Tutto
è “questo”,
nient’altro
che “questo”
il
nostro tempo e vivere:
la
strada a snodarsi
in
vibrazioni di verdi
e la
grande tuia immobile
come
un dio
al
nostro esser qui:
disarticolate
visioni,
e le
cose rivelate
nude e
senza nomi,
come
appena fiorite
e
nuove al mondo
(Lucio
Macchia, da “Tracciature”)
Dire la singolarità è impossibile, ma la poesia non lo sa e
lo fa lo stesso. O, almeno, tenta di farlo: si consuma in questo tentativo. Ma
cos’è la singolarità? È qualcosa che, come esseri parlanti, abbiamo perso nel
momento stesso in cui siamo stati inscritti nel linguaggio. Il linguaggio,
nominando le cose, le strappa dall’immanenza e le organizza in classi astratte.
Di fronte all’“albero-evento”, nella sua specifica contingenza, non appena
dico/penso la parola “albero”, già ho cancellato l’unicità di questo singolare momento
d’incontro che abita la mia esperienza. L’ho inscritto nell’identità, nell’idea:
l’ho strappato via dalla sua immanenza e l’ho consegnato a un insieme.
Un’operazione di stampo logico-matematico. La notazione del quantificatore
esistenziale, nell’ambito della ricerca di Quine[i],
ci fornisce un modello del dispositivo linguistico: ∃x f(x), che, in generale, si
legge “esiste un x tale che f(x)” e, passando al nostro esempio (in cui f(x)
indica l’appartenenza alla classe degli alberi), si legge come “tale che x è un
albero”. Prima di applicare il quantificatore esistenziale, facendo entrare
quel qualcosa (ovvero x) nella classe degli alberi, con certe caratteristiche
comuni, quel qualcosa era appunto una “x”, un’incognita, una pura differenza
senza nome, una piega inafferrabile dell’immanenza, del semplice “c’è”. Era, in
altri termini, una singolarità. La nominazione non attribuisce un segno, una
“label” all’oggetto-albero che gli preesisterebbe, ma crea l’albero come crea
tutte le cose del mondo, sovrascrivendo e cancellando il reale di quella x (e
di tutte le x): ritagliando, per così dire, l’albero dal tessuto immanente del
tutto in atto. Al posto della x ci troviamo adesso con un nome, con una classe
di appartenenza e, quando siamo di fronte all’evento-x (l’albero-evento
nell’esempio), alla sua singolare evenienza, non vediamo più quella x ma,
nominandola, collochiamo la nostra esperienza nella classe degli alberi, e
riduciamo quella singolarità a individualità, ormai resecata dalla pura
immanenza. Individualità significa appartenenza a un insieme, vuol dire il
presentarsi della particolare accezione di una serie, vuol dire “somiglianza”.
La singolarità è perduta nella sua stessa inesplicabile natura: «come tale il
singolare non assomiglia a niente: ex-siste alla somiglianza, vale a dire è
fuori da ciò che è comune. Il linguaggio non dice ciò che è comune, eccetto il
nome proprio, senza che il proprio del nome sia una garanzia assoluta di
singolarità»[ii].
Certamente il nome proprio non garantisce. Non sono l’unico Lucio, neanche
aggiungendo il cognome divento singolare. Ma noi siamo invece questa nostra
specifica, singolare condizione, siamo l’immanenza di una vita, usando una
formulazione deleuziana. Siamo un “questo qui”, una “x” che, se triturata dal
linguaggio, è persa, è annegata nella generalizzazione. Ecco, tornando
all’incipit di questo articolo, un modo di definire la poesia è che essa è
l’arte di fare del linguaggio lo strumento di oltrepassamento del dispositivo
linguistico stesso. Poesia è tentare di dire la cosa al di là del nome usando
il nome. La cifra è quella dello stupore perché il presupposto del gesto
poetico è essere colpiti direttamente dagli eventi senza la mediazione
prepotente del logos (la parola stupore rimanda «alla radice indoeuropea
*(s)tup “battere”»[iii]).
Il poeta resiste all’irretimento del logos e tenta di guardare l’albero (e così
ogni cosa del mondo) come se fosse la prima volta che lo vede, al modo della
famosa lezione di Flaubert al giovane Maupassant[iv].
È, quello della lirica, un tentativo paradossale, estremo, e questo spiega
l’uso forzato, inusuale, oscuro del mezzo linguistico. La poesia deve essere
oscura, ci dice Celan. Se non lo è, si tratta probabilmente di un discorso
linguistico “ordinario”, catturato dal dispositivo che abbiamo descritto
secondo il modello quineiano. Guardare le cose con una vista acuta, quella
vista acuta che Pascal associa allo “spirito di finezza”[v],
capace di scorgere, al fondo dei nomi, il vibrare di ciò che è l’eterno
differire del tutto, il ripiegarsi senza fine di un qualcosa che è lì, reale,
non costruito dalle idee, dal logos, dalla parola. Lo sforzo di scrivere una
parola che, in senso mallarmeano, si cancelli e lasci trasparire, al suo fondo,
il “nulla” in quanto non-logos, il farsi differenziante del tutto da cui siamo
stati, come esseri parlanti, originariamente esiliati.
Immagine: Kazimir Malevich (1924)
[i] Spunto suggeritomi dalla lettura di F. Cimatti, ∃x f(x) Logica della decisione (Cronopio, 2024).
[ii] J.A. Miller, Cose di finezza in psicoanalisi, in “La psicoanalisi” n. 59 (2016) p. 169.
[iii] Rocco Ronchi, Il canone minore – Verso una filosofia della natura (Feltrinelli, 2017), ed. digitale Kindle, pos. 1627.
[iv] «Per descrivere un fuoco che arde e un albero in una pianura, restiamo di fronte a quel fuoco e a quell'albero finché non somiglino più, per noi, a nessun altro albero e a nessun altro fuoco», dalla Prefazione a Pierre e Jean, 1887 (fonte web).
[v] «Ma, nello spirito di finezza, i principi fanno parte dell’uso comune, e sono sotto gli occhi di tutti […] non si tratta che di avere una buona vista, ma bisogna averla buona; poiché i principi sono così sottili e in così gran numero, che è quasi impossibile che qualcuno non sfugga» da Pascal, Pensieri (fonte web, mia traduzione).