avventure.

E brucio.

"Scotta sempre...

occorre abbassare la febbre".

Ancora cinque minuti

mamma.

Ancora cinque minuti...

Non sai in quanti modi

vorrò giocare e

sempre

imparerò a perdermi.

Ancora.

 


***


NONA CLASSIFICATA EX AEQUO

2)    TERESA TABONE

 

L’altrove degli occhi


Non ti compresi subito.

 

Entrai nel tuo silenzio

come si entra in una stanza sconosciuta,

con il passo esitante di chi teme

di sfiorare un segreto.

 

Mi attendevano volti allungati,

collo di cigno e mani di vento,

 occhi spalancati

su un altrove senza nome.

 

“Perché non guardano” pensai?

 

Eppure, mi seguivano.

 

Da una tela all’altra

quegli occhi senza pupille

scavavano oltre il tempo,

oltre la pelle,

oltre il sorriso appreso,

oltre la donna che credevo di essere.

 

Allora compresi:

tu non ritraevi un volto

ma la sua nostalgia.

 

Approdi di anime stanche,

sogni rimasti accesi nella nebbia,

non la carne,

ma la sua luce più segreta.

 

Anch’io raccolgo silenzi

e li porto tra le pieghe dei giorni,

come si custodisce una lettera antica.

 

Per questo oggi ti riconosco.

 

E resto qui,

davanti ad una donna che non conosco

e che pure mi assomiglia.

 

Tra noi la distanza di un secolo,

eppure, la stessa domanda

affacciata agli occhi:

che cosa rimane di noi

quando cade ogni maschera?

 

Forse era questo che cercavi.

 

Forse per questo i tuoi ritratti

continuano a respirare,

inermi e splendidi,

come anime sospese

nell’ istante in cui si lasciano vedere.

 

***


DECIMA CLASSIFICATA EX AEQUO

1)    EMANUELA DALLA LIBERA

 

Bambina in azzurro

collezione privata

 

Ho dipinto un tempo che più

non ha voce, perduto tra nebbie

e cristalli di giorni lontani, azzurro

di vesti e di sogni, di sguardi

pudichi su un mondo di grandi.

Ho chiuso in un bianco colletto

l’insidia del tempo, nel fare

composto, sdegnoso, l’incerto

sostare su soglie di marmo

dove restano gli anni che passano

lesti davanti ai miei occhi,

un cielo anelando di là da chiuse

pareti a cercare una via di nobili

intenti, di linee e colori per dare

alla vita l’eterno di un canto,

liberi voli a fuggire un destino

rinchiuso in un vuoto di sguardi,

e azzurre pupille che parlino di cose

nascoste in un tenue rossore,

in mani incrociate a non dire il silenzio,

il passo del tempo come un fragore

 

***

 

DECIMA CLASSIFICATA EX AEQUO

FABIO PAPINI  

 

Modì, ne vogliamo parlare?

Modì, ne vogliamo parlare?

E come si fa a spiegare il tuo genio così inspiegabile?

È come pensare che un oceano sia del tutto guadabile.

 

A 33 anni finalmente la tua prima Mostra personale

ti rendi conto in vita quante persone ti hanno fatto male?

“Io cerco l’inconscio, il mistero dell’istintività”

scrivesti nel 1909 ad Oscar come un leone in cattività.

 

Nonno a piedi ti portava alla bella e profonda Sinagoga

e tu assaporavi la Storia che di misteri e sangue sgorga.

I macchiaioli ti hanno insegnato dal vero il disegno

e Fattori e gli altri nel tuo cuore sempre in sogno.

 

La tua vita da ragazzo a Livorno con i popolani

da grande a Parigi con gli aristocratici o borghesi ciarlatani

ma la solfa era sempre quella: il diverso, il maudit, lo strano

lo svitato, quello fuori dalle righe eri tu, non con il pastrano.

 

La tua vita, le tue gesta private son da scandalo

perché l’eterno gossip secolare non di sandalo

profumato rivela l’intimo vero, scartavetrato e scarno

sempre della vita degli altri, mai della propria, o no?

 

Vorrei scrivere un lungo saggio sulla tua vita bel Modì raggio

di sole nella Europa dei giovani e i meno giovani

mandati a finire l’esistenza per dei Potenti i divani.

E ti ricordi Modì? L’esperienza del 2011 tra te e me e i ragazzi

11enni che in casa tua accompagnai maestro con i lazzi

degli ormoni già schizzati nelle bimbe e i bimbi in 5.a elementare

ma io indomito confidavo nella magia del tuo soave disegnare.

 

La mia collega e io entriamo lì attoniti, stupiti lì in via Roma

i ragazzi si mettono a sedere in semicerchio in silenzio religioso e l’ombra

tua sembra avvolgere noi insegnanti e i discenti refrattari

a ogni regola stavano misteriosamente attenti come militari.

 

Le mie parole spiegano, illustrano, inquadrano le tue tele famose

i minori improvvisamente maggiorenni sembrano capire e le cose

si mettono per il verso giusto tra te, Modì, e loro: mica devo nascondere

che lì in bella mostra c’era un nudo di donna tutto da soavemente godere!

 

Quando uscimmo dai pavimenti della Casa Modigliani – Garsin sconvolti

in positivo dal contatto con i tuoi colori genio livornese con occhi rivolti

al Cielo mi dissi ‘scrivo una poesia’! Ecco, sono passati quindici lunghi anni

e ora essa è sgorgata dal mio animo dimentico di tutte le gioie e gli affanni.

 

Un ultimo omaggio alle due donne che hanno coccolato, vezzeggiato te Modì il Sire

la prima, la mamma Eugénie che scrisse nel suo diario (tu 11enne): “... non si po' dire

cosa ne sarà. Chissà, forse un artista?”. E l’ultima, Jeanne la giovane amante

che avrebbe dovuto essere la tua sposa e volteggiare con te nello spumante!

 

 ***

 

DECIMA CLASSIFICATA EX AEQUO 

3)    MICHELE TORIACO

 

  L’anima come sorgente

 

Dipingerò i tuoi occhi quando

avrò conosciuto la tua anima.

Amedeo Modigliani

 

dar luce alle cose è sapersi essere vivi

stretti alla terra nuda

nell’attesa di trovare una via

specchio del vuoto che diventa

ciò che stavamo aspettando

 

come vedere lo stelo abbracciare il fiore

non per non farlo cadere

ma per liberarlo alla vita

ciò che più gli appartiene

 

sul confine tra il chiarore e l’assenza

quando giungerà il battito

a rendere luce il tuo silenzio

sentiremo l’anima come sorgente.