sabato 18 luglio 2026

Scienza regale e scienza nomade, di Lucio Macchia

 


 

Immagine: Immagine: Matox / Nuno de Matos, Asemic writing[i]

 


 

 

Science avec patience,
Le supplice est sûr.

(Rimbaud)

 

 

 

 

Oggi, ogni discorso di “verità” deve fare i conti con il nostro Zeitgeist, con il nostro “spirito del tempo” in cui il ruolo centrale è svolto dalla scienza, anzi dalla tecnoscienza, come cultura della verità oggettiva, sperimentale, fattuale. Il suo strapotere è riaffermato di continuo dai successi applicativi, dalle rivoluzioni tecnologiche e si articola strettamente con la concezione economica capitalistica che anima questa innovazione continua, e con una visione nichilista del mondo nel senso che in esso non vi sono che le cose, gli oggetti della presa tecnoscientifica. La concezione della scienza moderna, di stampo galileiano (prima metà del ’600), si è sviluppata attraverso due secoli di evoluzione, raggiungendo il suo pieno riconoscimento filosofico con il Kant della ragion pura che ne ha stabilito le condizioni di possibilità, fino a trovare, nel positivismo, il suo legame profondo con la tecnica. La scienza positivistica è, di fatto, ancora oggi dominante, se non nell’accademia, sicuramente nello spirito del tempo, basti pensare per esempio ai paradigmi prevalenti nella medicina. Si tratta di una scienza dell’ordine, delle leggi, dell’antropocentrismo, della gerarchia. A fronte di essa, è sorta una reazione filosofica fortemente presente nel pensiero della “linea maggiore”[ii] del ’900. Una forte opposizione il cui argomento centrale è, in sostanza, che la scienza non coglie la vita, la riduce entro schemi astratti, freddi, non ne afferra la complessità. L’accusa, come sintetizza Heidegger, è che essa «non pensa»[iii] se non nella forma del “pensiero calcolante” che riduce l’essere a istanze puramente utilitaristiche, quantitative ed economiche. Husserl, nella sua famosa opera La crisi delle scienze europee scrive: «Nella miseria della nostra vita – si sente dire – questa scienza non ha niente da dirci. Essa esclude di principio proprio quei problemi che sono i più scottanti per l’uomo, il quale, nei nostri tempi tormentati, si sente in balìa del destino: i problemi del senso o del non-senso dell’esistenza umana nel suo complesso»[iv], frase simbolica di quella temperie. Però qui non mi interessa approfondire questo tema molto consolidato, che comunque rimane un riferimento fondamentale. Questa è la critica che la filosofia “maggiore” avanza verso la scienza “maggiore”. L’intento, qui, è un altro.

Un punto di vista diverso

Mi interessa invece spostarmi sul canone “minore” nell’accezione ronchiana, e riesaminare il problema da un altro punto di vista, quello della filosofia dell’immanenza assoluta. Se partiamo dal lavoro di Bergson, troviamo in lui una forte critica alla scienza del suo tempo, che era il tempo del trionfo positivistico. Viene subito alla mente la sua immagine della scienza come “tangente alla vita” (in L’evoluzione creatrice), incapace di inseguirla nella sua sinuosità. Però Bergson riconosce alla scienza la capacità di comprendere la materia grazie a una sorta di consustanzialità tra intelletto e materia stessa. Le due istanze sono sorte insieme, sono intrecciate. Questo è interessante, dà fondamento al successo conoscitivo e tecnico della scienza, anche se Bergson ne limita il terreno di gioco poiché l’ambito dello slancio vitale, della durata – cioè il vitale in quanto continuo farsi del nuovo – non è, secondo lui, coglibile dalla scienza. In ogni caso, in questo approccio, la contrapposizione filosofia/scienza si indebolisce, si anticipa un orizzonte che sarà quello di alcuni pensatori e scienziati successivi che concepiranno una scienza che riesce a seguire, per così dire, “qualche” sinuosità del vitale, che non è estranea all’assoluto, che «bagna in questo assoluto»[v], che è in grado di toccare il reale. Qui si inserisce la distinzione di Deleuze e Guattari tra “scienza regale” e “scienza nomade”[vi]. La scienza regale è scienza di Stato, regolatrice, che fissa le leggi, le forme, i teoremi, preferisce i corpi solidi, fa riferimento a un modello “ileomorfico” materia/forma, concepisce lo spazio come “spazio striato”, metrico, euclideo, in una logica arborescente, in cui i concetti sono ordinati e gerarchizzati. La scienza positivistica ne è un perfetto esemplare[vii]. La scienza nomade si focalizza invece sui flussi di cambiamento continuo, sui campi di forza, sull’evoluzione creatrice, su uno spazio liscio, non metrico, desertico rispetto all’azione dei codici. Essa ospita «molteplicità non metriche, acentrate, rizomatiche, che occupano lo spazio senza “contarlo” e che non è possibile “esplorare se non camminandovi sopra”»[viii]. Non siamo più, qui, nel paradigma laplaciano del sistema di equazioni che descrive il mondo, ma siamo piuttosto dentro il flusso del processo. I due autori tracciano anche un collegamento tra le due modalità di scienza. La scienza nomade in contatto con la “macchina da guerra” (come i due autori chiamano non la macchina militare, ma il continuo concatenarsi deterritorializzante dei flussi di forze vitali non catturate dall’apparato) viene sottoposta alla “cattura” da parte dello Stato che la istituzionalizza, la censura, la normalizza e ne fa scienza regale. Il libero e fluido operare di Archimede diviene la struttura surcodificante di Euclide.

La scienza nomade in atto

Ma dove, concretamente, vediamo la scienza nomade in atto? Certi aspetti della meccanica quantistica, della relatività, della teoria della complessità, delle moderne neuroscienze corrispondono all’approccio nomade. Un esempio è “l’autopoiesi” (Maturana e Varela, primi anni ’70), introdotta nell’ambito della biologia e poi acquisita dalla teoria della complessità, che indica la capacità degli esseri viventi di auto-organizzarsi, costituirsi, ripararsi, esprimendo l’idea che la vita è pervasa da un movimento di coesione interna, di creazione continua, non catturabile dagli approcci riduzionistici, i quali si concentrano sulle singole parti, sulle funzioni specifiche, non colgono l’insieme in atto del vitale. Anche istanze come l’epigenetica e la neuroplasticità tendono ad avere un tratto “nomade”, a porsi come prospettive relazionali, aperte e multidisciplinari, in forte dialogo con il livello esperienziale della vita. La scienza nomade ha un suo proprio “discorso del metodo”. Essa prende le mosse dall’idea del reale come “non dato”, come continua creazione, non ricerca leggi sottese immutabili, ma piuttosto “collabora” con questo tessuto diveniente, si mescola ad esso, ne segue le sinuosità, ne fa parte, in un’esperienza in cui soggetto e oggetto si intrecciano. Come osserva Ronchi, l’epistemologia si volge al pragmatismo, conciliando volontà e rappresentazione. Un “fatto” scientifico è allo stesso tempo un qualcosa di “fatto nel senso di fabbricato”, ovvero è una rappresentazione delle cose, un oggetto/modello creato dallo scienziato (e, in tal senso, i filosofi fenomenologici rimproverano agli scienziati realisti di credere alla “oggettività” delle loro conclusioni, di confondere la “verità” con le rappresentazioni); ed è, contemporaneamente, un “fatto nel senso di un’istanza reale”, qualcosa che “bagna nell’assoluto”. L’affermazione scientifica è, insieme, un feticcio e un fatto, un “fatticcio”, usando la celebre espressione di Latour, un qualcosa di costruito con un suo senso “operativo” e, insieme, una effettiva capacità di catturare elementi del reale. Quindi, il “fatticcio” scientifico fa segno a un’istanza che è, al contempo, paradossalmente, sia inventata sia reale. Che è, simultaneamente, nel dominio della volontà e in quello della rappresentazione. Che si va facendo, che non è data una volta per tutte come non è dato il mondo. Famoso l’esempio della scienza che “inventa” il neutrino[ix] e poi lo scopre come esistente. Vi è qui il paradossale superamento della distinzione tra ciò che esiste in sé e ciò che è fabbricato, perché questa netta distinzione ha senso solo nella prospettiva della scienza regale che è eminentemente trascendente, in quanto riferita a una metafisica di leggi eterne e immutabili che ordinano e riordinano il reale. In tale prospettiva, il divenire è concepito solo come riorganizzazione di elementi fissi mentre, per l’empirismo assoluto, l’esperienza è invece l’alveo della creazione continua del nuovo e la scienza partecipa a questa durata creativa con le sue stesse produzioni. Anche la psicoanalisi dell’ultimo Lacan, che si allontana dalla regalità dello strutturalismo, con un approccio che punta alla singolarità assoluta del soggetto, si può forse collocare nell’orizzonte di questo nomadismo scientifico.

In conclusione,

la scienza nomade è una scienza immanente, non trascendente. Bagna nell’assoluto, non lo sottomette al concetto, non lo “supplizia” in senso rimbaudiano. Studia forze, energie, materia, ma non riduce il cosmo a un sistema “dato” di interazioni tra queste istanze. Nomade perché non si arresta su nessuna struttura consolidata, ma rinuncia alla forza granitica dell’universalità (le leggi e i principi come metafisica del trascendente) per attualizzarsi nel tessuto vivo e mutevole dell’esperienza. Una scienza che dialoga con la praxis del vivente e che interseca il reale, lo incide concretamente con i suoi gesti tecnici, pur mantenendo la stessa forza visionaria e la stessa precarietà delle espressioni artistiche. Essa prospetta una “nuova alleanza”[x] sia con la filosofia che con l’arte. Senza le protezioni della trascendenza, ma dentro lo slancio eternamente in atto della sostanza vivente.



[i] Abstract calligraphy painting, Wikimedia Commons, licenza GFDL 1.2+

[ii] R. Ronchi, Il canone minore – Verso una filosofia della natura (Feltrinelli, 2017) dove è posta la distinzione tra la linea maggiore, in larga parte di stampo fenomenologico, e la linea minore dell’immanenza assoluta

[iii] La famosa affermazione proviene da un corso universitario tenuto a Friburgo nel 1951-52, successivamente pubblicato (in italiano il riferimento è il libro Che cosa significa pensare?)

[iv] E. Husserl, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, trad. it., fonte: blogphilosophica.wordpress.com

[v] Ronchi, op. cit., p. 49

[vi] G. Deleuze, F. Guattari, Mille piani (Orthotes 2017, versione kindle), prima ed. orig. 1980

[vii] Ma non vi è naturalmente una coincidenza del positivismo con la scienza regale, che ha una portata più vasta.

[viii] G. Deleuze, F. Guattari, op. cit., p. 417

[ix] Ronchi, op. cit. p. 51, in cui ci si riferisce a un saggio di I. Stengers

[x] Questa espressione è proprio nel titolo di un saggio di Prigogine e Stengers, La nuova alleanza. Metamorfosi della scienza (1979), testo fondamentale nell’ambito della teoria della complessità.