martedì 17 febbraio 2026

Prefazione di Maristella Diotaiuti per il volume Sepolcri imbiancati, di Beatrice Hastings, Terra d'ulivi Edizioni.


 












Prefazione di Maristella Diotaiuti per il volume Sepolcri imbiancati, di Beatrice Hastings, a cura di Maristella Diotaiuti, opera raccolta da Federico Tortora (Le Cicale Operose), pubblicata nel 2024 da Terra d'ulivi Edizioni, Lecce. Traduzione di Rubina Valli.

*Il romanzo breve Sepolcri imbiancati può dirsi speculare al saggio Woman's Worst Enemy: Woman, di Beatrice Hastings (pubblicato a cura di Maristella Diotaiuti nel 2022 con Astarte Editrice, nel blog la sua introduzione), poiché esprime i medesimi punti nodali affrontati nel saggio femminista, ma in forma narrativa.



PREFAZIONE

Il romanzo breve Sepolcri imbiancati, di Beatrice Hastings (26 gennaio, 1879 – 30 ottobre, 1943), fu pubblicato sul giornale inglese d’avanguardia The New Age, in otto capitoli, tra aprile e giugno del 1909, a puntate, quindi, secondo una precisa logica editoriale e redazionale, della quale Hastings, in qualità di editrice e redattrice, era abile protagonista, che prevedeva, tra l’altro, la serializzazione delle opere di narrazione, dentro una strategia di fidelizzazione del lettore. E’ la tecnica del collage, modalità tutta modernista di scomporre l’ordine del mondo, i corpi e le identità, praticata soprattutto in arte figurativa, basti pensare a Picasso di , e riproposta da Hastings in ambito letterario e giornalistico, creando per sé molteplici pseudonimi (se ne conoscono con certezza tredici)[1] che corrispondono ognuno a diverse e precise identità, con i quali firma i suoi articoli o le sue opere letterarie. Questi tanti nomi di penna le consentono di essere contemporaneamente la moderatrice e la disturbatrice, la voce della ragione, l’osservatrice acuta e analitica dei fatti e la demolitrice sferzante, ironica e canzonatoria, di essere un’esteta, una poeta dal verseggiare classicheggiante e una modernista e insieme critica dei movimenti artistici del tempo, una rivendicatrice della liberazione delle donne, una suffragista e, in netto contrasto, una detrattrice delle suffragette, una diarista loquace e digressiva della Parigi bohémien e poi una cronista seria ed emotivamente partecipe della Parigi durante la prima guerra mondiale.

Beatrice Hastings così può incarnare la ricchezza e le urgenze della società e della cultura dei primi anni del ‘900, inevitabilmente per lei che è vissuta tra fine ‘800 e metà ‘900, a cavallo, quindi, tra due epoche, tra un’età vittoriana, retriva, bigotta e conservatrice, e un’età moderna che apriva a cambiamenti epocali profondi.

Modernista Hastings è anche nella scelta dei temi, pur in una forte posizione anticipatrice, perché il romanzo Sepolcri imbiancati, agli inizi del secolo, apre già a una tematica tipica della fiction modernista, che sarà centrale nella trattazione del romanzo femminile del ‘900, ovvero la rappresentazione materna e dei contesti familiari, l’incomunicabilità all’interno della famiglia borghese, il difficile rapporto tra i membri di questa famiglia, soprattutto tra madre e figlia.

Originale e sicuramente all’avanguardia è il punto di osservazione scelto per inscenare il suo racconto e basare la sua riflessione, cioè il corpo della donna e la maternità, punto di partenza per sottoporre a critica tutta l’architettura ideologica, economica e sociale della cultura patriarcale e liberista che ha fatto del corpo della donna una proprietà dello Stato funzionale alla sua politica di potenza e di dominio.

Tuttavia, il romanzo breve Sepolcri imbiancati, già dal titolo con il suo immediato richiamo alla espressione evangelica, dice poco del contenuto, se non un rimando allusivo a un generico riprovevole comportamento fariseo ipocrita e di facciata, ma molto dice della postura esistenziale e intellettuale dell’autrice votata all’analisi lucida e arguta, alla denuncia coraggiosa, alla critica graffiante. Tensioni che innervano sicuramente questo romanzo ma che ritroviamo anche in altre opere di Hastings pur con le dovute differenze di genere, di stile e di lingua.

In Sepolcri imbiancati, infatti, Hastings svolge in chiave narrativa quello che tematizza e sviluppa altrove, con importanti e drastici cambi di registro, ma la materia trattata è della stessa sostanza. Se negli articoli di giornale il linguaggio è spesso al vetriolo, e nei racconti brevi delle Favole Femminili[2], nei testi autobiografici come Pagine di una novella inedita, e nelle poesie, soprattutto quelle di argomento femminista, come Vashti[3] o La Baccante perduta[4], Beatrice recupera una compostezza narrativa dove l’incandescenza della denuncia e del graffio critico può sfiammarsi nella misura della fabula, dell’invenzione favolistica e del mito, senza per questo perdere in efficacia e prorompenza di voce e di dettato.

In particolare, con Sepolcri imbiancati anticipa di pochi mesi la pubblicazione del suo pamphlet Woman’ Worst Enemy: Woman[5], sotto forma di allegato sempre nel The New Age, nel luglio del 1909, nel quale chiarisce e approfondisce a livello teorico, ma sempre in una modalità personalissima e peculiare, la sua riflessione femminista sul matrimonio e sulla maternità, sul silenzio colposo delle donne e delle madri, sul ruolo che viene assegnato alle donne dal sistema. patriarcale e capitalistico, fallocentrico e maschio-normato.Tanto intimamente connessi i due testi da risultare speculari se non addirittura sovrapponibili in alcune parti.

Nel corpus variegato delle opere di Beatrice Hastings Sepolcri imbiancati, quindi, si pone in una linea di continuità dal punto di vista delle tematiche affrontate, nello stesso tempo, però, ne diverge sul piano dei generi letterari, stagliandosi, viceversa, con una sua ben precisa identità letteraria ascrivibile al genere romanzo, pur nella sua misura di brevità, e, in particolare, con i tratti genetici di un certo tipo di romanzo, il Romanzo di formazione o Bildungroman. Una sorta di romanzo di formazione al femminile nel quale la protagonista, durante lo svolgimento della sua vicenda esistenziale sarà l’“individuo problematico […] alla ricerca di valori autentici […] in un mondo degradato” secondo la nota definizione di György Luckács e di Lucien Goldmann, vicenda esperenziale che presuppone una opposizione costitutiva, una frattura tra l’individuo e il mondo degradato da conformismo e convenzionalità.

Per questo, il romanzo borghese novecentesco a cui fanno riferimento Goldmann e Luckacs, e, quello che a noi interessa, il romanzo di Hastings, è a un tempo storia di una biografia e una cronaca sociale, perché l’autrice ci racconta di una ricerca degradata e della rappresentazione di un mondo inautentico.

Tuttavia qui, in Sepolcri imbiancati, qualunque definizione vogliamo adoperare, Buldungroman o romanzo borghese, la ricerca della protagonista non troverà esiti catartici.

Se il Buldungroman, per definizione, è un genere letterario riguardante l’evoluzione del protagonista dall’età infantile e adolescenziale verso la maturazione adulta, qui, nel romanzo di Beatrice Hastings, questa evoluzione è negata, per la giovane protagonista, Nan Pearson, dal momento che, anziché sviluppare armonicamente le proprie potenzialità, sarà invece costretta ad assumere un ruolo già predisposto, codificato per lei. Le leggi della morale comune, le consuetudini di una società fondata sulla rigida divisione dei ruoli, non fanno che reprimere il carattere di Nan e impedirle di compiersi come donna al di fuori degli stereotipi.

La fanciulla è mossa da un desiderio che però non è in un movimento orizzontale in cui soggetto e oggetto del desiderio si corrispondono, in cui può scegliere deliberatamente un oggetto e lo desidera subendone la fascinazione. Piuttosto la relazione che si instaura è di tipo triangolare, tra soggetto desiderante o oggetto desiderato c’è un mediatore del desiderio.

Il desiderio di Nan non è autentico ma mediato, perciò è vittima del desiderio altrui.

Nell’universo claustrofobico, autogenerativo e autoprotettivo in cui si muove Nan, non c’è spazio per il pieno compimento dei propri desideri, per scelte libere e consapevoli, per l’autodeterminazione . Quello che viene chiesto a Nan è di essere identica alle altre donne, di seguirne il destino già segnato da un presunto determinismo biologico, di rendersi disponibile e malleabile, di farsi funzionale, conforme ad un sistema che la utilizza per la propria costruzione e sopravvivenza. Qualsiasi deviazione a questo ordine è sanzionabile, è punibile per il solo fatto di essere deviazione, è nell’ordine stesso delle cose, è la stessa natura biologica a sottoporla a giudizio e a colpirla infliggendole un castigo.

Tutto avviene molto velocemente. Dopo la descrizione del magico mondo incantato in cui è immersa la protagonista, languida e sognante in un bozzolo di attese e illusioni si passa alla perdita dell’innocenza, al disincanto con l’irruzione di una realtà del tutto imprevista violenta e spietata.

La giovane donna Nan Pearson, partendo da una totale mancanza di consapevolezza, priva di qualsiasi conoscenza della sessualità e della maternità, con una visione distorta dell’istituto matrimoniale, sperimenterà dolorosamente e drammaticamente, nella frizione con il reale quotidiano e domestico, tutta la irrealtà illusorietà della sua personale e sprovveduta rappresentazione del suo futuro di moglie e di madre, nonché tutta la portata distruttiva dell’ipocrisia sociale e dei rapporti intra-soggettivi regolati da egoismi, connivenze e stereotipi di ordine patriarcale e capitalistico.

Osservata in prospettiva, con lo sguardo onnisciente del lettore che è giunto alla fine del racconto, la fanciulla sognante dell’incipit, nel suo mondo ovattato fatto di colori pastello e di immagini preraffaellite morbide e vagamente sensuali, ci appare in tutta la sua ingenuità e fragilità. La Nan delle pagine finali è ciò che rimane di lei dopo la pesante limatura o abrasione di quello che avrebbe voluto o potuto essere, se le fosse stata lasciata la libertà di scegliere, di autodeterminarsi.

Se l’autrice, lungo il corso della narrazione sembra congegnare uno sviluppo dialettico, un processo simile alla dialettica io-non io di Fichte, in cui il soggetto realizza se stesso superando gli ostacoli che egli stesso si pone, e prospetta una possibile presa di coscienza della protagonista, e attraverso una serie di ribellioni, di azioni giungere a un riscatto, in realtà nessuna redenzione è possibile. Ogni movimento fisico o psicologico di Nan, anzi, la trascina in una girandola di errori, per condurla inesorabilmente ad una sorta di accomodazione di se stessa, di accettazione passiva di una condizione ritenuta inevitabile, e universalmente riconosciuta.

Non c’è nessuno sviluppo dialettico perché non c’è stato nessun momento di elaborazione della propria e più matura identità, nessuna ristrutturazione profonda del proprio sé, che le avrebbe permesso di rompere la gabbia delle convenzioni e degli stereotipi.

La vicenda della giovane Nan è paradigmatica per raffigurare in chiave letteraria la personale visione di Hastings circa l’istituto matrimoniale, la sessualità, la maternità, e tutte le costruzioni patriarcali liberiste e imperialiste che hanno finito per ingabbiare le donne in ruoli subalterni, privandole di qualsiasi libertà di scelta consapevole.

Emerge già qui tutto il pensiero dirompente di Hastings, la sua carica eversiva, in una posizione d’avanguardia rispetto alla cultura dominate. Emerge il suo femminismo libertario, anarchico, direzionato non tanto alla emancipazione della donna, che presuppone le donne come un gruppo sociale da tutelare, debole, in qualche modo inferiore, che ha bisogno appunto di emanciparsi, cioè diventare simile all’uomo, vero modello a cui uniformarsi, ma piuttosto alla liberazione della donna in cui il femminile si afferma non subordinato né assimilato al maschile ma, viceversa come forte valore identitario basato proprio sulla differenza.

Scrittrice politica, sempre, Hastings presto trascurerà di dedicarsi con un impegno maggiore alla sua pur promettente e più che pregiata vena narrativa, come questo romanzo ci testimonia e ci attesta, per dirottare le proprie energie creative quasi esclusivamente sulle pagine del giornale, sul quale scrive dal 1907 al 1920, in una attività di scrittura, quella giornalistica, dove meglio può dare esaltazione alla sua verve polemista e contestatrice, ed esercitare quell’attitudine alla testimonianza, quell’aderenza al reale, quello sguardo di presa diretta della realtà e del mondo che tanto le appartiene e la connota, senza dover passare attraverso i dispositivi artificiosi, le finzioni della letterarietà.

Intanto qui, nel testo del suo primo romanzo organico, Hastings è impegnata ad attaccare tutto il simbolico materno e tutta la mistica della femminilità che, così come è stata elaborata da una cultura etero-normata, si identifica con la funzione biologica, sessuale e materna, che vuole la donna, per predisposizione naturale, moglie, madre, angelo del focolare, e il maschio con posizioni di dominio e di comando nella sfera pubblica come in quella privata secondo la binarietà dei ruoli di genere e della retorica della famiglia tardo vittoriana.

L’attacco si allarga a tutto il sistema capitalistico e patriarcale che opera una espropriazione del corpo della donna e lo fa una proprietà del maschio e dello Stato, quindi funzionale, strumentale alla sua politica di potenza e di egemonia economica. Sono gli anni in cui andava crescendo e consolidandosi l’espansionismo imperiale della Gran Bretagna, sostento da una sempre più pervasiva scienza eugenetica che richiedeva un numero sempre maggiore di corpi, anche per rafforzare, come si cominciò a dire, la “razza anglosassone”, produzione di corpi di cui si ritenevano responsabili le donne.

Tutti i corpi, in ogni società e in ogni epoca, sono normati e disciplinati, ma i corpi delle donne lo sono di più. Il corpo femminile si presenta come corpo “pubblico”, ossia come corpo più intensamente normato di quello maschile, socialmente e culturalmente, e dal punto di vista giuridico.

Il corpo femminile è fertile, annuncia il futuro. Per questo esso viene costruito come il depositario della tradizione, dell’etnia, della nazione, del “popolo” e, ciò che più importa, della continuità di tutte queste cose. Si capisce allora quanto minacciose possano sembrare la libertà sessuale e la libertà riproduttiva delle donne.

Sui corpi delle donne si esercita una disciplina e un controllo che li rende corpi docili e necessari, e,

allo stesso tempo, e complementarmente, si assiste a una sorta di scomparsa del corpo attraverso l’estrema rinaturalizzazione, la riduzione al puro dato biologico.

Hasting, infatti è apertamente critica sulla “natura femminile” che, a suo dire, cospira contro la donna stessa, perché funziona come una sorta di seduzione, quella che lei chiama “seduzione dell’utero”, che predetermina le funzioni del suo corpo e la spinge a identificarsi deterministicamente con essa, e a credere che il suo scopo sia unicamente quello di procreare e di essere madre. Viceversa Hastings crede che l’essere madre non sia un destino ineluttabile né naturale, ma piuttosto un obbligo sociale, uno status che si acquisisce con il tempo sotto l’assedio di una lunga e pervicace opera di costruzione di modelli funzionali a un certo ordine del mondo, violentemente patriarcale e predatorio.

Ma il nodo nevralgico di tutta l’analisi di Hasting, qui in Sepolcri imbiancati e altrove, e che le costerà la distanza dal movimento suffragista e attacchi feroci da parte delle donne stesse, ruota intorno al ruolo delle donne, delle madri che concorrono a sostenere l’ordine patriarcale, con quella che lei chiama la “perversa cospirazione contro la giovinezza[6] attraverso la strategia del silenzio, tacendo cioè su questioni così importanti come la sessualità, la maternità, nascondendo alle giovani fanciulle il vero volto del matrimonio e della procreazione, e soprattutto inducendole, loro malgrado e in totale inconsapevolezza, a perpetrare tali strategie, come eredità alle future generazioni di donne.

Soprattutto, Hastings condanna, senza appello, la servitù volontaria delle donne, attraverso la quale divengono complici, ancelle e protettrici dell’ordine patriarcale, stringendo un tacito accordo con l’uomo e marito, accettano di sacrificare la propria libertà in nome delle convenzioni sociali, per assicurandosi una ricchezza acquisita, protezione e mantenimento, e un prestigio sociale attraverso il matrimonio, accontentandosi di piccoli poteri tutti domestici, di insignificanti aree di autonomia, lasciando ad esclusivo appannaggio maschile l’esercizio di ruoli e professioni nella sfera pubblica.

Hastings Scrive in Woman’s Worst Enemy:Woman: “Questo libro è stato scritto per il piacere di denunciare quel tipo di femmina la cui modestia impone un silenzio tombale su questioni così importanti come il sesso e la maternità. […]. Quando le figlie si preparano all’altare ha già pronto un altro repertorio di menzogne, insieme al velo e ai fiori d’arancio, e ai suoi auguri fasulli, così che possano giungere mansuete all’altare, come la madre prima di loro, prima di scoprire l’inganno[7]

Questo tipo di femmina è incarnato dal personaggio della madre di Nan, in Sepolcri imbiancati, che si autodescrive come “madre, moglie, cristiana e nient’altro”, impersona molto efficacemente la lunga teoria delle donne-spose infelici che hanno plasmato altri destini di donne, assicurandole allo stesso stato di tristezza e rassegnazione, ad un adattamento psicologico e sociale.

La signora Pearson è tratteggiata, come molte donne hastingsiane, come una figura anaffettiva, distante e distanziante, tutta compresa e compressa nei suoi ruoli di conservazione di un mondo di valori borghesi tutti declinati al maschile, di fredda esecutrice di mandati socio-culturali di cui lei stessa si è investita, diventandone carnefice e vittima nello stesso tempo.

In Sepolcri imbiancati, Hastings scrive: “Mamma Pearson […] era determinata a raggiungere quell’obiettivo […] Era una madre dalla tipologia ben nota. Tutte le sue energie erano state spese nell’adempimento di quello che considerava il suo dovere, e un boia non avrebbe potuto svolgere il suo lavoro con meno empatia per le preferenze dei suoi clienti”. E più avanti aggiunge: “[…] un particolare tipo di donna di famiglia, la cui indiscussa autorità domestica e una certa astuzia sociale con cui mantiene la sua posizione, sommate a una naturale prepotenza e insensibilità, ne fanno al tempo stesso la più preziosa alleata della religione e delle convenzioni, e il drago più sottilmente velenoso che la Gioventù debba affrontare”.

Lungi dall’essere nemica delle donne, né contro la maternità, Hastings è piuttosto contro un certo tipo di donne e di maternità, è, viceversa, per una maternità consapevole, liberamente scelta, che prevede anche la scelta di non essere madre.

“Hastings ha una concezione altissima della maternità”[8] , quasi sacrale, che le farà scrivere in Woman’s Worst Enemy: Woman una delle sue pagine più intense e ispirate in cui descrive la “vera madre” come una dea, una sacerdotessa che presiede al rito solenne della maternità, perfetto contraltare della Signora Pearson: “Immaginiamoci la nostra vera madre. Tutti la vogliamo, e lei vuole noi tutti. Il suo corpo è puro per farci crescere nel suo grembo. Il suo cuore è placido. La sua mente è aperta e la sua compassione abbraccia i figli del prossimo suo.

Più rara di qualsiasi mortale è questa madre.

Il suo travaglio è rapido e non estorce lacrime. La nostra nascita non è per lei una mutilazione, e assaporiamo il nostri primo alimento, una fresca essenza che ci esorta alla vita.

Conosce la scienza della nascita e preserva la propria castità.

[…] Sceglie il padre dei suoi figli, come si confà alla sacerdotessa di un così solenne rito. E i suoi figli non ereditano le piaghe della povertà e della malattia.

Madri siffatte sarebbero gli idoli di una nazione sana. [9]

Hastings evoca l’amore liberato, liberatorio e rivitalizzante, l’amore come energia misteriosa ed esplosiva, come potenza mana propria della donna, una forza generatrice e rigeneratrice, perché “non c’è spreco nell’abbraccio d’amore” (nota), quell’abbraccio negato ai personaggi di questo romanzo che si dibattono in una desolante e profonda solitudine.

In Sepolcri imbiancati, Beatrice Hastings ha sapientemente orchestrato un mondo ossessivo e autocentrato, in cui si muove una girandola di personaggi che pur essendo immersi in una rete di relazione, pur essendo le loro vite interdipendenti, in realtà sono tutti desolatamente soli, incomunicanti e incomunicabili.

Una galleria di voci che non si traducono in dialoghi, sono piuttosto monologhi, echi che si propagano in un vuoto privo di confronto, di ascolto, di comprensione e di amore.

 

 Maristella Diotaiuti



[1] in Maristella Diotaiuti, Federico Tortora (a cura di), Beatrice Hastings. In full revolt, Caffè letterario Le Cicale Operose, Livorno 2020, p. 17.

[2] in Maristella Diotaiuti, Federico Tortora (a cura di), Beatrice Hastings. In full revolt, Caffè letterario Le Cicale Operose, Livorno 2020, p. 218

[3] Ivi, p. 90

[4] Ivi, p. 98

[5] Ripubblicato a cura di Maristella Diotaiuti, Astarte Edizioni, Pisa, 2022

[6] Woman’s Worst Enemy: Woman, Maristella Diotaiuti (a cura di), Astarte Edizioni, 2022, p. 33

[7] Ivi, p. 15

[8] Ivi, Stefania Tarantino, p. 107

[9] Ivi, p. 47