Ospito
volentieri nella mia rubrica, "Voci ribelli: di femmine e bestie", il
consiglio di lettura di Silvia Rosa per il volume "Eri
neve e ti sei sciolta" di Elena Mearini.
Rita Ciatti
Silvia
Rosa: Torna
oggi su Poesie Aeree - PA micro giornale letterario la rubrica a mia cura
"Rosa dei versi": in questa puntata consiglio il bellissimo libro
di Elena Mearini, "Eri neve e ti sei sciolta" (Re Nudo
2025), la cui lettura mi ha particolarmente toccata, perché al centro della
silloge si posiziona uno dei lutti più feroci, quello che riguarda la perdita
del proprio animale, in questo caso il cane, che è stato amato e con cui si è
condiviso tempo, spazio, affetto e si sono creati piccoli riti quotidiani nell'intimità
domestica. Solo di recente si inizia a parlare di quanto questo tipo di perdita
abbia un impatto del tutto simile alla scomparsa di una persona cara, e come il
dolore sia spesso incomunicabile anche per una forma di pudore che spinge a
tacere, per paura del giudizio altrui e di quelle frasi superficiali che
perimetrano il lutto e creano gerarchie che il cuore non conosce. Ma il volume
parla anche di altro, come scrive Lello Voce nella sua
accurata prefazione: "Ciò che colpisce in quest’ultima fatica di Elena
Mearini è [...] la sua capacità di fare del ricordo della sua
cagnolina, Maya, il centro motore di una riflessione ben più ampia, al centro
della quale sta il linguaggio e in cui la relazione con l’animale è la cartina
al tornasole che porta alla luce la fragilità e l’impotenza della cultura umana
di fronte all’infinita potenza e imperscrutabilità della natura. [...] La
lingua degli animali è, dunque, la lingua del vuoto, l’unica che sa dire quello
che nella nostra, umana, non può che essere silenzio, ma che non è silenzio,
perché è fatta di versi e gesti. Che singolare coincidenza questa che fa sì che
in italiano (e in spagnolo, occitano, catalano, gallego, asturiano, romeno e
sardo, a quel poco che ne so e che mi viene in mente qui ed ora) sia la stessa
parola a designare lo strumento espressivo di bestie e poeti: i versi. In ogni
caso, anche la lingua dei poeti è una lingua del vuoto, o almeno una lingua che
lo indica, lo perimetra, lo smaschera, che bordeggia il cratere del nulla, per
riempirlo di senso. Il silenzio linguistico dell’animale assume per il poeta un
significato tutto speciale, quasi non fosse soltanto una condizione di fatto
(o, peggio, un’incapacità: gli animali non sanno parlare), quanto piuttosto una
scelta. [...] Scrivere poesia è, per l’autrice, il limite più avanzato per
esplorare un mondo negato agli umani, ma a loro indispensabile, l’unico residuo
di fronte a una fine che affratella le specie e dà loro l’unico senso di cui
avere certezza. […] Non è l’uomo, insomma, che può o deve umanizzare il cane
(anche se attualmente non fa altro che provarci), ma il contrario: è l’essere
umano che vuole ‘canizzarsi’ e non può: deve restare alla soglia di un mondo
che gli è precluso. Ma il cane, Maya, il suo esserci, è in realtà soltanto la
porta che apre su un mondo ormai inesplorabile e sconosciuto, dov’è soltanto
natura."
Qualcuno ha tirato i dadi
e dopo cinque passi
ti sei fermata
alla casella diciassette
del calendario
si è aperta la botola
sull’oltre di mare salato
oppure è stata
in acqua dolce la tua caduta
sulla lingua oggi
il tuo nome
è grano di zucchero e sale.
*
Non può
chiamare il tuo nome
devo imparare la lingua
del vuoto che migra
dietro alle rondini
tradurre la scia
dell’aria immobile
per accordarmi a te
e chiederti come stai.
*
Articolo completo al seguente link: Poesie aeree
