Ecco il primo contributo di Matteo Rusconi per il blog de Le Cicale Operose.
La rubrica a sua cura, Civico 10/12, è caratterizzata da brevi ma dense riflessioni alle quali segue la poesia che ne scaturisce, offrendoci due linguaggi diversi e speculari per commentare il tema trattato.
Buona lettura.
Dovrebbe piangerci il cuore nel vedere certe scene di
strazio: madri che piangono, figli che a casa non ritornano, abbracci sottili
come un sudario. Mio padre una volta mi disse “un genitore non dovrebbe mai
seppellire il proprio figlio”. Eppure allo schermo ne vediamo molti, di
genitori, velati da fumi grigi che si innalzano al cielo. Sembra un tempo
lontano, distante da tutto. Proviamo, senza imbarazzo, indifferenza. E non lo
ammettiamo: siamo come chi sta dietro a una scrivania a lucidare monete mentre
fuori cade il mondo. Perché si sa, tutto segue quel credo e ormai la guerra non
fa più notizia, è abitudine, un rumore di fondo che ha perso l’urgenza. Ma non
le vittime.
Stiamo bene sul divano, al caldo, con
il telecomando in mano. Se ci disturba la terra che brucia, cambiamo canale,
che tanto sull’Uno c’è un programma canoro e tutti sorridono. Ci indigniamo del
costo del sacchetto della frutta, dell’aumento del gasolio, ma non protestiamo.
Di certo, se lo facciamo, non come si dovrebbe.
Tanto qui non si muore.
Tanto qui, mal che vada, si cambia
solo canale.
Matteo Rusconi
TANTO QUI
NON SI MUORE
Confine di vetro tra il
divano e lo strazio,
terra che brucia e non
sporca il tappeto.
Madri velate di fumo e
di pianto
come pixel, rumore
catodico
mentre il cuore
s’inchioda e dimentica
il figlio di altri che
a casa non torna.
Mio padre diceva:
"Non si seppellisce la prole",
noi lo facciamo ogni
sera, in diretta,
con una protesta
taciuta
che copre le urla
che ci tiene a dieta
di ogni ferita che non
sia bolletta.
La storia ci morde, noi
cambiamo la scena:
tanto qui non si muore,
si mastica noia,
e ci si lamenta.
Troppa distanza tra il
corpo offeso
e il nostro, che
guarda:
c’è sempre un tasto,
una scusa
per spegnere l’inferno
e dormire sopra il cimitero.
Matteo Rusconi
