…attendere
che sorga nuovo,
il nome,
e scandirlo all’alba,
quando
la parola, non detta,
è giallo
sole.
(L. Macchia, da E
altro è da veder, 2021)
Un flash brevissimo su un
argomento di estrema complessità: non pretendo naturalmente di essere esaustivo
in poche righe, ma vorrei accennare ad alcune articolazioni del pensiero
filosofico intorno a questo tema dell’origine del linguaggio che non può non
interessare chi lo abita poeticamente.
Il linguaggio lo si può vedere
in modo “naturalistico”, come sorto per evoluzione graduale a partire dai primi
segnali animali, per complessificazione progressiva (la teoria di Pinker e
Bloom): è forse la tesi più immediata e intuitiva, quella che per prima ci
verrebbe in mente, proprio perché, paradossalmente, è già tutta interna al
linguaggio, cioè usa il logos stesso “impiantato” con il linguaggio (causa,
effetto ecc.). Però non rende conto della complessità del linguaggio, di una certa
sua “mostruosità” che facciamo fatica a esprimere perché attiene a come il
linguaggio ci sfugga sempre di mano, a come sempre ci mostri la sua abissalità
(cfr. Heidegger e Valéry). Non si sta dicendo che questa tesi sia “falsa”, che
non catturi nulla del reale, ma che mostra il limite trascendentale del suo
stesso approccio: l’occhio non vede se stesso. Il linguaggio che si articola su
se stesso non giunge a un punto fermo, continua a roteare intorno a un punto
cieco.
Allora si può pensare di approcciare
diversamente, ponendo la categoria concettuale “origine” tra parentesi. Si può
dire, usando una formula sintetica, che il “linguaggio è sorto e basta”. Heidegger
lo pensa in termini di “evento”, un puro accadere non inscritto nella
temporalità cronologica. Da un versante di pensiero completamente diverso,
Chomsky, pur muovendosi in un contesto sostanzialmente evoluzionistico, parla
di una sorta di “big bang” dal quale il linguaggio è scaturito, un salto quantico
evolutivo – che non si può escludere sia stato di natura biologica – mostrando
così, anche in quell’ambito speculativo, la difficoltà di utilizzare un
approccio incrementalista per spiegarne lo sviluppo. Insomma, ad oggi non
esiste una teoria che goda di consenso generale in grado di spiegare l’origine
del linguaggio – in tutta la sua complessità – mediante uno schema “per passi”.
Il linguaggio ci si presenta come tanto pervasivo quanto inafferrabile. Non gli
si può “girare intorno”, non se ne può uscire: ogni metalinguaggio è a sua
volta linguistico (sovviene Heidegger che ironizza sull’assonanza tra “metalinguaggio”
e “metafisica”). In altri termini, il linguaggio non si presta a essere
ricondotto in modo assoluto a un meccanismo lineare di causazione, ma
semplicemente “è qui”. E l’umano, che crede di disporre del linguaggio come di
un suo mero strumento, in realtà ne è un effetto (cfr. Lacan). L’umano si trova
inscritto in qualcosa che lo prende e che gli fabbrica contestualmente il mondo
intorno, un mondo simbolicamente articolato che nasce dal linguaggio e non
prima[i]
(cfr. Cimatti, che riprende alcune riflessioni di Quine sul funzionamento del
dispositivo linguistico). Il linguaggio non è un codice che l’animale uomo ha
inventato per indicare le cose del mondo, ma il dispositivo in un certo senso “inumano”
(non nella piena disponibilità dell’essere parlante) che ha strappato l’uomo
alla sua animalità originaria per consegnarlo a un’articolazione simbolica che
surcodifica e tenta di organizzare il reale (idea che si ritrova con taglio
diverso in Lacan e in Deleuze/Guattari). Questo articolarsi proliferante del
linguaggio, la sua macchinalità non arginabile, la sua paradossalità e
potenziale indipendenza dalla significazione (fino a effetti di asemanticità)
sono tutti indici di quell’eccesso che caratterizza il rapporto tra uomo e
linguaggio, che non si lascia facilmente ricondurre alle teorie meccanicistiche
sulla sua origine. L’unica certezza è che ci troviamo gettati nel linguaggio
come nella coscienza riflessiva, e che non possiamo uscirne e guardarlo dall’esterno
come un oggetto. “Uscirne” (precariamente, esperienzialmente, mai in modo
definitivo) potrebbe voler dire (ponendoci nell’ottica filosofica ronchiana)
accedere al campo dell’esperienza pura, immanentistica, poetica: toccare –
nell’attimo – il reale. In un certo senso, torna Heidegger che ci dice che l’uomo
abita il linguaggio, lo ascolta, poeticamente dimora nella sua abissalità.
Immagine: Roberto Rinaldi, Saltimbanco (2026), per concessione dell’autore.
[i] Su
questi aspetti non mi dilungo ma sono approfonditi nel il mio articolo Singolarità
e poesia: https://lecicaleoperose.blogspot.com/2026/04/singolarita-e-poesia-di-lucio-macchia.html
