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dispetto dell'intelligenza bisogna essere stupidi, infinitamente stupidi, per
essere nell'abbandono.
(Carmelo
Bene[i])
Nel
vivere non c'è alcuna felicità. Vivere: portare il proprio io dolente per il
mondo. Ma essere, essere è felicità. Essere: trasformarsi in una fontana, in
una vasca di pietra, nella quale l'universo cade come una tiepida pioggia.
(M.
Kundera, L’immortalità)
La riflessione di Heidegger sull’esistenza umana ha segnato
tutta la filosofia contemporanea. Il suo movimento è genialmente vertiginoso:
recupera il termine greco per “esistenza”, ovvero “ekstasis”, e lo legge
etimologicamente come uno “stare” (stasis) “fuori” (ek). L’esistenza umana è
collegata a un moto di “fuoriuscita”, un protendersi fuori, un’estasi appunto,
in cui l’uomo si vede collocato in un contesto, gettato nel mondo e attore tra
gli enti. Ente privilegiato perché l’unico in grado di fare questo passo verso
l’esterno e guardarsi in situazione, ponendosi come “esserci” (Dasein): «Questo “essere” del “ci”, e solo questo, ha
il carattere fondamentale dell’e-sistenza, cioè dell’e-statico stare-dentro […]
nella verità dell’essere»[ii].
Questa uscita, questo protendersi fuori, rappresenta per Heidegger la
possibilità, destinata all’uomo, di accedere a un’apertura, all’evento (Ereignis)
dell’essere, che non significa incontrare l’essere come un oggetto e
conoscerlo, ma vivere l’evento di co-appartenenza con l’essere, ovvero accedere,
tramite il linguaggio (la prerogativa umana) a un “pensiero dell’essere” in cui
il genitivo è da intendersi contemporaneamente nel duplice senso: oggettivo
(pensiero rivolto all’essere, ascolto dell’essere) e soggettivo (pensiero
proprio dell’essere, fatto avvenire dall’essere). Uno star fuori che diviene
quindi uno “stare-dentro” l’essere. Nel linguaggio, in particolare quello
poetico, si apre la possibilità di questo evento, che Heidegger rappresenta
come l’apertura nel bosco degli enti di una radura (Lichtung). Perché
l’essere non è l’ente (differenza ontologica) ma è un “oltre”, un non-ente, un
“niente”, che è in rapporto indissolubile con l’esserci dell’uomo. Ma cosa
significa per l’uomo questo movimento di fuoriuscita (ek)? Da cosa
fuoriesce? Da cosa “sporge”? Dal piano degli enti e, quindi, potremmo dire,
dall’immanenza, dalla semplice natura, dal vivere in sé di cui parla Kundera
con la sua immagine della fontana sotto la pioggia. Non a caso in queste pagine
heideggeriane è presente il ben noto movimento (spesso oggetto di polemica) di
distinzione che il filosofo pone tra l’uomo e gli animali, ai quali non è dato
il dominio del linguaggio in cui avviene l’evento dell’essere. Ecco che
scorgiamo il negativo rispetto alla tesi dell’immanenza assoluta. La condizione
per cui l’uomo è resecato dall’immanenza per azione del linguaggio, diviene qui
la sua condizione privilegiata di accesso alla verità dell’essere. Il movimento
di “sporgenza” (ek), con il suo carico di angoscia, di senso del nulla, che la
filosofia dell’immanenza legge come stato “innaturale”, nel pensiero di
Heidegger – e, in generale, con modalità differenti, nella tradizione di
stampo “fenomenologico/esistenzialista”[iii]
– diviene il punto di partenza per ogni ulteriore apertura alla verità.
Una verità angosciosa, un essere-per-la-morte, in cui è data però la
possibilità di un’esistenza autentica. Ronchi, richiamando la celebre favola
della rana e dello scorpione, in cui lo scorpione, pur sapendo di annegare, non
può fare a meno di pungere la rana, osserva: «L’essere del soggetto, come i
moderni amano da più di un secolo ripetere, consiste nel suo e-sistere, nello
stare cioè fuori (ek) dalla natura, “via” da tutti i luoghi: ma che cosa c’è al
di là della natura, oltre l’ente in totalità, nell’atopia del non luogo, se non
il niente sconosciuto allo scorpione e invece assaporato, nell’angoscia,
dall’uomo?» [iv].
Qui è rappresentato tutto lo scarto tra i due canoni filosofici individuati da
Ronchi, quello maggiore (in cui un ruolo centrale è giocato dal pensiero di Heidegger)
e quello minore, in cui l’immanenza diviene il centro della possibilità di un
pensiero dell’essere, l’esperienza di un assoluto che precede qualunque esserci
ed è anteriore allo stesso logos. Allora, nell’ottica della filosofia
dell’immanenza assoluta, non si tratta più di ek-sistere, di distaccarsi
dal piano degli enti per ritrovare, attraverso l’esperienza del niente, la
risonanza con l’essere, ma piuttosto di percorrere la strada inversa e cercare
la fusione con il tutto a cui aspirava Bergson, il recupero di una radice
perduta per azione del logos. Non si tratta, cioè, di ek-sistere
ma piuttosto di in-sistere. I due canoni si rappresentano allora come
movimenti direzionali opposti. Il primo, pur con modalità molto diverse e
sfaccettate, prende le mosse da una mediazione dell’esperienza attraverso la
coscienza riflessiva (in un modo o nell’altro “intenzionale” nella sua “direzionalità”);
mentre il secondo cerca l’immersione in quella coscienza irriflessa, inconscia,
pre-logos, nella quale riabbracciare l’essere prima del suo farsi mondo. Un
vivere fine a se stesso, atto intransitivo, anti-progettuale. Come esseri umani
viviamo queste due direttrici dello “ek” e dello “in” in modo intrecciato,
inscindibile, ma l’esperienza reale della gioia (l’abbandono di cui
parla Bene) si apre solo nella dimensione dell’in-sistere, poiché la
sporgenza dello “ek” ci pone inevitabilmente nell’angoscia del vuoto, fuori dal
piano di immanenza in senso deleuziano, costretti, in un modo o nell’altro, a
percorsi all’interno del perimetro tracciato da una coscienza sempre in balia
di una finitudine insuperabile (cfr. Foucault). Nell’esperienza assoluta dell’in-sistere
ritroviamo il linguaggio poetico non nella sistematicità heideggeriana, non
come “casa dell’essere”, ma piuttosto come precario tentativo nomadico di
catturare lembi di quel radicale vissuto di fusione con la totalità infinita, pura
vita di niente e di nessuno, stupore e meraviglia del sorgere – noi e il
tutto – irriflessivamente, nell’eterna libertà. Senza più nomi.
Immagine: Alberto Burri, Nero e Oro (1993)
[i] Dal video YouTube “Macchina attoriale”
[ii] M. Heidegger, Lettera sull’«umanismo» (Adelphi, ed. digitale 2020), prima ed. orig. 1946, p. 28
[iii] Qui si sta sinteticamente individuando un orientamento comune in un ambito di pensiero molto vasto e sfaccettato. La stessa ricerca di Heidegger intreccia, in modo estremamente complesso, temi esistenzialistici e ontologici.
[iv] Rocco Ronchi, Il canone minore – Verso una filosofia della natura (Feltrinelli, 2017), ed. digitale Kindle, pos. 1209