Giornata per Amedeo Modigliani. II Edizione. A cura de Le Cicale Operose, 12 luglio, 2026, presso Salus Bistrot, Livorno.
Concorso di poesia "Per Modigliani" - II Edizione. Lettura delle motivazioni delle Giurate per le prime tre poesie classificate. Le autorevoli Giurate: Laura Giuliberti, Renata Morresi, Silvia Rosa, Chiara Serani.
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Ripubblicazione
delle BREVI RIFLESSIONI DI CHIARA SERANI PER LA PREMIAZIONE DEL CONCORSO
"PER MODIGLIANI", I EDIZIONE, ANNO 2025.
Che senso ha,
oggi, un concorso di poesia dedicato a una figura come quella di Modigliani e,
dunque, più in generale, la poesia d’occasione, che spesso si presenta, va
detto, come avvitata intorno a moduli stanchi, logori, di circostanza (e qui ci
sovviene che in francese, lingua ben rappresentata stasera, la poesia
d’occasione è detta appunto poésie de circonstance) e, infine,
vuoti? Cosa può offrirci la poesia d’occasione oggi, in cui peraltro tutto è
occasione di celebrazione continua? E cosa può dirci – se può – della poesia
italiana contemporanea? Io credo più di quanto si possa pensare d’acchito; in
particolare in questo caso specifico in cui la poesia d’occasione si offre
anche come uno spunto per riflettere sul fenomeno dell’intermedialità, ovvero
sulla mescidanza fra diversi linguaggi artistici, fenomeno che oggi la fa da
padrone quale cifra di una mentalità ormai incline alla fluidità dei media
artistici piuttosto che alla loro categorizzazione è che è diventato sempre
più, soprattutto dopo la rivoluzione digitale, un concetto imprescindibile per
capire la nostra epoca, la sua estetica e i suoi meccanismi comunicativi. Non è
un caso, del resto, che oggi assistiamo a un grandissimo ritorno dell’ecfrasi
(cioè, nella sua forma più elementare, della descrizione verbale di un’opera
visiva, fondata, nel caso della pittura, sul principio classico dell’ut
pictura poiesis) e altresì assistiamo all’ascesa degli iconotesti, cioè di
quei testi in cui scrittura e immagine si affiancano in vario modo; d’altronde
non potrebbe essere altrimenti in una realtà come la nostra, totalmente
permeata e dominata dall’immagine, è infatti il cosiddetto “regime scopico” a
meglio definire la nostra condizione postmoderna, all’insegna di una “totale
saturazione dello spazio culturale da parte dell’immagine” (v. Fredric
Jameson). Dunque, abbiamo già un aggancio con l’attualità poetica, e, in effetti,
a questo concorso sono naturalmente e per forza di cose pervenuti numerosi
testi di natura ecfrastica, dedicati, va detto, quasi esclusivamente ai
ritratti femminili di Modigliani – così come a prevalere, su un altro versante,
quello biografico, è stato il dato della sua tragica storia d’amore con Jeanne
Hébuterne. E anche questo, di per sé, è un dato interessante e significativo,
che ci suggerisce il modo in cui tendiamo ad accostarci a un artista come
Modigliani e alla sua opera, cioè cogliendone in primis gli
aspetti più eclatanti, o più noti, che più colpiscono un’immaginazione di
stampo romantico (con quest’aggettivo inteso non in senso storico ma nella sua
accezione derivativa di “inclinazione alle suggestioni del sentimento, della
passione e del malinconicamente sognante” [così ci dice Treccani]). Dunque,
quel tipo di immaginazione che ancora, nonostante il datato ma forse apparente
trapasso del Romanticismo (qui sì, inteso come fenomeno storico) produce una
poesia di filiazione “romantica”, intendendo con ciò quella poesia che del
Romanticismo coglie solo gli elementi più appariscenti e vulgati, ovvero quelli
immediatamente lirici.
Ma se
analizziamo l’opera di Modigliani, constatiamo che di romantico non ha quasi
niente; non ha quasi niente dello spontaneismo, del sentimentalismo o del
lirismo puro, non ha niente di effusivo, è semmai un’arte che raffredda questi
elementi da una parte col ricongiungimento intellettuale e stilistico con la
tradizione pittorica italiana e dall’altra con l’accoglienza del primitivismo
quale espressione avanguardistica del suo tempo. Per fare un esempio, le
pose femminili e i colli lunghi e affusolati che hanno dominato così tante
ecfrasi pervenute non sono un’invenzione di Modigliani, ma risalgono a modelli
trecenteschi e cinquecenteschi, a Simone Martini, per esempio, con la sua
eleganza formale, o al Parmigianino (pensiamo alla sua Madonna dal
collo lungo), e sono dunque l’equivalente di quelle che in
poesia chiameremmo allusioni o citazioni intertestuali: sono quindi un frutto
studiato, così come i suoi volti stilizzati e oblunghi si allineano alla
sperimentazione primitivista sua coeva ricercando strutture arcaiche,
archetipiche, universali dell’immaginario e della rappresentazione visiva. Il
tutto, per sintetizzare, all’insegna dell’arte come “bricolage e
rifunzionalizzazione”, come avrebbe detto Claude Lévi-Strauss. Quello che
Modigliani fa è pertanto fondere in maniera personale e originale, nuova,
rivoluzionaria, queste e altre componenti pittoriche, rifacendosi sì al passato
ma assimilandolo e superandolo, in una sussunzione che assolutamente rifugge
ogni forma di accademismo o epigonismo e dà vita a una pittura immediatamente
riconoscibile – non si può in alcun modo confondere lo stile di Modigliani, se
ci pensate è praticamente impossibile. Dunque, io credo che se il nostro
soggetto poetico è rappresentato da Modigliani e dalla sua arte, quel che si
dovrebbe fare è riconoscere e omaggiare questa originalità – per carità, oggi,
in cui tutto è già stato detto e fatto non è più possibile evocare in maniera
credibile alcuna forma di originalità o d’invenzione pura; tuttavia, questo non
è un buon motivo per schiacciarsi su modelli retrivi o assolutamente privi di
atipicità e per aderire a formule lessicali, retoriche e immaginifiche
stereotipate, anacronistiche e polverose. Bisognerebbe, semmai, aspirare a fare
quello che facevano i greci, ovvero, con l’ecfrasi, “gareggiare in forza
espressiva con la cosa descritta”, evitando così, in questo contesto poetico,
quella vaporosità, inconsistenza e insieme convenzionalità che in nessun caso
appartiene alla pittura di Modigliani; perciò bisognerebbe evitare sintagmi
poetici e immagini fruste, come cuori trafitti, uccelli in volo, nuvole in
cammino, anime inquiete, remoti incanti, tramonti, ardori, tremori,
incantamenti... oggi francamente improponibili, non solo perché completamente
dissonanti rispetto al presente ma soprattutto perché appartenenti al grande
catalogo del déjà lu e cioè dell’acquisito, dell’invalso, che
sembra tuttavia gemmare dalla poesia – e a prescindere dall’occasione – così
come le frasi di circostanza, ovvero espressioni banali, impersonali e poco
sentite, sono sollecitate nelle occasioni formali e sociali in cui vengono
sfoderate. Dal che si evince che certa poesia, quella invero
predominante, diventa poesia di circostanza a prescindere dal suo
essere poesia d’occasione, come in questo caso. Ovvero, quando si tratta di
poesia tendiamo ad attualizzare, con gran passatismo, un Sublime del sentire e
del parlare che non solo non è più allineato col nostro tempo ma che è
diventato insipido e scadente proprio per abuso.
Ora, se questo
tipo di Sublime non è più proponibile, né tantomeno accettabile, allo stesso
modo non è più facilmente sostenibile una postura poetica che sia solo lirica,
se non correndo il forte rischio di risultare naif. E con ciò non siamo certo
qui a cercare imporre estetiche normative – ognuno può e deve scrivere come
meglio crede, anche perché la poesia ha una sua intrinseca valenza terapeutica
–, ci inseriamo semmai in un dibattito, e sempre sulla scia della riflessione
scaturita dal nostro concorso su Modigliani, che anima lo scenario della poesia
italiana iper-contemporanea, diviso appunto, grosso modo, tra chi sostiene la
“poesia lirica” e chi la cosiddetta “poesia di ricerca” e gioca la partita
proprio sulla postura dell’io e della soggettività, avvertita quest’ultima come
ancora efficace o, viceversa, ormai inefficace. Ciò detto, per quel che
riguarda chi parla in questo momento, persino le espressioni “poesia lirica” e
“poesia di ricerca” sono svuotate di senso per eccesso di utilizzo, divenute ormai
formule di lesta comprensione, etichette assiologiche – si potrebbe forse più
produttivamente recuperare locuzioni come “poesia di stampo tradizionale”, o
“di ascendenza petrarchesca”, e “poesia di stampo dantesco e poi modernista” –
e, soprattutto, la partita di cui sopra non dovrebbe giocarsi tanto e
pregiudizialmente su soggettività o non soggettività (esiste infatti ancora una
lirica alta così come esiste una poesia sperimentale, aliena all’io, che è
mediocre e scimmiottante) quanto, più semplicemente, sulla qualità
poetica. Se il soggetto poetante non ha nulla di interessante da dire o è
allineato al solito sfogo effusivo-sentimentale è bene che la poesia rimanga un
esercizio privato, a maggior ragione se non si trovano modi di qualità per il
dire: il già noto, il già fatto – mutatis mutandis, le pose di
Martini e i colli di Parmigianino – se va detto, va detto in modo personale,
con ciò intendendo non “intimo” ma inconfondibile, “stilisticamente
riconoscibile”, alla maniera di Modigliani. Se non si trova un modo nuovo per
dire l’interiorità semplicemente ci si allinea all’estrinsecazione continua
dell’io sui social in cui si dà perennemente tutti libero sfogo a inquietudini
varie, delusioni d’amore, traumi infantili eccetera… Proprio i social, con la
loro semplificazione e banalizzazione comunicativa, in cui il posizionamento è
sempre quello dell’io (ipertrofico), rendono oggi ancora più problematico e
complicato, dal mio punto di vista, l’approccio lirico, perché per risultare
inconfondibili e riconoscibili bisogna stagliarsi non solo dalla tradizione
poetica ma anche da quel tipo di comunicazione massificata in cui a predominare
è il linguaggio corrente, convenzionale, stereotipato di cui sopra. Non che la
soluzione risieda nella coltivazione della ricercatezza estetica, un po’ perché
la ricerca del bello e del virtuosismo linguistico nell’arte verbale è
anch’essa già stata praticata in lungo e in largo e dall’illud tempus della
parola, e un po’ perché i nostri tempi, all’insegna dell’immagine si diceva,
sono anche caratterizzati da un’estetizzazione massiccia e soverchiante, dalla
pubblicità alla moda alla cura del corpo ai complementi d’arredo alla creazione
di contenuti online eccetera, e quindi una poesia estetizzante rischia di
apparire (o scomparire) come ideologicamente allineata e confusa in questo
flusso – o brodo – estetico di massa in cui siamo immersi.
L’unica via di
fuga, sempre per chi parla, ovviamente, risiede allora, nella complessità del
testo poetico: un testo, cioè, che non sia immediatamente fruibile e
comprensibile come lo è il già noto, il già fatto – ovvero esauribile proprio
come un prodotto di consumo, un prodotto usa e getta –, pertanto, un testo che
non sia riducibile o riconducibile a formule facili, a etichette, a diluizioni
e facilitazioni del senso. Con questo non s’intenda un testo necessariamente
“difficile”, giacché, per esempio, una qualsiasi opera poetica può presentare
un dettato linguistico piano, semplicissimo, ed essere comunque complessa per
stratificazione o sovrabbondanza di senso e per capacità di ingaggiare col
lettore un dialogo che non sia di circostanza, tanto per tornare al nostro
punto di partenza. Se si adotta il criterio della complessità come giudizio di
valore si esce dalle pastoie del binomio “poesia lirica”-“poesia di ricerca”
poiché la qualità della complessità è trasversale, disappartenente all’uno e
all’altro campo in quanto rispondente, senza compromessi, di volta in volta,
solo a sé stessa. Ecco, per chiudere, sento di poter dire che in questa sede,
pur nella legittima eterogeneità dei gusti e delle vedute dei giurati, che
peraltro sono sempre giusta e necessaria garanzia di equanimità per chi
partecipa a un concorso, hanno alla fine prevalso sugli altri quei testi che
presentavano un maggior livello di complessità (leggi: creatività, peculiarità…
e tutto quanto siam venuti dicendo prima) e, di conseguenza, un minor grado di
prevedibilità e scontatezza di dettato e d’immaginario.
Chiara Serani