La piccola cinese
già mi conosce. Come tutte qua è approdata al linguaggio profondo e semplice
delle emozioni, così che lingue, dialetti, diversità di classe e di educazione
sono spazzati via come inutili mascherature dei veri moventi (ed esigenze) del
profondo: questo fa di Rebibbia una grande università cosmopolita dove
chiunque, se vuole, può imparare il linguaggio primo (G. Sapienza)
Premessa. In questa nota di lettura riporto le mie riflessioni immediate e disordinate (non un saggio critico insomma) su L’università di Rebibbia di Goliarda Sapienza, testo del 1983 basato su istanze autobiografiche, in cui l’esperienza del carcere viene raccontata in modo profondo e fa da sfondo per una riflessione sulla società, sulle relazioni umane, sulla condizione esistenziale.
La prigione di fuori.
Baudrillard ha scritto che gli uomini costruiscono prigioni per illudersi che
la società non sia carceraria. Goliarda Sapienza ce lo mostra (insieme a tante
altre cose) in questo suo straordinario libro: un racconto snello, intenso,
vitalissimo e mai retorico, in cui la sua vicenda autobiografica (scontò tre
mesi per un affare di furto di gioielli) si fonde con una visione lucida della
società e un esistenzialismo concreto, profondo e disperato, ma anche ironico e
carico di una speranza non ideologica o trascendente, ma affondata nella carne
del mondo, nella visione della possibilità di ritrovare rapporti umani
autentici, un senso rinnovato della collettività.
Una scrittura corporea.
Straordinaria la parte iniziale, in cui S. ci porta dentro la realtà del
carcere descrivendo l'impatto del suo corpo con quel mondo. Tutto, in questo
libro, è corporeo: è questo un tratto profondamente femminile del suo
scrivere. Corpo di fame, sete, nausea, freddo, sporcizia, odore, fremito
sessuale: il mio corpo resterebbe lì per sempre come un sasso se un grido
inumano (a stento riconosco il timbro femminile) non accendesse il silenzio
come un fulmine facendo vibrare il buio (p. 5). Echi woolfiani in questo
splendido passaggio.
Un libro antiborghese.
Rebibbia si presenta come un carcere "progressista", senza sbarre, in
cui le guardiane non si chiamano più "secondine", in cui ci sono
psicologi e attività ricreative. Ma comunque un lager in essenza: E non c'è
televisione o radio centralizzata in ogni cella che possa spazzare via
l'atrocità dell'essere espulsi dal consesso umano e lasciati marcire in questi
luoghi che fuori si ritengono pensati solo per pochi delinquenti abituali, e
che quando ci sei dentro invece scopri essere vere grandi città o lager se la
parola non fa troppa impressione (p. 122). C'è come una natura bifronte di
questa realtà di Rebibbia: lager e città, luogo punitivo e di redenzione,
maledizione del mondo e salvezza dal mondo. Nel rapporto fuori/dentro si gioca
tutta l'articolazione e tutta la necessità di questo romanzo. La società fuori
è lucidamente smascherata nel suo facile progressismo. Sapienza, non troppo
velatamente, si scaglia proprio contro quella cultura "rivoluzionaria"
che ha predicato una visione collettiva che superasse classismi e ineguaglianze
ma che poi è giunta a integrarsi con un potere volto a isolare, carcerare e
a spingere al suicidio i pochi discepoli (p. 78). C'è l'idea qui,
estremamente radicale e precisa, che è proprio l'energia della vita,
dell'innovazione e della libertà che è stata imprigionata in questo carcere. Un
dispositivo di biopotere puro e semplice. Perché "fuori" non sembra
esserci che irretimento conformista del vitale. E ipocrisia. Mentre dentro, in
un’esistenza riportata al suo "grado zero", ognuno è ciò che è, le
maschere cadono, i rapporti si fanno autentici, i bisogni concreti e pieni.
Questa è la sostanza antiborghese di questo libro, che antiborghese lo è in
modo profondo e concreto, non intellettualisticamente ma vitalisticamente.
L'irriducibile disordine della vita, la sua imprevedibilità, lo stupore
ineffabile che essa suscita di continuo: questa è la verità odiata e rimossa
dal borghese, ed è proprio la verità che Sapienza cerca (e trova) in questa
esperienza estrema.
Donne. Nell'attraversamento di questa
realtà carceraria, a ogni passo emerge anche il suo volto di "città",
di crocevia composito e indomabile di umanità di ogni tipo. Disperate, ladre,
assassine, terroriste, drogate, spacciatrici, italiane e straniere, ignoranti e
colte, mostruose e bellissime. È anche straordinariamente toccante questo
sguardo di donna sulle altre donne, questo guardarsi tra donne, che è un
universo sconosciuto ai maschi. I maschi in prigione regrediscono alla
violenza, all'aggressività, a un primitivo spietato di pura legge di forza e
dominio. Gli uomini, osserva Sapienza, impazziscono per non poter disporre di
soldi, e del conseguente potere, mentre per la donna tutto questo non è che il
proseguimento del suo essere di sempre: donna di casa o bambina, come volete,
alla quale è sempre stato evitato di avere – attraverso i soldi guadagnati e
poi spesi – contatto diretto con la realtà del mondo (p. 57). Una
costrizione storica che, nella realtà del carcere, dispiega tutta la sua forza
salvifica, apre al femminile uno spazio nuovo e impensato. Un femminile in cui
diviene ancora possibile l'esperienza collettiva autentica, antiretorica, nel
mutuo riconoscimento tra viventi umani.
Psicanalisi. La vicenda giudiziaria,
il reato che la porta in prigione, Sapienza lo descrive psicanaliticamente come
"acting out", in una pagina molto divertente in cui, in un momento di
difficoltà, si lascia andare a uno sproloquio colto con una compagna di
prigione che non è in grado di capire una parola del suo discorso. Lei sembra
aver cercato la prigione, un po' con l'intento sociologico-voltairiano di
scoprire la vera natura della società italiana, ma soprattutto spinta da una
sorta di atto mancato, desiderio inconscio di essere rinchiusa, ghettizzata,
espulsa. Divenire uno scarto, in termini lacaniani, per divenire se stessa. Un
istinto che la spinge a cercare la verità della vita dove essa non viene
sistematicamente elusa, mascherata, rimossa. Un sottile fil rouge psicanalitico
(la scrittrice ebbe un’importante esperienza di analisi negli anni '60)
attraversa il libro e fa di quella realtà brutale della galera un luogo
eminentemente psichico. L'apice della dimensione psichica è toccato nella parte
finale quando la scrittrice mette a fuoco la "sindrome del carcere",
la funzione rassicurante di quel luogo, l'assurda sua ricchezza di senso verso
un "fuori" completamente svuotato. La cosiddetta "libertà"
del mondo esterno è decostruita, disvelata come schiavitù del conformismo,
falsità soffocante, solitudine senza speranza: fuori si dispone della
libertà che ha il solo vantaggio di essere lasciati a morire soli (p. 151).
Una forma vitale.
Straordinario l'uso del linguaggio in questo libro, in cui la scrittrice sa
modulare dal parlato con passaggi fortemente gergali e dialettali, fino a toni
più "elevati", spesso fortemente poetici. Corrispondentemente anche i
registri del comico e del tragico si intrecciano, convivono come nella verità
del vissuto. Le cose vengono chiamate con il loro nome, senza fronzoli e senza
eccesso di mediazione culturale. Evidentemente i tre «Voglio usci’» non sono
prerogativa di Marrò, la mia fantasiosa delinquente abituale, ma il refrain
dell’infinita canzone dodecafonica, costante sonora di questo regno. All’ultimo
«Voglio usci’» se ne sente un altro lontano, e questo trascina fuori una marea
di «Voglio usci’», subito seguita da un fracasso di ferri fatti scorrere sulle
balaustre dei ballatoi e allo sbattere di porte in un crescendo finale da
grande orchestra. Poi il silenzio cala su tutto. Nel silenzio la voce sfottente
di Roberta mormora: – Tutte le domeniche la stessa solfa: all’alba grande aspettativa
gioiosa... chissà che s’aspettano dalla domenica! E la sera questo «Voglio
usci’» del cazzo, che palle! (p. 108). In questo passaggio i registri si
fondono in modo magistrale: l’italiano dotto e popolare, un francesismo, il tono
basso e alto, riferimenti concreti e astratti, e si ha un esempio perfetto
della disinvoltura di questa narratrice, del suo felicissimo rapporto con la
lingua, di una scrittura che davvero "segue la vita", la
"racconta da dentro". Non possiamo evitare di immaginarcela, come lei
stessa si descrive, a gambe incrociate sulla branda nella sua cella a prendere
appunti di ciò che sta vivendo lì.
Gordon Pym. Infine, una notazione
strettamente personale, una sorta di strana coincidenza, o forse una
sincronicità. Prima di leggere questo libro, ho letto In Patagonia di
Chatwin. Una citazione particolare lega i due libri: quella di Gordon Pym di
Edgar Allan Poe, romanzo d’avventura, di navigazione nei mari del sud che
Chatwin cita in relazione alla forte connessione con quelle terre in cui sta
viaggiando, e che Sapienza inserisce alla fine, quando chiede alla sua compagna
di cella di leggerglielo. Una connessione tra due opere lontanissime come
contesto geografico, storico e culturale il cui denominatore comune, nel nome
di Poe, è l'archetipo del nomadismo come atto di rivolta alla società borghese.
Un nomadismo che Chatwin mette in atto quasi "alla lettera" nel
movimento fisico del suo viaggiare e che Sapienza colloca nel luogo della
costrizione fisica per eccellenza, il carcere, dove ogni vagare sembra
assolutamente interdetto e dove, invece, paradossalmente, ci si fa incontro
l'esperienza della diversità, della mutevolezza della vita. Un modo autentico
di stare al mondo. Straordinariamente disperato e meraviglioso: e la voce
della zingara s'è alzata limpida disegnando un motivo di nostalgia antico
quanto tutti i popoli erranti della terra (p. 123).
