Eccolo il mondo:
il sole, un limone,
una mela.
E questo sguardo
che s’affaccia all’orlo
delle parole dove queste
sprofondano minime
e silenziose in abissi
di bacche di luce.
La gioia perfetta
dell’attimo su quel bordo.
E, al suo cessare,
il cessare d’un cosmo
(L.
Macchia, cosmi | minimi)
cosmi ǀ minimi dichiara, già dal titolo, il suo gesto fondamentale: tenere insieme l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, il cosmo e il dettaglio, l’evento assoluto e l’istante minimo. Non siamo davanti a una poesia che racconta storie o costruisce personaggi, ma a una scrittura che lavora sul bordo dell’esperienza, là dove il mondo accade prima di essere spiegato, nominato o organizzato in senso.
La voce lirica di Lucio è estremamente attenta, quasi vigile, osserva il
reale mentre si forma. Non descrive “le cose” come oggetti già dati, ma le
coglie nel loro emergere: una luce su un muro, un limone sul tavolo, un’ombra
che attraversa una stanza, un gesto minuto. È una poesia che non cerca il
simbolo, ma l’intensità; non l’allegoria, ma l’evento. In questo senso, il
dialogo con il pensiero di Deleuze è profondo: il mondo non è una struttura stabile,
ma un continuo divenire, un campo di forze, una serie di accadimenti. Ogni
poesia è un’ecceità, cioè un “questo qui” irripetibile che non ha bisogno di
essere ricondotto a un soggetto forte o a un significato definitivo.
Il soggetto, infatti, qui non è mai centrale. C’è uno sguardo, una
percezione, una presenza, ma raramente un “io” che si afferma. Il poeta sembra
stare sempre un passo indietro, come se lasciasse che fosse il mondo a parlare,
o meglio: a mostrarsi. Questo avvicina la raccolta anche a una sensibilità
lacaniana, dove il soggetto non è padrone del senso, ma attraversato dal
linguaggio, dal desiderio, dalla mancanza. La “nientità” che abita il libro non
è nichilismo, ma una condizione originaria: il vuoto come spazio di
possibilità, come apertura. Non c’è angoscia gridata, ma una forma di nudità
ontologica, una calma (in)quieta che accompagna il lettore.
La struttura della raccolta segue un movimento molto preciso, pur senza
rigidità: dalla nientità all’ecceità, dal neuter al dehors. Non si tratta di
concetti astratti, ma di esperienze poetiche. Il neuter, per esempio, è quella
zona in cui non si è né pienamente dentro né pienamente fuori, né soggetto né
oggetto, ma in una sospensione fertile. Il dehors, invece, non è un “fuori”
spaziale, ma un fuori dal senso stabilito, un’apertura che eccede il linguaggio
stesso. È lì che la poesia accade: non come spiegazione del mondo, ma come
contatto.
Questa è una poesia profondamente immanente: non cerca altrove, non
promette salvezze, non costruisce verticalità. Tutto accade qui, nella stanza,
nella strada, nella memoria che affiora, nel corpo che sente. E proprio per
questo, paradossalmente, il libro ha una dimensione cosmica. Come scrive
Deleuze, il cosmico non è l’immenso, ma ciò che fa vibrare l’immenso nel
minimo. Una forza enorme che opera in uno spazio infinitesimale. cosmi ǀ minimi lavora esattamente su questa soglia.
Il lettore che entra in questo libro non è chiamato a “capire” nel senso
tradizionale, ma a sostare. A rallentare. A lasciarsi toccare. È una poesia che
chiede attenzione, ma restituisce una forma rara di esperienza: quella di
sentire il mondo mentre accade, prima che diventi racconto, giudizio o
concetto. In un tempo che ci spinge continuamente a spiegare, interpretare,
prendere posizione, questa scrittura compie un gesto radicale e gentile: resta.
E forse è proprio questo il suo dono più grande: ricordarci che, prima di
essere qualcuno, prima di dire “io”, prima di cercare un senso, siamo già
immersi in un mondo che vibra, che insiste, che ci percorre. E che la poesia,
quando è autentica, non aggiunge nulla: semplicemente, rende visibile.
Quel tratto verticale tra cosmi e minimi, poi, lavora esattamente come
lavora la poesia del libro: non unisce, non spiega, tiene aperta una soglia.
Non è una congiunzione, non è un trattino che fonde, non è un due punti che
promette una spiegazione. È una linea di separazione e insieme di contatto.
Dice: cosmi da una parte, minimi dall’altra – e nel mezzo, una fenditura. È il
luogo dell’evento.
Da un punto di vista concettuale, quel segno può essere letto come una
linea di immanenza in senso deleuziano: non un ponte tra alto e basso, ma una
sezione che mostra come il cosmico non stia “sopra” il minimo, né il minimo
“sotto” il cosmo. Sono lo stesso piano, colti da due angolazioni diverse. Il
tratto verticale non li gerarchizza: li mette in tensione.
È anche una figura del neuter: non “cosmi e minimi”, non “cosmi che
diventano minimi”, ma una coesistenza senza sintesi. Il segno non risolve, non
pacifica. Rimane lì come una lama sottile, come un margine. In questo senso, è
molto vicino al dehors: indica che tra i due termini c’è qualcosa che non può
essere detto, solo attraversato.
Dal punto di vista della voce lirica, esso è una dichiarazione di poetica:
invita il lettore a non cercare un significato unitario, a non aspettarsi una
metafora risolta. La poesia respira proprio in quello spazio di separazione. È
lì che il mondo accade: non nel grande sistema, non nel dettaglio isolato, ma
nell’interruzione che li mette in rapporto senza fonderli.
Si potrebbe dire che il libro intero stia in quel segno. Ogni testo è un
tentativo di sostare su quella linea: dove il cosmo non è più totalità astratta
e il minimo non è più semplice dettaglio, ma entrambi diventano evento,
ecceità, accadere puro.
È una linea di silenzio. E come spesso accade nella poesia più alta, è
proprio lì che si concentra il massimo dell’intensità.
Scrivere cosmi | minimi in minuscolo, infine, è quasi un gesto di
disattivazione gerarchica. Il cosmo non viene elevato a nome proprio, non
diventa principio, origine o totalità trascendente. Allo stesso modo, il minimo
non è un “piccolo” in senso diminutivo o marginale. Entrambi vengono sottratti
alla retorica dell’importanza e riportati su un piano di immanenza, dove nulla
merita la maiuscola perché nulla si erge sopra il resto.
In termini deleuziani, è una scelta che rifiuta l’Idea con la I maiuscola,
la Legge, il Fondamento. Il minuscolo dice: non c’è un inizio solenne, non c’è
un centro da venerare. C’è solo il continuo accadere delle cose, il loro
emergere e dissolversi sullo stesso livello. Il cosmo non è “Cosmo”, il minimo
non è “Minimo”: sono modalità dell’evento, non concetti da museo.
Ma il minuscolo lavora anche sul piano della voce lirica. È una voce che
non proclama, non afferma dall’alto, non nomina per possedere. Parla da una
zona laterale, quasi obliqua, dove il dire è sempre un esporsi più che un
dichiarare. Il titolo in minuscolo prepara il lettore a una poesia che non
vuole imporsi, ma accadere — come un fenomeno, come una variazione di luce,
come un pensiero che passa.
C’è poi un effetto ancora più sottile: il minuscolo mette il titolo in uno
stato di fragilità attiva. Non lo rende debole, ma permeabile. Come se anche il
titolo fosse già dentro il testo, già contaminato, già attraversato da quella
stessa logica del minimo che il libro pratica. Non c’è una soglia monumentale
da varcare: si entra quasi senza accorgersene.
In ultima analisi, insieme al tratto verticale, il minuscolo rafforza
l’idea che ciò che conta non è l’identità dei termini, ma lo spazio tra, la
relazione senza sintesi. Maiuscole e titoli “forti” tendono a chiudere il senso;
qui, invece, tutto rimane aperto, in sospensione, esattamente come la poesia
che segue.
In questo senso, cosmi | minimi non si presenta: si sottrae. E proprio per
questo invita a essere letto con attenzione, lentezza e ascolto.
Link al libro: https://www.industriaeletteratura.it/prodotto/cosmi-minimi/
Emanuela Vezzoli, classe 1984, insegna inglese, corregge bozze, scrive, traduce. È laureata in Lingue e Letterature Europee e Panamericane con una tesi magistrale su Emily Dickinson, che spesso si fa (s)oggetto di sue lezioni e incontri seminariali (e non). Collabora con case editrici e con enti culturali con i suoi laboratori poetici ed eventi letterari. Ha tenuto per vari anni una rubrica di divulgazione linguistica su Radio Deejay. Ha pubblicato due raccolte poetiche: Frantumi (Robin, 2021) e Breviario (Transeuropa, 2025) ed è anche presente, con i suoi brani, in antologie di pregio a cura di Raffo e Di Dio. Ha scritto un saggio sulla Dickinson che compare nella raccolta di scritti Queste nostre parole (Industria&Letteratura, 2024) insieme ai contributi di Del sarto e altri. Scrive su varie riviste spaziando da note critiche specialistiche a scritti di divulgazione linguistica e di benessere personale. È stata curatrice editoriale e prefatrice di “cosmi | minimi”.
