lunedì 14 settembre 2026

Caterina Saviane

 



Caterina Saviane è tra le poetesse inserite nell'antologia "Poesia diffusa. Poetesse italiane del ‘900 da non dimenticare", a cura di Nadia Chiaverini e Cristiana Vettori, Helicon Edizioni, 2025. Prefazione di Giacomo Cerrai; postfazione di Maristella Diotaiuti, presentata, a cura de Le Cicale Operose, domenica 13 settembre, 2026, presso Salus Bistrot, corso Amedeo, 101. Con: Nadia Chiaverini (curatrice), Maristella Diotaiuti, Jonathan Rizzo. Letture a cura di Jonathan Rizzo e del pubblico.







Nel video, lettura di Roberto Galeazzi, in corso di presentazione, della poesia "Appénna-ammattìta", di Caterina Saviane.


Appénna-ammattìta, di CATERINA SAVIANE

– spezzando con macchina per – da scrivere –
smarrito il ritmo della separazione
perduto ho io [il filo del discorso
– filologico, filo logico
fili d’erba, smeraldo e di tram
trancio d’arancio –
di sempre in mai
di palo in frasca
in tasca mi toccaccio il filòs greco
e che strage sia del tempo d’ora.
Perciò:
toccaccio il sordìso della conversazione
l’azzurro-uomo degl’occhi tuoi
perché la notte ci alzavamo
a mentire a dir bugìe
che ci gridammo
“pazzi!” nel sentire gioia
del sòrdido sprecare il sonno
giunse:
sfatti di “ero brava” – come certi vecchi di sé –
in memoria dell’eburnea pista
– ballo’s di sballantine’s –
– facile piacere parlare altrove –
e unici illuminémmo esser pensànti:
coro di pensieri di cervelli
asma d’idee,
ci punse il core degli uccelli.
Alba e tramonto e primavera desiderammo primi
il sonno ancorà,
ancòra di salvezza
già assenza di non [tornare quivi].


*





Per il ciclo "Clandestine, grandi poetesse dimenticate", a cura de Le Cicale Operose:

Caterina Saviane, Le Cicale Operose, 15 luglio, 2018. 

Letture: Aldo Galeazzi. Musica: Eugenio Corsaro (piano jazz).


Appunti di Maristella Diotaiuti per la serata di "Clandestine" dedicata a Caterina Saviane.



[…]

Suo padre, Sergio Saviane, era un giornalista storico dell’Espresso, antesignano di un certo modo di fare giornalismo, scomodo e irriverente, fu cacciato dall’Espresso, fondando poi un suo giornale satirico, e subendo anche molti processi...ma non è di lui che dobbiamo parlare stasera.

Della esistenza di Caterina Saviane ho saputo per caso, durante una ricerca su altri argomenti, quando è spuntata una sua poesia e ne sono rimasta immediatamente folgorata. Ho poi cercato la sua biografia, ma le notizie sono davvero irrisorie, tutta la sua vita si riduce in una frase: “Nata a Roma nel 1960, morta a Milano per overdose nel 1991”. E poco altro.

Che fosse una “clandestina” ce lo dice lei stessa, indirettamente, quando scrive:

<< Ha ragione mio padre che si spacca la testa con una satira che lo manda in giro da un tribunale all’altro, o hanno ragione quelli che stanno in pace col mondo? Perché scrivi, padre mio, che tutti ti odiano e parlano male di te?>>

A parte la citazione colta dantesca (Conte Ugolino), questo “padre mio” ha un che di biblico, di evangelico, ma anche di sacrificio estremo, di immolazione… la trovo un’espressione bellissima in questo contesto!

Questa accorata domanda, delicata e amorevole di figlia, è il dilemma di sempre, di chi cioè si pone il problema di come collocarsi nel mondo, nei confronti della realtà che lo circonda, della società, del potere costituito. È il dilemma, soprattutto, di quegli intellettuali che non vogliono asservirsi, assoggettarsi ai vari centri di potere, e far loro da portavoce, da rappresentante, ma viceversa essere la voce del dubbio, della denuncia, della ricerca della verità, della libertà. Quest’ultima posizione è proprio quella che ti fa “clandestino” in un mondo che non ti riconosce come facente parte, perché non rispondi e non corrispondi alle sue richieste.

È la posizione più difficile senz’altro, la più scomoda, la più pericolosa in molti casi, che si paga a caro prezzo, a volte con la vita addirittura, più spesso con la persecuzione giudiziaria, l’esclusione, e l’oblio appunto: come è accaduto per Sergio Saviane, e come è accaduto per Caterina Saviane, e per moltissimi altri.


Nella sua breve vita, Caterina Saviane ha avuto il tempo di scrivere un romanzo-diario, “Ore perse” scritto a 16 anni, pubblicato nel 1978 da Feltrinelli, nella prestigiosa collana “Franchi narratori” (quando i grandi editori avevano il coraggio di pubblicare autori e argomenti scomodi) e fu subito un caso letterario, un libro che divenne un oggetto di culto. Ebbe 5 ristampe in due anni, e fu tradotto in moltissime lingue, poi dimenticato, oggi il libro è introvabile.

Caterina scrisse anche molte poesie che però conoscevano solo gli amici, lei ancora in vita, ne uscirono 5 nel 1985 sulla rivista “Il lettore di provincia”, che le procurarono l’interesse di un lettore d’eccezione: Andrea Zanzotto che la definì “Un movimento ciclonico incontenibile”. Zanzotto aveva capito quanto fossero forti, irruenti e colti i suoi versi.

A dieci anni dalla morte, nel 2oo1, un gruppo di amici raccoglie una selezione dei suoi versi in una edizione privata, a tiratura limitata, ogni esemplare numerato, a cura di Luisa Vecchi, intitolando la raccolta “appenna ammattita” che è il titolo della prima poesia dell’indice stabilito da Caterina nel dattiloscritto originale.

Poi nel 2015 la raccolta è stata ripubblicata da Nottetempo, con lo stesso titolo, nella collana poeti.com curata da Maria Pace Ottieri e da Andrea Amerio.

Tutta qui la sua storia editoriale, eppure Caterina è stata, è, un enorme talento, un enfant prodige, purtroppo la morte prematura ci ha privato della possibilità di leggere altre sue opere, e non ci ha dato modo di dire se questo talento si sarebbe tramutato in genio assoluto.

Sicuramente avrebbe scritto ancora, lei stessa scrisse “Scrivere, e ancora scrivere fino all’esaurimento.” Era quello che aveva deciso per sé.

 

Caterina Saviane si manifesta subito come una creatura eversiva, fatta per scandalizzare, già da “Ore perse” e ancora di più nelle sue poesie, ma in maniera evidente nella vita. Occorre dirlo per sottolineare la coincidenza tra la sua poesia e la vita.

C’è una bella descrizione di Maria Pace Ottieri, nella introduzione ad “appenna ammattita”, scrive: “Camminava saltellando, si sarebbe detto che i marciapiedi fossero elastici sotto i suoi piedi, aveva un’energia inesauribile e il potere di far sentire chi le stava accanto pavido, comune, banale, una sentina di miserabili aspirazioni borghesi”.

Chi l’ha conosciuta (ad esempio Valeria Viganò) ne ricorda i dialoghi sulla letteratura, sulla scrittura, e quando parlava di questo lei era piena di una speranza felice.

Le poesie ci dicono molto di lei: ci consegnano la sua rabbia e il dolore, l’estrema fragilità e la diversità gridata, e il suo coraggio, e il coraggio spesso si paga amaramente!

Caterina racconta le notti insonni, lo stato febbrile eppure lucido, gli amori sofferti (si parla di una probabile omosessualità mai dichiarata), il disprezzo per ogni convenzione e la ricerca della verità. Nelle sue poesie riecheggiano senza mediazione, senza infingimenti o filtri, la sua rivolta alle delusioni, la droga, lo sperpero di sé.

Ed anche la morte abita la sua poesia con metodo e coscienza, il suo sguardo sul mondo era uno sguardo estremamente consapevole, da qui il suo desiderio e il suo bisogno, di infrangere ogni possibile alleanza che possa accordarla con il pensare corrente dei tempi. Un patto con il suo tempo che Caterina non ha voluto, non ha richiesto né poteva accettare. Ricordiamo che lei scrive durante i famigerati anni ‘80: la sua è una ribellione   in un mondo di plastica e di apparenze. D’improvviso non c’era più un “noi”, non c’erano più i compagni d’utopia, l’utopia degli anni 60-70, insieme ai quali affrontare il futuro, ma c’era la “Milano da bere”, gli imprenditori rampanti e senza scrupoli, i politici compromessi…

Caterina vive un forte doloroso estraniamento nei confronti del suo tempo, d’altra parte è inimmaginabile un temperamento di fuoco come quello di Saviane con le spalline imbottite e i capelli cotonati, creatura vivamente desiderante e dunque fuori luogo, nata troppo presto o, più probabilmente, troppo tardi. Forse negli anni sessanta sarebbe stata felice, si sarebbe sentita a proprio agio.

 

ma veniamo alle poesie

– musica

– lettura poesia “pin occhio”

 

Come avete sentito le poesie di Saviane sono dense, dure, difficili, sperimentali, ogni verso richiede più letture, anche se vi circola un’aria di gioco che però non è pacificatorio. Perché per Caterina la poesia ha uno scopo preciso. E cos’è la poesia per Caterina si vede già dal titolo, che è un delicato ma complesso gioco sintattico di parole: “appenna ammattita” significa “a penna e a matita”, ma anche “appena ammattita, impazzita”: e fa riferimento all’abitudine di Caterina di scrivere sia con la penna che con la matita, ma anche al suo stato psicologico, alla sua condizione esistenziale.

Quindi leggere le sue poesie non è un semplice atto di lettura, già dai primi versi si entra in un percorso accidentato, un vortice in cui è facile smarrirsi credere di ritrovarsi e poi perdersi di nuovo, occorre restare concentrati per non venire travolti, trovare un appiglio, un punto di appoggio se pur precario..

La sua scrittura è una corsa affannata, spesso senza un senso apparente che invece sopraggiunge quando non te lo aspetti, quasi a tradimento. il senso arriva quando la tensione sembra sciogliersi, ma presto ci si rende conto che nulla è allentato, anzi è accaduto l’esatto contrario: ci si ritrova avvinghiati al verso, alla verità del verso, quella che non ci piace, scomoda, senza scampo, che fa male, che ferisce.

In realtà i suoi non sono versi da comprendere, ma da fare propri, da assumere sotto la propria pelle, senza condizioni, e alla fine ci ritroviamo a dire “sì, davvero è così”.

La sua è una lingua travolgente, magmatica con divertimenti continui di trasformazione grafica quasi acrobatica, fino a farsi laboratorio di pensiero e soprattutto di linguaggio (ma i due piani si intersecano, in una perfetta identità di significato e significante).

Attinge con assoluta libertà dai gerghi giovanili, e dall’accademia della Crusca, quindi abbiamo registri linguistici diversi che coesistono in un pastiche linguistico molto stimolante e innovativo.

Tutta la sua poesia è dominata da un gioco di parole e sulle parole: un gioco divertito, alla Palazzeschi, ed è incalzante, disperatamente allegro, che ha lo scopo di amplificare la parola caricandola di significati ulteriori fino all’impossibile. una concitata rincorsa al significato, una sorta di vertigine iperbolica. Per cui le parole sono dilatate, torchiate, torturate nelle loro accezioni e nella loro grafia, spezzate e ricomposte, per aprire il significato primo e ultimo, i significati plurimi  che convivono dentro la parola. È uno scardinamento sofisticato, feroce, impietoso, ed anche dissacrante della parola canonica, usuale, quasi l’invenzione di un altro alfabeto fuori dai canoni di qualsiasi vocabolario e grammatica. Infatti Caterina si diverte a incastrare e giustapporre lirismi (il sacro sonno della bellezza che mi respira affianco), onomatopee (oh, kamikaze farfalle/ scappavate fatali / contro ceco clan clan / clan destine), parlato (di palo in frasca – a zonzo - come ‘na pazza sto), giochi di parole e neologismi (bresa della pastiglia – inverecondoscene – occhi stuprofatti dal vespero perenne), l’uso ripetuto di grafemi, come ad es. la lineetta tra parole e sillabe, per scandire suoni e significati. Ma sempre guidata da una musicalità euforica, scatenata, irriverente, battuta su battuta: una sorta di nota dominante insistita perché necessaria a deporre sulla pagina almeno un poco della sua esuberante energia di vivere, della sua fame di essere ‘vista’, la sua fame psicofisica di contatto.

 

– musica

– lettura di poesia “Mi fido di questa faccia”

 

Come avete sentito è una lingua eversiva: ma nonostante questo la libertà nella stesura non deborda mai, resta sempre dentro una misura, una pura armonia malgrado l’enunciato (la verità detta) sia quasi sempre minaccioso. Cioè nei suoi versi c’è sempre una disperazione controllata, analitica, quasi ai confini della ratio, ma nello stesso tempo non rinuncia mai al gioco anche quando il dolore si staglia, si disegna forte sulla pagina.

Il risultato di tutta questa operazione è una poesia antilirica, razionale, concitata, in cui logica e conseguenzialità convivono con un forte senso della musicalità e del ritmo.

Per questa sua ricerca costante del ritmo, questa sua inclinazione alla sperimentazione e alla improvvisazione, abbiamo voluto accompagnare le sue poesie con la musica jazz, anche perché Caterina amava il jazz. A questo proposito voglio farvi leggere una pagina da lei scritta in cui descrive la sua partecipazione a un concerto jazz, e vedete a quali esiti arriva

 

– musica

– lettura sul jazz

 

Nelle sue poesie Caterina tocca tutti i temi della vita umana con dita di cristallo e con modalità ossimorica, cioè con ferocia, crudeltà, durezza, ma anche con passione, con struggente tenerezza. Un universo totalizzante in cui rientra anche il tema della morte trattato con una sorta di dolcezza senza speranza, una disperata speranza.

C’è poi un filo rosso che percorre tutte le poesie. ed è un concitato, incessante colloquio con la poesia stessa. Poiché Caterina instaura con le cose un rapporto duale: cioè il corpo è parola e la parola è corpo, anche il rapporto tra Caterina e la poesia è un rapporto fisico, sessuale, guerriero, disperato, la poesia come un amante di cui è attratta e respinta nello stesso tempo. Un rapporto fatale e di totale rassegnazione, Caterina-poeta si arrende alla poesia (come può arrendersi un’innamorata) che chiama “pensiero innato” quindi qualcosa di incistato sin dalla nascita, e “petula poesia” petula come petulante, insistente, incalzante ma anche scorreggiona con il riferimento a un peto che porta nel testo un che di irriverente, di dissacrante, insomma il neologismo non evoca niente di pacificato.

La poesia quindi è come una donna, e a volte i confini tra le due sono labilissimi tanto da non capire di quale delle due stia parlando. Questa duplicità non è scissione ma raddoppiamento, come se ogni parola proiettasse sempre l’ombra di un corpo, e i corpi l’ombra di una parola, di un’idea-poesia, di una dea-poesia e quindi Caterina seduce la poesia, la provoca, la oltraggia, la trascura, la inganna, perché solo così la può catturare: “Torturarla di noia e di giornata stracca / solleticarla e poi – farla posare / tortuosa al foglio – farla inchiodarla / farla posare farla – farla posare”.

 

lettura “nicchia nicchia nicchia”

 

Facile immaginare che Caterina si sentisse in costante pericolo di vita, visto quello che faceva a se stessa, facile immaginare che avvertisse una fretta di vivere dovuta al rischio mortale che lei stessa infliggeva alla sua vita.

 

In “Ore perse. Vivere a 16 anni”, suo romanzo d’esordio, della sua vita Saviane ci parla, mettendosi a nudo, senza pelle. L’ha scritto a 16 anni eppure ogni pagina trasuda di nostalgia, come se quello che vi si racconta fosse avvenuto decenni prima, come se a scriverlo fosse qualcuno che da vecchio parli della sua gioventù. Come se chi scrive avesse già tutto vissuto, visto tutto, ed ora disilluso rivivesse quei 16 anni con l’amarezza di chi non crede più a niente. Non è un libro sull’adolescenza, sull’avere 16 anni: è invece una riflessione adulta, matura, con una scrittura sorvegliata, ponderata, profonda, sempre alla ricerca di una aderenza perfetta a quello che si vuole dire, prima di tutto a sé stessi. È un diario tra documentarismo e confessione: non è il diario di una adolescente inquieta, ma è la testimonianza di un male di crescere destinato a diventare un incurabile “male di vivere”, raccontato in diretta.

Non vi troviamo paranoie adolescenziali, o per lo meno non solo, ma anche e soprattutto testimonianze di impegno reale e di partecipazione alla vita e alla cultura del tempo.

Conosciamo così in diretta quel mondo di velleità, di ipocrisia, di  parole vuote e  pensieri futili, coglieva il senso di certi anni infarciti di un’ideologia immersa nella ciarla inconcludente del suo tempo, il mondo degli adulti benpensanti e ipocriti, quelli che lei chiama ‘crisantemi’, la ciarla soprattutto dei suoi coetanei marxisti di facciata, ipocriti   medioborghesi fine anni ’70.

Ma il taglio che Caterina dà alla sua cronaca non indulge sul mito giovanilistico, alla Holden, del romanzo di formazione, con al centro un adolescente tutto adolescente senza midollo, che non esiste nella realtà ma solo nello sguardo e nel ricordo degli adulti maschi, bianchi, di classe media.

Un altro dato che mi preme far emergere di Saviane la sua visione femminile, il suo sguardo di donna, di quel mondo, di quella cultura.

Infatti è molto evidente la specificità sessuata della scrittura: nel testo i maschietti non fanno una bella figura: vantano di essere per l’amore libero, il free love, ma alle ragazze scherzando dicono “siete le nostre schiave”, e Caterina sottolinea che lo pensano davvero, e ne schernisce l’ottusità. La sua invettiva è contro i borghesi modaioli che indossavano le idee di rivolta come fossero jeans o magliette.

 

–- lettura pag. 41- 42, Ore perse

 

A me pare una grande prova di scrittura femminile, veramente liberata da ogni complesso di inferiorità nei confronti del maschio, veramente aliena dall’innesto frequente di attributi maschili, come ad es. donna cazzuta, donna con le palle, virago, o quant’altro.

Eppure dietro a tutto questo lavoro demolitorio, vi è una sorta di controcanto: un sottofondo di intelletto d’amore, di accoglienza, che forse solo una giovane donna poteva sentire. È il controcanto che sfocia nell’idillio di “Nannìa, la contrada

di sogno”, dove vivere fra le nuvole, nel progetto di un’esistenza più umana che avesse come punti fermi gli amici e Numàna (un paesino delle Marche).

 

L’altra sera, scegliendo e leggendo insieme le poesie di Caterina Saviane con Aldo Galeazzi, Aldo ha sentito con commozione e tristezza il vuoto della sua assenza e il rammarico che non potesse essere lì con noi a condividere quel momento, o qui stasera.

È lo stesso mio sentire. Ho cercato un qualche riparo, anche nei suoi versi, qualcosa che alleggerisse il senso di sconforto e rammarico per una esistenza così vitalistica eppure così tragica, ma non c’è riparo nei suoi versi, e non ho trovato conforto, ma ho trovato lei che non potrà mai, grazie alla sua poesia, essere davvero mancante.

Sequestrata dalla droga, Caterina passa gli ultimi tormentatissimi anni di vita tra i dottori, i frequenti ricoveri in cliniche, l’ospitalità delle amiche, la casa del padre che così dirà in una testimonianza: “Dormivo vestito, di notte andavo per caserme e me la riportavo a casa, fumava 120 sigarette al giorno, e se non erano sigarette era qualcosa di peggio. Il buco finale a Milano, in casa di un’amica”. Overdose volontaria o accidentale, nessuno lo saprà mai, ma davvero non ha nessuna importanza. Quasi profeticamente Caterina sceglie di chiudere la raccolta parlando di morte.

Ma voglio lasciare la parola proprio a Caterina che si congeda da noi con le sue straordinarie parole.

 

Ultima lettura.

 

Maristella Diotaiuti