martedì 24 febbraio 2026

Tanto qui non si muore

 










Ecco il primo contributo di Matteo Rusconi per il blog de Le Cicale Operose.
La rubrica a sua cura, Civico 10/12, è caratterizzata da brevi ma dense riflessioni alle quali segue la poesia che ne scaturisce, offrendoci due linguaggi diversi e speculari per commentare il tema trattato.
Buona lettura.



Dovrebbe piangerci il cuore nel vedere certe scene di strazio: madri che piangono, figli che a casa non ritornano, abbracci sottili come un sudario. Mio padre una volta mi disse “un genitore non dovrebbe mai seppellire il proprio figlio”. Eppure allo schermo ne vediamo molti, di genitori, velati da fumi grigi che si innalzano al cielo. Sembra un tempo lontano, distante da tutto. Proviamo, senza imbarazzo, indifferenza. E non lo ammettiamo: siamo come chi sta dietro a una scrivania a lucidare monete mentre fuori cade il mondo. Perché si sa, tutto segue quel credo e ormai la guerra non fa più notizia, è abitudine, un rumore di fondo che ha perso l’urgenza. Ma non le vittime. 

Stiamo bene sul divano, al caldo, con il telecomando in mano. Se ci disturba la terra che brucia, cambiamo canale, che tanto sull’Uno c’è un programma canoro e tutti sorridono. Ci indigniamo del costo del sacchetto della frutta, dell’aumento del gasolio, ma non protestiamo. Di certo, se lo facciamo, non come si dovrebbe.

Tanto qui non si muore. 

Tanto qui, mal che vada, si cambia solo canale. 


Matteo Rusconi



TANTO QUI NON SI MUORE

Confine di vetro tra il divano e lo strazio,

terra che brucia e non sporca il tappeto.

Madri velate di fumo e di pianto

come pixel, rumore catodico 

mentre il cuore s’inchioda e dimentica 

il figlio di altri che a casa non torna.

Mio padre diceva: "Non si seppellisce la prole", 

noi lo facciamo ogni sera, in diretta,

con una protesta taciuta

che copre le urla

che ci tiene a dieta

di ogni ferita che non sia bolletta.

La storia ci morde, noi cambiamo la scena:

tanto qui non si muore, si mastica noia,

e ci si lamenta.

Troppa distanza tra il corpo offeso

e il nostro, che guarda:

c’è sempre un tasto, una scusa

per spegnere l’inferno 

e dormire sopra il cimitero. 



Matteo Rusconi