lunedì 19 gennaio 2026

L’assoluto dell’esperienza, di Lucio Macchia.

 

 

Ora un cosmo

ti giunge: insiste

in pieghe su pieghe:

a te, alveo

accogliente,

tocco di dita,

trama incessante –

sfiorata da tutto.

(L. Macchia, cosmi | minimi)

 

“Esperienza”: un termine di uso corrente. L’importanza dell’esperienza. Esperienza di lavoro, di vita. Esperienza delle cose. Anni di esperienza sui curriculum. La dimensione del “provare”, dell’esercitare attivamente (ex-perior, con la ex che intensifica il significato di perior, provo). La scienza sperimentale come attività figlia dell’esperienza e quindi l’esperienza come criterio di verità. Bagnarsi nell’oceano del mondo, saggiarlo. L’incredulità tommasea che si dissipa solo con l’esperienza del contatto. Tutta questa trama semantica fa riferimento a un concetto di esperienza che ha una certa forma. È sempre esperienza di qualcuno e di qualcosa. Di un soggetto rispetto a un oggetto. Di un io rispetto alle cose del mondo. Un occhio che guarda il mare. Una mente che lo riflette. È l’azione di una soggettività che è già formata nel mondo con le altre cose che lo abitano. In questo senso l’esperienza è sempre interna al sistema-mondo, al simbolico: il muoversi da abitante di una città, all’interno della griglia costituita di strade, piazze e altri luoghi. L’esperienza è, dunque, “relativa”: promana da una struttura di mondo e da una coscienza già date. In altri termini è esperienza della realtà (in quanto rappresentato, concettualizzato) e non del reale (in quanto puro prodursi del tutto).

Nella dicotomia soggetto/oggetto, l’esperienza si trova sempre relativizzata a qualcosa di già dato, si muove in uno scacchiere definito, e i tentativi di oltrepassamento di questi limiti sono solitamente affidati a salti nel trascendente, a deus ex machina che trasformano quell’esperienza di qualcuno e qualcosa (necessariamente relativa, soggettiva, limitata) nell’esperienza di tutto e di tutti. L’assoluto perso nella costruzione del mondo rappresentato, viene re-impiantato in una trascendenza posta “da qualche parte”. È insopprimibilmente umano muoversi in questo modo.

Bergson ci parla di un’esperienza di natura diversa che non è mediata da categorie intellettuali come nel modello kantiano, ma non è neanche affidata all’intemporalità del trascendente, anzi è affondata nella durata reale: un'esperienza che «cerca soltanto, al di là del tempo spazializzato [...] la durata concreta in cui si verifica senza posa una radicale rifusione del tutto. Essa segue il reale in tutte le sue sinuosità»[i]. Due elementi fondamentali emergono da questa definizione di Bergson: la fuoriuscita dal tempo spazializzato, cronometrico della realtà nel ritorno alla durata reale, al tempo dell’evoluzione creatrice; e il movimento nel reale che si fa sinuoso (immagine meravigliosa) perché non si generalizza nel concetto, ma è connesso al farsi particolare in atto. Non sono al cospetto del mare in quanto oggetto, ma sono intrecciato con l’increspatura di ciascuna onda, con ogni riflesso, sorgo io stesso insieme al mare dal processo creativo che ci “precede”. Si tratta di un tipo di esperienza fusionale, piena, irriducibile che possiamo sperimentare in determinati momenti, e che apre a un territorio non mappato, a un contatto con l’attualità della vita. È l’esperienza del reale come esperienza di niente e di nessuno, puro stare nella vita incatturata dal gesto ordinatore del logos, puro atto creativo in continuo farsi senza interruzione.

Seguendo Ronchi[ii], a partire da Bergson, tutta una serie di filosofi hanno percorso una linea di pensiero (che culmina in Deleuze) che assolutizza l’esperienza, il che significa pensare l’esperienza non come risultato della coscienza e del mondo, ma come “causa” della coscienza e del mondo. L’esperienza viene prima di tutto, non è relativizzata a nulla, è un colpo/trauma (cfr. mio articolo precedente sul “meraviglioso”) che “precede” il nostro ritrovarci “organizzati” come soggetti dentro a un mondo. Questa esperienza pura, questo trauma, è qualcosa che presenta una diversità di natura rispetto alle dinamiche dei dispositivi delle metafisiche della trascendenza che hanno costellato tutta la storia della filosofia, tutti basati su uno schema soggetto/oggetto e su «un "terzo elemento", al quale solo si attribuiva vera realtà»[iii]. Terzo elemento che è la trascendenza (Dio, il Bene, la Coscienza…). Questa di cui parliamo, invece, è l’esperienza autentica, originaria. È il contesto puramente vitale, che emerge nell’arte, nella poesia. Qui si gioca l’impossibile tentativo di contattare quella “mostruosità” libera del vitale e “farne qualcosa”, in una situazione che sfugge a ogni presa concettuale. Questo tipo di esperienza non si coglie, infatti,  con l’intelletto il quale non riesce, in questo caso, come osserva Bergson, a costituire il suo oggetto[iv]. Non vi è la possibilità di fare un passo indietro e guardare lo scenario n-dimensionale da una dimensione ulteriore n+1, come quando si osserva un piano da un punto di vista collocato spazialmente al di sopra. Qui l’osservazione è “presa dall’interno”. Come dire, guardare il piano da un punto del piano. Un contatto diretto, una "impression première"[v], senza bordi, che il filosofo Ruyer chiama "superficie assoluta" e indica con n=1: «una superficie capace di produrre la sua unità restando sul piano, in modo, per così dire, perfettamente orizzontale (n=1). Essa deve, dunque, sorvolare se stessa a una velocità infinita senza sollevarsi al di sopra di sé in una terza dimensione altra»[vi]. È un altro modo di riferirsi al “piano di immanenza” di Deleuze: il collocarsi nella dimensione interna e assoluta dell’esperienza, dove essa ci colpisce in modo non mediato, a monte degli “accomodamenti” del logos che fanno “mondo rappresentato”. L’equazione “n=1” formulata da Ruyer negli anni ’50 in questa visione “di geometria n-dimensionale” dell’esperienza ha un suo precedente fondativo “algebrico” in Bergson come equazione dei due infiniti (cfr. mio articolo dedicato) la quale, seguendo Ronchi, descrive l’idea basale della filosofia dell’immanenza assoluta, quella dell’univocità dell’essere ovvero l’idea che insieme è data l’unicità dell’Uno e l’illimitata molteplicità. Che i molteplici enti sono l’altra faccia dell’Uno, ne sono le illimitate pieghe. L’esperienza pura è l’intuizione di questa equazione impossibile per l’intelletto, il percepire “bergsonianamente” il tutto come unico slancio vitale, allo stesso tempo “1” e “n”, puro atto in movimento non catturabile dal concetto perché in perpetuo differire: c’è solo una sostanza, un solo Dio, in senso spinoziano, e «Dio è immediatamente il mondo»[vii].

Queste due dimensioni (l’Uno e il molteplice) si intrecciano in un abbraccio immanente che non ha nulla a che vedere con una articolazione causa-effetto tra “cose” o “fatti”. È l’impossibile compresenza di unità e molteplicità la cui chiave è la concezione dell’Uno non come trascendenza ma come puro atto immanente che «implica analiticamente la complicazione illimitata di accadimenti, di fatti, di cose […] cioè tutto l’ambito dell’esperienza concreta, nel quale si danno, appunto, cose, significati, valori, soggetti e oggetti, conoscenza e verità»[viii]. Noi siamo inscritti nella dimensione della realtà che è costruita dall’intelligenza/linguaggio (dal logos) che cattura quella molteplicità, e ne fa mondo rappresentato, dimensione del concetto, della “quidditas”, del “what”: delle cose e quindi del “che cosa” del mondo. Anzi, come Bergson ci mostra[ix], l’intelligenza e la materia si costruiscono vicendevolmente in risposta all’esigenza umana di abitare pragmaticamente il mondo. In questo modo l’intelligenza si struttura come esprit de géométrie, e costruisce la realtà. In altri termini, l’Uno, la sostanza in atto, lo slancio vitale, si distende nella molteplicità del mondo della natura, di cui noi stessi siamo parte, noi che, con il nostro intelletto co-formato con la materia, ritagliamo e organizziamo la natura secondo le esigenze dettate dall’utilità pratica della nostra azione nel mondo.

Eppure, nello stesso tempo, noi non cessiamo di contattare intuitivamente (esprit de finesse[x]) la dimensione puramente vitale del reale come Uno indiviso, come “pre-mondo”, come accadimento singolare, irriducibile all’idea, un puro “che è” di cui non possiamo dire il “cosa”, che possiamo chiamare “quodditas”, “that”. Se la realtà è rappresentazione, il reale è impressione, trauma, colpo.

In termini lacaniani, se nella realtà si colloca il desiderio, che è sempre desiderio di qualcuno e di qualcosa, nel reale si colloca la “jouissance” (il godimento) che è unaria, che è pura risonanza con il vitale in atto, corrispondenza non mediata dal simbolico, dall’Altro. Immediata rifusione con il tutto. Come scrive Pagliardini a proposito dell’esperienza psicanalitica: «l'esperienza di un incontro con quanto non si è mai incontrato, la produzione di un contatto con il "non nato", l'incontro con quel che è sempre in atto»[xi]

La soggettività implicata nell’esperienza pura non è un “io penso”, una “coscienza intenzionale”, ma piuttosto un qualcosa che richiama la singolarità deleuziana, un atto in atto in continuo fluire, di cui l’io è la versione “solidificata”, catturata dal discorso dell’Altro. Una distinzione che si ritrova nella concezione soggetto/supergetto del filosofo Whitehead, in cui l’individuo è allo stesso tempo vivente che vive inscritto nell’esperienza pura (soggetto) e vivente come oggetto dell’Altro, catturato dal simbolico, cristallizzato (supergetto)[xii]. L’esistenza è un annodamento inestricabile di queste due dimensioni: l’esperienza della pura attualità non ci è data come istanza “permanente”. Il soggetto si colloca tra l’intuizione pura e la ricomposizione simbolica, tra l’attualità in fieri della vita e la sua strutturazione concettuale. La dimensione artistica abita questa ambivalenza.

In sintesi, l’esperienza pura ha a che fare con l’irruzione del reale nella realtà, con il contatto con la radice immanente originaria che continua a pulsare sotto “i fatti e le cose”. L’intelletto tende a creare una realtà stabile di forme e idee, a confinare la vita nel fantasma della quidditas, cosicché il pensare si riduce a un gioco di rifrazioni caleidoscopiche interno al sistema delle rappresentazioni fisse, in cui il differire continuo è rimosso a favore della stabilizzazione delle idealità. L’intuizione che anima l’esperienza pura ci mette invece in contatto con la radice immanente: un guardare in trasparenza le cose del mondo, vederne l’eterna trama creatrice sottesa. Di fronte all’albero essere colpiti dall’impressione primaria del suo differire eterno, del suo eterno corrispondere all’Uno del vitale, della sua quodditas che nessuna forma riesce a surcodificare del tutto. Ogni cosa tende ad aprirsi, a destabilizzarsi in una dimensione abissale, oltre il limite del rappresentato, dove giace – come traccia, battito minimo, pulsazione inafferrabile – il reale irrapresentabile dell’Uno, il puro fluire della vita in sé.



Immagine: Paul Klee (Mountain and Synthetic Air, 1930)


[i] H. Bergson, L’evoluzione creatrice (Cortina Editore, 2002) – prima ed. orig. 1907 (p. 295)

[ii] Rocco Ronchi, Il canone minore – Verso una filosofia della natura (Feltrinelli, 2017) – ed. digitale Kindle

[iii] Ronchi, op. cit. pos. 1778

[iv] Bergson, op. cit. p. 190

[v] Espressione che Ronchi trae dal pittore Corot

[vi] Ronchi, op. cit. pos. 2841

[vii] Ibid. pos. 4320

[viii] Ibid. pos. 3792

[ix] Bergson, op. cit. cap. 3

[x] “Esprit de géométrie” e “esprit de finesse” sono celebri concetti di Pascal

[xi] A. Pagliardini, Il sintomo di Lacan, Galaad edizioni (2016), p. 364 – “non nato” è espressione di Lacan

[xii] Ronchi, op. cit. pos. 3230