Le Cicale Operose (logo e denominazione registrati) è stato un caffè letterario e poi un'associazione culturale, dal 2016 al 2024.
Questo blog conserva la memoria dell'attività svolta in quegli anni ed ospita nuovi contenuti su temi culturali affini all’ethos delle Cicale Operose (vedi menu). Vi terrà inoltre aggiornati sulle attività per Beatrice Hastings.
Per la rubrica del blog “Extra
moenia” segnaliamo volentieri il link che rimanda al nuovo volume di Teodora
Mastrotoraro,Lune spezzate, 2026, Pietre vive Editore,
collana Quaderni di teatro, illustrazioni di Andrea Nurcis. "Testo teatrale dedicato alla denuncia dello sfruttamento degli Orsi della luna per la bile".
Ci fa piacere unire alla
segnalazione del link per l’acquisto del libro la nota di lettura di Maurizio
Evangelista dedicata all’opera.
Buona lettura.
Ma se
la luna non c’è, quando finisce la notte?
In Lune Spezzate (Pietre Vive Editore, 2026) Teodora Mastrototaro
costruisce un teatro della denuncia che non si limita a esporre l’orrore, ma
incrina lo sguardo di chi lo osserva, costringendolo a vedere ciò che troppo
spesso resta fuori campo. Il dolore non viene semplicemente mostrato: viene
fatto entrare lentamente nella lingua, nel tempo, nelle pause, fino a incrinare
la superficie rassicurante delle cose. Al centro del testo c’è una realtà
documentata e atroce: gli Orsi della Luna, chiamati così per quella mezzaluna di
pelliccia color crema che interrompe il nero del torace, animali tenuti
prigionieri per anni nelle fattorie della bile, rinchiusi in spazi angusti e
sottoposti a pratiche invasive che possono protrarsi per decenni. Ma
Mastrototaro non sceglie la via del realismo. Sceglie quella, più perturbante,
della trasfigurazione. La clinica diventa fattoria, la fattoria diventa
prigione, la prigione diventa mondo. E il mondo si rovescia: ciò che dovrebbe
apparire intollerabile viene amministrato con la calma di una procedura. Le
celle diventano “stanze”, la prigionia diventa “privacy”, la mutilazione una
conseguenza collaterale, l’estrazione della bile una “terapia”. Le parole
smussano gli angoli del dolore fino quasi a cancellarlo. È qui che il teatro
apre la sua prima crepa: nel momento in cui la lingua che dovrebbe descrivere
la violenza comincia invece a proteggerla. C’è, in questo dispositivo, qualcosa
che ricorda il cinema di Yorgos Lanthimos e in particolare The Lobster: non
tanto per una coincidenza narrativa, quanto per il modo in cui un universo
assurdo e crudele viene amministrato attraverso un linguaggio ordinato, neutro,
quasi educato. La violenza diventa tanto più inquietante quanto più viene
pronunciata senza emozione. Come in quel cinema, l’assurdo non irrompe nel
quotidiano: vi si installa, assumendone le regole, le formule, la cortesia. La
voce registrata di Lune Spezzate procede proprio così: cortese, impersonale,
ossessivamente rassicurante. Annuncia, spiega, normalizza. Ma più cerca di
tranquillizzare, più inquieta. «Privacy o solitudine sono solo dettagli»;
«cella o bara sono solo dettagli». Le parole sembrano voler ridurre tutto a una
questione di terminologia, mentre sotto la loro superficie si accumula
l'orrore. La poesia, la canzone, la fiaba e perfino la minaccia entrano allora
nella lingua burocratica come infiltrazioni, come presenze che ne fanno saltare
l’ordine. È lo scarto fra ciò che viene detto e ciò che lo spettatore comprende
a generare la tensione. Non occorre mostrare continuamente la violenza: basta
circondarla di parole che la rendano improvvisamente visibile. Anche il tempo,
nel mondo della clinica, è prigioniero. Non ci sono orologi. Gli anni perdono i
loro contorni e diventano una durata senza misura, una condanna senza
calendario. La prigionia non consiste soltanto nella sottrazione dello spazio:
è soprattutto la sottrazione del futuro. All’orsa non viene impedito soltanto
di muoversi; le viene negata la possibilità di aspettare qualcosa che venga
dopo.
Per questo la ripetizione assume una forza particolare. Il gesto che
ritorna, la frase che ritorna, la voce che ritorna costruiscono nello
spettatore una forma di immobilità. La ripetizione non racconta soltanto la
prigionia: la fa durare. Trasforma il tempo della scena in un tempo di attesa,
di logoramento, di lenta erosione. E dentro questo tempo sospeso appare la
luna. La mezzaluna sul petto dell’animale è insieme una cicatrice e una
finestra, un segno di appartenenza e un frammento di cielo. È ciò che rimane
visibile oltre la gabbia, ma anche ciò che la gabbia non è riuscita
completamente a cancellare. Una forma incompleta, spezzata, che rende visibile
ciò che manca. La crepa diventa allora l’immagine segreta dell’intera opera. Una
crepa è una ferita, ma è anche un’apertura. Attraverso una crepa entra la luce;
attraverso una crepa si intravede il cielo. E attraverso il cielo diventa
possibile immaginare un fuori. Non è ancora la libertà. È qualcosa di più
fragile e, forse, di più necessario: la possibilità di concepirla. A questa
possibilità si oppone Mr. Cattura, figura quasi disumana nella sua ostinata
meccanicità. «Li prendo. Li blocco. Non possono scappare.» Il suo linguaggio è
quello del gesto ripetuto, della funzione eseguita, della macchina che non ha
bisogno di interrogarsi sul proprio funzionamento. Mr. Cattura fotografa,
vende. Il dolore diventa immagine, l’immagine diventa merce, la merce produce
consenso. Non è tanto un personaggio psicologico quanto un ingranaggio. Ed è
proprio questa sua funzione a renderlo inquietante: il male non ha bisogno di
essere mostruoso quando può diventare procedura. Contro questa macchina si leva
lentamente la voce dell’Orsa. È forse il passaggio più importante del testo:
l’animale smette di essere soltanto ciò che viene guardato e diventa colei che
guarda. Non è più il corpo su cui si esercita la violenza, né l’oggetto della
compassione umana. Parla. Ricorda. Immagina. Desidera. Giudica.
Teodora Mastrototaro, come sempre nelle sue opere di poesia e teatro, cerca
di incrinare questa gerarchia antica, mettendo in discussione l’idea che gli
altri esseri viventi siano semplicemente corpi disponibili, oggetti di
sfruttamento o destinatari della nostra pietà. La dimensione antispecista del
testo nasce proprio qui: non nel semplice invito a provare compassione, ma nel
riconoscimento di un soggetto là dove il sistema ha costruito un oggetto. Così
Lune Spezzate procede da una lingua della cattura verso una lingua della
liberazione. All’inizio tutto è chiuso: i corpi, le stanze, il tempo, le
parole, perfino la luna. Poi qualcosa si incrina. E quella frattura, invece di
essere ricomposta, cresce. Alla fine la gabbia si apre e la crepa «diventa una
voragine». È un’immagine potente perché rifiuta l’idea della riparazione come
ritorno allo stato precedente. Non si tratta di cancellare la ferita, ma di
attraversarla. Non di ricomporre la luna, ma di lasciarla spezzata abbastanza
da far passare la luce. Le “lune spezzate” sono allora gli orsi, i corpi
feriti, le vite sequestrate. Ma sono anche le nostre immagini del mondo: quelle
che il teatro costringe a incrinarsi quando ci obbliga a guardare ciò che
normalmente scegliamo di non vedere.
La documentazione sulla bile d’orso è il punto di partenza; il teatro la
trasforma in esperienza. La violenza diventa durata, la durata diventa attesa,
l’attesa diventa ascolto. E l’ascolto, lentamente, diventa una possibilità di
cambiamento. Forse è questo il gesto più radicale di Teodora Mastrototaro: non
mostrarci semplicemente una gabbia, ma farci sentire quanto a lungo può durare
una gabbia quando diventa mondo. E poi, dentro quel mondo chiuso, aprire una
crepa. Piccola all’inizio. Abbastanza, però, da farci intravedere la luna.
Maurizio Evangelista
Note biografiche
Maurizio Evangelista, poeta e animatore
culturale, vive a Bisceglie. Con Arcipelago itaca ha pubblicato Manuale per
mangiare da soli (2026) e Mr. Me (2022) vincitrice del premio
nazionale della casa editrice. Nel 2024 il ciclo di poesie Il tempo che
resta è stato incluso nell’Ottavo repertorio di poesia italiana
contemporanea. Collabora come lettore critico con il Quotidiano di Bari e
il blog Pubblicazioni Letterariæ. Dal 2010 è organizzatore e direttore
artistico della Notte di Poesia al Dolmen di Bisceglie.
Teodora Mastrototaro, poetessa, drammaturga
di testi teatrali, attivista per i diritti animali, antispecista. Ha pubblicato
Le mucche se non le mungi esplodono (di gioia) (crudeltà sugli animali, un
inventario) - Marco Saya Editore (2025). Da Aprile 2024 sta portando in
scena il suo monologo teatrale Il Riflusso – dalle reali testimonianze dei
lavoratori dei mattatoi, pubblicato sulla rivista di critica antispecista
Liberazioni n 51. La sua ultima performance è Per il nostro bene –
performance sulla sperimentazione su animali vivi, con il ballerino Stefano
Di Martino.
La sua ultima pubblicazione, Ottobre 2026,
è Lune spezzate, Pietre vive Editore.
The Lost Bacchante (Beatrice Hastings, 9 june
1910).
We rushed from the forest at break
of day,
The last of our mad god’s train.
We had wakened the night in
cursing the rite
Of a mortal who lovas in vain.
I stooped to recover my vest of
hide;
They trod me down, triumphing
loud:
And there’s no reply to my strident
cry –
Whither went yon trampling crowd?
My body is red with wounds and
rage,
But I’ll bathe in the mountain
lake,
And I’ll ease my spite by blessing
the rite
Which the mortal maid did make.
I’ll tear me a robe from a tiger’s
spine,
I’ll bind up my ruddy hair
In a band of tendrils plucked from
the vine,
And ivy and grapes I will wear.
And I’ll leap the meadows towards
the city,
Where the mortals dance to-night,
And wrench from the breast of the
loved one pity,
And fill it with mad delight.
I’ll work in the milky heart of
the maid.
With magic I’ll ripen her bosom
scanty,
Till her lover gasp nor know that
he clasp
No mortal maid, but a lost
Bacchante.
***
La Baccante perduta
Fuggivamo dal bosco al sorgere del
sole,
ultime del corteo del folle dio,
trascorsa la notte celebrando il
rito
di una mortale che amava invano.
A raccoglier le mie vesti mi
chinai;
mi calpestarono, nel lor tripudio:
e non risposero al mio grido
acuto:
dove correte, folla scalpitante?
Rosso è il mio corpo di sangue e
di rabbia,
ma io mi bagnerò in acque di
montagna,
e la furia calmerò poi consacrando
il rito
invocato dalla fanciulla mortale.
Mi strapperò una veste da uno
scheletro di tigre,
adornerò i miei capelli rossi
con i viticci svelti della vigna
e indosserò edera ed uva.
Attraverserò i campi fino alla
città,
dove danzano stanotte i mortali
e scaccerò dal cuore dell’amato la
pietà
per poi riempirlo di passione
folle.
M’insinuerò nel dolce cuor della
fanciulla,
magicamente riempirò il suo magro
petto,
fino al sospiro del suo amante,
che non saprà di stringere
non una mortale, ma una Baccante
perduta.
*****
Breve commento alle poesie
La dimensione corporea-materiale è
centrale in tutti gli scritti femministi di Beatrice Hastings, e la ritroviamo sia in chiave narrativa
[…] e sia in chiave lirica in alcune sue poesie, come “Metamorfosi” o “La Baccante
perduta”.
La baccante di nome Chloe invoca
l’aiuto delle sue compagne per essere liberata da una forma di animale
impostale da una strega devota di Apollo, ossia da una falsa identità, quella
che imprigiona la donna esclusivamente nel ruolo di madre-madonna. Questa
poesia, quindi, è un invito a rimpossessarsi del proprio corpo e a vivere
liberamente la propria sessualità, svincolata dalla finalità riproduttiva e dal
desiderio del maschio. È un attacco anche al complesso maschile della
Madonna-Prostituta che porta gli uomini a dividere nettamente le donne in
queste due categorie distinte, e le donne spesso li assecondano reprimendo la
propria sessualità.
Sia in “Metamorfosi” che nella
poesia “La Baccante perduta”, del 9 luglio 1910, ricorrono immagini decisamente
forti, di corpi straziati e sanguinanti, che ci dicono quanto siano necessari
cambiamenti drastici e anche violenti perché la donna possa assumere insieme il
duplice ruolo di madonna e prostituta.
È un riprendersi il corpo che i
miti di creazione patriarcali hanno sottratto alle donne. Questi miti di molte
società patriarcali, infatti, sono spesso collegati a fatti cruenti in cui
l’evento principale dal quale scaturisce la creazione stessa è lo smembramento
della divinità femminile da parte del dio creatore con la soppressione
dell’elemento femminile. Nel mito di creazione babilonese, per esempio, il dio
Marduk uccide la dea marina Tiamat, divide il suo corpo in due parti creando
così il cosmo, il cielo e la terra. Viceversa nelle società matriarcali il mito
di creazione è un evento positivo, e alle donne viene insegnato, fin da
piccolissime, ad amare e rispettare il proprio corpo, e a goderne, laddove gli
uomini di ogni patriarcato insegnano alle donne a odiare il proprio corpo, a
vergognarsene, e a consegnarlo all’uomo che lo utilizzerà per le proprie
finalità. Per Beatrice è sul corpo che si fonda l’identità, che diventa così
uno dei primi elementi a necessitare di una ridefinizione e di una consapevole
riappropriazione da parte delle donne.
Maristella Diotaiuti
Testi inediti di Beatrice Hastings
pubblicati in Beatrice Hastings in full revolt, Diotaiuti, Tortora, Le
Cicale Operose, Livorno, 2020.
Caterina Saviane è tra le poetesse inserite nell'antologia "Poesia diffusa. Poetesse italiane del ‘900 da non
dimenticare", a cura di Nadia Chiaverini e Cristiana Vettori, Helicon
Edizioni, 2025. Prefazione di Giacomo Cerrai; postfazione di Maristella
Diotaiuti, presentata, a cura de Le Cicale Operose, domenica 13 settembre, 2026, presso Salus Bistrot, corso Amedeo, 101. Con: Nadia Chiaverini
(curatrice),Maristella Diotaiuti,
Jonathan Rizzo. Letture a cura di Jonathan Rizzo e del pubblico.
Nel video, lettura di Roberto Galeazzi, in corso di presentazione, della poesia "Appénna-ammattìta", di Caterina Saviane.
Appénna-ammattìta, di CATERINA SAVIANE
– spezzando con macchina per – da scrivere –
smarrito il ritmo della separazione
perduto ho io [il filo del discorso
– filologico, filo logico
fili d’erba, smeraldo e di tram
trancio d’arancio –
di sempre in mai
di palo in frasca
in tasca mi toccaccio il filòs greco
e che strage sia del tempo d’ora.
Perciò:
toccaccio il sordìso della conversazione
l’azzurro-uomo degl’occhi tuoi
perché la notte ci alzavamo
a mentire a dir bugìe
che ci gridammo
“pazzi!” nel sentire gioia
del sòrdido sprecare il sonno
giunse:
sfatti di “ero brava” – come certi vecchi di sé –
in memoria dell’eburnea pista
– ballo’s di sballantine’s –
– facile piacere parlare altrove –
e unici illuminémmo esser pensànti:
coro di pensieri di cervelli
asma d’idee,
ci punse il core degli uccelli.
Alba e tramonto e primavera desiderammo primi
il sonno ancorà,
ancòra di salvezza
già assenza di non [tornare quivi].
*
Per il ciclo "Clandestine, grandi poetesse dimenticate", a cura de Le Cicale Operose:
Caterina Saviane, Le Cicale Operose, 15 luglio,
2018.
Appunti di Maristella Diotaiuti per la serata di "Clandestine" dedicata a Caterina Saviane.
[…]
Suo padre, Sergio Saviane, era
un giornalista storico dell’Espresso, antesignano di un certo modo di fare
giornalismo, scomodo e irriverente, fu cacciato dall’Espresso, fondando poi un suo
giornale satirico, e subendo anche molti processi...ma non è di lui che
dobbiamo parlare stasera.
Della esistenza di Caterina
Saviane ho saputo per caso, durante una ricerca su altri argomenti, quando è
spuntata una sua poesia e ne sono rimasta immediatamente folgorata. Ho poi cercato
la sua biografia, ma le notizie sono davvero irrisorie, tutta la sua vita si
riduce in una frase: “Nata a Roma nel 1960, morta a Milano per overdose nel
1991”. E poco altro.
Che fosse una “clandestina” ce
lo dice lei stessa, indirettamente, quando scrive:
<< Ha ragione mio padre
che si spacca la testa con una satira che lo manda in giro da un tribunale
all’altro, o hanno ragione quelli che stanno in pace col mondo? Perché scrivi, padre
mio, che tutti ti odiano e parlano male di te?>>
A parte la citazione colta
dantesca (Conte Ugolino), questo “padre mio” ha un che di biblico, di
evangelico, ma anche di sacrificio estremo, di immolazione… la trovo un’espressione
bellissima in questo contesto!
Questa accorata domanda,
delicata e amorevole di figlia, è il dilemma di sempre, di chi cioè si pone il
problema di come collocarsi nel mondo, nei confronti della realtà che lo circonda,
della società, del potere costituito. È il dilemma, soprattutto, di quegli
intellettuali che non vogliono asservirsi, assoggettarsi ai vari centri di
potere, e far loro da portavoce, da rappresentante, ma viceversa essere la voce
del dubbio, della denuncia, della ricerca della verità, della libertà. Quest’ultima
posizione è proprio quella che ti fa “clandestino” in un mondo che non ti
riconosce come facente parte, perché non rispondi e non corrispondi alle sue richieste.
È la posizione più difficile
senz’altro, la più scomoda, la più pericolosa in molti casi, che si paga a caro
prezzo, a volte con la vita addirittura, più spesso con la persecuzione
giudiziaria, l’esclusione, e l’oblio appunto: come è accaduto per Sergio Saviane,
e come è accaduto per Caterina Saviane, e per moltissimi altri.
Nella sua breve vita, Caterina
Saviane ha avuto il tempo di scrivere un romanzo-diario, “Ore perse” scritto a
16 anni, pubblicato nel 1978 da Feltrinelli, nella prestigiosa collana “Franchi
narratori” (quando i grandi editori avevano il coraggio di pubblicare autori e
argomenti scomodi) e fu subito un caso letterario, un libro che divenne un
oggetto di culto. Ebbe 5 ristampe in due anni, e fu tradotto in moltissime
lingue, poi dimenticato, oggi il libro è introvabile.
Caterina scrisse anche molte
poesie che però conoscevano solo gli amici, lei ancora in vita, ne uscirono 5
nel 1985 sulla rivista “Il lettore di provincia”, che le procurarono
l’interesse di un lettore d’eccezione: Andrea Zanzotto che la definì “Un movimento
ciclonico incontenibile”. Zanzotto aveva capito quanto fossero forti, irruenti
e colti i suoi versi.
A dieci anni dalla morte, nel
2oo1, un gruppo di amici raccoglie una selezione dei suoi versi in una edizione
privata, a tiratura limitata, ogni esemplare numerato, a cura di Luisa Vecchi, intitolando
la raccolta “appenna ammattita” che è il titolo della prima poesia dell’indice
stabilito da Caterina nel dattiloscritto originale.
Poi nel 2015 la raccolta è stata
ripubblicata da Nottetempo, con lo stesso titolo, nella collana poeti.com
curata da Maria Pace Ottieri e da Andrea Amerio.
Tutta qui la sua storia
editoriale, eppure Caterina è stata, è, un enorme talento, un enfant prodige,
purtroppo la morte prematura ci ha privato della possibilità di leggere altre
sue opere, e non ci ha dato modo di dire se questo talento si sarebbe tramutato
in genio assoluto.
Sicuramente avrebbe scritto
ancora, lei stessa scrisse “Scrivere, e ancora scrivere fino all’esaurimento.” Era
quello che aveva deciso per sé.
Caterina Saviane si manifesta
subito come una creatura eversiva, fatta per scandalizzare, già da “Ore perse”
e ancora di più nelle sue poesie, ma in maniera evidente nella vita. Occorre dirlo
per sottolineare la coincidenza tra la sua poesia e la vita.
C’è una bella descrizione di Maria
Pace Ottieri, nella introduzione ad “appenna ammattita”, scrive: “Camminava saltellando,
si sarebbe detto che i marciapiedi fossero elastici sotto i suoi piedi, aveva
un’energia inesauribile e il potere di far sentire chi le stava accanto pavido,
comune, banale, una sentina di miserabili aspirazioni borghesi”.
Chi l’ha conosciuta (ad esempio Valeria
Viganò) ne ricorda i dialoghi sulla letteratura, sulla scrittura, e quando
parlava di questo lei era piena di una speranza felice.
Le poesie ci dicono molto di
lei: ci consegnano la sua rabbia e il dolore, l’estrema fragilità e la diversità
gridata, e il suo coraggio, e il coraggio spesso si paga amaramente!
Caterina racconta le notti
insonni, lo stato febbrile eppure lucido, gli amori sofferti (si parla di una
probabile omosessualità mai dichiarata), il disprezzo per ogni convenzione e la
ricerca della verità. Nelle sue poesie riecheggiano senza mediazione, senza infingimenti
o filtri, la sua rivolta alle delusioni, la droga, lo sperpero di sé.
Ed anche la morte abita la sua
poesia con metodo e coscienza, il suo sguardo sul mondo era uno sguardo
estremamente consapevole, da qui il suo desiderio e il suo bisogno, di infrangere
ogni possibile alleanza che possa accordarla con il pensare corrente dei tempi.
Un patto con il suo tempo che Caterina non ha voluto, non ha richiesto né poteva
accettare. Ricordiamo che lei scrive durante i famigerati anni ‘80: la sua è
una ribellione in un mondo di plastica e di apparenze. D’improvviso
non c’era più un “noi”, non c’erano più i compagni d’utopia, l’utopia degli
anni 60-70, insieme ai quali affrontare il futuro, ma c’era la “Milano da bere”,
gli imprenditori rampanti e senza scrupoli, i politici compromessi…
Caterina vive un forte doloroso
estraniamento nei confronti del suo tempo, d’altra parte è inimmaginabile un temperamento
di fuoco come quello di Saviane con le spalline imbottite e i capelli cotonati,
creatura vivamente desiderante e dunque fuori luogo, nata troppo presto o, più
probabilmente, troppo tardi. Forse negli anni sessanta sarebbe stata felice, si
sarebbe sentita a proprio agio.
ma veniamo alle poesie
– musica
– lettura poesia “pin occhio”
Come avete sentito le poesie di Saviane
sono dense, dure, difficili, sperimentali, ogni verso richiede più
letture, anche se vi circola un’aria di gioco che però non è pacificatorio. Perché
per Caterina la poesia ha uno scopo preciso. E cos’è la poesia per Caterina si
vede già dal titolo, che è un delicato ma complesso gioco sintattico di parole:
“appenna ammattita” significa “a penna e a matita”, ma anche “appena ammattita,
impazzita”: e fa riferimento all’abitudine di Caterina di scrivere sia con la
penna che con la matita, ma anche al suo stato psicologico, alla sua condizione
esistenziale.
Quindi leggere le sue poesie non
è un semplice atto di lettura, già dai primi versi si entra in un percorso
accidentato, un vortice in cui è facile smarrirsi credere di ritrovarsi e poi
perdersi di nuovo, occorre restare concentrati per non venire travolti, trovare
un appiglio, un punto di appoggio se pur precario..
La sua scrittura è una corsa
affannata, spesso senza un senso apparente che invece sopraggiunge quando non
te lo aspetti, quasi a tradimento. il senso arriva quando la tensione sembra sciogliersi,
ma presto ci si rende conto che nulla è allentato, anzi è accaduto l’esatto contrario:
ci si ritrova avvinghiati al verso, alla verità del verso, quella che non ci
piace, scomoda, senza scampo, che fa male, che ferisce.
In realtà i suoi non sono versi
da comprendere, ma da fare propri, da assumere sotto la propria pelle, senza
condizioni, e alla fine ci ritroviamo a dire “sì, davvero è così”.
La sua è una lingua travolgente,
magmatica con divertimenti continui di trasformazione grafica quasi acrobatica,
fino a farsi laboratorio di pensiero e soprattutto di linguaggio (ma i due
piani si intersecano, in una perfetta identità di significato e significante).
Attinge con assoluta libertà dai
gerghi giovanili, e dall’accademia della Crusca, quindi abbiamo registri linguistici
diversi che coesistono in un pastiche linguistico molto stimolante e
innovativo.
Tutta la sua poesia è dominata
da un gioco di parole e sulle parole: un gioco divertito, alla Palazzeschi, ed è
incalzante, disperatamente allegro, che ha lo scopo di amplificare la parola caricandola
di significati ulteriori fino all’impossibile. una concitata rincorsa al
significato, una sorta di vertigine iperbolica. Per cui le parole sono
dilatate, torchiate, torturate nelle loro accezioni e nella loro grafia,
spezzate e ricomposte, per aprire il significato primo e ultimo, i significati
plurimi che convivono dentro la parola. È
uno scardinamento sofisticato, feroce, impietoso, ed anche dissacrante della
parola canonica, usuale, quasi l’invenzione di un altro alfabeto fuori dai
canoni di qualsiasi vocabolario e grammatica. Infatti Caterina si diverte a
incastrare e giustapporre lirismi (il sacro sonno della bellezza che mi respira
affianco), onomatopee (oh, kamikaze farfalle/ scappavate fatali / contro
ceco clan clan / clan destine), parlato (di palo in frasca – a zonzo -
come ‘na pazza sto), giochi di parole e neologismi (bresa della
pastiglia – inverecondoscene – occhi stuprofatti dal vespero perenne), l’uso
ripetuto di grafemi, come ad es. la lineetta tra parole e sillabe, per scandire
suoni e significati. Ma sempre guidata da una musicalità euforica, scatenata, irriverente,
battuta su battuta: una sorta di nota dominante insistita perché necessaria a
deporre sulla pagina almeno un poco della sua esuberante energia di vivere,
della sua fame di essere ‘vista’, la sua fame psicofisica di contatto.
– musica
– lettura di poesia “Mi fido di
questa faccia”
Come avete sentito è una lingua
eversiva: ma nonostante questo la libertà nella stesura non deborda mai, resta
sempre dentro una misura, una pura armonia malgrado l’enunciato (la verità detta)
sia quasi sempre minaccioso. Cioè nei suoi versi c’è sempre una disperazione
controllata, analitica, quasi ai confini della ratio, ma nello stesso tempo non
rinuncia mai al gioco anche quando il dolore si staglia, si disegna forte sulla
pagina.
Il risultato di tutta questa
operazione è una poesia antilirica, razionale, concitata, in cui logica e conseguenzialità
convivono con un forte senso della musicalità e del ritmo.
Per questa sua ricerca costante
del ritmo, questa sua inclinazione alla sperimentazione e alla improvvisazione,
abbiamo voluto accompagnare le sue poesie con la musica jazz, anche perché Caterina
amava il jazz. A questo proposito voglio farvi leggere una pagina da lei scritta
in cui descrive la sua partecipazione a un concerto jazz, e vedete a quali
esiti arriva
– musica
– lettura sul jazz
Nelle sue poesie Caterina tocca
tutti i temi della vita umana con dita di cristallo e con modalità ossimorica,
cioè con ferocia, crudeltà, durezza, ma anche con passione, con struggente
tenerezza. Un universo totalizzante in cui rientra anche il tema della morte
trattato con una sorta di dolcezza senza speranza, una disperata speranza.
C’è poi un filo rosso che
percorre tutte le poesie. ed è un concitato, incessante colloquio con la poesia
stessa. Poiché Caterina instaura con le cose un rapporto duale: cioè il corpo è
parola e la parola è corpo, anche il rapporto tra Caterina e la poesia è un
rapporto fisico, sessuale, guerriero, disperato, la poesia come un amante di
cui è attratta e respinta nello stesso tempo. Un rapporto fatale e di totale
rassegnazione, Caterina-poeta si arrende alla poesia (come può arrendersi un’innamorata)
che chiama “pensiero innato” quindi qualcosa di incistato sin dalla nascita, e
“petula poesia” petula come petulante, insistente, incalzante ma anche scorreggiona
con il riferimento a un peto che porta nel testo un che di irriverente, di dissacrante,
insomma il neologismo non evoca niente di pacificato.
La poesia quindi è come una
donna, e a volte i confini tra le due sono labilissimi tanto da non capire di
quale delle due stia parlando. Questa duplicità non è scissione ma raddoppiamento,
come se ogni parola proiettasse sempre l’ombra di un corpo, e i corpi l’ombra
di una parola, di un’idea-poesia, di una dea-poesia e quindi Caterina seduce la
poesia, la provoca, la oltraggia, la trascura, la inganna, perché solo così la
può catturare: “Torturarla di noia e di giornata stracca / solleticarla e poi –
farla posare / tortuosa al foglio – farla inchiodarla / farla posare farla –
farla posare”.
lettura “nicchia nicchia nicchia”
Facile immaginare che Caterina
si sentisse in costante pericolo di vita, visto quello che faceva a se stessa,
facile immaginare che avvertisse una fretta di vivere dovuta al rischio mortale
che lei stessa infliggeva alla sua vita.
In “Ore perse. Vivere a 16 anni”,
suo romanzo d’esordio, della sua vita Saviane ci parla, mettendosi a nudo,
senza pelle. L’ha scritto a 16 anni eppure ogni pagina trasuda di nostalgia, come
se quello che vi si racconta fosse avvenuto decenni prima, come se a scriverlo
fosse qualcuno che da vecchio parli della sua gioventù. Come se chi scrive
avesse già tutto vissuto, visto tutto, ed ora disilluso rivivesse quei 16 anni
con l’amarezza di chi non crede più a niente. Non è un libro sull’adolescenza, sull’avere
16 anni: è invece una riflessione adulta, matura, con una scrittura
sorvegliata, ponderata, profonda, sempre alla ricerca di una aderenza perfetta
a quello che si vuole dire, prima di tutto a sé stessi. È un diario tra
documentarismo e confessione: non è il diario di una adolescente inquieta, ma è
la testimonianza di un male di crescere destinato a diventare un incurabile
“male di vivere”, raccontato in diretta.
Non vi troviamo paranoie
adolescenziali, o per lo meno non solo, ma anche e soprattutto testimonianze di
impegno reale e di partecipazione alla vita e alla cultura del tempo.
Conosciamo così in diretta quel
mondo di velleità, di ipocrisia, di parole
vuote e pensieri futili, coglieva il
senso di certi anni infarciti di un’ideologia immersa nella ciarla
inconcludente del suo tempo, il mondo degli adulti benpensanti e ipocriti,
quelli che lei chiama ‘crisantemi’, la ciarla soprattutto dei suoi coetanei
marxisti di facciata, ipocriti medioborghesi fine anni ’70.
Ma il taglio che Caterina dà
alla sua cronaca non indulge sul mito giovanilistico, alla Holden, del romanzo
di formazione, con al centro un adolescente tutto adolescente senza midollo,
che non esiste nella realtà ma solo nello sguardo e nel ricordo degli adulti maschi,
bianchi, di classe media.
Un altro dato che mi preme far
emergere di Saviane la sua visione femminile, il suo sguardo di donna, di quel
mondo, di quella cultura.
Infatti è molto evidente la
specificità sessuata della scrittura: nel testo i maschietti non fanno una
bella figura: vantano di essere per l’amore libero, il free love, ma alle ragazze
scherzando dicono “siete le nostre schiave”, e Caterina sottolinea che lo
pensano davvero, e ne schernisce l’ottusità. La sua invettiva è contro i
borghesi modaioli che indossavano le idee di rivolta come fossero jeans o
magliette.
–- lettura pag. 41- 42, Ore
perse
A me pare una grande prova di
scrittura femminile, veramente liberata da ogni complesso di inferiorità nei
confronti del maschio, veramente aliena dall’innesto frequente di attributi maschili,
come ad es. donna cazzuta, donna con le palle, virago, o quant’altro.
Eppure dietro a tutto questo lavoro
demolitorio, vi è una sorta di controcanto: un sottofondo di intelletto
d’amore, di accoglienza, che forse solo una giovane donna poteva sentire. È il
controcanto che sfocia nell’idillio di “Nannìa, la contrada
di sogno”, dove vivere fra le
nuvole, nel progetto di un’esistenza più umana che avesse come punti fermi gli
amici e Numàna (un paesino delle Marche).
L’altra sera, scegliendo e
leggendo insieme le poesie di Caterina Saviane con Aldo Galeazzi, Aldo ha sentito
con commozione e tristezza il vuoto della sua assenza e il rammarico che non
potesse essere lì con noi a condividere quel momento, o qui stasera.
È lo stesso mio sentire. Ho
cercato un qualche riparo, anche nei suoi versi, qualcosa che alleggerisse il
senso di sconforto e rammarico per una esistenza così vitalistica eppure così
tragica, ma non c’è riparo nei suoi versi, e non ho trovato conforto, ma ho
trovato lei che non potrà mai, grazie alla sua poesia, essere davvero mancante.
Sequestrata dalla droga, Caterina
passa gli ultimi tormentatissimi anni di vita tra i dottori, i frequenti
ricoveri in cliniche, l’ospitalità delle amiche, la casa del padre che così dirà
in una testimonianza: “Dormivo vestito, di notte andavo per caserme e me la
riportavo a casa, fumava 120 sigarette al giorno, e se non erano sigarette era
qualcosa di peggio. Il buco finale a Milano, in casa di un’amica”. Overdose
volontaria o accidentale, nessuno lo saprà mai, ma davvero non ha nessuna
importanza. Quasi profeticamente Caterina sceglie di chiudere la raccolta
parlando di morte.
Ma voglio lasciare la parola
proprio a Caterina che si congeda da noi con le sue straordinarie parole.
Studiando l’arte
giapponese, si vede un uomo indiscutibilmente saggio, filosofo ed intelligente,
che passa il suo tempo a far che? A studiare la distanza fra la terra e la
luna? No; a studiare la politica di Bismarck? No; a studiare un unico filo d’erba.
Ma quest’unico filo d’erba lo conduce a disegnare tutte le piante, e poi le stagioni,
e le grandi vie del paesaggio, e infine gli animali, e poi la figura umana. […]
è quasi una vera religione quella che ci insegnano questi giapponesi così
semplici e che vivono in mezzo alla natura come se fossero essi stessi dei
fiori? (V. Van Gogh[i])
Il titolo fa scherzosamente riferimento a un mio personale
“crossing” tra concetti di Mille piani e pittura vangoghiana, letta
attraverso la meravigliosa lente di alcune prodigiose intuizioni della coppia
filosofica Deleuze/Guattari che, tra l’altro, non fa direttamente menzione di
Van Gogh nel celebre saggio.
Cosa possiamo dire di ciò che vede Van Gogh nel paesaggio? Ne
vede il tessuto intensivo[ii],
molecolare, è come se in trasparenza gli si mostrasse il flusso
vitale, il processo sotteso, di cui soggetto e oggetti non sono che pieghe, lui
vede il naturans in atto, pura pienezza senza vuoti, l’Uno che è
contemporaneamente molti, la dimensione del cosmico passando per
la molecolarizzazione della percezione.
L’infinito nella semplice immanenza di un filo d’erba.
Il suo paesaggio non è tanto questione di estensione,
pur essendo anche estensione, ma piuttosto di intensione, termine
che fa segno a un campo di energia sotteso, a un’attività produttiva, dinamica,
che è immanente alle cose ma che la nostra percezione
soggetto/oggetto cristallizza appunto in estensione. L’estensione è la
dimensione molare, quella stratificata dal logos,
in cui si organizza la visione come quella di un oggetto dato a un soggetto: il
paesaggio tradizionale. Ciò che vede Van Gogh, ciò che ci mostra, è anche altro:
è il livello dove operano le intensità, il livello molecolare,
che non si ricompone in oggetti, ma scorre in un divenire che è creazione
continua. Le sue pennellate sono allora quanti di energia, vibrazioni di forze,
che decodificano la realtà organizzata dal logos e ne liberano la matrice
intensiva. L’intensità è concetto inafferrabile, che fa segno al continuo
differenziarsi del reale, al naturans spinoziano sempre in atto, all’energia
stessa del vitale. Ben oltre i “bei colori brillanti” che lo hanno reso così
popolare.
Lo spazio della sua pittura è, usando la terminologia di Mille
piani, uno spazio in cui il liscio irrompe sullo striato.
Striato significa “metrico”, “organizzato”. Il tessuto figurativo-striato è
portato al limite, rimane come traccia riconoscibile che immediatamente segnala
il campo intensivo che vibra al di sotto: «il flusso ritrova il suo andamento curvilineo
o vorticoso […] lo spazio liscio riconquista le proprietà di contatto che non
lo lasciano più essere omogeneo e striato»[iii].
Il tempo in cui si colloca il suo gesto pittorico è il tempo
dell’evento, il tempo non pulsato in cui si dà il
puro differenziarsi dell’essere, un tempo coglibile solo intuitivamente, che
non ha collocazione nel “Cronos” degli orologi ma assume la designazione di Aion,
l’eternità in cui l’evento accade, il tempo dell’immanenza, del differenziarsi
inafferrabile, dell’ecceità come puro darsi dell’evento stesso: «Aion, che è il
tempo indefinito dell’evento, la linea instabile che conosce solo le velocità e
contemporaneamente continua a dividere quel che avviene in un già qui e un
non-ancora-qui, un troppo-tardi e un troppo-presto simultanei, qualcosa che
simultaneamente sta per accadere ed è appena accaduto»[iv].
Il paesaggio vangoghiano, continuando ad attingere dal
vocabolario millepianesco, è un meraviglioso ritornello in
cui le forme mantengono la loro figuratività e, al contempo, si aprono in linee
di fuga verso un’intensità molecolare che è in risonanza profonda,
totale, con lo stesso piano di immanenza: vivere nella natura
come ci vive un fiore.
Le linee di fuga fanno segno alla deterritorializzazione,
alla molecolarizzazione, a quanto va oltre il logos, dove l’arte compie la sua
danza, sempre oltre l’omogeneità, la striatura. La linea di fuga vangoghiana è
inscritta in una “micropolitica delle forme” perché le libera, le
destruttura, le riconsegna al cosmo: la sua pittura è tutta un gesto che
indica, che marchia l’evento sempre in atto, la fuga possibile. E necessaria.
[i] Da una
lettera al fratello Theo. Fonte: Vincent Van Gogh, La vita e le opere
attraverso i suoi scritti a cura di B. Bernard, Istituto Geografico De
Agostini, 1986 (ed. orig. 1985) pag. 187-188
[ii] Ho utilizzato
il corsivo grassetto per segnalare le parole chiave del vocabolario
millepianesco
[iii] G.
Deleuze, F. Guattari, Mille piani. Capitalismo e schizofrenia, a cura di
P. Vignola, Orthotes, 2021, edizione Kindle, pag. 420
Francesco Brancati ha parlato di Amelia Rosselli in
occasione del Festivaletteratura di Mantova, insieme a Chiara Portesine e Stefano
Bottero ("Tutto il mondo è vedovo". Per Amelia Rosselli, 9-13 settembre, 2026). Francesco Brancati: "Incontro aperto, tra
critica e poetica, per riflettere sulla ricezione e sull'eredità imprendibile
di AR nelle successive generazioni, sulla dialettica tra scrittura e biografia,
sul rimosso politico che in maniera più o meno consapevole la critica ha realizzato
intorno alle sue parole."
La piccola cinese
già mi conosce. Come tutte qua è approdata al linguaggio profondo e semplice
delle emozioni, così che lingue, dialetti, diversità di classe e di educazione
sono spazzati via come inutili mascherature dei veri moventi (ed esigenze) del
profondo: questo fa di Rebibbia una grande università cosmopolita dove
chiunque, se vuole, può imparare il linguaggio primo (G. Sapienza)
Premessa. In questa nota di lettura
riporto le mie riflessioni immediate e disordinate (non un saggio critico
insomma) su L’università di Rebibbia di Goliarda Sapienza, testo del
1983 basato su istanze autobiografiche, in cui l’esperienza del carcere viene
raccontata in modo profondo e fa da sfondo per una riflessione sulla società,
sulle relazioni umane, sulla condizione esistenziale.
La prigione di fuori.
Baudrillard ha scritto che gli uomini costruiscono prigioni per illudersi che
la società non sia carceraria. Goliarda Sapienza ce lo mostra (insieme a tante
altre cose) in questo suo straordinario libro: un racconto snello, intenso,
vitalissimo e mai retorico, in cui la sua vicenda autobiografica (scontò tre
mesi per un affare di furto di gioielli) si fonde con una visione lucida della
società e un esistenzialismo concreto, profondo e disperato, ma anche ironico e
carico di una speranza non ideologica o trascendente, ma affondata nella carne
del mondo, nella visione della possibilità di ritrovare rapporti umani
autentici, un senso rinnovato della collettività.
Una scrittura corporea.
Straordinaria la parte iniziale, in cui S. ci porta dentro la realtà del
carcere descrivendo l'impatto del suo corpo con quel mondo. Tutto, in questo
libro, è corporeo: è questo un tratto profondamente femminile del suo
scrivere. Corpo di fame, sete, nausea, freddo, sporcizia, odore, fremito
sessuale: il mio corpo resterebbe lì per sempre come un sasso se un grido
inumano (a stento riconosco il timbro femminile) non accendesse il silenzio
come un fulmine facendo vibrare il buio (p. 5). Echi woolfiani in questo
splendido passaggio.
Un libro antiborghese.
Rebibbia si presenta come un carcere "progressista", senza sbarre, in
cui le guardiane non si chiamano più "secondine", in cui ci sono
psicologi e attività ricreative. Ma comunque un lager in essenza: E non c'è
televisione o radio centralizzata in ogni cella che possa spazzare via
l'atrocità dell'essere espulsi dal consesso umano e lasciati marcire in questi
luoghi che fuori si ritengono pensati solo per pochi delinquenti abituali, e
che quando ci sei dentro invece scopri essere vere grandi città o lager se la
parola non fa troppa impressione (p. 122). C'è come una natura bifronte di
questa realtà di Rebibbia: lager e città, luogo punitivo e di redenzione,
maledizione del mondo e salvezza dal mondo. Nel rapporto fuori/dentro si gioca
tutta l'articolazione e tutta la necessità di questo romanzo. La società fuori
è lucidamente smascherata nel suo facile progressismo. Sapienza, non troppo
velatamente, si scaglia proprio contro quella cultura "rivoluzionaria"
che ha predicato una visione collettiva che superasse classismi e ineguaglianze
ma che poi è giunta a integrarsi con un potere volto a isolare, carcerare e
a spingere al suicidio i pochi discepoli (p. 78). C'è l'idea qui,
estremamente radicale e precisa, che è proprio l'energia della vita,
dell'innovazione e della libertà che è stata imprigionata in questo carcere. Un
dispositivo di biopotere puro e semplice. Perché "fuori" non sembra
esserci che irretimento conformista del vitale. E ipocrisia. Mentre dentro, in
un’esistenza riportata al suo "grado zero", ognuno è ciò che è, le
maschere cadono, i rapporti si fanno autentici, i bisogni concreti e pieni.
Questa è la sostanza antiborghese di questo libro, che antiborghese lo è in
modo profondo e concreto, non intellettualisticamente ma vitalisticamente.
L'irriducibile disordine della vita, la sua imprevedibilità, lo stupore
ineffabile che essa suscita di continuo: questa è la verità odiata e rimossa
dal borghese, ed è proprio la verità che Sapienza cerca (e trova) in questa
esperienza estrema.
Donne. Nell'attraversamento di questa
realtà carceraria, a ogni passo emerge anche il suo volto di "città",
di crocevia composito e indomabile di umanità di ogni tipo. Disperate, ladre,
assassine, terroriste, drogate, spacciatrici, italiane e straniere, ignoranti e
colte, mostruose e bellissime. È anche straordinariamente toccante questo
sguardo di donna sulle altre donne, questo guardarsi tra donne, che è un
universo sconosciuto ai maschi. I maschi in prigione regrediscono alla
violenza, all'aggressività, a un primitivo spietato di pura legge di forza e
dominio. Gli uomini, osserva Sapienza, impazziscono per non poter disporre di
soldi, e del conseguente potere, mentre per la donna tutto questo non è che il
proseguimento del suo essere di sempre: donna di casa o bambina, come volete,
alla quale è sempre stato evitato di avere – attraverso i soldi guadagnati e
poi spesi – contatto diretto con la realtà del mondo (p. 57). Una
costrizione storica che, nella realtà del carcere, dispiega tutta la sua forza
salvifica, apre al femminile uno spazio nuovo e impensato. Un femminile in cui
diviene ancora possibile l'esperienza collettiva autentica, antiretorica, nel
mutuo riconoscimento tra viventi umani.
Psicanalisi. La vicenda giudiziaria,
il reato che la porta in prigione, Sapienza lo descrive psicanaliticamente come
"acting out", in una pagina molto divertente in cui, in un momento di
difficoltà, si lascia andare a uno sproloquio colto con una compagna di
prigione che non è in grado di capire una parola del suo discorso. Lei sembra
aver cercato la prigione, un po' con l'intento sociologico-voltairiano di
scoprire la vera natura della società italiana, ma soprattutto spinta da una
sorta di atto mancato, desiderio inconscio di essere rinchiusa, ghettizzata,
espulsa. Divenire uno scarto, in termini lacaniani, per divenire se stessa. Un
istinto che la spinge a cercare la verità della vita dove essa non viene
sistematicamente elusa, mascherata, rimossa. Un sottile fil rouge psicanalitico
(la scrittrice ebbe un’importante esperienza di analisi negli anni '60)
attraversa il libro e fa di quella realtà brutale della galera un luogo
eminentemente psichico. L'apice della dimensione psichica è toccato nella parte
finale quando la scrittrice mette a fuoco la "sindrome del carcere",
la funzione rassicurante di quel luogo, l'assurda sua ricchezza di senso verso
un "fuori" completamente svuotato. La cosiddetta "libertà"
del mondo esterno è decostruita, disvelata come schiavitù del conformismo,
falsità soffocante, solitudine senza speranza: fuori si dispone della
libertà che ha il solo vantaggio di essere lasciati a morire soli (p. 151).
Una forma vitale.
Straordinario l'uso del linguaggio in questo libro, in cui la scrittrice sa
modulare dal parlato con passaggi fortemente gergali e dialettali, fino a toni
più "elevati", spesso fortemente poetici. Corrispondentemente anche i
registri del comico e del tragico si intrecciano, convivono come nella verità
del vissuto. Le cose vengono chiamate con il loro nome, senza fronzoli e senza
eccesso di mediazione culturale. Evidentemente i tre «Voglio usci’» non sono
prerogativa di Marrò, la mia fantasiosa delinquente abituale, ma il refrain
dell’infinita canzone dodecafonica, costante sonora di questo regno. All’ultimo
«Voglio usci’» se ne sente un altro lontano, e questo trascina fuori una marea
di «Voglio usci’», subito seguita da un fracasso di ferri fatti scorrere sulle
balaustre dei ballatoi e allo sbattere di porte in un crescendo finale da
grande orchestra. Poi il silenzio cala su tutto. Nel silenzio la voce sfottente
di Roberta mormora: – Tutte le domeniche la stessa solfa: all’alba grande aspettativa
gioiosa... chissà che s’aspettano dalla domenica! E la sera questo «Voglio
usci’» del cazzo, che palle! (p. 108). In questo passaggio i registri si
fondono in modo magistrale: l’italiano dotto e popolare, un francesismo, il tono
basso e alto, riferimenti concreti e astratti, e si ha un esempio perfetto
della disinvoltura di questa narratrice, del suo felicissimo rapporto con la
lingua, di una scrittura che davvero "segue la vita", la
"racconta da dentro". Non possiamo evitare di immaginarcela, come lei
stessa si descrive, a gambe incrociate sulla branda nella sua cella a prendere
appunti di ciò che sta vivendo lì.
Gordon Pym. Infine, una notazione
strettamente personale, una sorta di strana coincidenza, o forse una
sincronicità. Prima di leggere questo libro, ho letto In Patagonia di
Chatwin. Una citazione particolare lega i due libri: quella di Gordon Pym di
Edgar Allan Poe, romanzo d’avventura, di navigazione nei mari del sud che
Chatwin cita in relazione alla forte connessione con quelle terre in cui sta
viaggiando, e che Sapienza inserisce alla fine, quando chiede alla sua compagna
di cella di leggerglielo. Una connessione tra due opere lontanissime come
contesto geografico, storico e culturale il cui denominatore comune, nel nome
di Poe, è l'archetipo del nomadismo come atto di rivolta alla società borghese.
Un nomadismo che Chatwin mette in atto quasi "alla lettera" nel
movimento fisico del suo viaggiare e che Sapienza colloca nel luogo della
costrizione fisica per eccellenza, il carcere, dove ogni vagare sembra
assolutamente interdetto e dove, invece, paradossalmente, ci si fa incontro
l'esperienza della diversità, della mutevolezza della vita. Un modo autentico
di stare al mondo. Straordinariamente disperato e meraviglioso: e la voce
della zingara s'è alzata limpida disegnando un motivo di nostalgia antico
quanto tutti i popoli erranti della terra (p. 123).