Prefazione di Maristella Diotaiuti per il volume Sepolcri imbiancati, di Beatrice Hastings, a cura di Maristella Diotaiuti, opera raccolta da Federico Tortora (Le Cicale Operose), pubblicata nel 2024 da Terra d'ulivi Edizioni, Lecce. Traduzione di Rubina Valli.
*Il romanzo breve Sepolcri imbiancati può dirsi speculare al saggio Woman's Worst Enemy: Woman, di Beatrice Hastings (pubblicato a cura di Maristella Diotaiuti nel 2022 con Astarte Editrice, nel blog la sua introduzione), poiché esprime i medesimi punti nodali affrontati nel saggio femminista, ma in forma narrativa.
PREFAZIONE
Il romanzo breve Sepolcri imbiancati, di Beatrice
Hastings (26 gennaio, 1879 – 30 ottobre, 1943), fu pubblicato sul giornale
inglese d’avanguardia The New Age, in otto capitoli, tra aprile e giugno
del 1909, a puntate, quindi, secondo una precisa logica editoriale e
redazionale, della quale Hastings, in qualità di editrice e redattrice, era
abile protagonista, che prevedeva, tra l’altro, la serializzazione delle opere
di narrazione, dentro una strategia di fidelizzazione del lettore. E’ la
tecnica del collage, modalità tutta modernista di scomporre l’ordine del mondo,
i corpi e le identità, praticata soprattutto in arte figurativa, basti pensare
a Picasso di , e riproposta da Hastings in ambito letterario e giornalistico,
creando per sé molteplici pseudonimi (se ne conoscono con certezza tredici)[1] che
corrispondono ognuno a diverse e precise identità, con i quali firma i suoi
articoli o le sue opere letterarie. Questi tanti nomi di penna le consentono di
essere contemporaneamente la moderatrice e la disturbatrice, la voce della
ragione, l’osservatrice acuta e analitica dei fatti e la demolitrice sferzante,
ironica e canzonatoria, di essere un’esteta, una poeta dal verseggiare
classicheggiante e una modernista e insieme critica dei movimenti artistici del
tempo, una rivendicatrice della liberazione delle donne, una suffragista e, in
netto contrasto, una detrattrice delle suffragette, una diarista loquace e
digressiva della Parigi bohémien e poi una cronista seria ed emotivamente
partecipe della Parigi durante la prima guerra mondiale.
Beatrice Hastings così
può incarnare la ricchezza e le urgenze della società e della cultura dei primi
anni del ‘900, inevitabilmente per lei che è vissuta tra fine ‘800 e metà ‘900,
a cavallo, quindi, tra due epoche, tra un’età vittoriana, retriva, bigotta e
conservatrice, e un’età moderna che apriva a cambiamenti epocali profondi.
Modernista Hastings è
anche nella scelta dei temi, pur in una forte posizione anticipatrice, perché
il romanzo Sepolcri imbiancati, agli
inizi del secolo, apre già a una tematica tipica della fiction modernista, che
sarà centrale nella trattazione del romanzo femminile del ‘900, ovvero la
rappresentazione materna e dei contesti familiari, l’incomunicabilità
all’interno della famiglia borghese, il difficile rapporto tra i membri di
questa famiglia, soprattutto tra madre e figlia.
Originale e sicuramente
all’avanguardia è il punto di osservazione scelto per inscenare il suo racconto
e basare la sua riflessione, cioè il corpo della donna e la maternità, punto di
partenza per sottoporre a critica tutta l’architettura ideologica, economica e
sociale della cultura patriarcale e liberista che ha fatto del corpo della donna
una proprietà dello Stato funzionale alla sua politica di potenza e di dominio.
Tuttavia, il romanzo
breve Sepolcri imbiancati, già dal titolo con il suo immediato richiamo
alla espressione evangelica, dice poco del contenuto, se non un rimando allusivo
a un generico riprovevole comportamento fariseo ipocrita e di facciata, ma molto
dice della postura esistenziale e intellettuale dell’autrice votata all’analisi
lucida e arguta, alla denuncia coraggiosa, alla critica graffiante. Tensioni
che innervano sicuramente questo romanzo ma che ritroviamo anche in altre opere
di Hastings pur con le dovute differenze di genere, di stile e di lingua.
In Sepolcri imbiancati, infatti, Hastings svolge in chiave narrativa
quello che tematizza e sviluppa altrove, con importanti e drastici cambi di
registro, ma la materia trattata è della stessa sostanza. Se negli articoli di
giornale il linguaggio è spesso al vetriolo, e nei racconti brevi delle Favole
Femminili[2],
nei testi autobiografici come Pagine di una novella inedita, e nelle
poesie, soprattutto quelle di argomento femminista, come Vashti[3]
o La Baccante perduta[4],
Beatrice recupera una compostezza narrativa dove l’incandescenza della denuncia
e del graffio critico può sfiammarsi nella misura della fabula, dell’invenzione
favolistica e del mito, senza per questo perdere in efficacia e prorompenza di
voce e di dettato.
In particolare, con Sepolcri imbiancati anticipa di pochi
mesi la pubblicazione del suo pamphlet Woman’ Worst Enemy: Woman[5],
sotto forma di allegato sempre nel The New Age, nel luglio del 1909, nel
quale chiarisce e approfondisce a livello teorico, ma sempre in una modalità
personalissima e peculiare, la sua riflessione femminista sul matrimonio e
sulla maternità, sul silenzio colposo delle donne e delle madri, sul ruolo che
viene assegnato alle donne dal sistema. patriarcale e capitalistico,
fallocentrico e maschio-normato.Tanto intimamente connessi i due testi da
risultare speculari se non addirittura sovrapponibili in alcune parti.
Nel corpus variegato
delle opere di Beatrice Hastings Sepolcri
imbiancati, quindi, si pone in una linea di continuità dal punto di vista
delle tematiche affrontate, nello stesso tempo, però, ne diverge sul piano dei
generi letterari, stagliandosi, viceversa, con una sua ben precisa identità
letteraria ascrivibile al genere romanzo, pur nella sua misura di
brevità, e, in particolare, con i tratti genetici di un certo tipo di romanzo,
il Romanzo di formazione o Bildungroman. Una sorta di romanzo di
formazione al femminile nel quale la protagonista, durante lo
svolgimento della sua vicenda esistenziale sarà l’“individuo problematico
[…] alla ricerca di valori autentici […] in un mondo degradato”
secondo la nota definizione di György Luckács e di Lucien Goldmann,
vicenda esperenziale che presuppone una opposizione costitutiva, una frattura
tra l’individuo e il mondo degradato da conformismo e convenzionalità.
Per questo, il romanzo
borghese novecentesco a cui fanno riferimento Goldmann e Luckacs, e, quello che
a noi interessa, il romanzo di Hastings, è a un tempo storia di una biografia e
una cronaca sociale, perché l’autrice ci racconta di una ricerca degradata e
della rappresentazione di un mondo inautentico.
Tuttavia qui, in Sepolcri imbiancati, qualunque
definizione vogliamo adoperare, Buldungroman o romanzo borghese, la ricerca
della protagonista non troverà esiti catartici.
Se il Buldungroman, per
definizione, è un genere letterario riguardante l’evoluzione del protagonista
dall’età infantile e adolescenziale verso la maturazione adulta, qui, nel
romanzo di Beatrice Hastings, questa evoluzione è negata, per la giovane protagonista,
Nan Pearson, dal momento che, anziché sviluppare armonicamente le proprie
potenzialità, sarà invece costretta ad assumere un ruolo già predisposto,
codificato per lei. Le leggi della morale comune, le consuetudini di una
società fondata sulla rigida divisione dei ruoli, non fanno che reprimere il
carattere di Nan e impedirle di compiersi come donna al di fuori degli
stereotipi.
La fanciulla è mossa da
un desiderio che però non è in un movimento orizzontale in cui soggetto e
oggetto del desiderio si corrispondono, in cui può scegliere deliberatamente un
oggetto e lo desidera subendone la fascinazione. Piuttosto la relazione che si
instaura è di tipo triangolare, tra soggetto desiderante o oggetto desiderato
c’è un mediatore del desiderio.
Il desiderio di Nan non
è autentico ma mediato, perciò è vittima del desiderio altrui.
Nell’universo
claustrofobico, autogenerativo e autoprotettivo in cui si muove Nan, non c’è
spazio per il pieno compimento dei propri desideri, per scelte libere e
consapevoli, per l’autodeterminazione . Quello che viene chiesto a Nan è di
essere identica alle altre donne, di seguirne il destino già segnato da un
presunto determinismo biologico, di rendersi disponibile e malleabile, di farsi
funzionale, conforme ad un sistema che la utilizza per la propria costruzione e
sopravvivenza. Qualsiasi deviazione a questo ordine è sanzionabile, è punibile
per il solo fatto di essere deviazione, è nell’ordine stesso delle cose, è la
stessa natura biologica a sottoporla a giudizio e a colpirla infliggendole un
castigo.
Tutto avviene molto
velocemente. Dopo la descrizione del magico mondo incantato in cui è immersa la
protagonista, languida e sognante in un bozzolo di attese e illusioni si passa
alla perdita dell’innocenza, al disincanto con l’irruzione di una realtà del
tutto imprevista violenta e spietata.
La giovane donna Nan
Pearson, partendo da una totale mancanza di consapevolezza, priva di qualsiasi
conoscenza della sessualità e della maternità, con una visione distorta
dell’istituto matrimoniale, sperimenterà dolorosamente e drammaticamente, nella
frizione con il reale quotidiano e domestico, tutta la irrealtà illusorietà
della sua personale e sprovveduta rappresentazione del suo futuro di moglie e
di madre, nonché tutta la portata distruttiva dell’ipocrisia sociale e dei
rapporti intra-soggettivi regolati da egoismi, connivenze e stereotipi di
ordine patriarcale e capitalistico.
Osservata in
prospettiva, con lo sguardo onnisciente del lettore che è giunto alla fine del
racconto, la fanciulla sognante dell’incipit, nel suo mondo ovattato fatto di
colori pastello e di immagini preraffaellite morbide e vagamente sensuali, ci
appare in tutta la sua ingenuità e fragilità. La Nan delle pagine finali è ciò
che rimane di lei dopo la pesante limatura o abrasione di quello che avrebbe
voluto o potuto essere, se le fosse stata lasciata la libertà di scegliere, di
autodeterminarsi.
Se l’autrice, lungo il
corso della narrazione sembra congegnare uno sviluppo dialettico, un processo
simile alla dialettica io-non io di Fichte, in cui il soggetto realizza se
stesso superando gli ostacoli che egli stesso si pone, e prospetta una
possibile presa di coscienza della protagonista, e attraverso una serie di ribellioni,
di azioni giungere a un riscatto, in realtà nessuna redenzione è possibile. Ogni
movimento fisico o psicologico di Nan, anzi, la trascina in una girandola di
errori, per condurla inesorabilmente ad una sorta di accomodazione di se
stessa, di accettazione passiva di una condizione ritenuta inevitabile, e
universalmente riconosciuta.
Non c’è nessuno
sviluppo dialettico perché non c’è stato nessun momento di elaborazione della
propria e più matura identità, nessuna ristrutturazione profonda del proprio
sé, che le avrebbe permesso di rompere la gabbia delle convenzioni e degli
stereotipi.
La vicenda della
giovane Nan è paradigmatica per raffigurare in chiave letteraria la personale
visione di Hastings circa l’istituto matrimoniale, la sessualità, la maternità,
e tutte le costruzioni patriarcali liberiste e imperialiste che hanno finito
per ingabbiare le donne in ruoli subalterni, privandole di qualsiasi libertà di
scelta consapevole.
Emerge già qui tutto il
pensiero dirompente di Hastings, la sua carica eversiva, in una posizione
d’avanguardia rispetto alla cultura dominate. Emerge il suo femminismo
libertario, anarchico, direzionato non tanto alla emancipazione della donna,
che presuppone le donne come un gruppo sociale da tutelare, debole, in qualche
modo inferiore, che ha bisogno appunto di emanciparsi, cioè diventare simile
all’uomo, vero modello a cui uniformarsi, ma piuttosto alla liberazione della
donna in cui il femminile si afferma non subordinato né assimilato al maschile
ma, viceversa come forte valore identitario basato proprio sulla differenza.
Scrittrice politica,
sempre, Hastings presto trascurerà di dedicarsi con un impegno maggiore alla
sua pur promettente e più che pregiata vena narrativa, come questo romanzo ci
testimonia e ci attesta, per dirottare le proprie energie creative quasi
esclusivamente sulle pagine del giornale, sul quale scrive dal 1907 al 1920, in
una attività di scrittura, quella giornalistica, dove meglio può dare esaltazione
alla sua verve polemista e contestatrice, ed esercitare quell’attitudine alla
testimonianza, quell’aderenza al reale, quello sguardo di presa diretta della
realtà e del mondo che tanto le appartiene e la connota, senza dover passare
attraverso i dispositivi artificiosi, le finzioni della letterarietà.
Intanto qui, nel testo
del suo primo romanzo organico, Hastings è impegnata ad attaccare tutto il
simbolico materno e tutta la mistica della femminilità che, così come è stata
elaborata da una cultura etero-normata, si identifica con la funzione
biologica, sessuale e materna, che vuole la donna, per predisposizione
naturale, moglie, madre, angelo del focolare, e il maschio con posizioni di
dominio e di comando nella sfera pubblica come in quella privata secondo la
binarietà dei ruoli di genere e della retorica della famiglia tardo vittoriana.
L’attacco si allarga a
tutto il sistema capitalistico e patriarcale che opera una espropriazione del
corpo della donna e lo fa una proprietà del maschio e dello Stato, quindi
funzionale, strumentale alla sua politica di potenza e di egemonia economica.
Sono gli anni in cui andava crescendo e consolidandosi l’espansionismo
imperiale della Gran Bretagna, sostento da una sempre più pervasiva scienza
eugenetica che richiedeva un numero sempre maggiore di corpi, anche per
rafforzare, come si cominciò a dire, la “razza anglosassone”, produzione di
corpi di cui si ritenevano responsabili le donne.
Tutti i corpi, in ogni
società e in ogni epoca, sono normati e disciplinati, ma i corpi delle donne lo
sono di più. Il corpo femminile si presenta come corpo “pubblico”, ossia come
corpo più intensamente normato di quello maschile, socialmente e culturalmente,
e dal punto di vista giuridico.
Il corpo femminile è
fertile, annuncia il futuro. Per questo esso viene costruito come il
depositario della tradizione, dell’etnia, della nazione, del “popolo” e, ciò
che più importa, della continuità di tutte queste cose. Si capisce allora
quanto minacciose possano sembrare la libertà sessuale e la libertà
riproduttiva delle donne.
Sui corpi delle donne
si esercita una disciplina e un controllo che li rende corpi docili e
necessari, e,
allo stesso tempo, e
complementarmente, si assiste a una sorta di scomparsa del corpo attraverso
l’estrema rinaturalizzazione, la riduzione al puro dato biologico.
Hasting, infatti è
apertamente critica sulla “natura femminile” che, a suo dire, cospira contro la
donna stessa, perché funziona come una sorta di seduzione, quella che lei
chiama “seduzione dell’utero”, che predetermina le funzioni del suo
corpo e la spinge a identificarsi deterministicamente con essa, e a credere che
il suo scopo sia unicamente quello di procreare e di essere madre. Viceversa
Hastings crede che l’essere madre non sia un destino ineluttabile né naturale,
ma piuttosto un obbligo sociale, uno status che si acquisisce con il tempo
sotto l’assedio di una lunga e pervicace opera di costruzione di modelli
funzionali a un certo ordine del mondo, violentemente patriarcale e predatorio.
Ma il nodo nevralgico
di tutta l’analisi di Hasting, qui in Sepolcri
imbiancati e altrove, e che le costerà la distanza dal movimento
suffragista e attacchi feroci da parte delle donne stesse, ruota intorno al
ruolo delle donne, delle madri che concorrono a sostenere l’ordine patriarcale,
con quella che lei chiama la “perversa cospirazione contro la giovinezza”[6] attraverso
la strategia del silenzio, tacendo cioè su questioni così importanti come la
sessualità, la maternità, nascondendo alle giovani fanciulle il vero volto del
matrimonio e della procreazione, e soprattutto inducendole, loro malgrado e in
totale inconsapevolezza, a perpetrare tali strategie, come eredità alle future
generazioni di donne.
Soprattutto, Hastings
condanna, senza appello, la servitù
volontaria delle donne, attraverso la quale divengono complici, ancelle
e protettrici dell’ordine patriarcale, stringendo un tacito accordo con l’uomo
e marito, accettano di sacrificare la propria libertà in nome delle convenzioni
sociali, per assicurandosi una ricchezza acquisita, protezione e mantenimento,
e un prestigio sociale attraverso il matrimonio, accontentandosi di piccoli
poteri tutti domestici, di insignificanti aree di autonomia, lasciando ad
esclusivo appannaggio maschile l’esercizio di ruoli e professioni nella sfera
pubblica.
Hastings Scrive in
Woman’s Worst Enemy:Woman: “Questo libro è stato scritto per il piacere
di denunciare quel tipo di femmina la cui modestia impone un silenzio tombale
su questioni così importanti come il sesso e la maternità. […]. Quando le
figlie si preparano all’altare ha già pronto un altro repertorio di menzogne,
insieme al velo e ai fiori d’arancio, e ai suoi auguri fasulli, così che
possano giungere mansuete all’altare, come la madre prima di loro, prima di
scoprire l’inganno”[7]
Questo tipo di
femmina è incarnato dal personaggio della madre di Nan, in Sepolcri imbiancati, che si autodescrive
come “madre, moglie, cristiana e nient’altro”, impersona molto
efficacemente la lunga teoria delle donne-spose infelici che hanno plasmato
altri destini di donne, assicurandole allo stesso stato di tristezza e
rassegnazione, ad un adattamento psicologico e sociale.
La signora Pearson è
tratteggiata, come molte donne hastingsiane, come una figura anaffettiva,
distante e distanziante, tutta compresa e compressa nei suoi ruoli di
conservazione di un mondo di valori borghesi tutti declinati al maschile, di
fredda esecutrice di mandati socio-culturali di cui lei stessa si è investita,
diventandone carnefice e vittima nello stesso tempo.
In Sepolcri imbiancati, Hastings scrive: “Mamma Pearson […] era
determinata a raggiungere quell’obiettivo […] Era una madre dalla tipologia ben
nota. Tutte le sue energie erano state spese nell’adempimento di quello che
considerava il suo dovere, e un boia non avrebbe potuto svolgere il suo lavoro
con meno empatia per le preferenze dei suoi clienti”. E più avanti
aggiunge: “[…] un particolare tipo di donna di famiglia, la cui indiscussa autorità
domestica e una certa astuzia sociale con cui mantiene la sua posizione,
sommate a una naturale prepotenza e insensibilità, ne fanno al tempo stesso la
più preziosa alleata della religione e delle convenzioni, e il drago più
sottilmente velenoso che la Gioventù debba affrontare”.
Lungi dall’essere
nemica delle donne, né contro la maternità, Hastings è piuttosto contro un
certo tipo di donne e di maternità, è, viceversa, per una maternità
consapevole, liberamente scelta, che prevede anche la scelta di non essere madre.
“Hastings ha una concezione altissima della maternità”[8] , quasi sacrale, che
le farà scrivere in Woman’s Worst Enemy: Woman una delle sue pagine più
intense e ispirate in cui descrive la “vera madre” come una dea, una
sacerdotessa che presiede al rito solenne della maternità, perfetto contraltare
della Signora Pearson: “Immaginiamoci la nostra vera madre. Tutti la
vogliamo, e lei vuole noi tutti. Il suo corpo è puro per farci crescere nel suo
grembo. Il suo cuore è placido. La sua mente è aperta e la sua compassione
abbraccia i figli del prossimo suo.
Più rara di qualsiasi
mortale è questa madre.
Il suo travaglio è
rapido e non estorce lacrime. La nostra nascita non è per lei una mutilazione,
e assaporiamo il nostri primo alimento, una fresca essenza che ci esorta alla
vita.
Conosce la scienza
della nascita e preserva la propria castità.
[…] Sceglie il padre
dei suoi figli, come si confà alla sacerdotessa di un così solenne rito. E i
suoi figli non ereditano le piaghe della povertà e della malattia.
Madri siffatte
sarebbero gli idoli di una nazione sana. “[9]
Hastings evoca l’amore
liberato, liberatorio e rivitalizzante, l’amore come energia misteriosa ed
esplosiva, come potenza mana propria della donna, una forza generatrice e
rigeneratrice, perché “non c’è spreco nell’abbraccio d’amore” (nota),
quell’abbraccio negato ai personaggi di questo romanzo che si dibattono in una
desolante e profonda solitudine.
In Sepolcri imbiancati, Beatrice Hastings ha sapientemente orchestrato
un mondo ossessivo e autocentrato, in cui si muove una girandola di personaggi
che pur essendo immersi in una rete di relazione, pur essendo le loro vite
interdipendenti, in realtà sono tutti desolatamente soli, incomunicanti e incomunicabili.
Una galleria di voci
che non si traducono in dialoghi, sono piuttosto monologhi, echi che si
propagano in un vuoto privo di confronto, di ascolto, di comprensione e di
amore.
Maristella Diotaiuti
[1] in Maristella Diotaiuti, Federico Tortora (a cura di), Beatrice Hastings. In full revolt,
Caffè letterario Le Cicale Operose, Livorno 2020, p. 17.
[2] in Maristella Diotaiuti,
Federico Tortora (a cura di), Beatrice Hastings. In full revolt, Caffè
letterario Le Cicale Operose, Livorno 2020, p. 218
[3] Ivi, p. 90
[4] Ivi, p. 98
[5] Ripubblicato a cura di Maristella Diotaiuti, Astarte Edizioni, Pisa, 2022
[6] Woman’s Worst Enemy: Woman, Maristella Diotaiuti (a cura di), Astarte Edizioni, 2022, p. 33
[7] Ivi, p. 15
[8] Ivi, Stefania Tarantino, p. 107
[9] Ivi, p. 47
