venerdì 30 gennaio 2026

Appunti di Maristella Diotaiuti sulla scrittura delle donne per la presentazione dell’antologia Poesia diffusa. Poetesse italiane del ‘900 da non dimenticare.

 
















Appunti di Maristella Diotaiuti (Le Cicale Operose) sulla scrittura delle donne per la presentazione dell’antologia Poesia diffusa. Poetesse italiane del ‘900 da non dimenticare, a cura di Nadia Chiaverini e Cristiana Vettori, 29 gennaio, 2026, Pisa.

 

La scrittura delle donne è stata, per lungo tempo, soprattutto in passato, giudicata in riferimento all’imperante paradigma del canone declinato al maschile, perché portatore del suo immaginario, del suo sistema valoriale, della sua idea di mondo e anche di donna. Un canone in cui la donna non era né prevista né rappresentata nella sua realtà.

Quindi tutto quello che veniva prodotto dalle donne era considerato generalmente marginale, inferiore, e se qualche scrittrice veniva riconosciuta come tale era perché scriveva come un maschio, o veniva considerata un caso eccezionale, un miracolo.

Per fare un esempio, Antonia Pozzi fu giudicata dal suo professore, Antonio Banfi, e i suoi amici universitari, Vittorio Sereni e Remo Cantoni, scrittrice disordinata, perché caratterizzata da una sensibilità profonda e dal dolore, umorale, una irrazionale, mischiava la sua vita, il suo sentire con la scrittura, quindi le fu consigliato di mettere ordine nella sua vita, di pensare di più e sentire meno, come se Pozzi non pensasse, non avesse capacità cognitive, fosse solo un essere irrazionale, uterino, in quanto donna, appunto.

Diceva la filosofa Angela Putino “anche la donna pensa”, ma si tratta di dare la giusta valenza anche alla componente irrazionale perché la ragione non è sempre e solo luminosa ma esistono anche i “chiaroscuri della ragione” (per citare il titolo di un saggio di Stefania Tarantino).

Altro esempio, Claudia Ruggeri: Franco Fortini definì la sua poesia “ingioiellata”, una collana di scadente bigiotteria al collo di una vecchia signora (ritorna il tema pirandelliano della vecchia signora che fa ridere), non cogliendo o non volendo cogliere la verticalità, la musicalità, la visionarietà e soprattutto la complessità del verso di Ruggeri che nasceva non da una imperizia ma da un consapevole e prepotente volontà di creare un pastiche di modelli letterari che spaziavano dal simbolismo biblico e grecale al barocco leccese, fino a elementi trobadorici, due-trecenteschi (Dante) e postmoderni, complessità che venne fraintesa   come un profluvio di parole illogiche.

Purtroppo questo sistema di giudizio non è del tutto scomparso, ancora il paradigma maschile resiste più mascherato, in sordina.

Al precedente incontro, per definire l’ironia delle donne ci si è riferiti a Pirandello, che è un importante punto di riferimento, ma per quanto immenso, un grandissimo scrittore, un monumento della letteratura italiana e mondiale, un innovatore, indubbiamente innegabilmente presenta tratti maschilisti, misogini. La sua riflessione sull’umorismo ne è un chiaro esempio.

Fortunatamente questa sorta di dittatura critica è stata messa in discussione, indebolita dalla messa in campo di tutta una numerosa e importante critica letteraria a firma di donne, una importante fioritura di studi di genere che si sono incrociati con la letteratura e con il femminismo – sia a livello universitario con l’istituzione di cattedre, corsi, dottorati, ecc., che a livello di associazioni, di società (Società Italiana delle Storiche, Società Italiane delle Letterate), di centri culturali, centri di documentazione (Orlando a Bologna, La Casa Internazionale delle Donne a Roma, Il Giardino dei Ciliegi e Villa Fiorelli a Firenze, La Libreria delle Donne di Milano) e di riviste (Leggendaria, DWF, Leggere Donna), che hanno prodotto cose importanti, hanno rivoluzionato il modo di leggere i testi sia maschili che femminili, hanno aggiornato gli strumenti metodologici, di analisi, di lettura c permettendo così  di guardare in modo nuovo alla scrittura, alle opere di uomini e donne, e anche a testi tradizionalmente canonici. Un vero e proprio laboratorio teorico.

C’è stata tutta una fioritura di studiose: dalle pioniere e anticipatrici quali Virginia Woolf, Simone de Beauvoir, a Hélène Cixous, Julia Kristeva e alle nostre Carla Lonzi, Monica Farnetti, Laura Fortini, Bia Sarasini, Luisa Muraro, per citarne alcune (ma sono tantissime), a cui dobbiamo fare riferimento perché ci raccontano un’altra storia, teorizzando e individuando specificità e peculiarità della scrittura delle donne, come ad esempio l’uso dell’ironia da parte di scrittrici e poete, da Helene Cixous a Hannah Arendt, Marguerite Yourcenar, la filosofa Adriana Cavarero e tantissime altre.

Sono state messe in campo nuove parole-concetti come “oltrecanone”, “sconfinamento”, “personaggia”, termine che introduce l’inclusività laddove in letteratura termini come autore, narratore, ecc. hanno a lungo imposto il neutro maschile,  ma molte protagoniste di romanzi e narrazioni sono così fortemente connotate al femminile che non le si può chiamare “personaggio”, è il caso evidente di Madame Bovary, di Modesta di Goliarda Sapienza, ne L’arte della gioia.  

Quindi molti posizionamenti delle scrittrici, delle poete, considerati negativi, marginali dagli scrittori, dai critici, sono stati rivalutati e assunti come assolutamente positivi: ad esempio il fuoricanone è stato riletto come oltre canone, cioè da posizione svantaggiata a spazio, area epifanica, che ha permesso alle scrittrici libertà creative e di linguaggio, di immaginario, di visioni.

Per tornare alla nostra antologia e alle poete in essa presenti, anche il caso di Jolanda Insana è paradigmatico, anche per Insana si sono espressi sin dall’inizio, sin dal suo esordio con “Sciarra amara”, scrittori, studiosi, critici maschi, a cominciare da Raboni che la collocava nella schiera dei “macheronici”, tra coloro che partecipavano alla “grandiosa funzione Gadda isolata una volta per tutte da Gianfranco Contini, e quindi accostando la sua operazione linguistica a quella di Gadda, mi riferisco al pastiche linguistico, al plurilinguismo di entrambi. Ma la scrittura di Insana sappiamo che presenta molti tratti individuati dalla critica femminile e femminista come specifici della scrittura delle donne. Una scrittura che pur avendo delle analogie con quella di Gadda, se ne discosta fortemente per presupposti e finalità, per esiti, infatti il pastiche linguistico di Gadda è una mescolanza caotica ma rigorosa di linguaggi, linguaggi tecnici, dialetti, arcaismi e neologismi. È un pastiche compositivo , cosmico e strutturale, vuole fondere, inglobare. Gadda col suo plurilinguismo vuole rappresentare la complessità e la disgregazione del mondo moderno, ma la ricompone, vuole ricomporre il caos, la crisi, e ogni lingua ha il suo ruolo nel disegno complessivo (del pastiche), la sua è un’azione matematica, geometrica, non a caso ha scritto “La cognizione del dolore” e proprio in quella parola “cognizione” c’è l’attività razionale, mentale, la cognizione è un atto razionale, si basa sull’uso della ragione, del pensiero logico, da ingegnere costruisce i suoi testi con precisione e logica, cercando di organizzare il caos narrativo attraverso strutture complesse.

Il pastiche di Insana è anch’esso una compresenza di lingue (siciliano, italiano letterario e medio-alto, latino maccheronico e anche latinismi solenni, espressioni gergali) ma è più che altro una confluenza di lingue, non una fusione di lingue, anzi vuole creare una sciarra (rissa) tra lingue, sono lingue che si scontrano, come i due mari di Messina (di cui parla in un suo testo). Insana usa il pastiche per s-connettere, far cozzare gli elementi, il suo è un pastiche ludico, polemico, scompositivo, di scontro e di sberleffo, radicato nel sud, nella Sicilia e nel corpo entrambi terremotati, tellurici, è legato alla tradizione siciliana e al comico popolare con i suoi elementi vitalistici, enzimatici (si definisce “pupara”).

Insana evidenzia il caos e la crisi, li sovraespone , anzi apre la crisi, con la poesia, il linguaggio poetico, non a caso chiama i suoi versi proprio “fendenti fonici” “coltellate”, sono “coltellate di verità”, “di bellezza”, perché i versi sono lame che tagliano il linguaggio convenzionale, borghese, il linguaggio dei poeti accademici, lontani dalla realtà, tagliano la compostezza, l’accomodamento, e quindi la lingua di Insana non poteva che essere mostruosa, deformata, anticanone, oltre canone,  non  aspira all’armonia, alla coerenza, alla piacevolezza (non è accomodata né accomodante), ma è antimelodica, è una lingua che “sbrama e sbrana”. Insana dà colpi di spada perché la realtà possa aprirsi,  rendersi docile a un’azione trasfigurante, alla metamorfosi, al cambiamento. Come fa l’ironia, la sua ironia, utilizzata proprio per la sua forza straniante, eversiva, perché l’ironia è un logos decentrato, deformato, mostruoso. L’ironia di Insana (nella sua scrittura) non è tonale, ma è strutturale, non è un commento, semplice retorica, ma è performativa, ha cioè la capacità di agire e produrre effetti nel mondo, perché violando le convenzioni linguistiche e sociali costringe l’interlocutore, il lettore/la lettrice a un processo di riflessione e a rivalutare il contesto e le sue assunzioni implicite.

Insana dimostra, insomma, che il linguaggio, se abitato criticamente, se attraversato dalla soggettività e dalla soggettività femminile, può ancora oggi generare spostamenti reali. Dove per soggettività dobbiamo intendere il corpo, il proprio corpo, che è un corpo sessuato, un corpo di donna, e sappiamo che non a caso il corpo è centrale nella poesia di Insana (e in generale nella poesia, nella scrittura delle donne) corpo che coincide con il corpo della scrittura. Quindi la sua scrittura dell’esperienza, mette cioè l’esperienza corporea, sessuata al centro della narrazione, un’esperienza del corpo non sono descritta ma usata come strumento di pensiero e di linguaggio. È una soggettività di donna che finalmente si racconta per quella che è, anche con le sue storture, le sue malattie, le sue ferite, le sue cicatrici o rughe, le sue fragilità, non si fa raccontare, rappresentare per quello che non è, per quello che si vuole che sia.

Maristella Diotaiuti