Ora
un cosmo
ti
giunge: insiste
in
pieghe su pieghe:
a
te, alveo
accogliente,
tocco
di dita,
trama
incessante –
sfiorata
da tutto.
(L.
Macchia, cosmi | minimi)
“Esperienza”: un termine di uso corrente. L’importanza
dell’esperienza. Esperienza di lavoro, di vita. Esperienza delle cose. Anni di
esperienza sui curriculum. La dimensione del “provare”, dell’esercitare
attivamente (ex-perior, con la ex che intensifica il significato
di perior, provo). La scienza sperimentale come attività figlia
dell’esperienza e quindi l’esperienza come criterio di verità. Bagnarsi
nell’oceano del mondo, saggiarlo. L’incredulità tommasea che si dissipa solo
con l’esperienza del contatto. Tutta questa trama semantica fa riferimento a un
concetto di esperienza che ha una certa forma. È sempre esperienza di qualcuno
e di qualcosa. Di un soggetto rispetto a un oggetto. Di un io rispetto alle
cose del mondo. Un occhio che guarda il mare. Una mente che lo riflette. È
l’azione di una soggettività che è già formata nel mondo con le altre cose che
lo abitano. In questo senso l’esperienza è sempre interna al sistema-mondo, al
simbolico: il muoversi da abitante di una città, all’interno della griglia
costituita di strade, piazze e altri luoghi. L’esperienza è, dunque, “relativa”:
promana da una struttura di mondo e da una coscienza già date. In altri
termini è esperienza della realtà (in quanto rappresentato, concettualizzato) e
non del reale (in quanto puro prodursi del tutto).
Nella dicotomia soggetto/oggetto, l’esperienza si trova
sempre relativizzata a qualcosa di già dato, si muove in uno scacchiere
definito, e i tentativi di oltrepassamento di questi limiti sono solitamente affidati
a salti nel trascendente, a deus ex machina che trasformano
quell’esperienza di qualcuno e qualcosa (necessariamente relativa, soggettiva,
limitata) nell’esperienza di tutto e di tutti. L’assoluto perso nella
costruzione del mondo rappresentato, viene re-impiantato in una trascendenza
posta “da qualche parte”. È insopprimibilmente umano muoversi in questo modo.
Bergson ci parla di un’esperienza di natura diversa che non
è mediata da categorie intellettuali come nel modello kantiano, ma non è
neanche affidata all’intemporalità del trascendente, anzi è affondata nella
durata reale: un'esperienza che «cerca soltanto, al di là del tempo
spazializzato [...] la durata concreta in cui si verifica senza posa una
radicale rifusione del tutto. Essa segue il reale in tutte le sue sinuosità»[i].
Due elementi fondamentali emergono da questa definizione di Bergson: la
fuoriuscita dal tempo spazializzato, cronometrico della realtà nel ritorno alla
durata reale, al tempo dell’evoluzione creatrice; e il movimento nel reale che
si fa sinuoso (immagine meravigliosa) perché non si generalizza nel concetto,
ma è connesso al farsi particolare in atto. Non sono al cospetto del mare in
quanto oggetto, ma sono intrecciato con l’increspatura di ciascuna onda,
con ogni riflesso, sorgo io stesso insieme al mare dal processo creativo che ci
“precede”. Si tratta di un tipo di esperienza fusionale, piena, irriducibile
che possiamo sperimentare in determinati momenti, e che apre a un territorio
non mappato, a un contatto con l’attualità della vita. È l’esperienza del reale
come esperienza di niente e di nessuno, puro stare nella vita
incatturata dal gesto ordinatore del logos, puro atto creativo in continuo
farsi senza interruzione.
Seguendo Ronchi[ii],
a partire da Bergson, tutta una serie di filosofi hanno percorso una linea di
pensiero (che culmina in Deleuze) che assolutizza l’esperienza, il che significa
pensare l’esperienza non come risultato della coscienza e del mondo, ma come
“causa” della coscienza e del mondo. L’esperienza viene prima di tutto, non è
relativizzata a nulla, è un colpo/trauma (cfr. mio articolo precedente sul “meraviglioso”)
che “precede” il nostro ritrovarci “organizzati” come soggetti dentro a un
mondo. Questa esperienza pura, questo trauma, è qualcosa che presenta una
diversità di natura rispetto alle dinamiche dei dispositivi delle metafisiche
della trascendenza che hanno costellato tutta la storia della filosofia, tutti
basati su uno schema soggetto/oggetto e su «un "terzo elemento", al
quale solo si attribuiva vera realtà»[iii].
Terzo elemento che è la trascendenza (Dio, il Bene, la Coscienza…). Questa di
cui parliamo, invece, è l’esperienza autentica, originaria. È il contesto puramente
vitale, che emerge nell’arte, nella poesia. Qui si gioca l’impossibile
tentativo di contattare quella “mostruosità” libera del vitale e “farne
qualcosa”, in una situazione che sfugge a ogni presa concettuale. Questo tipo
di esperienza non si coglie, infatti,
con l’intelletto il quale non riesce, in questo caso, come osserva
Bergson, a costituire il suo oggetto[iv].
Non vi è la possibilità di fare un passo indietro e guardare lo scenario
n-dimensionale da una dimensione ulteriore n+1, come quando si osserva un piano
da un punto di vista collocato spazialmente al di sopra. Qui l’osservazione è
“presa dall’interno”. Come dire, guardare il piano da un punto del piano. Un
contatto diretto, una "impression première"[v],
senza bordi, che il filosofo Ruyer chiama "superficie assoluta" e
indica con n=1: «una superficie capace di produrre la sua unità restando
sul piano, in modo, per così dire, perfettamente orizzontale (n=1). Essa deve,
dunque, sorvolare se stessa a una velocità infinita senza sollevarsi al di
sopra di sé in una terza dimensione altra»[vi].
È un altro modo di riferirsi al “piano di immanenza” di Deleuze: il
collocarsi nella dimensione interna e assoluta dell’esperienza, dove essa ci
colpisce in modo non mediato, a monte degli “accomodamenti” del logos che fanno
“mondo rappresentato”. L’equazione “n=1” formulata da Ruyer negli anni ’50 in
questa visione “di geometria n-dimensionale” dell’esperienza ha un suo precedente
fondativo “algebrico” in Bergson come equazione dei due infiniti (cfr. mio
articolo dedicato) la quale, seguendo Ronchi, descrive l’idea basale della
filosofia dell’immanenza assoluta, quella dell’univocità dell’essere ovvero
l’idea che insieme è data l’unicità dell’Uno e l’illimitata molteplicità. Che i
molteplici enti sono l’altra faccia dell’Uno, ne sono le illimitate pieghe.
L’esperienza pura è l’intuizione di questa equazione impossibile per
l’intelletto, il percepire “bergsonianamente” il tutto come unico slancio
vitale, allo stesso tempo “1” e “n”, puro atto in movimento non catturabile dal
concetto perché in perpetuo differire: c’è solo una sostanza, un solo Dio, in
senso spinoziano, e «Dio è immediatamente il mondo»[vii].
Queste due dimensioni (l’Uno e il molteplice) si intrecciano
in un abbraccio immanente che non ha nulla a che vedere con una articolazione
causa-effetto tra “cose” o “fatti”. È l’impossibile compresenza di unità e
molteplicità la cui chiave è la concezione dell’Uno non come trascendenza ma
come puro atto immanente che «implica analiticamente la complicazione
illimitata di accadimenti, di fatti, di cose […] cioè tutto l’ambito
dell’esperienza concreta, nel quale si danno, appunto, cose, significati,
valori, soggetti e oggetti, conoscenza e verità»[viii].
Noi siamo inscritti nella dimensione della realtà che è costruita
dall’intelligenza/linguaggio (dal logos) che cattura quella molteplicità, e ne
fa mondo rappresentato, dimensione del concetto, della “quidditas”, del “what”:
delle cose e quindi del “che cosa” del mondo. Anzi, come Bergson ci mostra[ix],
l’intelligenza e la materia si costruiscono vicendevolmente in risposta
all’esigenza umana di abitare pragmaticamente il mondo. In questo modo
l’intelligenza si struttura come esprit de géométrie, e costruisce la
realtà. In altri termini, l’Uno, la sostanza in atto, lo slancio vitale, si
distende nella molteplicità del mondo della natura, di cui noi stessi siamo
parte, noi che, con il nostro intelletto co-formato con la materia, ritagliamo
e organizziamo la natura secondo le esigenze dettate dall’utilità pratica della
nostra azione nel mondo.
Eppure, nello stesso tempo, noi non cessiamo di contattare
intuitivamente (esprit de finesse[x])
la dimensione puramente vitale del reale come Uno indiviso, come “pre-mondo”,
come accadimento singolare, irriducibile all’idea, un puro “che è” di cui non
possiamo dire il “cosa”, che possiamo chiamare “quodditas”, “that”. Se la
realtà è rappresentazione, il reale è impressione, trauma, colpo.
In termini lacaniani, se nella realtà si colloca il
desiderio, che è sempre desiderio di qualcuno e di qualcosa, nel reale si
colloca la “jouissance” (il godimento) che è unaria, che è pura risonanza con
il vitale in atto, corrispondenza non mediata dal simbolico, dall’Altro.
Immediata rifusione con il tutto. Come scrive Pagliardini a proposito
dell’esperienza psicanalitica: «l'esperienza di un incontro con quanto non si è
mai incontrato, la produzione di un contatto con il "non nato",
l'incontro con quel che è sempre in atto»[xi].
La soggettività implicata nell’esperienza pura non è un “io
penso”, una “coscienza intenzionale”, ma piuttosto un qualcosa che richiama la
singolarità deleuziana, un atto in atto in continuo fluire, di cui l’io è la
versione “solidificata”, catturata dal discorso dell’Altro. Una distinzione che
si ritrova nella concezione soggetto/supergetto del filosofo Whitehead, in cui
l’individuo è allo stesso tempo vivente che vive inscritto nell’esperienza pura
(soggetto) e vivente come oggetto dell’Altro, catturato dal simbolico,
cristallizzato (supergetto)[xii].
L’esistenza è un annodamento inestricabile di queste due dimensioni:
l’esperienza della pura attualità non ci è data come istanza “permanente”. Il
soggetto si colloca tra l’intuizione pura e la
ricomposizione simbolica, tra l’attualità in fieri della vita e la sua strutturazione
concettuale. La dimensione artistica abita questa ambivalenza.
In sintesi, l’esperienza pura ha a che fare con l’irruzione del reale nella realtà, con il contatto con la radice immanente originaria che continua a pulsare sotto “i fatti e le cose”. L’intelletto tende a creare una realtà stabile di forme e idee, a confinare la vita nel fantasma della quidditas, cosicché il pensare si riduce a un gioco di rifrazioni caleidoscopiche interno al sistema delle rappresentazioni fisse, in cui il differire continuo è rimosso a favore della stabilizzazione delle idealità. L’intuizione che anima l’esperienza pura ci mette invece in contatto con la radice immanente: un guardare in trasparenza le cose del mondo, vederne l’eterna trama creatrice sottesa. Di fronte all’albero essere colpiti dall’impressione primaria del suo differire eterno, del suo eterno corrispondere all’Uno del vitale, della sua quodditas che nessuna forma riesce a surcodificare del tutto. Ogni cosa tende ad aprirsi, a destabilizzarsi in una dimensione abissale, oltre il limite del rappresentato, dove giace – come traccia, battito minimo, pulsazione inafferrabile – il reale irrapresentabile dell’Uno, il puro fluire della vita in sé.
Immagine: Paul Klee (Mountain and Synthetic Air, 1930)
[i] H. Bergson, L’evoluzione creatrice (Cortina Editore, 2002) – prima ed. orig. 1907 (p. 295)
[ii] Rocco Ronchi, Il canone minore – Verso una filosofia della natura (Feltrinelli, 2017) – ed. digitale Kindle
[iii] Ronchi, op. cit. pos. 1778
[iv] Bergson, op. cit. p. 190
[v] Espressione che Ronchi trae dal pittore Corot
[vi] Ronchi, op. cit. pos. 2841
[vii] Ibid. pos. 4320
[viii] Ibid. pos. 3792
[ix] Bergson, op. cit. cap. 3
[x] “Esprit de géométrie” e “esprit de finesse” sono celebri concetti di Pascal
[xi] A. Pagliardini, Il sintomo di Lacan, Galaad edizioni (2016), p. 364 – “non nato” è espressione di Lacan
[xii] Ronchi, op. cit. pos. 3230