sabato 29 novembre 2025

La fatica di essere donne, di Rita Ciatti.

 











Ieri sera, mentre stavo attraversando la strada sulle strisce pedonali, semaforo verde per me, una donna in auto mi ha tagliato la strada, mancandomi per poco; non solo vedendomi non ha rallentato, ma ha addirittura accelerato, guardandomi con aria di sfida, lo sguardo truce, incattivito.

Ho pensato, sì, le donne stronze esistono, anche violente, aggressive, cattive, spesso invidiose.

Ma questi sono tratti individuali, caratteriali, che in nessun modo possono configurarsi come violenza di genere o forme oppressive verso il sesso maschile. Non esiste il sessismo inverso.

Infatti, quando parliamo di violenza sulle donne e di patriarcato non ci riferiamo a comportamenti messi in atto da singoli o a caratteristiche soggettive, ma a schemi di pensiero e a pratiche millenarie che da sempre hanno svantaggiato le donne sul piano materiale, collettivo e individuale; pratiche di cui tutti gli uomini hanno usufruito per ottenere e mantenere determinati privilegi e che le istituzioni hanno difeso.

Disparità salariale oggi, anche a livello pensionistico, mancato accesso allo studio e al lavoro nel passato, quindi mancata indipendenza economica da cui consegue mancata libertà, sottomissione, dipendenza, ma anche mancata fiducia nelle nostre capacità e mancato sviluppo delle nostre potenzialità, intellettuali, emotive e pratiche; mancanza di autostima in cui abbiamo fortemente creduto e su cui abbiamo anche ironizzato;

esaltazione di caratteristiche negative o ritenute di poco conto;

sfruttamento dei nostri corpi legalizzato, normalizzato e naturalizzato e fatto passare come "mestiere più antico del mondo";

apprendimento differenziato tra i due sessi, a partire dalla più tenera infanzia, con costruzione dei ruoli che definisce il modo in cui i maschi pensano loro stessi e le femmine e viceversa, con sbilanciamento di potere e di valore verso i primi, in favore dei primi (gli uomini fanno le cose che contano, fanno il mondo, le donne restano a casa a cucinare, a badare alla prole, chiacchierano di cose futili, trucco, ricette, bellezza);

crescere e vivere, in quanto donne, nel timore di essere molestate, violentate, uccise, picchiate, non considerate se non per l'aspetto fisico, con tutto lo stress e la stanchezza che ne consegue e che ci distoglie dai progetti e altro;

essere percepite e di fatto quindi percepirsi - perché è questa l'immagine di noi che la società ci rimanda - come "carne da macello", oggetti sessuali, elementi decorativi da cui dipende o meno il nostro valore e su cui investiamo tanto, sia in termini di tempo, ma anche di energie fisiche e mentali (ore e ore passate a renderci accettabili per i canoni stabiliti dalla società - sempre più idealistici e irraggiungibili, peraltro);

essere considerate "meno", mancanti di qualcosa, più adatte a certi mestieri che non altri (ancora oggi ci sono persone che non si fidano di donne professioniste);

svilimento di tutto ciò che appartiene "all'universo femminile", compresa la narrativa e le tematiche di cui scriviamo (se un autore scrive di sé stesso, della sua esperienza, la si considera "universale", mentre se lo fa una donna e racconta delle sue esperienze, delle sue problematiche, del suo corpo, il tutto non viene visto come passaggio dall'individuale all'universale, ma come argomento prettamente femminile e quindi di minore importanza; secoli di letteratura maschile basata su simboli di forza, guerra, potere in cui l'uomo - dato per l'universale "umano" - era centrale hanno fatto sì che nel momento in cui abbiamo preso la parola noi donne, subito fossimo relegate ad aspetti accessori, ancillari rispetto a un centro che è sempre maschile), l'arte, la politica, l'economia, la filosofia, persino la medicina;

svalutazione del femminile in ogni ambito poiché sempre sessualizzato, o comunque giudicato con parametri che appunto attengono a un universale che è stato appiattito sull'umano in quanto proprio uomo, maschio.

Questi sono solo alcuni esempi, ma spero sufficienti a far capire perché si parla di patriarcato in quanto schema di pensiero e pratica appresi e perché la frase "Not all men" ("Non tutti gli uomini") è non solo fuorviante, ma anche abbastanza patetica.

Sì, oggi sulla carta siamo considerate pari agli uomini, ma non nella pratica perché la cultura appresa e interiorizzata, soprattutto se stratificatasi nei secoli e naturalizzata al punto da non essere più percepita come ideologia dominante, ma come appunto "natura", è difficile da decostruire e disinnescare; è difficile per noi donne, ancora oggi, riuscire a pensarci come soggetti pienamente autonomi, di valore, non in difetto o manchevoli di qualcosa, anche e perché soprattutto la società continua a sussurrarci nelle orecchie che siamo solo corpi da ammirare, dipendenti dallo sguardo e approvazioni maschili.

Stesso identico discorso per gli animali in relazione all'umano come centro universale dominante.



Auguriamo a Rita la migliore fortuna per il suo nuovo romanzo fresco di stampa, "Time lapse".


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mercoledì 26 novembre 2025

Appunti di Maristella Diotaiuti per la presentazione del volume La statura della palma, Francesca Del Moro (autrice) & Jara Marzulli (illustratrice)

 












Appunti di Maristella Diotaiuti per la presentazione del volume La statura della palma, Francesca Del Moro (autrice) & Jara Marzulli (illustratrice), Selvatiche Edizioni-Seed, 2025. Le Cicale Operose e Selvatiche Edizioni-Seed per la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne.  Livorno, 25 novembre, 2025. Letture a cura di Alessia Piano. Evento inserito nel calendario Off del Festival L’Eredità delle donne per la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. 


 […] 

Le immagini nel libro si affiancano ai testi poetici, ma sono in relazione, sono dialoganti, una presenza assolutamente non didascalica, per cui i due linguaggi, quello artistico-figurativo e quello poetico si corrispondono, si completano pur nella loro individualità.  Questa mi sembra una commistione assolutamente positiva, che aggiunge valore a valore, per cui possiamo parlare di un libro d’arte, molto ben realizzato e curato dalla casa Editrice.  Abbiamo voluto iniziare partendo dai testi, per farvi entrare immediatamente nel mood del libro, farvi incontrare subito queste donne immense e le loro parole potenti, perché la poesia di Francesca è potente, l’avete appena constatato ascoltando le letture. Una scrittura forte ma sensibile nello stesso tempo, permeata di una sensibilità non comune, come d’altra parte Francesca ha dato prova anche nei suoi libri precedenti, ci ha già abituati a questa ambivalenza della sua scrittura tra potenza e tenerezza.  Una poesia solo apparentemente semplice, ma fortemente caricata semanticamente e lessicamente, e quindi complessa, che apre poi a tutta una serie di rimandi e di riflessioni, ed anche una poesia non immediata, non estemporanea, ma anzi preparata e meditata, e colta, perché Francesca attinge a una vasta enciclopedia, a molte letture di riferimento.  


Tema del libro: 

Questo libro racconta di tredici donne martiri che hanno subito supplizi orribili, che si fanno testimoni dirette del proprio supplizio: Francesca infatti le fa parlare in prima persona, dicono la loro verità, si raccontano, non si fanno raccontare, come purtroppo è avvenuto sempre, le narrazioni provengono sempre da sguardi e immaginari maschili, e in questo caso di religiosi, ecclesiastici. Sappiamo che la dottrina cristiana è permeata sin dall’inizio da forti venature misogine e patriarcali. La chiesa cristiana è stata (ma lo è ancora) la massima espressione di un sistema gerarchico e autoritario, governato da maschi celibi, mossi dal desiderio/paura della donna (una visione anche un po’ distante da quella evangelica, anche di Cristo). Sono martiri proto-cristiane, cioè storicizzabili, vissute in un periodo preciso della storia, nei primi secoli del cristianesimo, quando comparve questa nuova dottrina ma era ancora radicato il politeismo e quindi la diffusione del cristianesimo fu fortemente e violentemente osteggiata. E queste donne furono brutalmente seviziate e uccise perché avevano accolto, abbracciato la nuova fede, e non a caso nei racconti successivi, nei vari testi testimoniali, nelle agiografie, si parlerà infatti di “bella morte”, sono cioè considerate eroine della fede, che hanno preferito la morte alla sconfessione della propria fede, hanno rifiutato di abiurare e di praticare riti pagani. 

Ma alla base delle loro uccisioni - e questo lo fa emergere molto bene Francesca nel libro - non c’erano solo ragioni di fede: queste e molte altre donne vennero uccise anche perché si rifiutarono di piegarsi alle imposizione dei padri, dei mariti, o dell’uomo di turno che aveva mire sessuali, predatorie, sui loro corpi, hanno resistito agli stupri (traspare chiaramente nelle loro biografie), in questo caso si parla di màrtiri per la dignità della donna. Un esempio più vicino a noi è Maria Goretti che si fece uccidere pur di non piegarsi al suo violentatore. 

Sono donne che si sono rifiutate anche di essere pedine mute e accondiscendenti dentro a strategie matrimoniali e di potere. Agata, ad esempio, sfida il potere rivendicando la propria libertà di monacarsi, di consacrarsi a dio, e il suo martirio nasce dal rifiuto di essere trattata come un oggetto, di essere sottomessa alla corruzione morale oltre che e al ripudio della fede. Per cui davvero per queste donne martiri possiamo tranquillamente parlare di martirio patriarcale, o di santo femminicidio: sono vittime di femminicidi a tutti gli effetti, che le avvicina, le accomuna alle donne del nostro presente, alle tantissime vittime di violenza (nelle sue varie declinazioni) della storia. Queste donne, proprio per queste loro caratteristiche non conformi, sono state percepite dall’apparato ecclesiastico-patriarcale, ma anche da tutta la società, laica e civile, ieri come oggi, come devianti, disobbedienti, deformi, proprio nel senso di fuori dalle forme codificate, convenzionali, prestabilite, quindi pericolose per l’ordine costituito, e per questo andavano demonizzate, mostrizzate e poi uccise e, attraverso il martirio, rese sante, vale a dire private della loro componente umana, della loro identità di donna, per sminuirne la portata libertaria e rivoluzionaria: una volta fatte sante sono state circondate di un’aura di prodigioso, di miracoloso, (come le vite delle martiri di Francesca ci dicono), le loro qualità sono rese straordinarie, nel senso di fuori dall’ordinario, perché di un altro mondo, di derivazione divina. Sono trasformate in sante “belle, giovani, vergini”, è questo il cliché, il paradigma, l’attributo della verginità è quello più ricorrente, e appare difficilmente sotto il nome di un santo, mentre è quasi sempre associato a quello di una santa, come a voler rimarcare la prerogativa delle donne di doversi mantenere vergini e caste per lo sposo celeste o terreno. Questa della verginità è una costante che ricorre spesso insieme alle doti di umiltà, docilità, ubbidienza e di bellezza. 

L'idealizzazione delle figure femminili nella storia della chiesa è l’altra faccia della loro demonizzazione. 

Ma dal racconto di Francesca, e anche dalle illustrazioni, emergono altre caratteristiche di queste donne: sono donne oppositive, rivoluzionarie, libertarie; sono donne coraggiose, fiere, attestano la propria libertà di pensiero, di scelta - che va anche oltre alla difesa della loro fede, della loro religiosità - sono donne che, nonostante l’umiliazione subita con il martirio, le sevizie corporali, rivendicano la propria dignità e la propria forza, come molte donne di oggi vittime di violenza, le sopravvissute naturalmente, che con coraggio e fierezza raccontano e riorganizzano la propria vita, rivendicano la proprietà e l’uso del loro corpo, anche la scelta consapevole del martirio va in questa direzione, lo cercano, lo rivendicano, e sembrano anche non soffrire, non provare dolore, così si sottraggono alla punizione maschile del martirio. Le martiri di Francesca si accampano perentoriamente sulla pagina e dentro il racconto, sia come donne reali, realmente esistite (realtà che Francesca si procura di documentare, attestare, mettendo a fine libro una sezione sulle vite di queste martiri) e sia come personagge letterarie, come soggetti poetici, tanto che non distingui i due piani, e ciò è dovuto alla perizia di Francesca nel maneggiare la materia poetica. 


Uso della poesia. 

Perché, ricordiamolo, questo è un libro di poesia, l’uso, diciamo così, della poesia era necessario per Francesca, come lo è stato per Silvia Rosa (l’abbiamo incontrata qui sabato), proprio per dire l’indicibile, non l’ineffabile di Dante, ma l’orrore di certe vicende, certi fatti, proprio per la capacità che la poesia ha di far saltare le convenzioni, le ipocrisie, anche linguistiche, di farsi luogo di testimonianza e di resistenza. In tal modo Francesca recupera il significato originario della parola martirio: cioè di “testimonianza”. Infatti l’etimologia di “martirio” deriva dal greco antico màrtyr che significa “testimone”, e il termine originariamente non implicava necessariamente la morte, ma si riferiva a chi forniva una testimonianza, specialmente in ambito religioso, solo successivamente si è specializzato a indicare chi muore o subisce sofferenze estreme per difendere la propria fede o un alto ideale, diventando quindi una testimonianza suprema. 


 Il canto delle martiri. 

La poeticità è evidente anche in quel richiamo al “canto”, nel sottotitolo “Canti di martiri antiche”, canto che rimanda a un accordo armonico, e anche questo c’è nel libro, addirittura nella struttura stessa: perché queste donne si raccontano individualmente, prendono una per volta la parola ma poi è come se si prendessero per mano, come se alla fine il racconto diventasse corale, le individualità sfumano e il racconto di una diventa il racconto dell’altra. 

Accordo armonico che è dato, è tenuto insieme dalla cornice che Francesca ha ideato, del sogno di Maria che sogna le 13 martiri che le raccontano la loro storia di martirio, e anche dal racconto di Francesca delle leggende sul cerchietto, una “o” impressa al centro dei noccioli dei datteri, racconto che significativamente apre e chiude il libro, crea un cortocircuito narrativo. 

Questo canto corale e il cerchietto dei datteri, mi ha riportato alla mente la pratica della danza sacra in cerchio che risale al paleolitico, alla preistoria, alla dea madre e poi alle sue sacerdotesse, e poi continua nella storia, in tempi successivi (medioevo e oltre) fino ai canti, le danze che hanno sempre accompagnato le feste contadine, che segnavano il passaggio del tempo circolare delle stagioni. 

Julia Kristeva (filosofa, linguista, scrittrice francese di origine bulgara), nel suo saggio sul tempo del 1981, paragona i cicli femminili con quelli della natura, sottolineando la natura ciclica del tempo femminile volto alla vita al contrario del tempo maschile che si configura come un tempo lineare e volto alla morte. 

Danzando le donne risvegliavano la madre terra. Le giovani donne, mano nella mano, passavano danzando e cantando nei campi per propiziare il raccolto. Ne ho dei ricordi anch’io di bambina, mia madre e le altre donne che andavano nei campi cantavano, danzavano, anche se lavoravano duramente, erano sempre incontri gioiosi, di festa e di scambi di pietanze e doni, erano pratiche di dono, dell’economia del dono, di cui si parla oggi (soprattutto Genevieve Vaughan), una economia femminista che si ispira all’economia del dono materno e all’atto di dare gratuitamente, in opposizione all’economia di mercato capitalistica, liberista patriarcale. Erano momenti magici di sorellanze, fatti diventare, dal pensiero patriarcale e misogino, soprattutto ecclesiastico, incontri diabolici – i sabba, gli esbat – adunanze di donne mostruose, le tanto demonizzate streghe, che hanno dato il via a quel femminicidio strategico e di massa della “caccia alle streghe”. 

Le donne di Francesca Del Moro mi riportano a tutto questo. 

C’è un libro bellissimo di Monique Wittig, Le guerrigliere, in cui l’autrice descrive molto bene questa dimensione originaria delle donne, che ho ritrovato nel libro di Francesca. 

Monique Wittig scrive: 

C’è stato un tempo in cui /non eri schiava, ricordalo. / camminavi da sola, ridevi, / ti facevi il bagno con la pancia nuda. / dici di non ricordare più niente / di quel periodo, ricorda. / dici che non ci sono parole per / descrivere quel tempo, / dici che non esiste. / ma ricorda. / fa uno sforzo per ricordare. / o, se non ci riesci, inventa. 

Con questo libro, Francesca ricorda e inventa, e dice. Queste donne di Francesca sono così potenti e immense da portare con sé tutto questo bagaglio multiforme, stratificato, luminoso direi, e in ognuna di queste martiri ci sono migliaia e migliaia di altre donne di tutti i tempi e tutte le latitudini. Le martiri di Francesca muoiono ma aprono alla vita. 


Sulla compresenza di parola e immagine. 

Le martiri protagoniste del libro sono definite dal loro linguaggio, sono linguaggio, noi le vediamo, le materializziamo attraverso il linguaggio, ma forse Francesca ha sentito che avevano bisogno di un’altra esistenza, un’altra dimensione che le rendesse più immediate, più immediatamente percepibili che forse solo l’arte figurativa riesce a fare, anche per restituire una immagine diversa da quella tramandata dall’iconografia classica, tradizionale, religiosa o meno, perché le illustrazioni di Jara vanno in una direzione opposta: i corpi sono esposti, esibiscono le ferite, i segni delle torture, come fa Francesca nei suoi racconti poetici. 


Sul linguaggio delle martiri. 

Credo che Francesca abbia dovuto fare un lavoro sul linguaggio, nel senso che doveva far parlare queste donne vissute secoli fa, quindi con un loro linguaggio possibile, ma che doveva essere anche comprensibile per noi. L’esito è stato straordinario, perché è la loro lingua ma è la lingua di tutte le donne, soprattutto delle donne che hanno subito violenza, avrebbe potuto parlare così Giulia Cecchettin, o Giulia Tramontano, per dirne solo alcune su migliaia e migliaia di vittime, se fossero sopravvissute. Inoltre Francesca ha saputo rendere molto bene il loro essere divise tra materialità e spiritualità, il loro essere corpo ma anche anima, creature terrene ma anche divine, ieratiche, sacrali, e questo, secondo me anche grazie al linguaggio che Francesca ha forgiato per loro. 


Sulla violenza patriarcale su questi corpi di donna, che ha agito soprattutto sulle prerogative femminili, i seni, gli organi genitali, con un intento di maschilizzazione o di resa androgina dei corpi delle donne, evitando anche il rischio di cadere nella opposta sessualizzazione dei corpi delle martiri presente nelle narrazioni religiose, già nelle prime testimonianze martiriali, anche nell’iconografia sacra, o nei vari dipinti artistici (soprattutto quelli del Rinascimento), dove spesso le martiri sono rappresentate sensuali, languide, ammiccanti, con lo sguardo anelante verso dio, subendo silenziose, remissive, indicibili torture. È chiaro che siamo dentro all’immaginario maschile che non restituisce la donna nella sua vera essenza. Invece, le donne di Francesca, le sue martiri hanno un’altra narrazione del proprio corpo, e anche del proprio martirio, esprimono la propria spiritualità e corporeità che le avvicina molto alle mistiche con il loro rapporto diretto con dio, un rapporto che è anche passione, eros, carnalità, in cui l’impulso mistico si traduce in militanza attiva, una spiritualità non solo interiore e contemplativa ma anche pratica e politica, come il caso esemplare di Caterina Da Siena.


Sulla teatralità del testo. 

Le martiri entrano in scena come attrici su un palcoscenico, una alla volta recitano un monologo, ma alla fine è come se comparissero sulla scena tutte insieme (come avviene in teatro alla fine della rappresentazione per i saluti e gli applausi), anche Maria che sogna, quasi fuori campo, è un elemento molto teatrale. Mi ha ricordato il pastore Benino del presepe napoletano, il quale sogna tutta la rappresentazione presepiale, senza di lui non esisterebbe il presepe. Il suo sogno e quello di Maria sono dei potenti dispositivi narrativi.

M.D. 


sabato 22 novembre 2025

Appunti di Maristella Diotaiuti per la presentazione del volume L’ombra dell’infanzia, di Silvia Rosa.

 















Sabato 22 novembre, alle Cicale Operose, SIlvia Rosa presenta
𝐿’𝑜𝑚𝑏𝑟𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝑖𝑛𝑓𝑎𝑛𝑧𝑖𝑎, peQuod Edizioni, 2025, collana Rive. Postfazione di Franca Alaimo.
Maristella Diotaiuti introduce l’autrice.


[…]

L’ombra dell’infanzia, titolo ossimorico, con i tuoi termini antitetici perché se si pensa all’infanzia la si pensa luminosa, non fatta di ombre. La stessa copertina con il fondo di un bianco che rimanda alla purezza e innocenza dei bambini/e sul quale si staglia il nero della piccola sagoma di un uccellino ferito che sembra avere le ali strappate, una macchia sul fondo bianco, una sporcatura, quindi sia il titolo che la copertina ci introducono al tema e alla cifra stilistica, poetica, della raccolta, il tema della violenza domestica, la violenza sui bambini, sulle bambine, la pedofilia, anche se il termine pedofilia (dal greco pais = fanciullo e philia = amore) è molto deviante perché ha in sé quel riferimento all’amore, alla predisposizione naturale dell’adulto verso il fanciullo di protezione, accudimento e cura, che non ha nulla a che fare, a che vedere con il rapporto pedofilo, che è invece un rapporto incentrato sul dominio, sul potere, sulla predazione, sulla sopraffazione, sull’appropriazione violenta di corpi innocenti e inermi, fiduciosi.

Silvia in una poesia (pag.25) lo definisce in maniera precisa e lucida:gioco osceno che significava la prepotenza del più forte, il suo tuttopotere”. È anche un rapporto sbilanciato, sbilanciamento che l’abusante sfrutta, utilizza per i propri fini.

Quindi Silvia tocca un tema non solo indicibile ma anche inascoltabile, irricevibile, tanto irricevibile che si fa finta che non esista, non se ne parla abbastanza, anzi se ne parla pochissimo, pur essendo, purtroppo, molto diffuso, si tende a relegarlo in un angolo nascosto (Silvia dice “l’angolo più sozzo”), a metterlo sotto il tappeto, come si fa con la polvere, come recitava un altro libro che ho trovato affine a questo di Silvia, il libro di Francesca Svanera, Sotto la polvere che abbiamo presentato alle Cicale un paio d’anni fa, e ha raccontato la sua personale esperienza di abusi.

[…]

Il libro di Silvia mette il lettore di fronte alle sue responsabilità e lo trasporta dentro l’ombra di un’infanzia violata, dentro il trauma di una scaraventazione in una esperienza sofferta, subita e quindi fa implodere e deflagrare il silenzio e trasformarlo in parole, per lacerare la cortina di protezione, di ipocrisie, di connivenze che circonda, avvolge i fatti di abusi e violenze. Ma per farlo deve prima di tutto guardare in faccia il mostro, il male, e Silvia lo guarda, lo stana, mette allo scoperto le radici di questo male, poi lo racconta, pur sapendo che questa è un’operazione dolorosa. Ma è nota la capacità delle donne di stare accanto al male, al dolore, in contiguità, in prossimità, di ospitarlo e di elaborarlo, è una postura che le donne conoscono bene, che acquisiscono con l’esperienza e che poi riescono a rendere intellegibile nelle loro narrazioni.

Questa di Silvia è sicuramente scrittura dell’esperienza, non necessariamente nel senso di autobiografica, ma piuttosto nel senso di avere la capacità di assumere su di sé altre vite, altri vissuti, altre esperienze di altre donne. C’è la necessaria discesa agli inferi, infatti questo libro è una catabasi, un attraversamento dell’orrore, dell’abiezione, o anche una sorta di via crucis (ci sono le stazioni che poi sono le sezioni del libro), una liturgia del rosario ma dei misteri dolorosi dove si sgranano uno per uno le tappe di un calvario, di una esperienza di sofferenza. Una catabasi realizzata non sul lettino psicoanalitico ma sulla pagina, appunto attraverso la scrittura, l’esperienza della scrittura.

Scriveva Helene Cixous nel saggio femminista del 1975 “Il riso della Medusa”:scrivendosi la donna farà ritorno a quel corpo che le e’ stato confiscato”.

La scrittura di Silvia credo che vada in direzione di una riappropriazione di sé, una ricomposizione di quel sé che è stato infranto e franto.

Anche la scelta del linguaggio poetico va in questa direzione, non a caso, qui la scrittura è quella poetica, per la capacità che ha la poesia di scendere in profondità e di sconfinare, far saltare le convenzioni, le ipocrisie, anche linguistiche.

Quindi Silvia restituisce alla poesia il suo statuto politico, sociale, di impegno. Questo è un libro politico. Ed è una poesia molto moderna per le tecniche narrative, i dispositivi che utilizza, tra cui l’uso del verso lungo, l’endecasillabo e oltre, che è un verso narrativo, quindi c’è questa tensione della poesia alla prosa, come in molta poesia recente Silvia qui realizza una poesia fuori dalla lirica, e il rischio era presente visto il tema trattato, quello di scadere in una lirica, una retorica trita, scontata.

Una poesia in cui c’è un’io che però non è mai un io centrale, ma piuttosto una espansione dell’io, una propagazione rizomatica dell’io, una poesia in cui si sente una voce, più che un io, la voce è qualcosa che viene prima dell’io, una voce che viene da zone più profonde e allagate, diroccate, come Silvia stessa le definisce. Una voce che qui ha dovuto forgiare una lingua per potersi esprimere.

[…]

Ed è una voce che non si esaurisce nella singolarità della persona, del corpo che la emette, ma è in relazione. Il libro stesso ha questa doppia focale, verso un dentro e verso un fuori: parla alla singola bambina, e alle altre bambine, e parla a noi, a tutti noi.

Sappiamo che la voce è sempre in relazione: in latino vocare significa, chiamare. La filosofa Adriana Cavarero, nel libro A più voci – filosofia dell’espressione vocale, del 1922, scrive: Prima ancora di farsi parola, la voce è un’invocazione rivolta all’altro e fiduciosa in un orecchio che la accoglie.


DOMANDE


[…]



Il problema che Silvia ha dovuto affrontare è stato sicuramente anche di ordine linguistico, stilistico, formale (perché, ricordiamolo, questa è un’opera letteraria, è il frutto di un lavoro quasi di artigiano sul materiale poetico e i suoi dispositivi). Silvia ha scelto una sorta di linguaggio antifrastico, con un effetto ironico, non per far ridere, ma per dire qualcosa volendo dire il contrario, far saltare cioè l’ordine sintattico, semantico che equivale a far saltare le ipocrisie, le convenzioni, i veli. E c’è l’uso del linguaggio fiabesco e fanciullesco (che suonerebbe normale visto che si parla di infanzia, di bambine), infatti il libro è popolato di filastrocche, cantilene, ninnananne, stilemi del lessico infantile (è stato notato un diffuso uso dei diminutivi tipico della lingua dei bambini) ma tutto è deformato, rovesciato, allucinato, tutto va letto al contrario, in senso antifrastico appunto, un linguaggio che non rassicura più, non culla, non protegge, ma inquieta, disturba, denuncia.

Quindi qui la fiaba non è il mondo colorato, leggiadro, il luogo dell’evasione, del gioco, ma è un luogo ferente, popolato da figure mostruose, spaventose, cattive, sempre in agguato, sono l’orco, le madri-matrigne, la regina delle nevi, non sono le figure positive, luminose delle fate madrine, del gigante buono, del principe che salva, e non sono nemmeno figure fantastiche, distanti, ma sono presenze reali, incarnazioni di persone reali, del quotidiano, figure domestiche. E se le figure positive vengono comunque convocate, sono immediatamente trasformate in negative con l’accostamento di aggettivi negativi appunto, dequalificanti.

È molto interessante il perturbante che circola in questa raccolta, come un’atmosfera, un’aura, ma non è il perturbante freudiano (che individuava proprio nelle donne l’elemento perturbante), piuttosto quello delle scritture delle donne, molto ben individuato e analizzato dalla critica femminista più o meno recente, una fra tutte Monica Farnetti, tra le sue declinazioni troviamo anche quella che ci interessa per definire il perturbante di Silvia: per Farnetti il perturbante nella letteratura delle donne, oltre che produrre una sorta di empatia, di amicizia tra le donne e il mostro, funziona come elaborazione dell’angoscia, come principio di autostima che si attua in energia creativa. in questo senso “l’angoscia come strategia del potenziamento di sé’” è uno dei modi di auto-rappresentazione femminile che si invera nella scrittura.

Ed è un tratto che ritrovo in questa raccolta di Silvia, in cui attraverso il perturbante tematizza l’abietto, il disgustoso, il ripugnante, lo mette in luce e in rilievo e così lo espelle.

Un altro dispositivo interessante che Silvia utilizza è il distanziamento temporale, o meglio lo sdoppiamento tra il tempo passato in cui i fatti si fanno, in fieri e il tempo della narrazione in cui i fatti si sono già compiuti e quindi vengono osservati a distanza ma dentro un corto circuito in cui passato e presente si confondono, si intrecciano. Così anche lo sdoppiamento tra l’io personaggio/bambina abusata che vive nel loro farsi i momenti dell’abuso, della violenza, e l’io poetante/la donna adulta che guarda la bambina che era e vorrebbe proteggerla, prendersene cura. C’è una poesia a pag. 28 molto bella, esplicativa, in cui Silvia guarda questa bambina e prova tenerezza nei suoi confronti, una tenerezza che riscalda un po’, addolcisce questa tua scrittura, dura, tagliente, laminata, anche per questa pulsione a volerla proteggere, a prendertene cura, a volerla salvare.

 

 Sulle assenze-solitudine   

Silvia insiste molto sull’isolamento, la solitudine delle bambine abusate, il loro silenzio, l’incapacità o l’impossibilità di raccontare, perché, dice Silvia, non hanno le parole, ma anche per tutti quei meccanismi che le inibiscono, spesso generati e alimentati dagli stessi abusanti, come i sensi di colpa, la vergogna, e soprattutto il timore, fondato direi, di non essere ascoltatecredute, sono tutti i meccanismi che impediscono alle abusate/i di parlare e  Silvia insiste molto sulle assenze di tutte quelle figure che per definizione dovrebbero essere di protezione e che qui non lo sono, le figure che invece avrebbero dovuto vedere e intervenire, che magari sanno, vedono ma girano lo sguardo dall’altra parte e Silvia le individua precisamente, a cominciare dalla madre, passando a un dio assente, ma anche giudicante e punitivo, che Silvia chiama, con una espressione terribile ma efficace il dio dei bambini rotti (che è anche il titolo di una sezione), per finire con la madre per eccellenza, la madonna (pag. 69) fino ad arrivare a quei bambini/e che vivono la loro fanciullezza ignari del fatto che possa esistere un’altra fanciullezza. Silvia li raggruppa tutti in una poesia a pag. 62.

 

Sulle strategie di sopravvivenza:

In questo stato di isolamento quali strategie può mettere in atto una bambina abusata? Silvia mette in campo tutta una serie di strategie, che chiama un decalogo di sopravvivenza per bambine sotto scacco (un contro-decalogo rispetto a quello biblico e un codice legislativo, entrambi che non prevedono i bambini e forme di tutela) e in altre poesie parla di una strategia del corpo (la poesia stessa di Silvia è corpo), ma qui è un corpo che per le bambine abusate diventa il nemico e che quindi bisogna disinnescare, punire, rinnegare, ad esempio deformandolo, ingrassandolo o dimagrendo , diventando indesiderabili. Una strategia di rivolta, di resistenza che altrove tu individui in una sorta di selvatichezza salvifica. A pag. 22 lo dice chiaramente: bambina selvatica che non si lascia domare, una / piccola strega che mastica ingrati anatemi, era / la sentinella in piedi diroccata ma salda negli / avvitamenti del giorno , nelle rade del tempo / perpendicolare, immaginando di continuo come / uccidere l’orco, come non farsi domare.

 Per quanto queste strategie possano essere efficaci, resta comunque la memoria del corpo, che lavora sul tempo lungo, e che parla attraverso sintomi e segnali, è il linguaggio del rimosso: disturbi alimentari (anoressia, bulimia), attacchi di panico, rifiuto di certi cibi, allergie, intolleranze, ecc., che Silvia evidenzia, c’è una poesia a pag.33 nella sezione Tutta tenebre dove le annota, dice che “si può giocare con il corpo … / smettendo di mangiare, oppure mangiando / fino a sentirti così piena, un otre in miniatura anoressia. Messaggi del corpo che spesso la vittima non riesce a decodificare, ma che funzionano da evento scatenante che poi dà il via a tutto un cammino di recupero e di consapevolezza e quindi, forse, di guarigione.

 

Sulla sorellanza:

È un libro in cui solo apparentemente si accampa un io che però è un io collettivo e collettivizzante, che ad un certo punto si trasforma in un noi talmente allargato da includere tutte le donne abusate, e quelle che perdono la vita, che non sopravvivono alla violenza. È l’io di tutte, c’è un forte appello alla sorellanza (sororanza), in tal modo il libro si trasforma in un libro a più voci.

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Come dicevamo, il libro è una catabasi, un percorso esperienziale, in cui entra anche l’esperienza della scrittura. Sembra che non ci sia redenzione, salvezza, eppure alla fine c’è una sezione sorprendente, anche un po’ spiazzante, che allude a una verticalità, una risalita dal nero del male, del mostruoso, all’azzurrità del cielo e al bianco delle nuvole. Ma le nuvole per definizione sono evanescenti, immateriali, impermalenti, quindi ci leggo questo esito ambivalente: da una parte la impossibilità di ricomporre ciò che è stato rotto, i "bambini rotti” restano tali, ma dall’altra paradossalmente proprio in questa impossibile ricomposizione, nella trasformabilità continua delle nuvole, sta la possibilità di una continua rinascita – le nascite e le disnascite di Maria Zambrano, anche attraverso il gioco della immaginazione, della fantasia, una energia continuamente sorgiva, epifanica. Un gioco legato anche alla fiaba, ma questa volta gioco e fiaba autentiche, non è più il gioco millantato, falso, dell’adulto abusante. Quindi il recupero dell’infanzia nella prospettiva di una adultità non più determinata dalla terribile esperienza dell’abuso, ma attingendo a quella selvatichezza di cui parlavamo prima e quelle isole interiori rimaste intatte malgrado tutto, per non trasformarsi, come scrive Silvia in un verso, da abusati in abusanti.

M.D.



𝐍𝐨𝐭𝐞 𝐛𝐢𝐨𝐠𝐫𝐚𝐟𝐢𝐜𝐡𝐞

Silvia Rosa
Nasce a Torino, dove vive e lavora come docente. Ha esordito in poesia nel 2010 con il libro Di sole voci (LietoColle), a cui sono seguite le raccolte poetiche SoloMinuscolaScrittura e Genealogia imperfetta (La Vita Felice 2012 e 2014), Tempo di riserva (Ladolfi 2018) e Tutta la terra che ci resta (Vydia 2022). Ha curato i volumi antologici: Bestie. Femminile animale, di cui è anche coautrice, e Confine donna: poesie e storie di emigrazione (VAN Editrice 2023 e 2022); Maternità marina (Terra d’ulivi 2020), con sue immagini fotografiche; Italia Argentina ida y vuelta: incontri poetici (La Recherche 2017), per il quale si è occupata anche delle traduzioni in italiano. Ha scritto il saggio di storia contemporanea Italiane d’Argentina. Storia e memorie di un secolo d’emigrazione al femminile (1860-1960) (Ananke 2013) e la raccolta di racconti Del suo essere un corpo (Montedit 2010). Le sue poesie sono state tradotte e pubblicate in diverse lingue, tra le altre: spagnolo nella silloge Tiempo de reserva (Ediciones en danza, Buenos Aires 2022), romeno nella plaquette Treceri (Editura Cosmopoli, Bucarest 2023) e inglese nell’antologia Look what I did about your silence (El Martillo Press, Los Angeles 2025).