martedì 20 ottobre 2026

L’origine del linguaggio, di Lucio Macchia

 



…attendere che sorga nuovo,

il nome, e scandirlo all’alba,

quando la parola, non detta,

è giallo sole.

(L. Macchia, da E altro è da veder, 2021)

 

Un flash brevissimo su un argomento di estrema complessità: non pretendo naturalmente di essere esaustivo in poche righe, ma vorrei accennare ad alcune articolazioni del pensiero filosofico intorno a questo tema dell’origine del linguaggio che non può non interessare chi lo abita poeticamente.

Il linguaggio lo si può vedere in modo “naturalistico”, come sorto per evoluzione graduale a partire dai primi segnali animali, per complessificazione progressiva (la teoria di Pinker e Bloom): è forse la tesi più immediata e intuitiva, quella che per prima ci verrebbe in mente, proprio perché, paradossalmente, è già tutta interna al linguaggio, cioè usa il logos stesso “impiantato” con il linguaggio (causa, effetto ecc.). Però non rende conto della complessità del linguaggio, di una certa sua “mostruosità” che facciamo fatica a esprimere perché attiene a come il linguaggio ci sfugga sempre di mano, a come sempre ci mostri la sua abissalità (cfr. Heidegger e Valéry). Non si sta dicendo che questa tesi sia “falsa”, che non catturi nulla del reale, ma che mostra il limite trascendentale del suo stesso approccio: l’occhio non vede se stesso. Il linguaggio che si articola su se stesso non giunge a un punto fermo, continua a roteare intorno a un punto cieco.

Allora si può pensare di approcciare diversamente, ponendo la categoria concettuale “origine” tra parentesi. Si può dire, usando una formula sintetica, che il “linguaggio è sorto e basta”. Heidegger lo pensa in termini di “evento”, un puro accadere non inscritto nella temporalità cronologica. Da un versante di pensiero completamente diverso, Chomsky, pur muovendosi in un contesto sostanzialmente evoluzionistico, parla di una sorta di “big bang” dal quale il linguaggio è scaturito, un salto quantico evolutivo – che non si può escludere sia stato di natura biologica – mostrando così, anche in quell’ambito speculativo, la difficoltà di utilizzare un approccio incrementalista per spiegarne lo sviluppo. Insomma, ad oggi non esiste una teoria che goda di consenso generale in grado di spiegare l’origine del linguaggio – in tutta la sua complessità – mediante uno schema “per passi”. Il linguaggio ci si presenta come tanto pervasivo quanto inafferrabile. Non gli si può “girare intorno”, non se ne può uscire: ogni metalinguaggio è a sua volta linguistico (sovviene Heidegger che ironizza sull’assonanza tra “metalinguaggio” e “metafisica”). In altri termini, il linguaggio non si presta a essere ricondotto in modo assoluto a un meccanismo lineare di causazione, ma semplicemente “è qui”. E l’umano, che crede di disporre del linguaggio come di un suo mero strumento, in realtà ne è un effetto (cfr. Lacan). L’umano si trova inscritto in qualcosa che lo prende e che gli fabbrica contestualmente il mondo intorno, un mondo simbolicamente articolato che nasce dal linguaggio e non prima[i] (cfr. Cimatti, che riprende alcune riflessioni di Quine sul funzionamento del dispositivo linguistico). Il linguaggio non è un codice che l’animale uomo ha inventato per indicare le cose del mondo, ma il dispositivo in un certo senso “inumano” (non nella piena disponibilità dell’essere parlante) che ha strappato l’uomo alla sua animalità originaria per consegnarlo a un’articolazione simbolica che surcodifica e tenta di organizzare il reale (idea che si ritrova con taglio diverso in Lacan e in Deleuze/Guattari). Questo articolarsi proliferante del linguaggio, la sua macchinalità non arginabile, la sua paradossalità e potenziale indipendenza dalla significazione (fino a effetti di asemanticità) sono tutti indici di quell’eccesso che caratterizza il rapporto tra uomo e linguaggio, che non si lascia facilmente ricondurre alle teorie meccanicistiche sulla sua origine. L’unica certezza è che ci troviamo gettati nel linguaggio come nella coscienza riflessiva, e che non possiamo uscirne e guardarlo dall’esterno come un oggetto. “Uscirne” (precariamente, esperienzialmente, mai in modo definitivo) potrebbe voler dire (ponendoci nell’ottica filosofica ronchiana) accedere al campo dell’esperienza pura, immanentistica, poetica: toccare – nell’attimo – il reale. In un certo senso, torna Heidegger che ci dice che l’uomo abita il linguaggio, lo ascolta, poeticamente dimora nella sua abissalità.



Immagine: Roberto Rinaldi, Saltimbanco (2026), per concessione dell’autore.


[i] Su questi aspetti non mi dilungo ma sono approfonditi nel il mio articolo Singolarità e poesia: https://lecicaleoperose.blogspot.com/2026/04/singolarita-e-poesia-di-lucio-macchia.html