giovedì 21 maggio 2026

DI CAPPIO IN CAPPIO. Di Matteo Rusconi.

 









Ha fatto molto discutere, a livello internazionale, la torta con disegnato un cappio ricevuta dal ministro della sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir per il suo cinquantesimo compleanno. Oltre alla corda con il nodo scorsoio, che soffoca molte vite, le guarnizioni rappresentavano anche due pistole e una mappa che includeva i territori di Gaza e Cisgiordania. Il simbolo del cappio, inoltre, era un palese rimando alla reintroduzione della pena di morte per i palestinesi accusati di atti di terrorismo. Solo per i palestinesi. Se sei israeliano e compi atti di terrorismo, no: chiudiamo entrambi gli occhi e via. Lo schifo sullo schifo.

Quello che mi ferisce, che mi fa ribollire, è il continuo calpestare i diritti degli esseri umani; diritti tutelati da dichiarazioni su dichiarazioni, da scaffali interminabili di carte che, ahimè, sembrano stare lì solo a prendere polvere. Quello che mi indigna ancora di più, che mi fa incazzare abbestia, è permettere che uno stato — sì, scritto con la minuscola — compia indisturbato tutto ciò e che, sul conto, introduca pure leggi razziali mentre il mondo osserva imbesuito e fa spallucce.

Così quel cappio non rimane solo una decorazione del cazzo. Diventa il simbolo di un’umanità che fatica sempre di più a respirare. E che, di conseguenza, non sa più nemmeno come urlare.

E allora urlo io, che sopra la testa ho un tetto, e non macerie; urlo forte con una poesia di Fidaa Ziyad, poetessa di Gaza che scrive i propri testi sotto il continuo bombardamento di beceri macellai.

Vivo questo genocidio attraverso l’immaginazione di tre bambini
Il primo si è nascosto sotto le lenzuola
Dicendo Vorrei essere un fantasma
Perché gli aerei non mi vedano
Il secondo ha detto, dallo schianto delle navi da guerra
È la voce della piovra nel mare
E la terza, una bambina: Vorrei essere una tartaruga
Per nascondere tutti
Sotto il mio guscio

O tu, la mano dell’immaginazione,
culla il sonno di questi piccoli,
preserva per loro tutti questi sogni.
O tu, la mano dell’immaginazione,
non andare oltre l’orrore della realtà.