Un
altro sguardo. Dal margine alla pienezza,
di Anna Maria Curci*
«Mi sono
immersa nella lettura di Flaubert e
ho iniziato il libro, meraviglioso, di Romain
Rolland su Tolstoj. Ho scoperto Bettelheim e ho trovato in un testo di Heyer questa frase: Ogni vita in divenire ha bisogno della
resistenza con altrettanta urgenza di quanto abbia bisogno della conferma. […] Se
non c’è un io, perché non è cresciuto, perché l’io non osa essere e non sa
essere, allora questo io non viene vissuto come espressione di tutto ciò che è
divenuto ed è stato acquisito, ma allestito come gioco a fare effetto. È
risaputo che tutto ciò che vale per la singola persona può essere applicato
anche alla società. Questo è vero, e lo è con un discreto grado di esattezza,
per ciò che riguarda le debolezze della società. Di ogni società. Questa storia
dell’io e del suo giocare a fare effetto – perché non è cresciuto! Questa brama
cieca di fare colpo sempre e dappertutto, di pretendere lodi e di parlare
sempre degli stessi successi. Solo se ci confrontiamo quotidianamente con le
contraddizioni della vita le nostre forze possono crescere, la società può
rimanere viva.».
Con queste annotazioni, che Maxie Wander, scrittrice austriaca
allora residente nella RDT, appuntò sul suo diario il 26 aprile 1966, ho scelto
di aprire le mie considerazioni su uno sguardo, “un altro sguardo”, che
continua a essere relegato ai margini, che si tratti della compilazione di un
canone di letture – l’esempio dei manuali di storia della letteratura in uso
nelle scuole, quale che sia la lingua e la cultura di riferimento, è lampante –
o della scelta editoriale di privilegiare o scartare per la traduzione e,
dunque, la diffusione al ‘grande pubblico’.
Proviamo a seguire il
ragionamento di Maxie Wander,
allora. Inizia con appunti di lettura, testimonianza di una predisposizione
allo stupore che si dispiega ad ampio raggio, muovendosi con accogliente
consapevolezza tra il vagabondaggio casuale, e pur sempre – sistematicamente! –
disposto alla meraviglia, e la ricerca mirata. Attenzione, però: da ogni
esperienza di lettura si diramano, come rete sempre più estesa, altri viaggi,
incuranti di barriere di genere e generi; da ogni lettura prendono l’avvio altre
considerazioni che occupano a pieno diritto quello che potremmo definire il
“livello meta-”. Si tratta infatti di riflessioni sui procedimenti di lettura e
di scrittura, sui meccanismi dai quali scaturiscono gli impulsi alla narrazione
del sé e alla trasposizione di questi meccanismi nelle dinamiche sociali, che
si caricano di una inusuale densità di significati e si elevano su un piano
universale di condivisione.
Le riflessioni di Maxie Wander mi offrono l’opportunità
di rinvenire proprio in quella «storia dell’io e del suo giocare a fare
effetto» uno degli ostacoli più duri da rimuovere al passaggio di “un altro
sguardo” dal margine – posizione nella quale viene solitamente relegato – alla
pienezza, come è specificato nel sottotitolo di questo contributo. Se è l’io
unilateralmente teso a fare sfoggio di sé, sordo a voci differenti da quelle
che si trascinano sulla sua scia, sarà solo la capacità, animata da un moto che
non sia solo rettilineo, di percepire e accogliere modalità di percezione e
rappresentazione diverse dalla propria, a sottrarre alla condizione di
marginalità, di lontananza dal mainstream,
quello sguardo altro, ad affiancarlo allo sguardo proprio, allo sguardo anche
frettolosamente riconosciuto come ‘familiare’, in vista del raggiungimento di
una vera pienezza.
Non si tratta di un appello
a “quote rosa” in antologie e manuali, ché il criterio compilativo e meramente
quantitativo non solo sarebbe una vuota concessione lasciata cadere dall’alto,
ma, soprattutto, non è in grado neanche lontanamente di scalfire modalità tanto
radicate nell’uso e nelle convenzioni da agire come condizionamenti irriflessi.
Si tratta, piuttosto – e nel senso praticato da Ruth Klüger in quel libro esemplare e purtroppo mai tradotto in
italiano, Frauen lesen anders (Le donne leggono diversamente, dtv,
München 1996) – di ampliare l’orizzonte, estendere la visuale, praticare gli
“approcci plurali” non solo alle lingue e alle culture, ma anche a tutte le
letterature.
In tale cornice di
riferimento e, insieme, di aspettative, proprio nel segno dell’incontro tra
attività di scrittura ‘in proprio’, critica letteraria e teoria della
letteratura (e qui mi permetto di menzionare, accanto a quello di Ingeborg Bachmann, il cui testo Letteratura come utopia è stato
tradotto, altri nomi di scrittrici provenienti dall’area di lingua tedesca, i
cui testi di critica letteraria dovrebbero essere resi accessibili, mediante la
traduzione, a un numero sempre più ampio di lettrici e lettori: Hilde Domin, Felicitas Hoppe, Marie Luise
Kaschnitz, Maxie Wander (citata in apertura nella mia traduzione), gli
esempi di Sonia Caporossi, Viviana
Scarinci, Alessandra Trevisan.
Gli itinerari di lettura
percorsi, gli strumenti di indagine riconosciuti e messi alla prova, la visuale
indicata mostrano vie di accesso ai singoli testi presi in esame, a correnti e
autori, alternative e particolarmente feconde. In Da che verso stai?, opera che fa chiarezza su senso,
significatività e strumenti della critica letteraria, Sonia Caporossi individua nei temi e nei motivi una alternativa
alla classificazione per generi. La monografia Il libro di tutti e di nessuno. Elena
Ferrante. Un ritratto delle italiane del XX secolo di Viviana Scarinci (opera in parte tradotta in
tedesco con il titolo Neapolitanische
Puppen) mostra come l’analisi di testi letterari nulla ha a che vedere con
la ricerca, che può diventare morbosa, della coincidenza autobiografica, e si
propone come una ragguardevole “buona pratica” nella critica. In Goliarda Sapienza, Una voce intertestuale
Alessandra Trevisan mette in guardia
dall’adesione acritica, quasi ‘fideistica’ a modelli di lettura dell’opera di
una scrittrice (la cui dimensione di lettrice e critica meriterebbe attenzione
ben più approfondita di quella fin qui dedicatale) che hanno sofferto di un
confinamento e di una catalogazione limitati. Esporre, per così dire, la
’cassetta degli attrezzi’, avere il coraggio di andare oltre, percorrere altri
sentieri, sono qualità comuni al lavoro delle autrici qui menzionate, che
indicano una via di uscita dalla condizione di marginalità della critica a uno
sguardo più ampio, ‘un altro sguardo’.
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* Il contributo prende le
mosse da un articolo apparso originariamente sulla rivista „Zer0Magazine 2018“
Bibliografia
Sonia Caporossi, Da
che verso stai? Indagine sulle scritture che vanno e non vanno a capo in
Italia, oggi, Marco Saya Edizioni, Milano 2017
Hilde Domin, Gesammelte
autobiografische Schriften, Fischer, Frankfurt am Main
2009 [1998] (la traduzione di un brano dal libro, ad opera di A.M. Curci, si
può leggere su Poetarum Silva: https://poetarumsilva.com/2016/02/22/gli-anni-meravigliosi-21-hilde-domin/
Felicitas Hoppe, Sieben Schätze. Augsburger Vorlesungen, S. Fischer Verlag, Frankfurt
am Main 2009
Felicitas Hoppe, da "Sette tesori", in Pigafetta. Traduzione di Anna Maria Curci, Del Vecchio 2021
Marie Luise Kaschnitz, Zwischen Immer und Nie. Gestalten und Themen
der Dichtung, Suhrkamp Verlag, Frankfurt
am Main 1971 (la traduzione di un brano da questo libro, ad opera di A.M.
Curci, è stata pubblicata nel 2011 sul blog "Cronache di Mutter Courage"
Ruth Klüger, Frauen lesen anders. Essays, dtv, München 1996
Viviana Scarinci, Neapolitanische
Puppen. Ein Essay über die Welt von Elena
Ferrante. Traduzione
in tedesco di Ingrid Ickler, Launenweber, Köln 2018
Viviana
Scarinci, Il libro di tutti e di
nessuno. Elena Ferrante. Un ritratto delle italiane del XX secolo, Iacobelli editore 2020
Alessandra Trevisan, Goliarda
Sapienza. Una voce intertestuale, La Vita Felice, Milano 2016
Maxie Wander, Ein
Leben ist nicht genug. Tagebuchaufzeichnungen und Briefe, Frankfurt 1990 (la traduzione del brano è di A.M. Curci, pubblicata su
Poetarum Silva https://poetarumsilva.com/2013/03/22/dal-diario-di-maxie-wander/

