sabato 7 febbraio 2026

Eri neve e ti sei sciolta, di Elena Mearini.


















Ospito volentieri nella mia rubrica, "Voci ribelli: di femmine e bestie", il consiglio di lettura di Silvia Rosa per il volume "Eri neve e ti sei sciolta" di Elena Mearini.

Rita Ciatti  

 

Silvia Rosa: Torna oggi su Poesie Aeree - PA micro giornale letterario la rubrica a mia cura "Rosa dei versi": in questa puntata consiglio il bellissimo libro di Elena Mearini, "Eri neve e ti sei sciolta" (Re Nudo 2025), la cui lettura mi ha particolarmente toccata, perché al centro della silloge si posiziona uno dei lutti più feroci, quello che riguarda la perdita del proprio animale, in questo caso il cane, che è stato amato e con cui si è condiviso tempo, spazio, affetto e si sono creati piccoli riti quotidiani nell'intimità domestica. Solo di recente si inizia a parlare di quanto questo tipo di perdita abbia un impatto del tutto simile alla scomparsa di una persona cara, e come il dolore sia spesso incomunicabile anche per una forma di pudore che spinge a tacere, per paura del giudizio altrui e di quelle frasi superficiali che perimetrano il lutto e creano gerarchie che il cuore non conosce. Ma il volume parla anche di altro, come scrive Lello Voce nella sua accurata prefazione: "Ciò che colpisce in quest’ultima fatica di Elena Mearini è [...] la sua capacità di fare del ricordo della sua cagnolina, Maya, il centro motore di una riflessione ben più ampia, al centro della quale sta il linguaggio e in cui la relazione con l’animale è la cartina al tornasole che porta alla luce la fragilità e l’impotenza della cultura umana di fronte all’infinita potenza e imperscrutabilità della natura. [...] La lingua degli animali è, dunque, la lingua del vuoto, l’unica che sa dire quello che nella nostra, umana, non può che essere silenzio, ma che non è silenzio, perché è fatta di versi e gesti. Che singolare coincidenza questa che fa sì che in italiano (e in spagnolo, occitano, catalano, gallego, asturiano, romeno e sardo, a quel poco che ne so e che mi viene in mente qui ed ora) sia la stessa parola a designare lo strumento espressivo di bestie e poeti: i versi. In ogni caso, anche la lingua dei poeti è una lingua del vuoto, o almeno una lingua che lo indica, lo perimetra, lo smaschera, che bordeggia il cratere del nulla, per riempirlo di senso. Il silenzio linguistico dell’animale assume per il poeta un significato tutto speciale, quasi non fosse soltanto una condizione di fatto (o, peggio, un’incapacità: gli animali non sanno parlare), quanto piuttosto una scelta. [...] Scrivere poesia è, per l’autrice, il limite più avanzato per esplorare un mondo negato agli umani, ma a loro indispensabile, l’unico residuo di fronte a una fine che affratella le specie e dà loro l’unico senso di cui avere certezza. […] Non è l’uomo, insomma, che può o deve umanizzare il cane (anche se attualmente non fa altro che provarci), ma il contrario: è l’essere umano che vuole ‘canizzarsi’ e non può: deve restare alla soglia di un mondo che gli è precluso. Ma il cane, Maya, il suo esserci, è in realtà soltanto la porta che apre su un mondo ormai inesplorabile e sconosciuto, dov’è soltanto natura."


Qualcuno ha tirato i dadi

e dopo cinque passi

ti sei fermata


alla casella diciassette

del calendario


si è aperta la botola

sull’oltre di mare salato


oppure è stata

in acqua dolce la tua caduta


sulla lingua oggi

il tuo nome

è grano di zucchero e sale.


*


Non può 

chiamare il tuo nome

devo imparare la lingua

del vuoto che migra

dietro alle rondini


tradurre la scia

dell’aria immobile

per accordarmi a te

e chiederti come stai.


*


Articolo completo al seguente link:  Poesie aeree