giovedì 6 marzo 2025

"Atti del Primo Convegno" su Beatrice Hastings (2021): "Qualche nota introduttiva al pensiero di Beatrice Hastings", di Stefania Tarantino.













Qualche nota introduttiva al pensiero di Beatrice Hastings

Stefania Tarantino

La natura intellettuale di Beatrice Hastings è una natura prima e indomita. Una donna che ha saputo forgiare se stessa con abilità e maestria. La scoperta della sua opera, seppur limitata al volume recentemente pubblicato in Italia con la traduzione di alcuni suoi scritti[1], è stata folgorante. Per quanto non abbia avuto ancora il tempo e il modo di leggerla in modo sistematico e completo, ho colto rimandi importanti e riferimenti intellettuali condivisi che me l’hanno fatta sentire vicina, in piena sintonia con il mio percorso filosofico e artistico. Ho percepito subito la sua voce profondamente attuale e carica di idee da meditare e approfondire. Non subordinata né dipendente dalle concessioni elargite sempre molto moderatamente dagli uomini e dalle istituzioni del suo tempo, era ben consapevole – e anche molto precocemente – di ciò che era e di ciò che voleva diventare. Sfogliando le pagine del libro curato da Maristella Diotaiuti e Federico Tortora appare subito evidente la carica “rivoluzionaria”, in full revolt, della Hastings dal punto di vista giornalistico e del suo pensiero politico in generale. Nell’introduzione a firma di Maristella Diotaiuti, si insiste molto sul fatto che “Hastings fa parte, a buon diritto, di quella nutrita schiera di donne scrittrici, artiste, scienziate, che hanno occupato una posizione ‘anomala’ rispetto al contesto sociale e culturale in cui hanno vissuto e operato, avvertite come una sorta di “violazione” verso un insieme di ruoli, comportamenti, riti, linguaggi delineato dal pensiero maschile, per il solo fatto di rivendicare spazi di libertà o ricercare l’affermazione della propria identità in quanto donne.”[2]

L’anomalia riguarda la totale assenza di concessioni, di mediazioni rispetto all’assunzione di una “modalità maschile”, sicuramente più comoda e digeribile all’interno della sfera sociale, ma che lei non fa propria e che non rivendica per sé. Pioniera della carica sovversiva insita nel pensiero femminile e femminista, proprio per questo suo carattere indomito, verrà oscurata a partire dai pregiudizi sulle sue discusse frequentazioni e sul suo essere dichiaratamente bisessuale. In realtà, ciò che sicuramente dava più fastidio, com’è sempre accaduto e tuttora accade, era questo suo modo di dire senza mezzi termini ciò che andava detto, di guardare alle cose con uno sguardo lucido e disincantato e, infine, la profonda autorevolezza della sua scrittura che mostrava un’inedita sicurezza di sé. La liberazione dai pregiudizi e dell’ipocrisia che hanno gravato e gravano sulle donne è condotta con una sottile ironia, metodo che attiva un processo di erosione rispetto a tutto ciò che si mostra rigido, statico, fisso nelle proprie verità intese come certezze monolitiche, assolute e incontrovertibili[3]. L’ironia agisce la trasgressione all’interno di un sapere portando a un rovesciamento degli schemi e allo smascheramento di verità dogmatiche precostituite.

Ad Hastings interessa innanzitutto comprendere e sperimentare liberamente la propria identità femminile, il suo essere riconosciuta come una donna di pensiero che non deve disfarsi della propria specificità, dal momento che è intesa come una dimensione vitale imprescindibile anche per ciò che si diventa dal punto di vista professionale. La sua scrittura così tagliente e sottile mostra che il pensare a partire da sé implica sempre un’originalità perché basata sulla propria verità soggettiva e sul proprio ancoramento al reale. La sua vita è travolta dal movimento delle suffragette che contestano la mancata entrata delle donne nella scena pubblica e rivendicano il loro diritto di voto, di esserci e di contare al di fuori delle pareti domestiche. Da corrispondente teneva i suoi lettori e le sue lettrici aggiornati sulle lotte che le suffragette stavano facendo in quel preciso momento e la repressione che gli uomini avevano messo in campo per spegnere ogni tipo di speranze nei loro cuori. Le suffragette militanti – scrive – ci hanno salvato dall’ultima ignominia della schiavitù: l’obbligo di ringraziare per la propria liberazione. E, aggiunge, che la loro “iniziazione” è quella di dare prova di una volontà inarrestabile che non si aspetta giustizia né misericordia all’infuori del proprio avanzare, che non si lascerà più ingannare[4].

In quello spazio liminale del dentro-fuori sapeva che l’uscita dall’invisibilità delle donne e la presa di parola pubblica urtano sempre, sia da un punto di vista pratico che teorico, l’ego di molti uomini, soprattutto quando si toccano delle corde che si riverberano nei meandri della sessualità femminile, oppure quando una donna da’ mostra di una certa ambizione vista con occhi sospetti e come qualcosa di non tollerabile dal momento che comporta una fuoriuscita dal posto già assegnato. Questa situazione rimane all’ordine del giorno ancora oggi. Laddove le donne aprono conflitti e dissentono dalle narrazioni dominanti, la reazione è sempre quella del discredito o dell’accusa di “isteria”, un evergreen che scatta sempre con molta facilità e leggerezza nella dinamica sociale. Per il modo in cui scrive come corrispondente da Parigi nel “The New Age”, si comprende benissimo la sua capacità di mantenere l’attenzione e lo sguardo sulle dinamiche del potere maschile, sulle strategie messe in atto per oscurare, reprimere e silenziare (come abbiamo visto, ad esempio, nella forza repressiva messa in atto con le suffragette[5]), la dirompenza della parola e della resistenza femminile. La posizione di giornalista che aveva faticosamente conquistato, che andava controcorrente rispetto agli insegnamenti ricevuti, pieni di retorica e di dogmatismo religioso, la portarono a diventare autrice di se stessa, pienamente responsabile delle proprie posizioni e delle proprie affermazioni. La sua analisi dei pregiudizi che costellano l’universo semantico che ruota intorno alle donne e al femminile è sorprendente. Ribalta gli schemi interpretativi e rinomina le cose a partire dalla sua esperienza femminile. Sa che è proprio da quella precisa esperienza che riuscirà a trovare il punto di avvio per una reale trasformazione delle relazioni sociali di potere. 

Come tutte le donne di prim’ordine, Beatrice Hastings apre all’interno del pensiero filosofico una breccia fatale. Se vogliamo renderle ciò che le spetta è di questa breccia che dobbiamo tenere conto e di cui dobbiamo parlare. A una prima lettura mi sembra che colga in pieno il paradosso di ciò che la storica francese Nicole Loraux, più di cinquant’anni dopo, ha chiamato il paradosso di un’inclusione fatta di esclusione. Da questa posizione s’interroga e apre nuovi orizzonti all’interno del pensiero filosofico e politico. Da un lato intuisce il pericolo dell’accettazione, dell’inclusione delle donne solo per il fatto di essere madri, generatrici di prole utile al perpetuarsi della specie e per la manodopera necessaria al lavoro e alla guerra, dall’altro vede e sente sulla sua pelle l’esclusione, la messa a distanza dalla scena economica e politica che si reitera ipocritamente anche nel moderno contratto sociale. Comprende bene quanto la mera inclusione, in un contesto segnato essenzialmente da un simbolico tutto maschile, sia una trappola che comporta un imprigionamento all’interno di un ruolo imposto e non scelto. Come scriverà la filosofa María Zambrano, riferendosi alla storia di Fatima, quarta e ultima figlia di Maometto, quella da lei vissuta “è una storia in cui si sente inclusa e che non è la sua, o, se lo è, è per esservi caduta prigioniera”[6]. Le donne sono imprigionate da una storia che non è la loro, cui non hanno partecipato e di cui devono liberarsi per dare avvio a qualcosa di nuovo, a un nuovo corso della storia. È proprio da questo smascheramento dell’inclusione che le donne hanno tratto la loro fonte di salvezza, sono riuscite a non farsi ingurgitare dai meccanismi della storia e a non rendersi complici di azioni che non condividono.

In una recente pubblicazione italiana di un libro contenente alcuni saggi di Françoise Duroux curata dalla sottoscritta e da Chiara Zamboni, quest’ultima, nel suo saggio introduttivo, riflettendo proprio sul senso dell’“inclusa esclusa” in relazione all’uso che ne fa Françoise Duroux, scrive: “È una posizione che è stata molto valorizzata dal pensiero femminista, come primo passo per una significazione libera della differenza. L’essere partecipe e allo stesso tempo estranea al simbolico dominante offre alle donne un di più di intelligenza di ciò che avviene in rapporto ad un desiderio femminile che non si fa mai trovare là dove lo si aspetta. Per Duroux significa non solo che la posizione simbolica della differenza sessuale è non armonizzante, ma soprattutto spariglia le carte dei rapporti umani. Proprio a partire dallo squilibrio e dal perturbante, che l’accompagna, è possibile comprendere la realtà in gioco nella differenza.”[7]

Ecco, mi sembra che Beatrice Hastings abbia colto pienamente la trappola dell’inclusione e non si è fatta imprigionare facendo leva sul suo “di più” di intelligenza e audacia. Contesta tutte quelle forme di resistenze non solo maschili ma anche femminili al riconoscimento positivo di questa differenza insita in primo luogo in se stessi e che rimanda a un continuo differimento da sé. Comprende in che modo un approccio oggettivamente e falsamente neutro fa da schermo alla scoperta di una verità di sé che molto spesso non si riesce a sostenere. Più volte ribadisce di essere ben consapevole di essersi collocata “fuori dal tempio della civiltà” e, nonostante la possibilità di farne parte, decide volontariamente di restarne fuori. Rivendica la propria selvatichezza con la sua voce dirompente che sfocia da un intenso legame tra pensiero e azione e da un andirivieni tra esperienza giornalistica ed elaborazione poetica da cui si aprono orizzonti imprevedibili. Ecco come si esprime al riguardo: “Ho cercato la Vita nel meriggio. L’artista deve costruirsi un altare e meditare; lì attira su di sé gli indizi del giorno, forme, bisbigli, colori, gli strumenti dell’artista. Con essi egli lavora dentro al suo tempio. Io sono fuori nella natura selvaggia con Pan, io che a Pan non costruisco altari.”[8]

Per Hastings ogni donna, al pari di ogni uomo, deve essere libera di fare di sé un’opera d’arte. Le sue riflessioni sulla maternità sono in piena assonanza con quelle della filosofa e artista napoletana Lina Mangiacapra e il suo gruppo delle Nemesiache che vedeva nella maternità l’azione creatrice per eccellenza. Intendere la maternità come un atto creativo significa, in primo luogo, liberare il corpo delle donne da ciò che le imprigiona in un destino già scritto. La maternità, così come viene proposta/imposta e vissuta dalle donne, è ciò che più fa da ostacolo alla costruzione di un’identità libera, creativamente concepita al punto da rappresentare una vera e propria seconda nascita. La maternità non può essere vista e vissuta come qualcosa di mortificante per le donne, ma come ciò che immette nel mondo la forma originaria della relazione. Ma, come ironicamente nota Beatrice, “non esiste creatura più lodata a parole e più sprezzantemente trascurata nei fatti della madre. Il culto della Madonna è quello che costa meno di tutti.”[9] L’appassionata difesa del diritto delle donne a vivere la propria vita ricorre frequentemente nei suoi scritti. L’attacco non è solo agli uomini ma anche a quelle donne che, per godere dei piccoli privilegi del matrimonio e del mantenimento, trovano una loro collocazione sociale e, per risvegliarle dal torpore, scrive che deve essere “chiaro alle donne che qualsiasi accenno di ricompensa per la loro partecipazione alla creazione dell’umanità è basato sul cinico ripudio della grandezza del loro servizio.”[10] Fino a quando i legami matrimoniali tra uomini e donne saranno così intesi, dove le donne sono semplicemente mantenute per il loro servizio all’interno della sfera domestica, si perpetua quel circolo vizioso che mortifica l’anima della donna.

La complicità delle donne è dovuta da una serie di fattori che sono sia esterni che interni. Il contesto sociale, le restrizioni economiche, il mancato accesso alla sfera economica, culturale e politica, ma anche la vanità, il lasciarsi assorbire dalle convenzioni e dai pensieri altrui, il vedere la propria immagine riflessa nello specchio maschile e assumerla come immagine propria. Tutto questo ha sempre comportato, tranne rare eccezioni, che “l’urgenza del ruolo di moglie ha impedito l’ascesa della donna”[11]. Più volte Beatrice ripete che le donne amano la libertà del corpo e della mente quanto e forse di più degli uomini. E comprende come sia proprio questo amore per la libertà ad essere ciò che viene negato anche dalle antifemministe. La negazione – scrive – fa parte della solita e ignorante argomentazione: le donne non percepiscono, tanto meno rifiutano, la loro schiavitù[12]. Ma, contrariamente a ciò che hanno pensato e scritto la maggior parte dei filosofi come destino delle donne, per Beatrice Hastings una donna può e deve scegliere cosa fare della sua vita e, tra queste opzioni, può ovviamente non figurare la maternità. Quando una donna è costretta nel ruolo di madre si mette in atto una vera e propria aberrazione. Si reitera l’inganno rendendo le donne vittime privilegiate del benessere, della sicurezza e della comodità degli uomini. L’eros è forza di creazione che investe anzitutto l’anima, la dimensione spirituale e fisica. Vive ad esempio, da questa prospettiva, il surrealismo come spinta alla liberazione dei corpi, delle parole, dei gesti, anche se sta in guardia sui pericoli in cui la libertà femminile rischia di essere ulteriormente inghiottita.

Solo tenendo nettamente separate la sfera sessuale da quella procreativa, cosa che può darsi solo attraverso la liberazione della dipendenza della donna a livello economico dall’uomo, la maternità potrà essere concepita come una libera scelta delle donne. Tale separazione comporterà una maggiore e inedita libertà sessuale. Se anche la donna è un fine, significa che non può più essere un mezzo in balia di vite altrui. L’invito a uscire dalla condizione di vittime va di pari passo con l’invito ad entrare a pieno titolo nell’attività professionale, a prendere tra le mani la propria vita. A Beatrice non sfugge, infatti, neanche il fatto che la modernità con la sua falsa idea di progresso ha comportato una pesante sottrazione di quelli che erano i saperi pratici delle donne. Pensa in particolare alla branca medica dell’ostetricia che un tempo era ambito privilegiato delle donne e che adesso è dominio indiscusso degli uomini e scrive: “Gli specialisti dividono la scienza per poter certificare la propria efficienza. Solo i mali delle donne sono lasciati ai ciarlatani e agli inesperti. L’uomo non sarà mai altro che un ciarlatano e un inesperto in tema di ostetricia. Con incomprensibile leggerezza si rifiuta di riconoscere la naturale idoneità delle donne per questa branca della medicina. (…) Il disprezzo e la sfiducia verso le donne, le levatrici naturali, ha fatto sì che fosse loro precluso di continuare a trasmettere questo sapere pratico.”[13]

L’universo di Beatrice Hastings è un universo qualitativo, concreto, pieno di poesia e di passione. I suoi articoli testimoniano di uno scenario intellettuale composito fatto di arte, scienza, letteratura, teosofia, sperimentazione della scrittura automatica. Cerca lo spirito della bellezza, l’offrirsi della luce, la regola ciclica della natura nella sua magica espressione per cui canta e scrive versi di gratitudine. Le interessa ciò che sfugge al pensiero razionale nella certezza che solo pochi pensieri sono dei veri gigli. Tra questi pensieri scorge quelli di Helena Blavatsky che considera un vero e proprio genio. Influenzata dal suo pensiero, aderisce alla società teosofica da lei fondata a New York nel 1875. Non potendo entrare nel merito di tutti gli aspetti indagati da questa scuola di pensiero e tenendomi a distanza da tutto il discorso sull’occultismo e sul magnetismo, mi limiterò a indicare alcuni aspetti che mi sembrano interessanti per avere un quadro di massima. Innanzitutto, c’è una critica tagliente al progresso e all’assetto materialistico che s’inaugura nella modernità in cui, come dice Blavatsky, afferriamo solo la superficie delle cose. La filosofia materialista e positivista che si afferma in particolare con Auguste Comte è vista come il degrado ultimo di una ragione che elimina tutto ciò che si sottrae alla sua orbita e che si affida unicamente al metodo scientifico. Il sentire, la percezione, l’intuizione e finanche l’istinto sono espulsi dall’ambito della conoscenza perché facoltà non oggettivabili né oggettivanti[14]. La dimensione inconoscibile è fatta fuori in nome della sola realtà dei fatti. Contestando con ampie argomentazioni e con un bagaglio coltissimo che le consente molteplici e puntuali riferimenti, per Blavatsky ne va, al contrario, della presa d’atto di un ordine delle cose che in realtà è fondato su una connessione misteriosa e insondabile tra la mente umana e l’universo, in cui la natura si pone come mediazione. La realtà, nella sua dimensione visibile e invisibile, non è riducibile al dominio assoluto della ragione. “Nello splendore della sensazione del sole, non un solo momento è fuori dalla percezione.”[15] Così Beatrice Hastings traduce ciò che Blavatsky intende con acutezza della percezione spirituale. Il pensiero è anzitutto percezione, conoscenza intuitiva di ciò che, per quanto invisibile, è intellegibile. Pitagora, Platone, Plotino, Giordano Bruno, per citare solo questi quattro filosofi illustri, hanno basato la loro filosofia sulla divina luce dell’intuizione che offre, alla conoscenza umana, una seconda vista per le cose che non sono dell’ordine dei fatti.

Come Blavatsky, anche Hastings sa che il vero progresso si compie nella capacità di attingere a questa realtà fuori dallo spazio e dal tempo e di ampliare la rete delle relazioni umane sotto il segno dell’amore. E vede con lei come e quanto quella che si inaugura nella modernità è un’epoca più di distrazione che di attenzione. Nel prendere atto che solo una forza mentale generata dal cuore può contrastare la muraglia di pregiudizi, è necessario coltivare l’idea di un pensiero umano inteso come azione e modificazione della realtà. Ma soprattutto, come scrive la filosofa francese Simone Weil, è necessario costruire una civiltà nuova ma antica di spirito. Anche lei, come ho scritto altrove, era convinta del fatto che l’ispirazione alla base di quegli antichi saperi nati da una profonda saggezza spirituale sia stata uno dei tesori andati perduti quando la filosofia ha fondato tutto sul potere coercitivo della ragione[16].

C’è sempre all’opera un doppio registro nelle indicazioni ermetiche e iniziatiche di questa antica filosofia: una di carattere etico e morale e l’altra di carattere fisico-spirituale. Le due cose, per non scivolare nella tracotanza e nella barbarie, devono sempre andare insieme. L’eredità orfico-pitagorica è sempre stata, nella storia del pensiero, una corrente carsica che è emersa ogni volta in cui si è andato a toccare il punto nevralgico della relazione tra essere e senso. Il principio di unità che si ritrova sotto qualunque forma, l’unità nella molteplicità, la legge dell’armonia, l’equilibrio della giustizia, l’amore per la natura, rappresentano il fulcro stesso dell’elemento noetico comune a Oriente come a Occidente. Non è un caso che la scuola teosofica, nel suo impianto filosofico, recupera e valorizza quella saggezza spirituale di cui Iside era il simbolo principale[17].

In un libro dedicato al mito di Iside leggiamo che “i dati etimologici pongono Iside all’origine delle cose e delle divinità, come appare anzitutto evidente dalla struttura fonetica del suo nome. Presso gli antichi la natura veniva chiamata Is-is, con due termini che esprimono «figurativamente» il sibilo, il soffio e il crepito del fuoco che era oggetto di quel culto. (…) In latitudini ed epoche diverse, l’eco del brusio cosmico si ripercuote nel suono dei nomi della potenza, dell’essere supremo.”[18]

Nella sua spietata lucidità, Beatrice Hastings scrive che “solo gli uomini condannano altri uomini ad abbandonare ogni speranza. La Morte e la Natura abdicano a questo.”[19] E con la stessa lucidità aggiunge anche che “lo spirito umano possiede un senso della giustizia che sconfigge la barbarie con più efficacia delle armi o della forza.”[20] La ripresa della storia di Vashti, la regina persiana che si rifiutò di assecondare la richiesta del re Assuero che la voleva nuda per intrattenere i suoi ospiti, le conferma che la fede genera volontà e che il coraggio è la forza invincibile che scaturisce dal cuore. Con il suo sguardo attento e disincantato, Beatrice crede fermamente nell’essenziale bontà della natura umana quando è governata dalla virtù, da quella saggezza spirituale interiore che è andata perduta nella nostra civiltà. Ne trova un barlume intatto nella selvatichezza delle genti africane cui dedica le splendide Note d’oriolo. L’ideale delle genti africane, scrive, è il ritorno, non il progresso; non il progresso dei Bianchi…[21]

Il senso di giustizia alberga nel cuore umano e non nella razionalità occidentale dalla notte dei tempi. È a questo che dobbiamo fare ritorno. L’omaggio poetico alla bellezza selvaggia dell’Africa denota, nel rovesciamento del luogo comune e stereotipato con cui solitamente se ne parla, una grande fiducia in un modo di pensare e di sentire la terra diverso da quello che l’Occidente ha perseguito. È pienamente consapevole del fatto che come non si potrà mai anglicizzare l’Africa così non si potrà maschilizzare la donna. Ecco, mi sembra importante seguirla su questa strada e rimettere in luce la sua opera, darle la giusta importanza. È giunto il momento di aprirsi a ciò che non ha mai trovato posto nel nostro sistema di pensiero e che di solito reprimiamo invece di metterlo alla prova nella nostra stessa elaborazione. Seppur consapevole della profonda disuguaglianza con cui il suo lavoro veniva accolto e degli stereotipi sul posto che le donne devono avere nella società, Beatrice offre la sua parola laddove sembra regnare il silenzio. Ci prova fino alla fine ma deve fare i conti con un mondo freddo, sordo e distante.

Muore suicida. Resta la potenza del suo agire che ci lascia in eredità una scrittura incandescente come atto simbolico e politico di rara bellezza.

Stefania Tarantino (Unisa): https://docenti.unisa.it/025951/curriculum

Articolo pubblicato negli "Atti del Primo Convegno" per Beatrice Hastings, Le Cicale Operose, 2021.

[1] Beatrice Hastings, in full revolt, a cura di Maristella Diotaiuti e Federico Tortora, trad. it. di Matilde Cini, Caffè letterario Le Cicale Operose, Livorno 2020.

[2] Ivi, p. 13.

[3] Cfr. Marisa Forcina, Ironia e saperi femminili. Relazioni nella differenza, FrancoAngeli, Milano 1998.

[4] Beatrice Hastings, in full revolt, cit., p. 167.

[5] Ecco cosa scrive come corrispondente da Parigi per il giornale britannico The New Age il 10 dicembre del 1908: “È dovere di ogni donna a conoscenza dei fatti comunicare tutta la verità sulle atrocità che hanno subito le sue compagne. È dovere di ogni donna del movimento apprendere questa verità: lo stupro è qualcosa che ti segna irrevocabilmente. Ogni mezzo per prevenirlo è giustificato. Se un uomo ti tocca è a suo rischio e pericolo”, in Beatrice Hastings, in full revolt, cit., p. 169.

[6] María Zambrano, Lettere da La Pièce. Corrispondenza con Agustín Andreu, vol. 2, ed. it. a cura di Annarosa Buttarelli, introduzione di Antonietta Potente, trad. it. di Manuela Moretti, Moretti & Vitali, Bergamo 2016, p. 140.

[7] Chiara Zamboni, Françoise Duroux. Sentieri interrotti, in Françoise Duroux, Il paradigma perturbante della differenza sessuale. Una filosofia femminista, a cura di Stefania Tarantino e Chiara Zamboni, Mimesis, Milano-Udine 2021, p. 32.

[8] Beatrice Hastings, in full revolt, cit., p. 130

[9] Ivi, p. 151.

[10] Ivi, p. 165.

[11] Ivi, p. 151.

[12] Ivi, p. 163.

[13] Ivi, p. 155.

[14] Su questo aspetto mi permetto di rinviare al mio Chiaroscuri della ragione. L’eredità di Kant nelle filosofe del XX secolo, Guida, Napoli 2018.

[15] Beatrice Hastings, in full revolt, cit., p. 130.

[16] Cfr. Stefania Tarantino, άνευ μητρός/senza madre. L’anima perduta dell’Europa. Maria Zambrano e Simone Weil, La scuola di Pitagora, Napoli 2014.

[17] La prima opera fondamentale di Helena Blavatsky è dedicata a Iside. Cfr. Helena P. Blavatsky, Iside svelata, Armenia, Milano 2005.

[18] Jurgis Baltrušaitis, La ricerca di Iside. Saggio sulla leggenda di un mito, Adelphi, Milano 1995, p. 27.

[19] Beatrice Hastings, in full revolt, cit., p. 187.

[20] Ivi, p. 195.

[21] Ivi, p. 127 e ss.