mercoledì 24 giugno 2026

“Voi occhi felici”: volgere lo sguardo alla verità. Ingeborg Bachmann a 100 anni dalla nascita. di Anna Maria Curci

 



Quando, solitamente nella classe quinta liceo, ma talvolta anche in anni che precedono quello conclusivo, menziono il nome di Ingeborg Bachmann, di cui oggi - 25 giugno 2026 -  ricorre il centenario della nascita, non posso fare a meno di volgere lo sguardo fuori dalla finestra dell’aula scolastica[1], dove so che, oltre la cortina verde di alberi e cespugli, c’è l’edificio dell’ospedale Sant’Eugenio. Lì, al reparto “grandi ustionati”, in quella che Fleur Jaeggy in Gli ultimi giorni di Ingeborg Bachmann chiama “la stanza asettica”, la scrittrice nativa di Klagenfurt fu ricoverata tra il 26 settembre e il 17 ottobre 1973, giorno della sua morte. Il movimento degli occhi, il volgere lo sguardo è per me non solo riflesso spontaneo e immediato, ma anche un gesto che rinnova la volontà di esplorare, attraverso l’opera di Bachmann, l’intreccio complesso, il divenire inesauribile delle relazioni tra umanità, scrittura, verità, menzogna, smascheramento, lingua e linguaggi.

Tra i numerosi fili rossi di cui è disseminata l’opera di Ingeborg Bachmann, mi sembra di poter individuare come particolarmente significativo quello che riguarda la relazione tra vista e verità. Quanto l’umano è in grado di vedere, sceglie di vedere? Una volta che “si sono aperti gli occhi”, quanta e quale verità è “ragionevolmente esigibile” (“zumutbar”) dall’essere umano? E chi scrive, chi non può fare altro che scrivere, come Ingeborg Bachmann, colei che, come ricordava Christa Wolf in Trama d’infanzia, di sé affermava: “Con la mia mano bruciata scrivo della natura del fuoco”, che cosa deve, può fare, dinanzi alla vista della verità che si schiude ai suoi occhi?

Ho deciso di seguire questo filo rosso attraverso due testi di Bachmann.  

Il primo è il discorso da lei pronunciato il 17 marzo 1959[2], quando le fu conferito il Premio dei Ciechi di guerra per il miglior radiodramma (si trattava della sua opera Il buon Dio di Manhattan).

Il secondo è il racconto Ihr glücklichen Augen, apparso nella raccolta di racconti Simultan, del 1972, Il racconto è apparso nella traduzione di Ippolito Pizzetti nella raccolta Tre sentieri per il lago e reca il titolo Occhi felici.

Il titolo con il quale il discorso del 17 marzo 1959 è entrato nella storia della letteratura è tratto da un passaggio centrale del discorso stesso: “Die Wahrheit ist dem Menschen zumutbar”, vale a dire “La verità si può pretendere dall’essere umano”, “L’essere umano può affrontare la verità”, “La verità è ragionevolmente esigibile dall’essere umano -  è una e inequivocabile e, soprattutto, non è una pretesa sfacciata per il genere umano, come recita una certa vulgata demagogica attualmente in voga. Altrimenti non è verità. Dal discorso ho tratto e tradotto due passaggi che ritengo particolarmente significativi[3].

 

[…] Così il compito dello scrittore non può consistere nel negare il dolore, nel cancellarne le tracce, illudersi che non ci sia. Al contrario, egli deve provarlo e, ancora una volta, farlo provare, affinché tutti possiamo vedere. Perché noi tutti vogliamo diventare vedenti. E solo quel dolore segreto ci rende sensibili all’esperienza e in particolare a quella della verità. Noi diciamo, in maniera molto semplice e corretta, quando giungiamo a questo stato, lucido, doloroso, in cui il dolore si fa fecondo: “Mi si sono aperti gli occhi.” Non lo diciamo perché abbiamo davvero percepito esteriormente una cosa o un evento, ma perché afferriamo ciò che non possiamo vedere. E questo è ciò che l'arte dovrebbe ottenere: che, in tal senso, ci si aprano gli occhi. […][4]

 

[…] Come lo scrittore cerca di incoraggiare gli altri alla verità, per il tramite di ciò che espone nella sua opera, così gli altri incoraggiano lui, quando, nel lodarlo e nel biasimarlo, gli danno a intendere di pretendere da lui la verità e di voler giungere allo stato in cui si aprono loro gli occhi. La verità, infatti, si può pretendere. Chi, se non coloro tra voi che sono stati colpiti da una dura sorte, potrebbe testimoniare in maniera più efficace che la nostra forza va oltre la nostra sventura, che chi è stato derubato di molto, è capace di sollevarsi, che si è in grado di vivere disillusi, vale a dire senza cadere vittima di inganni.  Penso che all’essere umano sia concessa una sorta di orgoglio, l’orgoglio di chi nell’oscurità del mondo non si arrende e non smette di cercare la cosa giusta.  […][5] 


Come gli altri racconti della raccolta Simultan, anche Ihr glücklichen Augen presenta riferimenti intertestuali. Essi emergono già dal titolo, che letteralmente suona “Voi occhi felici” e che è in realtà la citazione di un verso di Goethe in Faust, II parte, V atto, scena “Tiefe Nacht”, “Notte fonda”. È Linceo, il torriere (Lynceus der Türmer), a parlare:

 

Ihr glücklichen Augen

Was je ihr gesehen,

Es sei, wie es wolle,

Es war doch so schön!

 

ovvero:

 

Voi occhi felici

Per ciò che vedeste,

Ma sia quel che sia,

Fu pur così bello![6]

 

L’ironia di Bachmann, il ‘rovesciamento su carta’ dell’io scrivente, sta nell’aver associato indirettamente le parole di una persona la cui esistenza è scandita e caratterizzata dalla vista acuta alla vicenda narrata nel suo racconto, quella di Miranda, affetta da una miopia fortissima:

 

«Aveva cominciato con 2,50 a destra e 3,50 a sinistra, ricorda Miranda, ma adesso, con perfetta armonia, di diottrie ne ha 7,5 per occhio»[7].

 

Miranda è inoltre il nome della figlia di Prospero in La tempesta di William Shakespeare. L’apparente ingenuità e la spiccata capacità di empatia accomuna i due personaggi femminili, tanto distanti nel tempo e nella collocazione letteraria. La coincidenza dei nomi, ai miei occhi tutt’altro che casuale, mi sembra sia frutto di una scelta precisa di Ingeborg Bachmann, che già all’inizio del 1960, nella quarta delle cinque lezioni di Francoforte, intitolata Il rapporto con i nomi, scriveva:

 

«I nostri nomi sono accidentali e spesso siamo assaliti dalla sensazione di essere anonimi a noi stessi e al mondo. Da ciò nasce il bisogno di nomi, nomi di figure, di luoghi, nomi in genere.»[8].

 

Se si pensa inoltre al significato in latino del nome “Miranda”, ci viene incontro un ulteriore rovesciamento operato dall’autrice. Il personaggio principale del racconto Occhi felici di Ingeborg Bachmann, Miranda, dunque, che prova una vera e propria repulsione dinanzi al mondo visto con le lenti che le correggono il difetto, porta un nome che significa “colei che va guardata”, “colei che va ammirata”.

Le situazioni tragicomiche – tra la teatralità secolare viennese e le ispirazioni ‘à la Gogol’, i calembour e l’ironia sui modi di dire comuni, per esempio «tenete d’occhio il vostro bene» – che scaturiscono dalla scelta di Miranda, al crocevia tra rifiuto, smarrimento, distacco, solitudine, isolamento si iscrivono in una narrazione che rende conto di un processo, di un progressivo allontanamento di Miranda dal suo partner Josef. Già, perché Miranda sa che vedere può causare un’ampia tavolozza di sentimenti negativi, dal fastidio allo strazio, ma le sue intuizioni, dunque le sue visioni in profondità, sono vere e proprie preveggenze.

È infatti proprio Miranda, che nell’udito ha il suo «bene più caro», ad avere percepito che il tempo e il suo correre inesorabile verso la catastrofe, avrebbe determinato l’interesse di Josef per Stasi (Anastasia), una “amica” della donna. Che cosa fa allora la protagonista del racconto dinanzi a questa “ragionevolmente esigibile”, se pur dolorosa, verità? Semplicemente, Miranda accelera la fine della propria relazione con Josef, spingendo l’uno nelle braccia dell’altra.

C’è molto di più, naturalmente, e un passaggio significativo rivela due punti nodali: il primo è  relativo alla contemporaneità della stesura di questo e degli altri racconti del volume Simultan con il lavoro al progetto Todesarten (“Modi di morire”, “Tipologie di morte”) che avrebbe dovuto comprendere i testi narrativi Malina (l’unico completo tra i romanzi), Requiem per Fanny Goldmann, Il caso Franza; il secondo concerne l’autorialità moltiplicata nella prosa di Bachmann, giacché il punto di vista in un passaggio significativo è quello di Josef:

 

«Si allaccia lentamente le scarpe e cerca la cravatta, che si annoda con espressione assorta, senza guardare Miranda una sola volta. Si versa uno Sliwowitz, va alla finestra e osserva la targa della strada: I. Blutgasse. Il mio candido angelo. Per un attimo stringe Miranda tra le braccia, le sfiora con la bocca i capelli ed è incapace di vedere o sentire altro che la parola “Blutgasse”. Chi ci fa tutto questo? Cosa ci facciamo noi l’un l’altro? Perché io devo far questo? E vorrebbe, sì, baciare Miranda, ma non può, e così si limita a pensare, ancora oggi si fanno delle esecuzioni capitali, e questa non è nient’altro che una esecuzione, perché tutto quello che faccio è un misfatto, e i fatti sono appunto i misfatti. E il suo angelo lo guarda con gli occhi sbarrati, tiene gli occhi aperti interrogativamente, come se ci fosse ancora qualcosa da scoprire in Josef, ma, dopo, con un’espressione che lo distrugge ancora di più, in quanto lo assolve e lo grazia. Josef sa che nessuno lo guarderà così mai più, neppure Anastasia, e perciò preferisce chiudere gli occhi.»[9].

 

Dinanzi a chi sceglie di chiudere gli occhi, a chi prevede e a chi va incontro alla catastrofe, colei che scrive, Ingeborg Bachmann, che in epigrafe a questo racconto annota: Georg Groddeck in memoriam, dedicandolo dunque al medico che aveva affermato - come la scrittrice stessa ricordava tra il 1966 e il 1967 - «non esiste malattia che non venga prodotta dal malato», non dimentica mai il proprio compito, quello di continuare a scrivere, non arrendersi all’oscurità del mondo, non smettere di cercare la cosa giusta. Tutto questo, come giustamente sottolineava Aldo Giorgio Gargani nel saggio Il pensiero raccontato, avviene nella consapevolezza del nesso indivisibile tra l’analisi critica del linguaggio e l’impegno etico nei confronti di un mondo nuovo.  

 

 

Biblio-sitografia

 

Ingeborg Bachmann, Die Wahrheit ist dem Menschen zumutbar, in: I. Bachmann, Gedichte. Erzählungen, Hörspiel, Essays, Piper 1964, pp. 294-297

Ingeborg Bachmann, Letteratura come utopia. Lezioni di Francoforte. Traduzione di Vanda Perretta. Cura editoriale di Renata Colorni, Adelphi Edizioni 1993

Ingeborg Bachmann, Tre sentieri per il lago. Traduzione di Amina Pandolfi, tranne che per il racconto Occhi felici che è stato tradotto da Ippolito Pizzetti, Adelphi 2012 (la prima edizione Adelphi è del 1980)

Ingeborg Bachmann, A occhi aperti. Saggi, discorsi, scritti vari, a cura e con la traduzione di Barbara Agnese, Adelphi Edizioni 2025

Anna Maria Curci, „La verità si può pretendere”, blog “La poesia e lo spirito”, 19 marzo 2010 https://www.lapoesiaelospirito.it/2010/03/19/la-verita-si-puo-pretendere-di-anna-maria-curci/

Aldo Giorgio Gargani, Il pensiero raccontato. Saggio su Ingeborg Bachmann, Laterza 1995




[1] Insegno nel liceo linguistico dell‘Istituto Statale “Vincenzo Arangio Ruiz”, che si trova nel quartiere EUR di Roma, molto vicino all’Ospedale Sant’Eugenio.

[2] Ingeborg Bachmann, Die Wahrheit ist dem Menschen zumutbar. Rede anlässlich der Verleihung des Hörspielpreises der Kriegsblinden 1959.

[3] La mia traduzione è apparsa il 19 marzo 2010 sul blog “La poesia e lo spirito” https://www.lapoesiaelospirito.it/2010/03/19/la-verita-si-puo-pretendere-di-anna-maria-curci/ . Una versione dal titolo “L’uomo può affrontare la verità” è apparsa di recente nel volume di Ingeborg Bachmann A occhi aperti. Saggi, discorsi, scritti vari, a cura e con la traduzione di Barbara Agnese, Adelphi Edizioni 2025, pp. 98-102.

[4] So kann es auch nicht die Aufgabe des Schriftstellers sein, den Schmerz zu leugnen, seine Spuren zu verwischen, über ihn hinwegzutäuschen. Er muß ihn - im Gegenteil - wahrhaben und noch einmal, damit wir sehen können, wahrmachen. Denn wir wollen alle sehend werden. Und jener geheime Schmerz macht uns erst für die Erfahrung empfindlich und insbesondere für die der Wahrheit. Wir sagen sehr einfach und richtig, wenn wir in diesen Zustand kommen, den hellen, wehen, in dem der Schmerz fruchtbar wird: „Mir sind die Augen aufgegangen“. Wir sagen das nicht, weil wir eine Sache oder einen Vorfall äußerlich wahrgenommen haben, sondern weil wir begreifen, was wir doch nicht sehen können. Und das sollte die Kunst zuwegebringen: daß uns in diesem Sinn die Augen aufgehen.

[5] Wie der Schriftsteller die anderen zur Wahrheit zu ermutigen versucht durch Darstellung, so ermutigen ihn die anderen, wenn sie ihm, in Lob und Tadel, zu verstehen geben, daß sie die Wahrheit von ihm fordern und in den Stand kommen wollen, wo ihnen die Augen aufgehen. Die Wahrheit nämlich ist den Menschen zumutbar. Wer, wenn nicht diejenigen unter Ihnen, die ein schweres Los getroffen hat, könnte besser bezeugen, daß unsere Kraft weiter reicht als unser Unglück, daß man, um vieles beraubt, sich zu erheben weiß, daß man enttäuscht, und das heißt: ohne Täuschung zu leben vermag. Ich glaube, dass dem Menschen eine Art des Stolzes erlaubt ist - der Stolz dessen, der in der Dunkelheit der Welt nicht aufgibt und nicht aufhört, nach dem Rechten zu sehen.

[6] La traduzione è mia.

[7] Ingeborg Bachmann, Occhi felici, in Tre sentieri per il lago. Traduzione di Amina Pandolfi, tranne che per il racconto Occhi felici che è stato tradotto da Ippolito Pizzetti, Adelphi 2012 (la prima edizione Adelphi è del 1980), p. 89

[8] Ingeborg Bachmann, Letteratura come utopia. Lezioni di Francoforte. Traduzione di Vanda Perretta. Cura editoriale di Renata Colorni, Adelphi Edizioni 1993, p. 85

[9] Ingeborg Bachmann, Occhi felici, in Tre sentieri per il lago, op. cit., p. 105