martedì 6 ottobre 2026

Extra moenia: Lune spezzate.

 

















Per la rubrica del blog “Extra moenia” segnaliamo volentieri il link che rimanda al nuovo volume di Teodora Mastrotoraro, Lune spezzate, 2026, Pietre vive Editore, collana Quaderni di teatro, illustrazioni di Andrea Nurcis. "Testo teatrale dedicato alla denuncia dello sfruttamento degli Orsi della luna per la bile".

Link: Lune spezzate, di Teodora Mastrototaro


Ci fa piacere unire alla segnalazione del link per l’acquisto del libro la nota di lettura di Maurizio Evangelista dedicata all’opera.

Buona lettura.


Ma se la luna non c’è, quando finisce la notte?

In Lune Spezzate (Pietre Vive Editore, 2026) Teodora Mastrototaro costruisce un teatro della denuncia che non si limita a esporre l’orrore, ma incrina lo sguardo di chi lo osserva, costringendolo a vedere ciò che troppo spesso resta fuori campo. Il dolore non viene semplicemente mostrato: viene fatto entrare lentamente nella lingua, nel tempo, nelle pause, fino a incrinare la superficie rassicurante delle cose. Al centro del testo c’è una realtà documentata e atroce: gli Orsi della Luna, chiamati così per quella mezzaluna di pelliccia color crema che interrompe il nero del torace, animali tenuti prigionieri per anni nelle fattorie della bile, rinchiusi in spazi angusti e sottoposti a pratiche invasive che possono protrarsi per decenni. Ma Mastrototaro non sceglie la via del realismo. Sceglie quella, più perturbante, della trasfigurazione. La clinica diventa fattoria, la fattoria diventa prigione, la prigione diventa mondo. E il mondo si rovescia: ciò che dovrebbe apparire intollerabile viene amministrato con la calma di una procedura. Le celle diventano “stanze”, la prigionia diventa “privacy”, la mutilazione una conseguenza collaterale, l’estrazione della bile una “terapia”. Le parole smussano gli angoli del dolore fino quasi a cancellarlo. È qui che il teatro apre la sua prima crepa: nel momento in cui la lingua che dovrebbe descrivere la violenza comincia invece a proteggerla. C’è, in questo dispositivo, qualcosa che ricorda il cinema di Yorgos Lanthimos e in particolare The Lobster: non tanto per una coincidenza narrativa, quanto per il modo in cui un universo assurdo e crudele viene amministrato attraverso un linguaggio ordinato, neutro, quasi educato. La violenza diventa tanto più inquietante quanto più viene pronunciata senza emozione. Come in quel cinema, l’assurdo non irrompe nel quotidiano: vi si installa, assumendone le regole, le formule, la cortesia. La voce registrata di Lune Spezzate procede proprio così: cortese, impersonale, ossessivamente rassicurante. Annuncia, spiega, normalizza. Ma più cerca di tranquillizzare, più inquieta. «Privacy o solitudine sono solo dettagli»; «cella o bara sono solo dettagli». Le parole sembrano voler ridurre tutto a una questione di terminologia, mentre sotto la loro superficie si accumula l'orrore. La poesia, la canzone, la fiaba e perfino la minaccia entrano allora nella lingua burocratica come infiltrazioni, come presenze che ne fanno saltare l’ordine. È lo scarto fra ciò che viene detto e ciò che lo spettatore comprende a generare la tensione. Non occorre mostrare continuamente la violenza: basta circondarla di parole che la rendano improvvisamente visibile. Anche il tempo, nel mondo della clinica, è prigioniero. Non ci sono orologi. Gli anni perdono i loro contorni e diventano una durata senza misura, una condanna senza calendario. La prigionia non consiste soltanto nella sottrazione dello spazio: è soprattutto la sottrazione del futuro. All’orsa non viene impedito soltanto di muoversi; le viene negata la possibilità di aspettare qualcosa che venga dopo.

Per questo la ripetizione assume una forza particolare. Il gesto che ritorna, la frase che ritorna, la voce che ritorna costruiscono nello spettatore una forma di immobilità. La ripetizione non racconta soltanto la prigionia: la fa durare. Trasforma il tempo della scena in un tempo di attesa, di logoramento, di lenta erosione. E dentro questo tempo sospeso appare la luna. La mezzaluna sul petto dell’animale è insieme una cicatrice e una finestra, un segno di appartenenza e un frammento di cielo. È ciò che rimane visibile oltre la gabbia, ma anche ciò che la gabbia non è riuscita completamente a cancellare. Una forma incompleta, spezzata, che rende visibile ciò che manca. La crepa diventa allora l’immagine segreta dell’intera opera. Una crepa è una ferita, ma è anche un’apertura. Attraverso una crepa entra la luce; attraverso una crepa si intravede il cielo. E attraverso il cielo diventa possibile immaginare un fuori. Non è ancora la libertà. È qualcosa di più fragile e, forse, di più necessario: la possibilità di concepirla. A questa possibilità si oppone Mr. Cattura, figura quasi disumana nella sua ostinata meccanicità. «Li prendo. Li blocco. Non possono scappare.» Il suo linguaggio è quello del gesto ripetuto, della funzione eseguita, della macchina che non ha bisogno di interrogarsi sul proprio funzionamento. Mr. Cattura fotografa, vende. Il dolore diventa immagine, l’immagine diventa merce, la merce produce consenso. Non è tanto un personaggio psicologico quanto un ingranaggio. Ed è proprio questa sua funzione a renderlo inquietante: il male non ha bisogno di essere mostruoso quando può diventare procedura. Contro questa macchina si leva lentamente la voce dell’Orsa. È forse il passaggio più importante del testo: l’animale smette di essere soltanto ciò che viene guardato e diventa colei che guarda. Non è più il corpo su cui si esercita la violenza, né l’oggetto della compassione umana. Parla. Ricorda. Immagina. Desidera. Giudica.

Teodora Mastrototaro, come sempre nelle sue opere di poesia e teatro, cerca di incrinare questa gerarchia antica, mettendo in discussione l’idea che gli altri esseri viventi siano semplicemente corpi disponibili, oggetti di sfruttamento o destinatari della nostra pietà. La dimensione antispecista del testo nasce proprio qui: non nel semplice invito a provare compassione, ma nel riconoscimento di un soggetto là dove il sistema ha costruito un oggetto. Così Lune Spezzate procede da una lingua della cattura verso una lingua della liberazione. All’inizio tutto è chiuso: i corpi, le stanze, il tempo, le parole, perfino la luna. Poi qualcosa si incrina. E quella frattura, invece di essere ricomposta, cresce. Alla fine la gabbia si apre e la crepa «diventa una voragine». È un’immagine potente perché rifiuta l’idea della riparazione come ritorno allo stato precedente. Non si tratta di cancellare la ferita, ma di attraversarla. Non di ricomporre la luna, ma di lasciarla spezzata abbastanza da far passare la luce. Le “lune spezzate” sono allora gli orsi, i corpi feriti, le vite sequestrate. Ma sono anche le nostre immagini del mondo: quelle che il teatro costringe a incrinarsi quando ci obbliga a guardare ciò che normalmente scegliamo di non vedere.

La documentazione sulla bile d’orso è il punto di partenza; il teatro la trasforma in esperienza. La violenza diventa durata, la durata diventa attesa, l’attesa diventa ascolto. E l’ascolto, lentamente, diventa una possibilità di cambiamento. Forse è questo il gesto più radicale di Teodora Mastrototaro: non mostrarci semplicemente una gabbia, ma farci sentire quanto a lungo può durare una gabbia quando diventa mondo. E poi, dentro quel mondo chiuso, aprire una crepa. Piccola all’inizio. Abbastanza, però, da farci intravedere la luna.


Maurizio Evangelista

 

 

Note biografiche

 

Maurizio Evangelista, poeta e animatore culturale, vive a Bisceglie. Con Arcipelago itaca ha pubblicato Manuale per mangiare da soli (2026) e Mr. Me (2022) vincitrice del premio nazionale della casa editrice. Nel 2024 il ciclo di poesie Il tempo che resta è stato incluso nell’Ottavo repertorio di poesia italiana contemporanea. Collabora come lettore critico con il Quotidiano di Bari e il blog Pubblicazioni Letterariæ. Dal 2010 è organizzatore e direttore artistico della Notte di Poesia al Dolmen di Bisceglie.

 

Teodora Mastrototaro, poetessa, drammaturga di testi teatrali, attivista per i diritti animali, antispecista. Ha pubblicato Le mucche se non le mungi esplodono (di gioia) (crudeltà sugli animali, un inventario) - Marco Saya Editore (2025). Da Aprile 2024 sta portando in scena il suo monologo teatrale Il Riflusso – dalle reali testimonianze dei lavoratori dei mattatoi, pubblicato sulla rivista di critica antispecista Liberazioni n 51. La sua ultima performance è Per il nostro bene – performance sulla sperimentazione su animali vivi, con il ballerino Stefano Di Martino.

La sua ultima pubblicazione, Ottobre 2026, è Lune spezzate, Pietre vive Editore.

 

mercoledì 16 settembre 2026

Link "Extra moenia" di contributori del blog

 

Ph: La galassia Andromeda, di Andrea Festa.


Articoli di Anna Maria Curci e Lucio Macchia, contributori del blog de Le Cicale Operose, presenti in altri blog letterari.


Anna Maria Curci, articoli a sua cura in Poetarum Silva:

Anna Maria Curci in Poetarum Silva


Lucio Macchia: Per una poetica dell’immanenza, pubblicato in Err, scritture dell’imprevisto.

Lucio Macchia in err


Buona lettura!

"Metamorfosi" e "La baccante perduta", di Beatrice Hastings

 

In foto: Dionisiaca (Valeria Bianchi Mian, poetessa, autrice, psicoterapeuta, redattrice della pagina Poesie aeree , Poesie aeree (Fb)). 

ph Luciano Borgna.



Metamorphosis (Beatrice Hastings, 10 december, 1908)

 

The foul Apollonian enchanter

Has laid upon me his dark finger:

Know ye not – ceaselessly bleating –

Me, my companions?

See ye not, under these forehead locks,

Fire of the eyes of Chloe?

Hath not my mouth aught familiar,

Bleeding to utter its secret?

Pass ye not by! Shall Selene

Gaze on me, beaten, encysted

Thus in this bovine?

Loose me, ye daughters, now leaping,

Beating these hoofs on your haunches:

Thrust me back, tear from this carcase

Wool, skin, horns-all that disguises!

Shriek out, ye nymphs, your wild laughter,

Seeing this blood blush the thicket,

And the wool of this hide, on the bramble

Float like a flake of the winter.

Tear me, ye tender nurses!

With beautiful hands break asunder –

Room, room for Chloe, Bacchante,

To hurl her white limbs ere the Sun set!

 


 ***


Metamorfosi

 

L’apollineo folle incantatore

mi ha sfiorato col suo dito oscuro:

non riconoscete – in questo verso dolente –

Me, compagne mie?

Non vedete, sotto i ricci della fronte,

il fuoco degli occhi di Chloe?

Familiare non vi è parsa la mia bocca,

sanguinante per svelare il suo segreto?

Non andate. Può Selene

vedermi così, vinta, confinata

in questo corpo bovino?

Liberatemi, oh figlie, avanzo,

colpisco con gli zoccoli le vostre cosce:

respingetemi, strappate da questa carcassa

vello, pelle, corna, tutto ciò che maschera!

Urlate, ninfe, selvaggiamente ridete,

vedendo il sangue tingere la selva

e il vello di questa pelle, sopra ai rovi

fluttuare come fiocchi di neve.

Squarciatemi, oh dolci balie!

Fatemi a pezzi con le belle mani –

Largo, largo a Chloe Baccante, che

scagli le sue bianche membra verso il Tramonto!

 


 ***

 

 The Lost Bacchante (Beatrice Hastings, 9 june 1910).

 

We rushed from the forest at break of day,

The last of our mad god’s train.

We had wakened the night in cursing the rite

Of a mortal who lovas in vain.

 

I stooped to recover my vest of hide;

They trod me down, triumphing loud:

And there’s no reply to my strident cry –

Whither went yon trampling crowd?

 

My body is red with wounds and rage,

But I’ll bathe in the mountain lake,

And I’ll ease my spite by blessing the rite

Which the mortal maid did make.

 

I’ll tear me a robe from a tiger’s spine,

I’ll bind up my ruddy hair

In a band of tendrils plucked from the vine,

And ivy and grapes I will wear.

 

And I’ll leap the meadows towards the city,

Where the mortals dance to-night,

And wrench from the breast of the loved one pity,

And fill it with mad delight.

 

I’ll work in the milky heart of the maid.

With magic I’ll ripen her bosom scanty,

Till her lover gasp nor know that he clasp

No mortal maid, but a lost Bacchante.

 

 ***

 

 La Baccante perduta

 

Fuggivamo dal bosco al sorgere del sole,

ultime del corteo del folle dio,

trascorsa la notte celebrando il rito

di una mortale che amava invano.

 

A raccoglier le mie vesti mi chinai;

mi calpestarono, nel lor tripudio:

e non risposero al mio grido acuto:

dove correte, folla scalpitante?

 

Rosso è il mio corpo di sangue e di rabbia,

ma io mi bagnerò in acque di montagna,

e la furia calmerò poi consacrando il rito

invocato dalla fanciulla mortale.

 

Mi strapperò una veste da uno scheletro di tigre,

adornerò i miei capelli rossi

con i viticci svelti della vigna

e indosserò edera ed uva.

 

Attraverserò i campi fino alla città,

dove danzano stanotte i mortali

e scaccerò dal cuore dell’amato la pietà

per poi riempirlo di passione folle.

 

M’insinuerò nel dolce cuor della fanciulla,

magicamente riempirò il suo magro petto,

fino al sospiro del suo amante, che non saprà di stringere

non una mortale, ma una Baccante perduta.

 

 *****


Breve commento alle poesie

La dimensione corporea-materiale è centrale in tutti gli scritti femministi di Beatrice Hastings, e la ritroviamo sia in chiave narrativa […] e sia in chiave lirica in alcune sue poesie, come “Metamorfosi” o “La Baccante perduta”.

La baccante di nome Chloe invoca l’aiuto delle sue compagne per essere liberata da una forma di animale impostale da una strega devota di Apollo, ossia da una falsa identità, quella che imprigiona la donna esclusivamente nel ruolo di madre-madonna. Questa poesia, quindi, è un invito a rimpossessarsi del proprio corpo e a vivere liberamente la propria sessualità, svincolata dalla finalità riproduttiva e dal desiderio del maschio. È un attacco anche al complesso maschile della Madonna-Prostituta che porta gli uomini a dividere nettamente le donne in queste due categorie distinte, e le donne spesso li assecondano reprimendo la propria sessualità.

Sia in “Metamorfosi” che nella poesia “La Baccante perduta”, del 9 luglio 1910, ricorrono immagini decisamente forti, di corpi straziati e sanguinanti, che ci dicono quanto siano necessari cambiamenti drastici e anche violenti perché la donna possa assumere insieme il duplice ruolo di madonna e prostituta.

È un riprendersi il corpo che i miti di creazione patriarcali hanno sottratto alle donne. Questi miti di molte società patriarcali, infatti, sono spesso collegati a fatti cruenti in cui l’evento principale dal quale scaturisce la creazione stessa è lo smembramento della divinità femminile da parte del dio creatore con la soppressione dell’elemento femminile. Nel mito di creazione babilonese, per esempio, il dio Marduk uccide la dea marina Tiamat, divide il suo corpo in due parti creando così il cosmo, il cielo e la terra. Viceversa nelle società matriarcali il mito di creazione è un evento positivo, e alle donne viene insegnato, fin da piccolissime, ad amare e rispettare il proprio corpo, e a goderne, laddove gli uomini di ogni patriarcato insegnano alle donne a odiare il proprio corpo, a vergognarsene, e a consegnarlo all’uomo che lo utilizzerà per le proprie finalità. Per Beatrice è sul corpo che si fonda l’identità, che diventa così uno dei primi elementi a necessitare di una ridefinizione e di una consapevole riappropriazione da parte delle donne.

Maristella Diotaiuti


Testi inediti di Beatrice Hastings pubblicati in Beatrice Hastings in full revolt, Diotaiuti, Tortora, Le Cicale Operose, Livorno, 2020.

Traduzioni di Matilde Cini

 



lunedì 14 settembre 2026

Caterina Saviane

 



Caterina Saviane è tra le poetesse inserite nell'antologia "Poesia diffusa. Poetesse italiane del ‘900 da non dimenticare", a cura di Nadia Chiaverini e Cristiana Vettori, Helicon Edizioni, 2025. Prefazione di Giacomo Cerrai; postfazione di Maristella Diotaiuti, presentata, a cura de Le Cicale Operose, domenica 13 settembre, 2026, presso Salus Bistrot, corso Amedeo, 101. Con: Nadia Chiaverini (curatrice), Maristella Diotaiuti, Jonathan Rizzo. Letture a cura di Jonathan Rizzo e del pubblico.







Nel video, lettura di Roberto Galeazzi, in corso di presentazione, della poesia "Appénna-ammattìta", di Caterina Saviane.


Appénna-ammattìta, di CATERINA SAVIANE

– spezzando con macchina per – da scrivere –
smarrito il ritmo della separazione
perduto ho io [il filo del discorso
– filologico, filo logico
fili d’erba, smeraldo e di tram
trancio d’arancio –
di sempre in mai
di palo in frasca
in tasca mi toccaccio il filòs greco
e che strage sia del tempo d’ora.
Perciò:
toccaccio il sordìso della conversazione
l’azzurro-uomo degl’occhi tuoi
perché la notte ci alzavamo
a mentire a dir bugìe
che ci gridammo
“pazzi!” nel sentire gioia
del sòrdido sprecare il sonno
giunse:
sfatti di “ero brava” – come certi vecchi di sé –
in memoria dell’eburnea pista
– ballo’s di sballantine’s –
– facile piacere parlare altrove –
e unici illuminémmo esser pensànti:
coro di pensieri di cervelli
asma d’idee,
ci punse il core degli uccelli.
Alba e tramonto e primavera desiderammo primi
il sonno ancorà,
ancòra di salvezza
già assenza di non [tornare quivi].


*





Per il ciclo "Clandestine, grandi poetesse dimenticate", a cura de Le Cicale Operose:

Caterina Saviane, Le Cicale Operose, 15 luglio, 2018. 

Letture: Aldo Galeazzi. Musica: Eugenio Corsaro (piano jazz).


Appunti di Maristella Diotaiuti per la serata di "Clandestine" dedicata a Caterina Saviane.



[…]

Suo padre, Sergio Saviane, era un giornalista storico dell’Espresso, antesignano di un certo modo di fare giornalismo, scomodo e irriverente, fu cacciato dall’Espresso, fondando poi un suo giornale satirico, e subendo anche molti processi...ma non è di lui che dobbiamo parlare stasera.

Della esistenza di Caterina Saviane ho saputo per caso, durante una ricerca su altri argomenti, quando è spuntata una sua poesia e ne sono rimasta immediatamente folgorata. Ho poi cercato la sua biografia, ma le notizie sono davvero irrisorie, tutta la sua vita si riduce in una frase: “Nata a Roma nel 1960, morta a Milano per overdose nel 1991”. E poco altro.

Che fosse una “clandestina” ce lo dice lei stessa, indirettamente, quando scrive:

<< Ha ragione mio padre che si spacca la testa con una satira che lo manda in giro da un tribunale all’altro, o hanno ragione quelli che stanno in pace col mondo? Perché scrivi, padre mio, che tutti ti odiano e parlano male di te?>>

A parte la citazione colta dantesca (Conte Ugolino), questo “padre mio” ha un che di biblico, di evangelico, ma anche di sacrificio estremo, di immolazione… la trovo un’espressione bellissima in questo contesto!

Questa accorata domanda, delicata e amorevole di figlia, è il dilemma di sempre, di chi cioè si pone il problema di come collocarsi nel mondo, nei confronti della realtà che lo circonda, della società, del potere costituito. È il dilemma, soprattutto, di quegli intellettuali che non vogliono asservirsi, assoggettarsi ai vari centri di potere, e far loro da portavoce, da rappresentante, ma viceversa essere la voce del dubbio, della denuncia, della ricerca della verità, della libertà. Quest’ultima posizione è proprio quella che ti fa “clandestino” in un mondo che non ti riconosce come facente parte, perché non rispondi e non corrispondi alle sue richieste.

È la posizione più difficile senz’altro, la più scomoda, la più pericolosa in molti casi, che si paga a caro prezzo, a volte con la vita addirittura, più spesso con la persecuzione giudiziaria, l’esclusione, e l’oblio appunto: come è accaduto per Sergio Saviane, e come è accaduto per Caterina Saviane, e per moltissimi altri.


Nella sua breve vita, Caterina Saviane ha avuto il tempo di scrivere un romanzo-diario, “Ore perse” scritto a 16 anni, pubblicato nel 1978 da Feltrinelli, nella prestigiosa collana “Franchi narratori” (quando i grandi editori avevano il coraggio di pubblicare autori e argomenti scomodi) e fu subito un caso letterario, un libro che divenne un oggetto di culto. Ebbe 5 ristampe in due anni, e fu tradotto in moltissime lingue, poi dimenticato, oggi il libro è introvabile.

Caterina scrisse anche molte poesie che però conoscevano solo gli amici, lei ancora in vita, ne uscirono 5 nel 1985 sulla rivista “Il lettore di provincia”, che le procurarono l’interesse di un lettore d’eccezione: Andrea Zanzotto che la definì “Un movimento ciclonico incontenibile”. Zanzotto aveva capito quanto fossero forti, irruenti e colti i suoi versi.

A dieci anni dalla morte, nel 2oo1, un gruppo di amici raccoglie una selezione dei suoi versi in una edizione privata, a tiratura limitata, ogni esemplare numerato, a cura di Luisa Vecchi, intitolando la raccolta “appenna ammattita” che è il titolo della prima poesia dell’indice stabilito da Caterina nel dattiloscritto originale.

Poi nel 2015 la raccolta è stata ripubblicata da Nottetempo, con lo stesso titolo, nella collana poeti.com curata da Maria Pace Ottieri e da Andrea Amerio.

Tutta qui la sua storia editoriale, eppure Caterina è stata, è, un enorme talento, un enfant prodige, purtroppo la morte prematura ci ha privato della possibilità di leggere altre sue opere, e non ci ha dato modo di dire se questo talento si sarebbe tramutato in genio assoluto.

Sicuramente avrebbe scritto ancora, lei stessa scrisse “Scrivere, e ancora scrivere fino all’esaurimento.” Era quello che aveva deciso per sé.

 

Caterina Saviane si manifesta subito come una creatura eversiva, fatta per scandalizzare, già da “Ore perse” e ancora di più nelle sue poesie, ma in maniera evidente nella vita. Occorre dirlo per sottolineare la coincidenza tra la sua poesia e la vita.

C’è una bella descrizione di Maria Pace Ottieri, nella introduzione ad “appenna ammattita”, scrive: “Camminava saltellando, si sarebbe detto che i marciapiedi fossero elastici sotto i suoi piedi, aveva un’energia inesauribile e il potere di far sentire chi le stava accanto pavido, comune, banale, una sentina di miserabili aspirazioni borghesi”.

Chi l’ha conosciuta (ad esempio Valeria Viganò) ne ricorda i dialoghi sulla letteratura, sulla scrittura, e quando parlava di questo lei era piena di una speranza felice.

Le poesie ci dicono molto di lei: ci consegnano la sua rabbia e il dolore, l’estrema fragilità e la diversità gridata, e il suo coraggio, e il coraggio spesso si paga amaramente!

Caterina racconta le notti insonni, lo stato febbrile eppure lucido, gli amori sofferti (si parla di una probabile omosessualità mai dichiarata), il disprezzo per ogni convenzione e la ricerca della verità. Nelle sue poesie riecheggiano senza mediazione, senza infingimenti o filtri, la sua rivolta alle delusioni, la droga, lo sperpero di sé.

Ed anche la morte abita la sua poesia con metodo e coscienza, il suo sguardo sul mondo era uno sguardo estremamente consapevole, da qui il suo desiderio e il suo bisogno, di infrangere ogni possibile alleanza che possa accordarla con il pensare corrente dei tempi. Un patto con il suo tempo che Caterina non ha voluto, non ha richiesto né poteva accettare. Ricordiamo che lei scrive durante i famigerati anni ‘80: la sua è una ribellione   in un mondo di plastica e di apparenze. D’improvviso non c’era più un “noi”, non c’erano più i compagni d’utopia, l’utopia degli anni 60-70, insieme ai quali affrontare il futuro, ma c’era la “Milano da bere”, gli imprenditori rampanti e senza scrupoli, i politici compromessi…

Caterina vive un forte doloroso estraniamento nei confronti del suo tempo, d’altra parte è inimmaginabile un temperamento di fuoco come quello di Saviane con le spalline imbottite e i capelli cotonati, creatura vivamente desiderante e dunque fuori luogo, nata troppo presto o, più probabilmente, troppo tardi. Forse negli anni sessanta sarebbe stata felice, si sarebbe sentita a proprio agio.

 

ma veniamo alle poesie

– musica

– lettura poesia “pin occhio”

 

Come avete sentito le poesie di Saviane sono dense, dure, difficili, sperimentali, ogni verso richiede più letture, anche se vi circola un’aria di gioco che però non è pacificatorio. Perché per Caterina la poesia ha uno scopo preciso. E cos’è la poesia per Caterina si vede già dal titolo, che è un delicato ma complesso gioco sintattico di parole: “appenna ammattita” significa “a penna e a matita”, ma anche “appena ammattita, impazzita”: e fa riferimento all’abitudine di Caterina di scrivere sia con la penna che con la matita, ma anche al suo stato psicologico, alla sua condizione esistenziale.

Quindi leggere le sue poesie non è un semplice atto di lettura, già dai primi versi si entra in un percorso accidentato, un vortice in cui è facile smarrirsi credere di ritrovarsi e poi perdersi di nuovo, occorre restare concentrati per non venire travolti, trovare un appiglio, un punto di appoggio se pur precario..

La sua scrittura è una corsa affannata, spesso senza un senso apparente che invece sopraggiunge quando non te lo aspetti, quasi a tradimento. il senso arriva quando la tensione sembra sciogliersi, ma presto ci si rende conto che nulla è allentato, anzi è accaduto l’esatto contrario: ci si ritrova avvinghiati al verso, alla verità del verso, quella che non ci piace, scomoda, senza scampo, che fa male, che ferisce.

In realtà i suoi non sono versi da comprendere, ma da fare propri, da assumere sotto la propria pelle, senza condizioni, e alla fine ci ritroviamo a dire “sì, davvero è così”.

La sua è una lingua travolgente, magmatica con divertimenti continui di trasformazione grafica quasi acrobatica, fino a farsi laboratorio di pensiero e soprattutto di linguaggio (ma i due piani si intersecano, in una perfetta identità di significato e significante).

Attinge con assoluta libertà dai gerghi giovanili, e dall’accademia della Crusca, quindi abbiamo registri linguistici diversi che coesistono in un pastiche linguistico molto stimolante e innovativo.

Tutta la sua poesia è dominata da un gioco di parole e sulle parole: un gioco divertito, alla Palazzeschi, ed è incalzante, disperatamente allegro, che ha lo scopo di amplificare la parola caricandola di significati ulteriori fino all’impossibile. una concitata rincorsa al significato, una sorta di vertigine iperbolica. Per cui le parole sono dilatate, torchiate, torturate nelle loro accezioni e nella loro grafia, spezzate e ricomposte, per aprire il significato primo e ultimo, i significati plurimi  che convivono dentro la parola. È uno scardinamento sofisticato, feroce, impietoso, ed anche dissacrante della parola canonica, usuale, quasi l’invenzione di un altro alfabeto fuori dai canoni di qualsiasi vocabolario e grammatica. Infatti Caterina si diverte a incastrare e giustapporre lirismi (il sacro sonno della bellezza che mi respira affianco), onomatopee (oh, kamikaze farfalle/ scappavate fatali / contro ceco clan clan / clan destine), parlato (di palo in frasca – a zonzo - come ‘na pazza sto), giochi di parole e neologismi (bresa della pastiglia – inverecondoscene – occhi stuprofatti dal vespero perenne), l’uso ripetuto di grafemi, come ad es. la lineetta tra parole e sillabe, per scandire suoni e significati. Ma sempre guidata da una musicalità euforica, scatenata, irriverente, battuta su battuta: una sorta di nota dominante insistita perché necessaria a deporre sulla pagina almeno un poco della sua esuberante energia di vivere, della sua fame di essere ‘vista’, la sua fame psicofisica di contatto.

 

– musica

– lettura di poesia “Mi fido di questa faccia”

 

Come avete sentito è una lingua eversiva: ma nonostante questo la libertà nella stesura non deborda mai, resta sempre dentro una misura, una pura armonia malgrado l’enunciato (la verità detta) sia quasi sempre minaccioso. Cioè nei suoi versi c’è sempre una disperazione controllata, analitica, quasi ai confini della ratio, ma nello stesso tempo non rinuncia mai al gioco anche quando il dolore si staglia, si disegna forte sulla pagina.

Il risultato di tutta questa operazione è una poesia antilirica, razionale, concitata, in cui logica e conseguenzialità convivono con un forte senso della musicalità e del ritmo.

Per questa sua ricerca costante del ritmo, questa sua inclinazione alla sperimentazione e alla improvvisazione, abbiamo voluto accompagnare le sue poesie con la musica jazz, anche perché Caterina amava il jazz. A questo proposito voglio farvi leggere una pagina da lei scritta in cui descrive la sua partecipazione a un concerto jazz, e vedete a quali esiti arriva

 

– musica

– lettura sul jazz

 

Nelle sue poesie Caterina tocca tutti i temi della vita umana con dita di cristallo e con modalità ossimorica, cioè con ferocia, crudeltà, durezza, ma anche con passione, con struggente tenerezza. Un universo totalizzante in cui rientra anche il tema della morte trattato con una sorta di dolcezza senza speranza, una disperata speranza.

C’è poi un filo rosso che percorre tutte le poesie. ed è un concitato, incessante colloquio con la poesia stessa. Poiché Caterina instaura con le cose un rapporto duale: cioè il corpo è parola e la parola è corpo, anche il rapporto tra Caterina e la poesia è un rapporto fisico, sessuale, guerriero, disperato, la poesia come un amante di cui è attratta e respinta nello stesso tempo. Un rapporto fatale e di totale rassegnazione, Caterina-poeta si arrende alla poesia (come può arrendersi un’innamorata) che chiama “pensiero innato” quindi qualcosa di incistato sin dalla nascita, e “petula poesia” petula come petulante, insistente, incalzante ma anche scorreggiona con il riferimento a un peto che porta nel testo un che di irriverente, di dissacrante, insomma il neologismo non evoca niente di pacificato.

La poesia quindi è come una donna, e a volte i confini tra le due sono labilissimi tanto da non capire di quale delle due stia parlando. Questa duplicità non è scissione ma raddoppiamento, come se ogni parola proiettasse sempre l’ombra di un corpo, e i corpi l’ombra di una parola, di un’idea-poesia, di una dea-poesia e quindi Caterina seduce la poesia, la provoca, la oltraggia, la trascura, la inganna, perché solo così la può catturare: “Torturarla di noia e di giornata stracca / solleticarla e poi – farla posare / tortuosa al foglio – farla inchiodarla / farla posare farla – farla posare”.

 

lettura “nicchia nicchia nicchia”

 

Facile immaginare che Caterina si sentisse in costante pericolo di vita, visto quello che faceva a se stessa, facile immaginare che avvertisse una fretta di vivere dovuta al rischio mortale che lei stessa infliggeva alla sua vita.

 

In “Ore perse. Vivere a 16 anni”, suo romanzo d’esordio, della sua vita Saviane ci parla, mettendosi a nudo, senza pelle. L’ha scritto a 16 anni eppure ogni pagina trasuda di nostalgia, come se quello che vi si racconta fosse avvenuto decenni prima, come se a scriverlo fosse qualcuno che da vecchio parli della sua gioventù. Come se chi scrive avesse già tutto vissuto, visto tutto, ed ora disilluso rivivesse quei 16 anni con l’amarezza di chi non crede più a niente. Non è un libro sull’adolescenza, sull’avere 16 anni: è invece una riflessione adulta, matura, con una scrittura sorvegliata, ponderata, profonda, sempre alla ricerca di una aderenza perfetta a quello che si vuole dire, prima di tutto a sé stessi. È un diario tra documentarismo e confessione: non è il diario di una adolescente inquieta, ma è la testimonianza di un male di crescere destinato a diventare un incurabile “male di vivere”, raccontato in diretta.

Non vi troviamo paranoie adolescenziali, o per lo meno non solo, ma anche e soprattutto testimonianze di impegno reale e di partecipazione alla vita e alla cultura del tempo.

Conosciamo così in diretta quel mondo di velleità, di ipocrisia, di  parole vuote e  pensieri futili, coglieva il senso di certi anni infarciti di un’ideologia immersa nella ciarla inconcludente del suo tempo, il mondo degli adulti benpensanti e ipocriti, quelli che lei chiama ‘crisantemi’, la ciarla soprattutto dei suoi coetanei marxisti di facciata, ipocriti   medioborghesi fine anni ’70.

Ma il taglio che Caterina dà alla sua cronaca non indulge sul mito giovanilistico, alla Holden, del romanzo di formazione, con al centro un adolescente tutto adolescente senza midollo, che non esiste nella realtà ma solo nello sguardo e nel ricordo degli adulti maschi, bianchi, di classe media.

Un altro dato che mi preme far emergere di Saviane la sua visione femminile, il suo sguardo di donna, di quel mondo, di quella cultura.

Infatti è molto evidente la specificità sessuata della scrittura: nel testo i maschietti non fanno una bella figura: vantano di essere per l’amore libero, il free love, ma alle ragazze scherzando dicono “siete le nostre schiave”, e Caterina sottolinea che lo pensano davvero, e ne schernisce l’ottusità. La sua invettiva è contro i borghesi modaioli che indossavano le idee di rivolta come fossero jeans o magliette.

 

–- lettura pag. 41- 42, Ore perse

 

A me pare una grande prova di scrittura femminile, veramente liberata da ogni complesso di inferiorità nei confronti del maschio, veramente aliena dall’innesto frequente di attributi maschili, come ad es. donna cazzuta, donna con le palle, virago, o quant’altro.

Eppure dietro a tutto questo lavoro demolitorio, vi è una sorta di controcanto: un sottofondo di intelletto d’amore, di accoglienza, che forse solo una giovane donna poteva sentire. È il controcanto che sfocia nell’idillio di “Nannìa, la contrada

di sogno”, dove vivere fra le nuvole, nel progetto di un’esistenza più umana che avesse come punti fermi gli amici e Numàna (un paesino delle Marche).

 

L’altra sera, scegliendo e leggendo insieme le poesie di Caterina Saviane con Aldo Galeazzi, Aldo ha sentito con commozione e tristezza il vuoto della sua assenza e il rammarico che non potesse essere lì con noi a condividere quel momento, o qui stasera.

È lo stesso mio sentire. Ho cercato un qualche riparo, anche nei suoi versi, qualcosa che alleggerisse il senso di sconforto e rammarico per una esistenza così vitalistica eppure così tragica, ma non c’è riparo nei suoi versi, e non ho trovato conforto, ma ho trovato lei che non potrà mai, grazie alla sua poesia, essere davvero mancante.

Sequestrata dalla droga, Caterina passa gli ultimi tormentatissimi anni di vita tra i dottori, i frequenti ricoveri in cliniche, l’ospitalità delle amiche, la casa del padre che così dirà in una testimonianza: “Dormivo vestito, di notte andavo per caserme e me la riportavo a casa, fumava 120 sigarette al giorno, e se non erano sigarette era qualcosa di peggio. Il buco finale a Milano, in casa di un’amica”. Overdose volontaria o accidentale, nessuno lo saprà mai, ma davvero non ha nessuna importanza. Quasi profeticamente Caterina sceglie di chiudere la raccolta parlando di morte.

Ma voglio lasciare la parola proprio a Caterina che si congeda da noi con le sue straordinarie parole.

 

Ultima lettura.

 

Maristella Diotaiuti






venerdì 11 settembre 2026

Van Gogh a mille! di Lucio Macchia

 


Studiando l’arte giapponese, si vede un uomo indiscutibilmente saggio, filosofo ed intelligente, che passa il suo tempo a far che? A studiare la distanza fra la terra e la luna? No; a studiare la politica di Bismarck? No; a studiare un unico filo d’erba. Ma quest’unico filo d’erba lo conduce a disegnare tutte le piante, e poi le stagioni, e le grandi vie del paesaggio, e infine gli animali, e poi la figura umana. […] è quasi una vera religione quella che ci insegnano questi giapponesi così semplici e che vivono in mezzo alla natura come se fossero essi stessi dei fiori? (V. Van Gogh[i])

 

Il titolo fa scherzosamente riferimento a un mio personale “crossing” tra concetti di Mille piani e pittura vangoghiana, letta attraverso la meravigliosa lente di alcune prodigiose intuizioni della coppia filosofica Deleuze/Guattari che, tra l’altro, non fa direttamente menzione di Van Gogh nel celebre saggio.

Cosa possiamo dire di ciò che vede Van Gogh nel paesaggio? Ne vede il tessuto intensivo[ii], molecolare, è come se in trasparenza gli si mostrasse il flusso vitale, il processo sotteso, di cui soggetto e oggetti non sono che pieghe, lui vede il naturans in atto, pura pienezza senza vuoti, l’Uno che è contemporaneamente molti, la dimensione del cosmico passando per la molecolarizzazione della percezione.

L’infinito nella semplice immanenza di un filo d’erba.

Il suo paesaggio non è tanto questione di estensione, pur essendo anche estensione, ma piuttosto di intensione, termine che fa segno a un campo di energia sotteso, a un’attività produttiva, dinamica, che è immanente alle cose ma che la nostra percezione soggetto/oggetto cristallizza appunto in estensione. L’estensione è la dimensione molare, quella stratificata dal logos, in cui si organizza la visione come quella di un oggetto dato a un soggetto: il paesaggio tradizionale. Ciò che vede Van Gogh, ciò che ci mostra, è anche altro: è il livello dove operano le intensità, il livello molecolare, che non si ricompone in oggetti, ma scorre in un divenire che è creazione continua. Le sue pennellate sono allora quanti di energia, vibrazioni di forze, che decodificano la realtà organizzata dal logos e ne liberano la matrice intensiva. L’intensità è concetto inafferrabile, che fa segno al continuo differenziarsi del reale, al naturans spinoziano sempre in atto, all’energia stessa del vitale. Ben oltre i “bei colori brillanti” che lo hanno reso così popolare.

Lo spazio della sua pittura è, usando la terminologia di Mille piani, uno spazio in cui il liscio irrompe sullo striato. Striato significa “metrico”, “organizzato”. Il tessuto figurativo-striato è portato al limite, rimane come traccia riconoscibile che immediatamente segnala il campo intensivo che vibra al di sotto: «il flusso ritrova il suo andamento curvilineo o vorticoso […] lo spazio liscio riconquista le proprietà di contatto che non lo lasciano più essere omogeneo e striato»[iii].

Il tempo in cui si colloca il suo gesto pittorico è il tempo dell’evento, il tempo non pulsato in cui si dà il puro differenziarsi dell’essere, un tempo coglibile solo intuitivamente, che non ha collocazione nel “Cronos” degli orologi ma assume la designazione di Aion, l’eternità in cui l’evento accade, il tempo dell’immanenza, del differenziarsi inafferrabile, dell’ecceità come puro darsi dell’evento stesso: «Aion, che è il tempo indefinito dell’evento, la linea instabile che conosce solo le velocità e contemporaneamente continua a dividere quel che avviene in un già qui e un non-ancora-qui, un troppo-tardi e un troppo-presto simultanei, qualcosa che simultaneamente sta per accadere ed è appena accaduto»[iv].

Il paesaggio vangoghiano, continuando ad attingere dal vocabolario millepianesco, è un meraviglioso ritornello in cui le forme mantengono la loro figuratività e, al contempo, si aprono in linee di fuga verso un’intensità molecolare che è in risonanza profonda, totale, con lo stesso piano di immanenza: vivere nella natura come ci vive un fiore.

Le linee di fuga fanno segno alla deterritorializzazione, alla molecolarizzazione, a quanto va oltre il logos, dove l’arte compie la sua danza, sempre oltre l’omogeneità, la striatura. La linea di fuga vangoghiana è inscritta in una “micropolitica delle forme” perché le libera, le destruttura, le riconsegna al cosmo: la sua pittura è tutta un gesto che indica, che marchia l’evento sempre in atto, la fuga possibile. E necessaria.



[i] Da una lettera al fratello Theo. Fonte: Vincent Van Gogh, La vita e le opere attraverso i suoi scritti a cura di B. Bernard, Istituto Geografico De Agostini, 1986 (ed. orig. 1985) pag. 187-188

[ii] Ho utilizzato il corsivo grassetto per segnalare le parole chiave del vocabolario millepianesco

[iii] G. Deleuze, F. Guattari, Mille piani. Capitalismo e schizofrenia, a cura di P. Vignola, Orthotes, 2021, edizione Kindle, pag. 420

[iv] ibid., pag. 297


Francesco Brancati: Complessa non vuol dire oscura: la poesia di Amelia Rosselli. Lucy sulla cultura.

 


Articolo di Francesco Brancati dedicato ad Amelia Rosselli per il magazine "Lucy sulla cultura".


LINK: Francesco Brancati per Amelia Rosselli. Lucy sulla cultura.

Buona lettura.


Francesco Brancati ha parlato di Amelia Rosselli in occasione del Festivaletteratura di Mantova, insieme a Chiara Portesine e Stefano Bottero ("Tutto il mondo è vedovo". Per Amelia Rosselli, 9-13 settembre, 2026). Francesco Brancati: "Incontro aperto, tra critica e poetica, per riflettere sulla ricezione e sull'eredità imprendibile di AR nelle successive generazioni, sulla dialettica tra scrittura e biografia, sul rimosso politico che in maniera più o meno consapevole la critica ha realizzato intorno alle sue parole."



lunedì 31 agosto 2026

Nota di lettura di Lucio Macchia a "L’università di Rebibbia", di Goliarda Sapienza.

 



 

La piccola cinese già mi conosce. Come tutte qua è approdata al linguaggio profondo e semplice delle emozioni, così che lingue, dialetti, diversità di classe e di educazione sono spazzati via come inutili mascherature dei veri moventi (ed esigenze) del profondo: questo fa di Rebibbia una grande università cosmopolita dove chiunque, se vuole, può imparare il linguaggio primo (G. Sapienza)

 




Premessa. In questa nota di lettura riporto le mie riflessioni immediate e disordinate (non un saggio critico insomma) su L’università di Rebibbia di Goliarda Sapienza, testo del 1983 basato su istanze autobiografiche, in cui l’esperienza del carcere viene raccontata in modo profondo e fa da sfondo per una riflessione sulla società, sulle relazioni umane, sulla condizione esistenziale.

La prigione di fuori. Baudrillard ha scritto che gli uomini costruiscono prigioni per illudersi che la società non sia carceraria. Goliarda Sapienza ce lo mostra (insieme a tante altre cose) in questo suo straordinario libro: un racconto snello, intenso, vitalissimo e mai retorico, in cui la sua vicenda autobiografica (scontò tre mesi per un affare di furto di gioielli) si fonde con una visione lucida della società e un esistenzialismo concreto, profondo e disperato, ma anche ironico e carico di una speranza non ideologica o trascendente, ma affondata nella carne del mondo, nella visione della possibilità di ritrovare rapporti umani autentici, un senso rinnovato della collettività.

Una scrittura corporea. Straordinaria la parte iniziale, in cui S. ci porta dentro la realtà del carcere descrivendo l'impatto del suo corpo con quel mondo. Tutto, in questo libro, è corporeo: è questo un tratto profondamente femminile del suo scrivere. Corpo di fame, sete, nausea, freddo, sporcizia, odore, fremito sessuale: il mio corpo resterebbe lì per sempre come un sasso se un grido inumano (a stento riconosco il timbro femminile) non accendesse il silenzio come un fulmine facendo vibrare il buio (p. 5). Echi woolfiani in questo splendido passaggio.

Un libro antiborghese. Rebibbia si presenta come un carcere "progressista", senza sbarre, in cui le guardiane non si chiamano più "secondine", in cui ci sono psicologi e attività ricreative. Ma comunque un lager in essenza: E non c'è televisione o radio centralizzata in ogni cella che possa spazzare via l'atrocità dell'essere espulsi dal consesso umano e lasciati marcire in questi luoghi che fuori si ritengono pensati solo per pochi delinquenti abituali, e che quando ci sei dentro invece scopri essere vere grandi città o lager se la parola non fa troppa impressione (p. 122). C'è come una natura bifronte di questa realtà di Rebibbia: lager e città, luogo punitivo e di redenzione, maledizione del mondo e salvezza dal mondo. Nel rapporto fuori/dentro si gioca tutta l'articolazione e tutta la necessità di questo romanzo. La società fuori è lucidamente smascherata nel suo facile progressismo. Sapienza, non troppo velatamente, si scaglia proprio contro quella cultura "rivoluzionaria" che ha predicato una visione collettiva che superasse classismi e ineguaglianze ma che poi è giunta a integrarsi con un potere volto a isolare, carcerare e a spingere al suicidio i pochi discepoli (p. 78). C'è l'idea qui, estremamente radicale e precisa, che è proprio l'energia della vita, dell'innovazione e della libertà che è stata imprigionata in questo carcere. Un dispositivo di biopotere puro e semplice. Perché "fuori" non sembra esserci che irretimento conformista del vitale. E ipocrisia. Mentre dentro, in un’esistenza riportata al suo "grado zero", ognuno è ciò che è, le maschere cadono, i rapporti si fanno autentici, i bisogni concreti e pieni. Questa è la sostanza antiborghese di questo libro, che antiborghese lo è in modo profondo e concreto, non intellettualisticamente ma vitalisticamente. L'irriducibile disordine della vita, la sua imprevedibilità, lo stupore ineffabile che essa suscita di continuo: questa è la verità odiata e rimossa dal borghese, ed è proprio la verità che Sapienza cerca (e trova) in questa esperienza estrema.

Donne. Nell'attraversamento di questa realtà carceraria, a ogni passo emerge anche il suo volto di "città", di crocevia composito e indomabile di umanità di ogni tipo. Disperate, ladre, assassine, terroriste, drogate, spacciatrici, italiane e straniere, ignoranti e colte, mostruose e bellissime. È anche straordinariamente toccante questo sguardo di donna sulle altre donne, questo guardarsi tra donne, che è un universo sconosciuto ai maschi. I maschi in prigione regrediscono alla violenza, all'aggressività, a un primitivo spietato di pura legge di forza e dominio. Gli uomini, osserva Sapienza, impazziscono per non poter disporre di soldi, e del conseguente potere, mentre per la donna tutto questo non è che il proseguimento del suo essere di sempre: donna di casa o bambina, come volete, alla quale è sempre stato evitato di avere – attraverso i soldi guadagnati e poi spesi – contatto diretto con la realtà del mondo (p. 57). Una costrizione storica che, nella realtà del carcere, dispiega tutta la sua forza salvifica, apre al femminile uno spazio nuovo e impensato. Un femminile in cui diviene ancora possibile l'esperienza collettiva autentica, antiretorica, nel mutuo riconoscimento tra viventi umani.

Psicanalisi. La vicenda giudiziaria, il reato che la porta in prigione, Sapienza lo descrive psicanaliticamente come "acting out", in una pagina molto divertente in cui, in un momento di difficoltà, si lascia andare a uno sproloquio colto con una compagna di prigione che non è in grado di capire una parola del suo discorso. Lei sembra aver cercato la prigione, un po' con l'intento sociologico-voltairiano di scoprire la vera natura della società italiana, ma soprattutto spinta da una sorta di atto mancato, desiderio inconscio di essere rinchiusa, ghettizzata, espulsa. Divenire uno scarto, in termini lacaniani, per divenire se stessa. Un istinto che la spinge a cercare la verità della vita dove essa non viene sistematicamente elusa, mascherata, rimossa. Un sottile fil rouge psicanalitico (la scrittrice ebbe un’importante esperienza di analisi negli anni '60) attraversa il libro e fa di quella realtà brutale della galera un luogo eminentemente psichico. L'apice della dimensione psichica è toccato nella parte finale quando la scrittrice mette a fuoco la "sindrome del carcere", la funzione rassicurante di quel luogo, l'assurda sua ricchezza di senso verso un "fuori" completamente svuotato. La cosiddetta "libertà" del mondo esterno è decostruita, disvelata come schiavitù del conformismo, falsità soffocante, solitudine senza speranza: fuori si dispone della libertà che ha il solo vantaggio di essere lasciati a morire soli (p. 151).

Una forma vitale. Straordinario l'uso del linguaggio in questo libro, in cui la scrittrice sa modulare dal parlato con passaggi fortemente gergali e dialettali, fino a toni più "elevati", spesso fortemente poetici. Corrispondentemente anche i registri del comico e del tragico si intrecciano, convivono come nella verità del vissuto. Le cose vengono chiamate con il loro nome, senza fronzoli e senza eccesso di mediazione culturale. Evidentemente i tre «Voglio usci’» non sono prerogativa di Marrò, la mia fantasiosa delinquente abituale, ma il refrain dell’infinita canzone dodecafonica, costante sonora di questo regno. All’ultimo «Voglio usci’» se ne sente un altro lontano, e questo trascina fuori una marea di «Voglio usci’», subito seguita da un fracasso di ferri fatti scorrere sulle balaustre dei ballatoi e allo sbattere di porte in un crescendo finale da grande orchestra. Poi il silenzio cala su tutto. Nel silenzio la voce sfottente di Roberta mormora: – Tutte le domeniche la stessa solfa: all’alba grande aspettativa gioiosa... chissà che s’aspettano dalla domenica! E la sera questo «Voglio usci’» del cazzo, che palle! (p. 108). In questo passaggio i registri si fondono in modo magistrale: l’italiano dotto e popolare, un francesismo, il tono basso e alto, riferimenti concreti e astratti, e si ha un esempio perfetto della disinvoltura di questa narratrice, del suo felicissimo rapporto con la lingua, di una scrittura che davvero "segue la vita", la "racconta da dentro". Non possiamo evitare di immaginarcela, come lei stessa si descrive, a gambe incrociate sulla branda nella sua cella a prendere appunti di ciò che sta vivendo lì.

Gordon Pym. Infine, una notazione strettamente personale, una sorta di strana coincidenza, o forse una sincronicità. Prima di leggere questo libro, ho letto In Patagonia di Chatwin. Una citazione particolare lega i due libri: quella di Gordon Pym di Edgar Allan Poe, romanzo d’avventura, di navigazione nei mari del sud che Chatwin cita in relazione alla forte connessione con quelle terre in cui sta viaggiando, e che Sapienza inserisce alla fine, quando chiede alla sua compagna di cella di leggerglielo. Una connessione tra due opere lontanissime come contesto geografico, storico e culturale il cui denominatore comune, nel nome di Poe, è l'archetipo del nomadismo come atto di rivolta alla società borghese. Un nomadismo che Chatwin mette in atto quasi "alla lettera" nel movimento fisico del suo viaggiare e che Sapienza colloca nel luogo della costrizione fisica per eccellenza, il carcere, dove ogni vagare sembra assolutamente interdetto e dove, invece, paradossalmente, ci si fa incontro l'esperienza della diversità, della mutevolezza della vita. Un modo autentico di stare al mondo. Straordinariamente disperato e meraviglioso: e la voce della zingara s'è alzata limpida disegnando un motivo di nostalgia antico quanto tutti i popoli erranti della terra (p. 123).