domenica 26 aprile 2026

Appunti di Maristella Diotaiuti per la presentazione del volume "Poesia diffusa".

 









Appunti di Maristella Diotaiuti per la presentazione del volume "Poesia diffusa", a cura di Nadia Chiaverini e Cristiana Vettori, prefazione di Giacomo Cerrai, postfazione di Maristella Diotaiuti, nell’ambito della rassegna "Lucca Città di Carta - Libri, Arte, Incontri", 26 aprile, 2026. Interventi di Nadia Chiaverini, Cristiana Vettori, Maristella Diotaiuti, Stefania Giammillaro.

 

Oggi si è presentata l'antologia poetica al femminile Le antologie quali questa di cui oggi parliamo, che includono donne curate da donne, non sono semplici raccolte, ma atti politici e culturali che “salvano” la memoria della scrittura delle donne e ne garantiscono la persistenza nel tempo e nel mondo.

Come dice Lello Voce a proposito della antologia in uscita in questi giorni di poeti e   anche di poete, da lui curata insieme a Gilda Policastro e Aldo Novi, l’antologia è una presa di responsabilità: a parlare del mondo, a collocare nel mondo le parole che parlano del mondo, a scommettere sul mondo e sulle parole che provano a dirlo.

E quindi mettere nel mondo anche le parole delle donne che del mondo e nel mondo hanno sempre parlato e che hanno fatto la Storia.  

Inoltre queste antologie di sole donne aprono  a una questione molto avvertita: che senso ha pubblicare un libro di sole donne, come se esistesse una scrittura connotata al femminile, con una sua specificità che la definisce. Infatti queste antologie di poete, all’indomani delle loro uscite hanno sollevato una serie di critiche, di polemiche, anche aggressive, virulente, da parte di scrittori e critici maschi, che mostrano, ancora una volta,   un’ incomprensione che viene spacciata per autorevole sicurezza di mestiere (e quindi più dannosa e incisiva). Un esempio su tutti: le critiche che sono piovute sull’antologia di sole poete della prestigiosa Bianca di Einaudi, del giugno del 2012, a cura di Giovanna Rosadini, Quaderno n. 6 dei Nuovi poeti italiani. Direi che raramente un libro di poesia ha ricevuto tanta attenzione, dalle più rilevanti testate giornalistiche nazionali e sui blog, da parte di critici che hanno mostrato tra l’altro un fastidio, un astio, una denigrazione, una irrisione francamente incomprensibili nei confronti della poesia delle donne.

Parlo di Alfonso Berardinelli ne Il Foglio del 21 luglio 2012, seguito a ruota da Matteo Marchesini ne Il Sole 24 ore del 22 luglio 2012, poi da Roberto Galaverni ne La lettura del Corriere della sera sempre del 22 luglio, da Andrea Cortellessa, con un articolo ne Il Manifesto dell’ 8 settembre anticipato e ampliato nel blog Le parole e le cose del 6 settembre 2012 e Filippo La Porta ne Il Messaggero del 21 settembre. Ma anche donne: Cinzia Franceschini ne Il Fatto Quotidiano del 2 settembre 2012,  Anna Elisa De Gregorio nel blog La poesia e lo spirito, 5 sett. 2012, e così via.

Tutti concordi sulla non opportunità di pubblicare un libro di sole poete, come dire che va bene che le donne scrivano poesia, ma, insomma, che non esagerino a voler concentrare più attenzione di quanta i critici sono disposti a concedere.

Senza entrare nello specifico, le critiche si concentrano sostanzialmente su quattro punti:

1 – sulla assunzione della scrittura delle donne a categoria letteraria assoluta, a genere, a canone;

2 – sulla negazione totale di ogni caratterizzazione soggettiva, riproponendo il mitico ideale neutro del soggetto scrivente (nel senso di non caratterizzato da nessuna differenza);

3 – sulla definizione della scrittura delle donne come scrittura del corpo, quella che Marchesini chiama Retorica del femminile-corporeo, secondo la quale la parola corpo è usata dalle donne e dalla critica come una sorta di fascinazione ipnotica, quasi un annebbiamento, un offuscamento della mente, mostrando Marchesini una assoluta incapacità di comprendere,  non solo i vari posizionamenti, quanto la questione del corpo sia un punto cardine per le donne e di riflessione poetica per molte autrici, incapacità che però non gli impedisce di collegare alla scrittura delle donne il discredito, la diminutio di scrittura uterina, emotiva, intimistica, confessionale.

4 – e di conseguenza, l’altro punto, è una scrittura spontanea, quasi naif, non adeguatamente sostenuta da una rivoluzione linguistica, come dire che le donne non sanno sperimentare,  innovare, strutturare, cioè sostanzialmente non sanno scrivere, sentono e non pensano, attribuendo tra l’altro implicitamente valore positivo solo alla sfera razionale, logica,  svalutando totalmente il lato irrazionale di ogni essere, non   prerogativa delle sole donne.

Repliche:

– ora brevemente qualche replica , sul primo punto diciamo che l’area protetta non piace nemmeno alle donne, c’è una certa irrequietezza a stare dentro un’area protetta che rischia di diventare ulteriore stereotipo, ghettizzazione. Oggi anche tra le scrittrici, le teoriche, le studiose, si tende a superare la nozione di canone e anche di controcanone, preferendo quella di oltrecanone, cioè di ricerca di un’area comune, di confine, uno spazio permeabile, inclusivo, dove i canoni possano dialogare e interagire e quindi creare il nuovo, uno spazio in cui agire la differenza che però si apre alla e nella relazione.  Ma questa è una acquisizione recente, in passato c’era la necessità di affermare la differenza perché le donne sono state a lungo tenute fuori dalla scrittura, dal canone normativamente, imperativamente maschile, e anche fuori dal mondo quindi hanno dovuto sviluppare una propria visione di mondo, una propria scrittura, partendo dalla propria esperienza di mondo, quello che la scrittrice Neera (Anna Maria Zuccari) chiama poetica del palombaro, non potendo andare per il mondo, le donne sono scese in profondità, nell’interiorità, nell’intimo, lo sguardo è circoscritto al raggio visivo corto,   al raggio d’azione ristretto, dentro una stanza, intorno a una sedia su cui è costretta, costretta a sentire il proprio corpo e le proprie emozioni, a fare esperienza del mondo attraverso il proprio corpo. Oggi le cose sono cambiate, ma ancora le donne risentono del destino che hanno subito, del ruolo secondario in cui il patriarcato, la storia e la chiesa le hanno relegate.

E quindi la differenza c’è e sta nel punto di vista, nello sguardo, nell’ottica diversa, nei miti, le fantasie, gli immaginari delle donne che scrivono diversi da quelli degli scrittori maschi che hanno avuto una storia differente. Ma non bisogna confondere questo con lo stile, che è poi l’errore comune, di dire che esiste solo una buona o una cattiva scrittura. Lo stile è un fatto personale, ci sono buoni e cattivi scrittori e buone e cattive scrittrici, ma non bisogna confondere i piani.

– sul terzo punto (della scrittura-corpo): quella delle donne è sicuramente una scrittura sessuata, passa attraverso un corpo di donna, la donna quando scrive non può dimenticare né cessare di essere donna. Come diceva Hélene Cixous in quel manifesto carnale e splendente che è il suo libro, Il riso di Medusa, le donne devono scrivere con il corpo, far affiorare nella propria scrittura la propria differenza, la propria esperienza incarnata. Il corpo però non come luogo di natura, biologico, deterministico, ma luogo chiaramente politico e culturale, e non certo nel segno della separatezza pretestuosa o della subalternità ghettizzante. Il corpo è per le donne tema di scrittura, passaggio di esperienza, è luogo radicale da cui vedere il mondo, è riconoscimento di identità è autorizzazione alla parola, è posizionamento, è un atto di riappropriazione e di restituzione di quanto le è stato sottratto, espropriato. Il corpo è anche luogo di sfruttamento e violenza, non dimentichiamolo, è uso pubblico mediatico del corpo di donna, ed è sensato pensare che tracce di questa consapevolezza restino nella scrittura.

 

 – sul quarto punto, sul linguaggio: per quanto riguarda l’altra critica alla scrittura delle donne, di non essere adeguatamente sostenuta da una rivoluzione linguistica (sostanzialmente si dice che le donne possono solo imitare non innovare, la vecchia questione, cavallo di battaglia di Ezra Pound) direi che questa è una affermazione tra le più inconsistenti, prive di fondamento, basta leggere i testi delle autrici presenti nell’antologia per  constatare come quella del linguaggio sia una delle esigenze più avvertite.

Tutte le poete presenti nell’antologia di cui parliamo condividono la necessità non solo di criticare, ma soprattutto di scardinare, di smontare dall’interno i meccanismi del logos patriarcale che non solo ha parlato al posto delle donne ma ha anche scelto di cosa fosse degno parlare. La lingua abitata, ereditata, che impariamo, è costruita su un modello maschile, che non lascia spazio all’alterità femminile, e quindi sentono l‘urgenza di crearsi una lingua che fosse loro e soltanto loro, nata da dentro e non appresa da fuori, che le appartenesse davvero.

Tutto questo è evidente, ad esempio, nella scrittura poetica di Jolanda Insana, con la creazione di un suo linguaggio fatto di una compresenza di lingue, un pastiche linguistico che è appunto anticanone, anzi oltrecanone, un linguaggio scompositivo, ludico, polemico, di scontro, di sberleffo, la sua lingua è una lama che taglia, taglia il linguaggio convenzionale, borghese, il linguaggio dei poeti accademici, lontani dalla realtà, taglia la compostezza, l’accomodamento, non a caso chiama i suoi versi fendenti fonici, coltellate di verità, di bellezza. La sua è una lingua trasgressiva, che rompe la sintassi del potere, che inventa fenditure da cui far passare l’indicibile, per aprire la realtà e renderla docile alla metamorfosi, al cambiamento. Insana ci insegna che la lingua, la scrittura delle donne, lungi da stucchevoli abbandoni emotivi, confessionali e sentimentali, lontana da uno sguardo ristretto, esistenziale, sperimenta se stessa e sa innovarsi e innovare, sa aprirsi ad altro, ai grandi temi universali (quelli ritenuti di appannaggio esclusivo degli scrittori maschi) e stare dentro la Storia e la realtà, partendo da una posizione svantaggiata, marginale, anzi facendo di questa una posizione privilegiata, per attivare uno sguardo altro, alternativo, obliquo, con coraggio, senza nascondere o addolcire nulla, in modo compiuto e indipendente, escludendo ogni compromesso anche a costo dell’estremo sacrificio di sé, vivendo la scrittura, la poesia in maniera totalizzante e assoluta, come ci dicono i tanti suicidi di tante poete, alcune presenti anche nell’antologia: Antonia Pozzi, Amelia Rosselli, Claudia Ruggeri, Nadia Campana, Alejandra Pizarnik, Sylvia Plath solo per dirne alcune.

Insomma, Insana e le altre poete dimostrano che il linguaggio, se abitato criticamente, se attraversato dalla soggettività e dalla soggettività femminile, può ancora oggi generare spostamenti reali.

 

Maristella Diotaiuti