domenica 18 gennaio 2026

Appunti di Maristella Diotaiuti per la presentazione del libro Le scarpe del flâneur, di Jonathan Rizzo, Ensemble Edizioni, 2020.


 














Le Cicale Operose, domenica 13 febbraio, 2022.

[…]

Ma veniamo al libro di stasera, alle poesie di questa raccolta, che rimanda a un substrato culturale vasto, fitto e articolato, ci sono riferimenti culturali importanti anche per comprendere la poesia di J.R.: Boudelaire, Proust, Benjamin, Dante che è il flâneur per eccellenza, ma anche Poe, Hugo, Rimbaud, Dino Campana, e tanti altri.

Una lettura che apre anche una serie di riflessioni sul nostro presente, sulla nostra società,  su problematiche inerenti alla natura del poeta, al senso ultimo o primo del fare poesie.

Il titolo rimanda immediatamente a Boudelaire, il primo a coniare la parola flâneur in una accezione precisa, ma rimanda anche e soprattutto a Jonathan, al suo modo di essere poeta, di fare poesia. Come scrive Marco Incardona nella sua bellissima prefazione, quella di Jonathan è una poesia corporale, della presenza, del suo farsi e del suo dirsi.  

Jonathan è un poeta libero, autentico, che non vuole né può essere chiuso, costretto in una definizione, è un poeta insofferente alle gabbie ideologiche o di scuola, per questo può essere irriverente, fa lo sberleffo a chi si prende troppo sul serio, si prende gioco anche di se stesso quando si prende troppo sul serio, il suo scopo è quello di smascherare le convenzioni, le sovrastrutture, le mistificazioni del mondo, finendo poi però con l’essere estremamente serio nel suo essere poeta e poeta fino in fondo, fino alle estreme conseguenze che l’essere poeta comporta. Perché pur dicendo di non credere alla poesia ci crede in maniera totalizzante, tanto da farne la cifra della propria vita.

Non è un caso che J.R. dedichi la raccolta proprio a Boudelaire e a Serge Gainsbourg, conosciuto con lo pseudonimo di Julien Grix, cantautore, attore, regista, compositore e paroliere russo naturalizzato francese di origini ucraine, poeta maledetto della canzone, genio ribelle, come lo era d’altra parte Boudelaire.

 Chi è il flâneur? È una figura letteraria e metropolitana, un tipo letterario, o meglio un vero archetipo che incarna il nuovo artista, il nuovo poeta ottocentesco, tenuto a battesimo da Boudelaire, che si trova calato, immerso nella modernità, nei ritmi alienanti e meccanici della rivoluzione industriale, quindi un una società dai forti tratti borghesi, nella nuova realtà urbana, nelle nuove città trasformate dalla rivoluzione industriale. Un poeta, un artista che ancora porta i segni della sacralità, quella che Walter Benjamin (filosofo tedesco, 1892-1940) più tardi chiamerà “aura” ma parlando della perdita dell’aura nel suo libro fondamentale L’opera d’arte nell’ epoca della sua riproducibilità tecnica (1935-36).

Il termine flâneur è traducibile solo per approssimazione: lo potremmo definire un perdigiorno, un vagabondo, che passeggia per perdersi nelle vie della città, si muove senza una meta precisa in mezzo alla gente, usando il proprio tempo senza profitto.

È un viaggiatore nello spazio e nel tempo, che percorre la città osservandola e vivendola nel suo svolgersi, attivando i sensi, attento ai rumori ai silenzi, ai profumi, ai cromatismi, provando un piacere estetico nell’immergersi nelle folle brulicanti. Quella del flâneur è un’esperienza straordinaria, perché chi cammina a lungo per le strade senza meta è colto da un’ebbrezza , il flâneur cade in una sorta di estasi. L’attività intenzionale lascia spazio a una fantasmagoria. Il flâneur elabora una nuova forma di appercezione.

In quanto tale quindi il flâneur è l’alter ego del poeta che, per definizione, sta nel mondo ma in una posizione un po’ sghemba, sta nelle cose ma se ne tira fuori, le guarda distanziandosene, come da un altrove, da un esilio, ma nello stesso tempo ne fa parte, le assume su di sé.

Jonathan come il flâneur, è l’osservatore, ma anche colui che è osservato, pensare la città diventa occasione per essere pensati dalla città, che esige una filosofia del transitare, perché è luogo di una rete di eventi, di mescolanza e di improvvisazione, di mutabilità, di trasformazione continua, e quindi richiede una corrispondente mobilità, un’immersione percettiva, emozionale, sensoriale nei suoi percorsi, tale che essa possa divenire teatro di nuove costellazioni mai viste prima.

In questa raccolta J.R. ci porta con sé lungo le vie di Parigi, lungo i boulevards, sul lungosenna, nei passages (gallerie coperte costellate di negozi, nate in gran numero nel corso del primo trentennio del XIX secolo), lungo geografie spaziali ma anche temporali, dai giorni degli attentati a Charlie Hebdo e al Bataclan fino ai giorni dello svuotamento della città a causa della quarantena.

Leggendo le poesie di J.R. possiamo percorrere le strade della città con la mente e con i sensi, ed è una scrittura poetica efficacissima, materica, corporea.

Letture […]

In questo suo girovagare J.R. rifiuta il percorso orientato, rifugge quelli che Boudelaire stesso chiama quartieri pacificati per cercare viceversa quelli in cui, come dice sempre Boudelaire brulica vivamente la materia umana,  e non si ritrae certo di fronte a una realtà scomoda, sconveniente o esteticamente non accettabile.

Su questo enorme palcoscenico che è la città disegnata da J.R in questa raccolta, si muove tutta una umanità secondaria, marginale, maledetta: si aggirano ubriachi, prostitute, malfattori, sbandati, clochards. Jonathan (pag. 19, una poesia in particolare, “i pazzi sono fuori”) li definisce: strane coppie assortite, lesbiche senza confessione, un poeta malgascio, tossici afoni intorpiditi, ragazzini di seconda mano, ecc.

Questa è l’umanità che interessa a Jonathan, perché sa che è quella più vera, quella dalla quale, in quanto considerata letame dal pensiero  dalla società borghese, nasce sicuramente un fiore (per parafrasare De Andrè). Jonathan cerca tra i rifiuti per ridisegnare una nuova umanità, più autentica, si spinge nella vita degradata, nella sua corruzione per scoprire, in questo rovinoso venir meno delle cose, qualcosa che le possa salvare che le redima, che possa redimere.

Nella raccolta si sente fortemente il legame speciale tra Jonathan e Parigi. Victor Hugo ne I miserabili scrisse: Errare è umano, flâner è parigino. J.R. nella poesia Senza lacci ad un certo punto scrive Io non partecipo. Io sono Parigi.

Jonathan indossa  anche uno speciale paio di lenti che gli permettono di andare oltre la superficie, oltre l’immagine, per scoprire l’essenza delle cose, ad un certo punto si lascia catturare dall’imprevisto, dal misterioso, dall’invisibile, sempre guidato dalla curiosità, da quella che Boudelaire chiama la curiosità del convalescente. Boudelaire scrive: la convalescenza è come un ritorno all’infanzia. Il convalescente possiede in sommo grado, come il bambino, la facoltà di interessarsi vivamente alle cose, anche quelle in apparenza più banali.

La reverie è questo lasciarsi andare alle impressioni anche sensoriali, alle fantasticherie, che non è chiaramente un semplice gioco senza senso, un gioco ozioso, ma implica lo scavo interiore, la discesa nei propri recessi, e poi tentare una riemersione rigenerante.

Jonathan scrive:

Parigi / solo dove mi senta leggero / possa ammalarmi sereno. / Concetto elementare / comprensibile da un bambino. / Sono gli adulti a lasciarsi andare / quando stanno male. / Noi bambini lo facciamo quando siamo felici.

In questi versi c’è il riferimento alla malattia e alla guarigione, alla convalescenza, la rivendicazione di questa capacità di ritornare bambini, di rifarsi puri, di rinnovare lo sguardo, di costruirsi una felicità pur partendo da un dolore.

[…]

In questo suo essere costantemente in un altrove Jonathan è il poeta dell’esilio, cito ancora Boudelaire: Vedere il mondo, esserne al centro e restargli nascosto. È la solitudine del poeta, come condizione esistenziale necessaria. Una solitudine descritta molto bene da Descartes che parla di solitudine cittadina per il flâneur. In una lettera a un suo amico (Jean-Louis Guez De Balzac, maggio 1631), descrivendo se stesso ad Amsterdam rende una definizione molto efficace del flâneur, colui che sta sulla soglia di due mondi in una posizione ambigua, angosciante e nello stesso tempo inebriante […] nella folla e, contemporaneamente, separato da essa.

Nella sua versificazione avverto anche una malinconia che la attraversa come un filo rosso, un mood, un’atmosfera, un umore, un afflato nostalgico dove per nostalgico si intende, etimologicamente, dolore del ritorno, ritorno a qualcosa che si è perso o che si deve ancora trovare. Un dolore che J.R. sa tenere bene a bada, sa camuffare o esorcizzare attraverso l’ironia, a volte con la dissacrazione ma che emerge inevitabilmente come coloritura nella scrittura. E avverto dietro la città reale una città ideale perduta, da ricostruire o da costruire ex novo, una città invisibile, per dirla con Calvino, ma altrettanto vera, autentica (una sognata, agognata città giusta per i poeti).


*

Non dobbiamo mai dimenticare che lo specifico della poesia è il linguaggio, è l’uso quasi artigianale delle parole, della misura metrica, delle figure retoriche, tutti gli strumenti formali che concorrono a definire un testo poetico.

Poesia Roulette russa (pag. 57)

Le prime tre strofe presentano un registro alto, quasi aulico con questo ricorso a immagini naturalistiche che dovrebbero creare anche semanticamente un clima sereno, disteso, e lo fanno ma solo in parte, una serie di elementi-spia scalfiscono, turbano questa serenità ma in maniera non immediatamente percepibile, mi riferisco innanzitutto al ritmo binario dei versi, costruiti sulla coppia sostantivo + aggettivo, che rende la lettura ansiosa, saltellante, il respiro corto. C’è poi una fitta rete, una sovrabbondanza di consonanti dal suono duro, aspro, come: r, s, t, p, c, d ; e di nessi dal medesimo suono come: -rp, -fr, str, -sc, -cc, -tr, e altri, tutti in forte allitterazione tra di loro. Ci sono rime interne: vita-dita che fa assonanza con districa; e rovi-covi; c’è una improvvisa e inaspettata distensione del tono nel verso se conosci il sesso femminile (nella 3a strofa) che è un endecasillabo a minore, quindi un verso lungo, tra i più canonici utilizzati per la poesia idilliaca. In questa 3a strofa c’è una ridondanza allitterativa sulla lettera ‘m’, e sul nesso -mm (di femminile, immensità), sui nessi -ma, ama- (di intima-mare-amare). L’intento è quello di insistere sul femminile, proporre il femminile come elemento pervasivo e soprattutto come momento aurorale, e infatti subito dopo c’è un forte e improvviso cambiamento di tono, verso il basso, verso un registro domestico, familiare, cambiamento segnalato dalla presenza a inizio verso di quel ‘ma-’ di ‘mangia’, che è incluso nella parola ‘mangia’ ma che funziona quasi da particella disgiuntiva che segnala una regressione, anche nel linguaggio, alla dimensione infantile, al recupero appunto del femminile, un ritorno al materno, a un femminile originario e rigenerativo (non a caso prima c’era il riferimento al mare, all’acqua, alle acque amniotiche).

E qui ritorna il ritmo binario, con l’aggiunta di rime facili: cioccolatino-bambino; fiore-candore; stelle-belle, e sono rime baciate, quindi tutto il ritmo è cantilenante, da filastrocca (usata appunto dai bambini e per i bambini).

Vedete come l’uso studiato delle parole e della metrica veicola e rafforza il significato dei versi, il messaggio che il poeta vuole trasmettere. Tutto questo significa che J.R. vuole far convergere l’attenzione di noi lettori proprio su questi luoghi del testo perché è a questi che lui affida in particolar modo il suo messaggio, un senso, un significato importante nell’economia della versificazione.

Non tutti i versi sono rimati, ma queste compaiono all’improvviso in alcuni punti della versificazione e solo in alcuni punti. In questi punti J.R. ricorre a un uso palesemente eccessivo delle rime, costruendo tutto un reticolo di rime, assonanze, consonanze, allitterazioni, come abbiamo appena visto.

Questo perché, secondo me, essendo la rima una normazione, una misura, una gabbia, è come se ad un certo punto Jonathan sentisse l’esigenza, l’urgenza di raffreddare, di tenere a freno il magma incandescente della materia che sta trattando, deve necessariamente imbrigliare questa materia che tende a eccedere, a esondare, come se volesse mettere ordine al caos, al suo caos ma anche a quello del mondo, per limitare il suo caos, che è anche il nostro,  il senso di smarrimento, di inquietudine, di smarrimento nel nulla che ci sovrasta, che ci inghiotte, nel quale abbiamo paura di perderci, la rima ordinatrice di ciò che non si può ordinare, che deve dare un limite, una finitezza al ciò non ce l’ha, come il vuoto o l’infinito, ma questa rima ordinatrice è inefficace, semmai non fa altro che aumentare per contrasto, nel momento in cui viene sovraesposta, resa evidente, questo senso di smarginatura e di vuoto.

 

M.D.