Le Cicale Operose, domenica 13 febbraio, 2022.
[…]
Ma veniamo al
libro di stasera, alle poesie
di questa raccolta, che rimanda a un
substrato culturale vasto, fitto e articolato, ci sono riferimenti culturali importanti anche
per comprendere la poesia di J.R.: Boudelaire,
Proust, Benjamin, Dante che è il flâneur per eccellenza, ma anche Poe, Hugo,
Rimbaud, Dino Campana, e tanti altri.
Una lettura
che apre anche una serie di riflessioni
sul nostro presente, sulla nostra società, su problematiche
inerenti alla natura del poeta,
al senso ultimo o primo del fare poesie.
Il titolo rimanda
immediatamente a Boudelaire, il primo a coniare la parola flâneur in una accezione precisa, ma rimanda
anche e soprattutto a Jonathan, al
suo modo di essere poeta, di fare poesia. Come scrive Marco Incardona nella sua bellissima prefazione, quella di Jonathan è una
poesia corporale, della presenza, del suo farsi e del suo dirsi.
Jonathan è un
poeta libero, autentico,
che non vuole né può essere chiuso, costretto in una definizione, è un
poeta insofferente alle gabbie
ideologiche o di scuola, per questo può essere irriverente, fa
lo sberleffo a chi si prende troppo sul serio, si prende gioco anche di se stesso quando
si prende troppo sul serio, il suo
scopo è quello di smascherare le
convenzioni, le sovrastrutture,
le mistificazioni del mondo, finendo
poi però con l’essere estremamente
serio nel suo essere poeta
e poeta fino in fondo, fino alle
estreme conseguenze che l’essere
poeta comporta. Perché pur dicendo di
non credere alla poesia ci crede in maniera totalizzante, tanto da farne la
cifra della propria vita.
Non è un caso che
J.R. dedichi la raccolta proprio
a Boudelaire e a Serge Gainsbourg,
conosciuto con lo pseudonimo di Julien
Grix, cantautore, attore,
regista, compositore e paroliere
russo naturalizzato francese di origini
ucraine, poeta maledetto della
canzone, genio ribelle, come lo
era d’altra parte Boudelaire.
Chi è il flâneur? È una figura letteraria e metropolitana, un tipo letterario, o meglio un vero archetipo che incarna il nuovo artista, il nuovo poeta ottocentesco, tenuto a
battesimo da Boudelaire, che si trova calato,
immerso nella modernità, nei ritmi alienanti e meccanici della
rivoluzione industriale, quindi un una società dai forti tratti borghesi, nella nuova realtà urbana, nelle nuove città trasformate dalla rivoluzione
industriale. Un poeta, un artista che ancora porta i segni della sacralità, quella che Walter Benjamin (filosofo tedesco,
1892-1940) più tardi chiamerà “aura”
ma parlando della perdita dell’aura
nel suo libro fondamentale L’opera d’arte nell’ epoca
della sua riproducibilità tecnica (1935-36).
Il termine flâneur è traducibile solo
per approssimazione: lo potremmo
definire un perdigiorno, un vagabondo, che passeggia per perdersi nelle vie della città, si muove senza una meta
precisa in mezzo alla gente, usando il proprio tempo senza profitto.
È un
viaggiatore nello spazio e nel tempo, che percorre la città osservandola e vivendola nel suo svolgersi, attivando i sensi, attento
ai rumori ai silenzi, ai profumi, ai cromatismi, provando un piacere estetico nell’immergersi nelle folle brulicanti. Quella del flâneur
è un’esperienza straordinaria,
perché chi cammina a lungo per le strade senza meta è colto da un’ebbrezza , il flâneur
cade in una sorta di estasi. L’attività intenzionale lascia spazio a una
fantasmagoria. Il flâneur elabora una nuova forma di appercezione.
In quanto tale quindi
il flâneur è l’alter ego del poeta che, per definizione, sta nel mondo ma in una
posizione un po’ sghemba, sta
nelle cose ma se ne tira fuori, le guarda distanziandosene, come da un altrove, da un esilio,
ma nello stesso tempo ne fa parte, le
assume su di sé.
Jonathan come il flâneur, è l’osservatore,
ma anche colui che è osservato, pensare la città diventa occasione per essere pensati dalla città,
che esige una filosofia del transitare, perché è luogo di una rete di eventi, di mescolanza
e di improvvisazione, di mutabilità, di trasformazione continua, e quindi richiede una corrispondente mobilità, un’immersione percettiva, emozionale, sensoriale nei suoi
percorsi, tale che essa possa divenire
teatro di nuove costellazioni mai viste prima.
In questa
raccolta J.R. ci porta con sé lungo le vie di Parigi,
lungo i boulevards, sul
lungosenna, nei passages (gallerie coperte costellate
di negozi, nate in gran numero
nel corso del primo trentennio del XIX secolo), lungo geografie spaziali ma anche temporali, dai giorni degli attentati a Charlie Hebdo
e al Bataclan fino ai giorni dello svuotamento della città
a causa della quarantena.
Leggendo le poesie di J.R. possiamo percorrere le
strade della città con la mente e con i sensi, ed è una scrittura poetica efficacissima, materica, corporea.
Letture […]
In questo suo girovagare J.R. rifiuta il percorso
orientato, rifugge quelli che Boudelaire stesso chiama quartieri
pacificati per cercare
viceversa quelli in cui, come
dice sempre Boudelaire brulica vivamente la materia umana,
e non si ritrae certo di
fronte a una realtà scomoda, sconveniente
o esteticamente non accettabile.
Su questo enorme palcoscenico che è la città disegnata da J.R in questa raccolta, si muove tutta una umanità secondaria,
marginale, maledetta: si aggirano ubriachi, prostitute, malfattori, sbandati, clochards. Jonathan (pag.
19, una poesia in particolare, “i pazzi sono fuori”) li definisce: strane
coppie assortite, lesbiche senza confessione, un poeta malgascio, tossici afoni
intorpiditi, ragazzini di seconda mano, ecc.
Questa è l’umanità che interessa a Jonathan, perché sa che è quella più vera, quella dalla quale, in quanto considerata letame dal pensiero dalla società borghese, nasce sicuramente un fiore (per parafrasare De Andrè). Jonathan cerca tra i rifiuti per ridisegnare una nuova umanità, più autentica, si spinge nella vita degradata, nella sua corruzione per scoprire, in questo rovinoso venir
meno delle cose, qualcosa che le possa
salvare che le redima, che possa redimere.
Nella raccolta si
sente fortemente il legame
speciale tra Jonathan e Parigi. Victor Hugo ne I miserabili scrisse: Errare è umano, flâner è parigino. J.R. nella
poesia Senza lacci ad un certo punto scrive Io non partecipo. Io
sono Parigi.
Jonathan indossa
anche uno speciale paio di lenti che
gli permettono di andare oltre la
superficie, oltre l’immagine,
per scoprire l’essenza delle cose,
ad un certo punto si lascia catturare dall’imprevisto,
dal misterioso, dall’invisibile, sempre guidato dalla curiosità, da quella che Boudelaire
chiama la curiosità del convalescente. Boudelaire scrive: la convalescenza è come un ritorno all’infanzia. Il convalescente possiede in sommo grado,
come il bambino, la facoltà di
interessarsi vivamente alle cose, anche quelle in apparenza più banali.
La reverie è
questo lasciarsi andare alle impressioni anche sensoriali, alle fantasticherie,
che non è chiaramente un semplice gioco senza senso, un gioco ozioso, ma
implica lo scavo interiore, la discesa nei propri recessi, e poi tentare una
riemersione rigenerante.
Jonathan scrive:
… Parigi / solo dove mi senta leggero / possa
ammalarmi sereno. / Concetto elementare / comprensibile da un bambino. / Sono
gli adulti a lasciarsi andare / quando stanno male. / Noi bambini lo facciamo
quando siamo felici.
In questi versi c’è il riferimento alla malattia e alla guarigione, alla convalescenza, la rivendicazione
di questa capacità di ritornare bambini, di rifarsi puri, di rinnovare
lo sguardo, di costruirsi una felicità pur partendo da un dolore.
[…]
In questo suo essere costantemente in un altrove Jonathan
è il poeta dell’esilio, cito
ancora Boudelaire: Vedere il mondo,
esserne al centro e restargli nascosto. È la solitudine del poeta, come condizione esistenziale necessaria. Una
solitudine descritta molto bene
da Descartes che parla di solitudine
cittadina per il flâneur.
In una lettera a un suo amico (Jean-Louis Guez De Balzac, maggio
1631), descrivendo se stesso ad
Amsterdam rende una definizione molto efficace del flâneur, colui che sta sulla soglia di due mondi in
una posizione ambigua, angosciante e nello stesso tempo inebriante […] nella
folla e, contemporaneamente, separato da essa.
Nella sua versificazione avverto anche una malinconia che la attraversa come un filo rosso, un mood, un’atmosfera, un umore, un afflato nostalgico dove per nostalgico si intende, etimologicamente, dolore del ritorno, ritorno a qualcosa che si è perso o che si deve ancora trovare. Un dolore che J.R. sa tenere bene a bada, sa camuffare o esorcizzare attraverso l’ironia, a volte con la dissacrazione ma che emerge inevitabilmente come coloritura nella scrittura. E avverto dietro la città reale una città ideale perduta, da ricostruire o da costruire ex novo, una città invisibile, per dirla con Calvino, ma altrettanto vera, autentica (una sognata, agognata città giusta per i poeti).
*
Non dobbiamo mai
dimenticare che lo specifico
della poesia è il linguaggio, è l’uso quasi artigianale delle parole, della misura metrica, delle figure
retoriche, tutti gli strumenti formali che concorrono a definire un
testo poetico.
Poesia Roulette
russa (pag. 57)
Le prime tre strofe presentano un
registro alto, quasi aulico con
questo ricorso a immagini naturalistiche che dovrebbero creare anche semanticamente un clima sereno,
disteso, e lo fanno ma solo in parte, una serie
di elementi-spia scalfiscono,
turbano questa serenità
ma in maniera non immediatamente percepibile, mi riferisco innanzitutto al ritmo binario dei versi, costruiti
sulla coppia sostantivo + aggettivo,
che rende la lettura ansiosa, saltellante, il respiro corto. C’è poi
una fitta rete, una
sovrabbondanza di consonanti dal suono
duro, aspro, come: r, s, t, p,
c, d ; e di nessi dal medesimo suono come: -rp, -fr, str, -sc, -cc, -tr, e altri, tutti in forte allitterazione tra di loro. Ci sono rime interne: vita-dita
che fa assonanza con districa; e rovi-covi; c’è una improvvisa e
inaspettata distensione del tono nel verso se
conosci il sesso femminile (nella 3a strofa) che è un endecasillabo
a minore, quindi un verso lungo,
tra i più canonici utilizzati per la poesia idilliaca. In questa 3a strofa c’è una
ridondanza allitterativa sulla lettera ‘m’, e sul nesso -mm (di femminile, immensità), sui nessi -ma, ama- (di intima-mare-amare). L’intento è quello di insistere sul femminile, proporre il femminile come elemento pervasivo e
soprattutto come momento aurorale,
e infatti subito dopo c’è un forte e improvviso cambiamento di tono,
verso il basso, verso un registro
domestico, familiare, cambiamento segnalato dalla presenza a
inizio verso di quel ‘ma-’ di ‘mangia’, che è incluso nella parola ‘mangia’ ma che funziona quasi da particella disgiuntiva che segnala una regressione, anche nel
linguaggio, alla dimensione infantile,
al recupero appunto del femminile,
un ritorno al materno, a un femminile
originario e rigenerativo (non a caso prima c’era il riferimento al mare, all’acqua, alle acque amniotiche).
E qui ritorna
il ritmo binario, con l’aggiunta di rime facili: cioccolatino-bambino; fiore-candore;
stelle-belle, e sono rime baciate, quindi tutto il
ritmo è cantilenante, da filastrocca (usata appunto dai bambini e per i
bambini).
Vedete come l’uso
studiato delle parole e della metrica veicola e rafforza il significato dei
versi, il messaggio che
il poeta vuole trasmettere. Tutto questo significa che J.R. vuole far convergere l’attenzione di noi lettori proprio su questi
luoghi del testo perché è a questi che lui affida in particolar modo il
suo messaggio, un senso, un significato importante nell’economia della
versificazione.
Non tutti i versi sono
rimati, ma queste compaiono
all’improvviso in alcuni punti della versificazione e solo in alcuni punti. In
questi punti J.R. ricorre a un uso
palesemente eccessivo delle rime, costruendo tutto un reticolo di rime, assonanze, consonanze, allitterazioni, come
abbiamo appena visto.
Questo perché, secondo me, essendo
la rima una normazione, una misura, una gabbia, è come se ad un certo punto Jonathan sentisse l’esigenza, l’urgenza di raffreddare, di
tenere a freno il magma incandescente
della materia che sta trattando, deve necessariamente imbrigliare questa materia che tende a
eccedere, a esondare, come se volesse mettere ordine al caos, al
suo caos ma anche a quello del mondo, per limitare il suo caos, che è anche il nostro, il
senso di smarrimento, di inquietudine,
di smarrimento nel nulla che ci
sovrasta, che ci inghiotte, nel quale abbiamo paura di perderci, la
rima ordinatrice di ciò che non si può ordinare, che deve dare un limite, una finitezza al ciò non
ce l’ha, come il vuoto o
l’infinito, ma questa rima ordinatrice è inefficace, semmai non fa altro che aumentare per contrasto, nel momento in cui viene sovraesposta, resa evidente, questo senso di smarginatura e di vuoto.
M.D.
