Per la Mostra pittorica di Andrea Conti: “Ma che storia è questa? Storia e disegni (s)connessi, musica (s)composta”, domenica 23 settembre 2018, Le Cicale Operose.
Appunti di Maristella Diotaiuti per il saluto ad apertura della mostra.
Ho avuto il privilegio di entrare nel laboratorio
di Andrea Conti, di vedere come nasce una sua opera e quindi di poter cogliere
o intuire quello che c’è e che può esserci dietro le sue creazioni, di poter
capire la sua poetica, che potremmo benissimo definire poetica della materia, o
narrazione della materia.
Dico “narrazione” in maniera intenzionale.
Perché non è un caso che Andrea abbia
contrassegnato questo incontro di stasera con questo titolo così straniante, ma che storia è questa? - storie e disegni
(s)connessi, musica (s)composta, perché l’intento (lo scopo che sottende
alla sua arte) è di scomporre, destrutturare l’opera d’arte, di spezzare
l’univocità del linguaggio artistico e realizzare una contaminazione di generi
e di linguaggi, e mutuare cioè segni e materia da altri ambiti: quello
gestuale, iconografico, e delle performance e spettacoli teatrali e
cinematografici, nonché da quello letterario.
Da questa fusione di linguaggi, di un
oggetto con altri viene fuori una nuova composizione, una nuova storia appunto,
una nuova narrazione. così da una storia ne germina un’altra, e poi un’altra, e
un’altra ancora, in un infinito processo o percorso di creazione. una sorta di
vertiginoso mise en abyme che però
non è governato dalla ripetitività fedele dell’immagine o della storia ma
viceversa dalla casualità e dalla imprevedibilità delle combinazioni.
Parlando di storie, di narrazione, non
si può fare a meno di constatare il rapporto privilegiato che Andrea ha con la
scrittura: non solo la frequenta normalmente scrivendo racconti e altro, ma troverete
spesso anche nelle sue opere parti scritte, racconti, poesie, riflessioni,
spesso anche in chiave didascalica.
Questa relazione tra la letteratura e la
pittura è molto antica, pensate che già nel 400-500 a.c. un poeta greco,
Simonide, diceva: La pittura è poesia
silenziosa, la poesia è pittura che parla; e Orazio, nella sua “ars
poetica”, scriveva una cosa analoga: La
poesia è come la pittura; e in tempi relativamente più recenti, nel XVI
sec., Leonardo scriveva, nel “Trattato della pittura”: La pittura è una poesia che si vede e non si sente, e la poesia è una
pittura che si sente e non si vede. E ancora, specificando meglio: La pittura è una poesia muta, e la poesia è
una pittura cieca.
Questo intreccio straordinario tra arte
verbale e arte iconica, con i loro diversi linguaggi e le loro diverse
tecniche, nelle mani di Andrea diventa splendida via per esprimere la stessa
percezione del mondo e dell’esistenza, gli stessi stati d’animo e gli stessi
labirinti interiori. È anche terreno di sperimentazione di come questi
linguaggi diversi possono creare frizioni, e far saltare il senso univoco, e
quindi sollecitare e attivare i sensi, e un altro tipo di sguardo sul reale, e
su quello che ci circonda. È come se le parole messe in relazione o in
conflitto con gli oggetti evocassero suoni, rumori, percezioni sensibili, in un
nuovo incredibile effetto sinestetico.
Questo suo personale dialogo con il
reale, con la materia, passa anche e soprattutto attraverso il recupero e
l’utilizzo, il riuso (in chiave nobile) degli scarti, di ciò che si è rotto e
viene buttato via perché non serve più. Gli scarti sono la testimonianza di ciò
che ha soddisfatto i nostri bisogni o ha appagato i nostri desideri, sono
simboli, tracce di piccole necropoli che sono dentro di noi, e Andrea le porta
alla luce.
Questo recuperare e conservare i resti,
i rifiuti, significa cercare di trattenerli, di farli sopravvivere strappandoli
al nulla, alla dissoluzione cui sono destinati nel nostro tipo di società,
significa voler lasciare una traccia, un indizio per chi resta, e coinvolge
sicuramente una dimensione di ricerca artistica, ma anche una dimensione
psicologica e soprattutto politica..
D’altra parte “noi stessi siamo spesso
cestinati o rigettati da altri esseri umani. e più o meno ogni giorno dobbiamo
ritrovare e ricomporre frammenti di noi stessi”.
Allora, credo - ma è una mia personale
lettura - che nelle sue opere Andrea recuperi e riutilizzi lo scarto, l’oggetto
rifiutato, rotto e inutile, come reazione estetica alla frantumazione
esistenziale, come un recupero della memoria e il preciso scopo di “rivoltare
il senso” e raccontare sempre l’inedito, l’imprevisto, l’imprevedibile, il
meraviglioso, ma anche il dolore e le storture le brutture del mondo e gli
abissi delle creature. Perché l’humus profondo della sua arte è sì il gioco, lo
sguardo un po’ scanzonato e canzonatorio, ma anche e soprattutto una intensa
sensibilità di sguardo e di anima.
Infine, c’è in questo suo modo di fare
arte, anche una forte componente anarchica, politica. L’artista in fondo cos’è?
È il portatore dell’utopia, del sogno. Potremmo addirittura dire “è un errore
sociale”.
Allora grazie, Andrea, per essere un
errore sociale!
Maristella Diotaiuti
