venerdì 20 febbraio 2026

Ek-sistere, in-sistere di Lucio Macchia

 



...a dispetto dell'intelligenza bisogna essere stupidi, infinitamente stupidi, per essere nell'abbandono.

(Carmelo Bene[i])

 

Nel vivere non c'è alcuna felicità. Vivere: portare il proprio io dolente per il mondo. Ma essere, essere è felicità. Essere: trasformarsi in una fontana, in una vasca di pietra, nella quale l'universo cade come una tiepida pioggia.

(M. Kundera, L’immortalità)

 

 


La riflessione di Heidegger sull’esistenza umana ha segnato tutta la filosofia contemporanea. Il suo movimento è genialmente vertiginoso: recupera il termine greco per “esistenza”, ovvero “ekstasis”, e lo legge etimologicamente come uno “stare” (stasis) “fuori” (ek). L’esistenza umana è collegata a un moto di “fuoriuscita”, un protendersi fuori, un’estasi appunto, in cui l’uomo si vede collocato in un contesto, gettato nel mondo e attore tra gli enti. Ente privilegiato perché l’unico in grado di fare questo passo verso l’esterno e guardarsi in situazione, ponendosi come “esserci” (Dasein):  «Questo “essere” del “ci”, e solo questo, ha il carattere fondamentale dell’e-sistenza, cioè dell’e-statico stare-dentro […] nella verità dell’essere»[ii]. Questa uscita, questo protendersi fuori, rappresenta per Heidegger la possibilità, destinata all’uomo, di accedere a un’apertura, all’evento (Ereignis) dell’essere, che non significa incontrare l’essere come un oggetto e conoscerlo, ma vivere l’evento di co-appartenenza con l’essere, ovvero accedere, tramite il linguaggio (la prerogativa umana) a un “pensiero dell’essere” in cui il genitivo è da intendersi contemporaneamente nel duplice senso: oggettivo (pensiero rivolto all’essere, ascolto dell’essere) e soggettivo (pensiero proprio dell’essere, fatto avvenire dall’essere). Uno star fuori che diviene quindi uno “stare-dentro” l’essere. Nel linguaggio, in particolare quello poetico, si apre la possibilità di questo evento, che Heidegger rappresenta come l’apertura nel bosco degli enti di una radura (Lichtung). Perché l’essere non è l’ente (differenza ontologica) ma è un “oltre”, un non-ente, un “niente”, che è in rapporto indissolubile con l’esserci dell’uomo. Ma cosa significa per l’uomo questo movimento di fuoriuscita (ek)? Da cosa fuoriesce? Da cosa “sporge”? Dal piano degli enti e, quindi, potremmo dire, dall’immanenza, dalla semplice natura, dal vivere in sé di cui parla Kundera con la sua immagine della fontana sotto la pioggia. Non a caso in queste pagine heideggeriane è presente il ben noto movimento (spesso oggetto di polemica) di distinzione che il filosofo pone tra l’uomo e gli animali, ai quali non è dato il dominio del linguaggio in cui avviene l’evento dell’essere. Ecco che scorgiamo il negativo rispetto alla tesi dell’immanenza assoluta. La condizione per cui l’uomo è resecato dall’immanenza per azione del linguaggio, diviene qui la sua condizione privilegiata di accesso alla verità dell’essere. Il movimento di “sporgenza” (ek), con il suo carico di angoscia, di senso del nulla, che la filosofia dell’immanenza legge come stato “innaturale”, nel pensiero di Heidegger e, in generale, con modalità differenti, nella tradizione di stampo “fenomenologico/esistenzialista”[iii] diviene il punto di partenza per ogni ulteriore apertura alla verità. Una verità angosciosa, un essere-per-la-morte, in cui è data però la possibilità di un’esistenza autentica. Ronchi, richiamando la celebre favola della rana e dello scorpione, in cui lo scorpione, pur sapendo di annegare, non può fare a meno di pungere la rana, osserva: «L’essere del soggetto, come i moderni amano da più di un secolo ripetere, consiste nel suo e-sistere, nello stare cioè fuori (ek) dalla natura, “via” da tutti i luoghi: ma che cosa c’è al di là della natura, oltre l’ente in totalità, nell’atopia del non luogo, se non il niente sconosciuto allo scorpione e invece assaporato, nell’angoscia, dall’uomo?» [iv]. Qui è rappresentato tutto lo scarto tra i due canoni filosofici individuati da Ronchi, quello maggiore (in cui un ruolo centrale è giocato dal pensiero di Heidegger) e quello minore, in cui l’immanenza diviene il centro della possibilità di un pensiero dell’essere, l’esperienza di un assoluto che precede qualunque esserci ed è anteriore allo stesso logos. Allora, nell’ottica della filosofia dell’immanenza assoluta, non si tratta più di ek-sistere, di distaccarsi dal piano degli enti per ritrovare, attraverso l’esperienza del niente, la risonanza con l’essere, ma piuttosto di percorrere la strada inversa e cercare la fusione con il tutto a cui aspirava Bergson, il recupero di una radice perduta per azione del logos. Non si tratta, cioè, di ek-sistere ma piuttosto di in-sistere. I due canoni si rappresentano allora come movimenti direzionali opposti. Il primo, pur con modalità molto diverse e sfaccettate, prende le mosse da una mediazione dell’esperienza attraverso la coscienza riflessiva (in un modo o nell’altro “intenzionale” nella sua “direzionalità”); mentre il secondo cerca l’immersione in quella coscienza irriflessa, inconscia, pre-logos, nella quale riabbracciare l’essere prima del suo farsi mondo. Un vivere fine a se stesso, atto intransitivo, anti-progettuale. Come esseri umani viviamo queste due direttrici dello “ek” e dello “in” in modo intrecciato, inscindibile, ma l’esperienza reale della gioia (l’abbandono di cui parla Bene) si apre solo nella dimensione dell’in-sistere, poiché la sporgenza dello “ek” ci pone inevitabilmente nell’angoscia del vuoto, fuori dal piano di immanenza in senso deleuziano, costretti, in un modo o nell’altro, a percorsi all’interno del perimetro tracciato da una coscienza sempre in balia di una finitudine insuperabile (cfr. Foucault). Nell’esperienza assoluta dell’in-sistere ritroviamo il linguaggio poetico non nella sistematicità heideggeriana, non come “casa dell’essere”, ma piuttosto come precario tentativo nomadico di catturare lembi di quel radicale vissuto di fusione con la totalità infinita, pura vita di niente e di nessuno, stupore e meraviglia del sorgere noi e il tutto irriflessivamente, nell’eterna libertà. Senza più nomi.



Immagine: Alberto Burri, Nero e Oro (1993)



[i] Dal video YouTube “Macchina attoriale”

[ii] M. Heidegger, Lettera sull’«umanismo» (Adelphi, ed. digitale 2020), prima ed. orig. 1946, p. 28

[iii] Qui si sta sinteticamente individuando un orientamento comune in un ambito di pensiero molto vasto e sfaccettato. La stessa ricerca di Heidegger intreccia, in modo estremamente complesso, temi esistenzialistici e ontologici.

[iv] Rocco Ronchi, Il canone minore – Verso una filosofia della natura (Feltrinelli, 2017), ed. digitale Kindle, pos. 1209