Studiando l’arte
giapponese, si vede un uomo indiscutibilmente saggio, filosofo ed intelligente,
che passa il suo tempo a far che? A studiare la distanza fra la terra e la
luna? No; a studiare la politica di Bismarck? No; a studiare un unico filo d’erba.
Ma quest’unico filo d’erba lo conduce a disegnare tutte le piante, e poi le stagioni,
e le grandi vie del paesaggio, e infine gli animali, e poi la figura umana. […]
è quasi una vera religione quella che ci insegnano questi giapponesi così
semplici e che vivono in mezzo alla natura come se fossero essi stessi dei
fiori? (V. Van Gogh[i])
Il titolo fa scherzosamente riferimento a un mio personale
“crossing” tra concetti di Mille piani e pittura vangoghiana, letta
attraverso la meravigliosa lente di alcune prodigiose intuizioni della coppia
filosofica Deleuze/Guattari che, tra l’altro, non fa direttamente menzione di
Van Gogh nel celebre saggio.
Cosa possiamo dire di ciò che vede Van Gogh nel paesaggio? Ne
vede il tessuto intensivo[ii],
molecolare, è come se in trasparenza gli si mostrasse il flusso
vitale, il processo sotteso, di cui soggetto e oggetti non sono che pieghe, lui
vede il naturans in atto, pura pienezza senza vuoti, l’Uno che è
contemporaneamente molti, la dimensione del cosmico passando per
la molecolarizzazione della percezione.
L’infinito nella semplice immanenza di un filo d’erba.
Il suo paesaggio non è tanto questione di estensione,
pur essendo anche estensione, ma piuttosto di intensione, termine
che fa segno a un campo di energia sotteso, a un’attività produttiva, dinamica,
che è immanente alle cose ma che la nostra percezione
soggetto/oggetto cristallizza appunto in estensione. L’estensione è la
dimensione molare, quella stratificata dal logos,
in cui si organizza la visione come quella di un oggetto dato a un soggetto: il
paesaggio tradizionale. Ciò che vede Van Gogh, ciò che ci mostra, è anche altro:
è il livello dove operano le intensità, il livello molecolare,
che non si ricompone in oggetti, ma scorre in un divenire che è creazione
continua. Le sue pennellate sono allora quanti di energia, vibrazioni di forze,
che decodificano la realtà organizzata dal logos e ne liberano la matrice
intensiva. L’intensità è concetto inafferrabile, che fa segno al continuo
differenziarsi del reale, al naturans spinoziano sempre in atto, all’energia
stessa del vitale. Ben oltre i “bei colori brillanti” che lo hanno reso così
popolare.
Lo spazio della sua pittura è, usando la terminologia di Mille
piani, uno spazio in cui il liscio irrompe sullo striato.
Striato significa “metrico”, “organizzato”. Il tessuto figurativo-striato è
portato al limite, rimane come traccia riconoscibile che immediatamente segnala
il campo intensivo che vibra al di sotto: «il flusso ritrova il suo andamento curvilineo
o vorticoso […] lo spazio liscio riconquista le proprietà di contatto che non
lo lasciano più essere omogeneo e striato»[iii].
Il tempo in cui si colloca il suo gesto pittorico è il tempo
dell’evento, il tempo non pulsato in cui si dà il
puro differenziarsi dell’essere, un tempo coglibile solo intuitivamente, che
non ha collocazione nel “Cronos” degli orologi ma assume la designazione di Aion,
l’eternità in cui l’evento accade, il tempo dell’immanenza, del differenziarsi
inafferrabile, dell’ecceità come puro darsi dell’evento stesso: «Aion, che è il
tempo indefinito dell’evento, la linea instabile che conosce solo le velocità e
contemporaneamente continua a dividere quel che avviene in un già qui e un
non-ancora-qui, un troppo-tardi e un troppo-presto simultanei, qualcosa che
simultaneamente sta per accadere ed è appena accaduto»[iv].
Il paesaggio vangoghiano, continuando ad attingere dal
vocabolario millepianesco, è un meraviglioso ritornello in
cui le forme mantengono la loro figuratività e, al contempo, si aprono in linee
di fuga verso un’intensità molecolare che è in risonanza profonda,
totale, con lo stesso piano di immanenza: vivere nella natura
come ci vive un fiore.
Le linee di fuga fanno segno alla deterritorializzazione,
alla molecolarizzazione, a quanto va oltre il logos, dove l’arte compie la sua
danza, sempre oltre l’omogeneità, la striatura. La linea di fuga vangoghiana è
inscritta in una “micropolitica delle forme” perché le libera, le
destruttura, le riconsegna al cosmo: la sua pittura è tutta un gesto che
indica, che marchia l’evento sempre in atto, la fuga possibile. E necessaria.
[i] Da una
lettera al fratello Theo. Fonte: Vincent Van Gogh, La vita e le opere
attraverso i suoi scritti a cura di B. Bernard, Istituto Geografico De
Agostini, 1986 (ed. orig. 1985) pag. 187-188
[ii] Ho utilizzato
il corsivo grassetto per segnalare le parole chiave del vocabolario
millepianesco
[iii] G.
Deleuze, F. Guattari, Mille piani. Capitalismo e schizofrenia, a cura di
P. Vignola, Orthotes, 2021, edizione Kindle, pag. 420
[iv] ibid.,
pag. 297