venerdì 24 aprile 2026

Singolarità e poesia, di Lucio Macchia

 












 

Tutto è “questo”,

nient’altro che “questo”

il nostro tempo e vivere:

la strada a snodarsi

in vibrazioni di verdi

e la grande tuia immobile

come un dio

al nostro esser qui:

disarticolate visioni,

e le cose rivelate

nude e senza nomi,

come appena fiorite

e nuove al mondo

(Lucio Macchia, da “Tracciature”)

 

 

 

Dire la singolarità è impossibile, ma la poesia non lo sa e lo fa lo stesso. O, almeno, tenta di farlo: si consuma in questo tentativo. Ma cos’è la singolarità? È qualcosa che, come esseri parlanti, abbiamo perso nel momento stesso in cui siamo stati inscritti nel linguaggio. Il linguaggio, nominando le cose, le strappa dall’immanenza e le organizza in classi astratte. Di fronte all’“albero-evento”, nella sua specifica contingenza, non appena dico/penso la parola “albero”, già ho cancellato l’unicità di questo singolare momento d’incontro che abita la mia esperienza. L’ho inscritto nell’identità, nell’idea: l’ho strappato via dalla sua immanenza e l’ho consegnato a un insieme. Un’operazione di stampo logico-matematico. La notazione del quantificatore esistenziale, nell’ambito della ricerca di Quine[i], ci fornisce un modello del dispositivo linguistico: x f(x), che, in generale, si legge “esiste un x tale che f(x)” e, passando al nostro esempio (in cui f(x) indica l’appartenenza alla classe degli alberi), si legge come “tale che x è un albero”. Prima di applicare il quantificatore esistenziale, facendo entrare quel qualcosa (ovvero x) nella classe degli alberi, con certe caratteristiche comuni, quel qualcosa era appunto una “x”, un’incognita, una pura differenza senza nome, una piega inafferrabile dell’immanenza, del semplice “c’è”. Era, in altri termini, una singolarità. La nominazione non attribuisce un segno, una “label” all’oggetto-albero che gli preesisterebbe, ma crea l’albero come crea tutte le cose del mondo, sovrascrivendo e cancellando il reale di quella x (e di tutte le x): ritagliando, per così dire, l’albero dal tessuto immanente del tutto in atto. Al posto della x ci troviamo adesso con un nome, con una classe di appartenenza e, quando siamo di fronte all’evento-x (l’albero-evento nell’esempio), alla sua singolare evenienza, non vediamo più quella x ma, nominandola, collochiamo la nostra esperienza nella classe degli alberi, e riduciamo quella singolarità a individualità, ormai resecata dalla pura immanenza. Individualità significa appartenenza a un insieme, vuol dire il presentarsi della particolare accezione di una serie, vuol dire “somiglianza”. La singolarità è perduta nella sua stessa inesplicabile natura: «come tale il singolare non assomiglia a niente: ex-siste alla somiglianza, vale a dire è fuori da ciò che è comune. Il linguaggio non dice ciò che è comune, eccetto il nome proprio, senza che il proprio del nome sia una garanzia assoluta di singolarità»[ii]. Certamente il nome proprio non garantisce. Non sono l’unico Lucio, neanche aggiungendo il cognome divento singolare. Ma noi siamo invece questa nostra specifica, singolare condizione, siamo l’immanenza di una vita, usando una formulazione deleuziana. Siamo un “questo qui”, una “x” che, se triturata dal linguaggio, è persa, è annegata nella generalizzazione. Ecco, tornando all’incipit di questo articolo, un modo di definire la poesia è che essa è l’arte di fare del linguaggio lo strumento di oltrepassamento del dispositivo linguistico stesso. Poesia è tentare di dire la cosa al di là del nome usando il nome. La cifra è quella dello stupore perché il presupposto del gesto poetico è essere colpiti direttamente dagli eventi senza la mediazione prepotente del logos (la parola stupore rimanda «alla radice indoeuropea *(s)tup “battere”»[iii]). Il poeta resiste all’irretimento del logos e tenta di guardare l’albero (e così ogni cosa del mondo) come se fosse la prima volta che lo vede, al modo della famosa lezione di Flaubert al giovane Maupassant[iv]. È, quello della lirica, un tentativo paradossale, estremo, e questo spiega l’uso forzato, inusuale, oscuro del mezzo linguistico. La poesia deve essere oscura, ci dice Celan. Se non lo è, si tratta probabilmente di un discorso linguistico “ordinario”, catturato dal dispositivo che abbiamo descritto secondo il modello quineiano. Guardare le cose con una vista acuta, quella vista acuta che Pascal associa allo “spirito di finezza”[v], capace di scorgere, al fondo dei nomi, il vibrare di ciò che è l’eterno differire del tutto, il ripiegarsi senza fine di un qualcosa che è lì, reale, non costruito dalle idee, dal logos, dalla parola. Lo sforzo di scrivere una parola che, in senso mallarmeano, si cancelli e lasci trasparire, al suo fondo, il “nulla” in quanto non-logos, il farsi differenziante del tutto da cui siamo stati, come esseri parlanti, originariamente esiliati.


Immagine: Kazimir Malevich (1924)


[i] Spunto suggeritomi dalla lettura di F. Cimatti, x f(x) Logica della decisione (Cronopio, 2024).

[ii] J.A. Miller, Cose di finezza in psicoanalisi, in “La psicoanalisi” n. 59 (2016) p. 169.

[iii] Rocco Ronchi, Il canone minore – Verso una filosofia della natura (Feltrinelli, 2017), ed. digitale Kindle, pos. 1627.

[iv] «Per descrivere un fuoco che arde e un albero in una pianura, restiamo di fronte a quel fuoco e a quell'albero finché non somiglino più, per noi, a nessun altro albero e a nessun altro fuoco», dalla Prefazione a Pierre e Jean, 1887 (fonte web).

[v] «Ma, nello spirito di finezza, i principi fanno parte dell’uso comune, e sono sotto gli occhi di tutti […] non si tratta che di avere una buona vista, ma bisogna averla buona; poiché i principi sono così sottili e in così gran numero, che è quasi impossibile che qualcuno non sfugga» da Pascal, Pensieri (fonte web, mia traduzione).