sabato 18 gennaio 2025

Floriana Coppola. Due note di lettura di Maristella Diotaiuti.

 




Due note di lettura di Maristella Diotaiuti per due volumi di Floriana Coppola:

La vertigine del taglio e La faglia del fuoco

 

Nota di lettura di Maristella Diotaiuti per la presentazione del volume La faglia del fuoco, di Floriana Coppola, Il Laboratorio Edizioni, 2019, presentato a Le Cicale Operose il 12 luglio, 2020.

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore? Di quale sostanza è fatto l’amore? Cos’è la ferita d’amore? L’assenza è vuoto o tessuto cicatriziale che si fa narrazione? Le parole, il linguaggio, la poesia sono strumento adeguato a significare l’esperienza d’amore e la sua fine o, meglio, la sua trasformazione?

È la materia che innerva il suo ultimo lavoro poetico, la raccolta di versi dal titolo incisivo e fondante, La faglia del fuoco, con tutta la polisemia che lo caratterizza e ne amplifica il senso.

È questa, e altro ancora, la materia di indagine e di scrittura nella quale affonda le mani Floriana Coppola, senza timore di sporcarsi o ferirsi, per la natura incandescente di tale materia, per il disequilibrio costante a cui si va incontro nel muoversi su un crinale così accidentato. E’ la sfida e l’ardimento di chi ha dimestichezza con gli elementi sostanziali, come i colori, la carta, e gli esseri umani, i sentimenti e le parole.

Si tratta di un percorso meditativo-poetico, di un itinerario che prende le mosse da lontano e va lontano, attraversando la precedente silloge di Cambi di stagione – e altre mutazioni poetiche, edito da Oèdipus. L’una precedente all’altra. Una conseguente all’altra. E non è un caso.

Perché se le mutazioni avvengono anche in seguito ad una frattura, uno strappo, una lacerazione, è vero anche il contrario, si apre una faglia dopo aver modificato qualcosa, dopo aver provocato una crisi e innescato un cambiamento. La “faglia” di Floriana Coppola è dentro il sentimento d’amore, del quale Floriana scandaglia il sogno, la costruzione, la rappresentazione, ne verifica la tenuta, i punti di rottura, le fragilità e le persistenze, i confini del desiderio, dell’eros, le derive del domino e del possesso.

La misura poetica riflette l’estensione dell’amore, inteso come flusso di energia inviato da un indirizzo esistenziale ad un altro, da un ‘io’ a un ‘tu’, Ognuno va verso l’altro, non ritorna a se stesso e poi si perde, osserva acutamente Floriana, sperimentando la difficoltà di saper stare nel discorso a due, nell’incontro che è incantamento e specchio […] e diventare i tuoi occhi il mio specchio, ma anche constatazione e accettazione di scarto e dissomiglianza, L’altro che si ama è sempre uno straniero. Il fervore dell’attesa nutre il tempo narrato e il suo oggetto d’amore. E ancora: Non so ancora chi sei e tu non sai / chi sono io. Impermanenza e danno. Siamo / pianeti: si cercano dentro orbite infuocate / solo acqua sul fuoco e fuoco sull’acqua / ora trattengo tra le dita la paura dolcissima di te e di me […].

Il sentimento d’amore, dunque, come progetto esperienziale, come luogo di sperimentazione del sé e dell’altro che non può trasformarsi in un ‘noi’ indistinto, monadico e totemico, Femmina e maschio, senza mescolanza e senza confusione, siamo l’uno la discesa nell’altro e la sua consumazione cannibale [...], un ‘noi’ indistinto che non può non prelude a problematiche scissioni quando le scissioni diventano inevitabili, ma occorre stare nella consapevolezza che Non mi perdi non mi perderai mai.

Ecco la ‘faglia’, il vuoto che si apre tra due rive contrapposte, l’ambivalenza di un sentimento che nasce come totalizzante ma si scopre fragile e transitorio, Non permane l’amore, è un’onda che avvolge e dura il tempo esatto per travolgerti.

Su questi presupposti Floriana Coppola apre una serrata e intensa indagine poetica sull’identità dentro il legame sentimentale e del legame stesso, sul femminile, sul modo di intendere l’amore, l’eros, ma anche sulle parole, sul linguaggio, assumendo il linguaggio poetico a strumento di conoscenza e di scandaglio di sé e del mondo. Il linguaggio poetico diventa esso stesso esperienza di scrittura che permette la scrittura stessa, il linguaggio che riflette sul suo statuto di linguaggio e sulla sua capacità di ridefinire e restituire la realtà, e la realtà sfuggente dell’amore, complessa e multiforme con i suoi “segni inconciliabili”. La scrittura poetica si propone come l’unica capace di cogliere le potenzialità rigenerative dei cambiamenti e delle crisi, perché anche la poesia nasce dallo strappo, anzi la poesia è essa stessa crisi.

Così, lo scavo che era iniziato in “Cambi di stagione”, qui, nella “Faglia del fuoco”, diventa immersione nella materia oscura, discesa nel pozzo. Anche la scrittura si adegua, abbandona la versificazione di “Cambi di stagione” per prediligere il ritmo della prosa poetica, una prosa magmatica e incandescente, densa, ricca di echi, di rimandi. Prosa necessaria perché qui l’io è dialogante, è in relazione con un tu, siamo dentro un legame amoroso, erotico, che non ammette spezzature. Occorre un tessuto fitto di parole, un ordito e una trama perché si possa parlare d’amore, non bisogna prendere fiato. Così i testi poetici realizzano una narrazione unica che implica un chiamare e un rispondere, da una sponda all’altra della faglia, un tessuto di parole che si fa musica dentro un lessico alto e raffinato, intenso ed evocativo ma, nello stesso tempo materico e corporeo. Il corpo infatti, con la sua carica erotica, diventa la mappa di navigazione di questo viaggio e trasforma la scrittura poetica in scrittura del corpo e con il corpo.

Un corpo-scrittura che non teme né il cambiamento né la faglia, ma li invoca come epifanici, muovendosi nella frattura e nella contraddizione. Essere come l’Orlando di Virginia Woolf, evocato in una poesia di “Cambi di stagione”, multiforme e liminale, e, come Orlando, Floriana cammina tra due fuochi adesso il prima e il dopo / dove si rintana la parola e l’amore si invola a piedi scalzi.

Floriana, così, affida alle parole, alle parole poetiche, la sua personale e sofferta indagine sull’amore, ma che ci riguarda tutti, perché Anche le parole sono attrezzi per scavare, per togliere polvere, per aggiustare. Entrambi, linguaggio poetico e linguaggio amoroso sono uno strumento per esserci, per sentirsi esistente nella propria patria esistenziale. Entrambi, amore e poesia sono un pharmakon, medicina e veleno nello stesso tempo. Scrive Floriana: Ci si innamora dell’amore e diventiamo / schegge spezzate sul cuore asciutto dell’altro / scaglie ruvide ficcate nella pelle / fino in fondo – l’amore conosce solo innesti da togliere il fiato – l’anima solo incendi dolosi intorno alla casa, e Scrivo versi sghembi per placarmi, figli e radici del mio sonno eppure non placo questo dolore, si sposta con astio di penna da un cassetto all’altro dell’anima. Perché se da una parte Le parole / non fanno l’amore / fanno l’assenza, come dice un’altra straordinaria poeta, Alejandra Pizarnik, cioè dipingono il contorno del vuoto, cadendoci dentro, è anche vero che, scrive Coppola, L’assenza si fa casa, e più avanti La breccia è fatta di parole, cioè il linguaggio poetico è un antidoto al vuoto, una medicina. Elabora, così, un modo di pensare alla poesia come terapia interiore, recuperando un senso più profondo a questa: la poesia giunge dall’essere e all’essere riconduce. La poesia di Coppola è poesia di cura, ma in una accezione diversa da quella più comunemente condivisa, non di volontà di eludere il dolore, di cicatrizzare in fretta la ferita, la ferita d’amore, perché non sanguini più, ma, al contrario, avendo cura di tenerla sempre aperta, disinfettandola magari perché non si infetti, ma lasciarla visibile, perché lì la carne è viva, è ipersensibile, è il punto in cui si sente di più. Solo accettando la ferita, e il dolore della ferita, l’amore, anche quando finisce, quando fa male, può diventare un processo di conoscenza e di crescita, La ferita è zolla dissodata, scrive Floriana. Occorre, dunque, riempire lo squarcio di materia nobile, come nella tecnica giapponese del Kintsugi, valorizzando la crepa, impreziosendola con l’oro, dandole un nuovo aspetto che si fa narrazione. Per questo Floriana Coppola esibisce la propria ferita, la sovraespone, dichiarando la propria fragilità, e si consegna a noi Disarmata: una creatura senza carapace, riversa sulla sabbia cocente del tuo giorno e di ogni notte. Senza armature, senza maschere. Nuda.

E scrive poesie per offrire qualcosa di più eterno dell’amore. Per contrapporre alla caducità dell’amore qualcosa che duri, perché, come dice il filosofo Jean-Luc Nancy, La poesia è il tempo stesso […] è il tempo presente che, specializzandosi nel testo, declina la nostra singolarità, giocandola in uno scarto che ci tiene sensatamente nell’aperto del mondo […] opera perché il senso del presente non si chiuda. E così Floriana Coppola: L’idioma risale l’etimo della parola e fa / sangue e santa la strada, ogni strada. Ogni creatura che parla è in transito. Sogna di appartenere al mondo.

M. D.

 

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Nota di lettura di Maristella Diotaiuti per la presentazione del volume “La vertigine del taglio”, di Floriana Coppola, Terra d’ulivi Edizioni, 2021. Presentato, a Le Cicale Operose, il 25 giugno, 2022, per la serie “Dialoghi d’autore”, a cura de Le Cicale Operose.  

Questa raccolta arriva subito dopo un’altra, precedente, La faglia del fuoco con la quale secondo me ha forti legami e rimandi, ed è un dato che ci attesta alcune significative conferme, soprattutto sul lavoro che Floriana fa da tempo sulla parola e sul linguaggio, nello strenuo tentativo di riattivare la forza creativa del linguaggio, ma anche la sua forza conoscitiva e di indagine sull’essere e sul suo stare al mondo e in relazione.

Sul piano del linguaggio:  

Se nella precedente raccolta c’era una compresenza di versificazione e di, o, meglio, di una prevalenza della poesia sulla prosa, nella nuova raccolta troviamo una significativa virata verso il racconto che ci dice molto sull’urgenza che ha Floriana di dire e di dire in poesia, di raccontare, quindi di adeguare la scrittura poetica al racconto. Come già ci aveva abituati con la precedente raccolta, anche qui Floriana realizza una scrittura, una prosa poetica, distesa, ma anche magmatica, ardente, appassionata, infiammata, passionale, impetuosa che non lascia scampo, ne siamo inesorabilmente travolti, presi dalla vertigine, appunto. Una scrittura metaforica, allusiva, polisemica e precisa, puntuale, affilata e penetrante, che taglia, deve creare il taglio, appunto, cui il titolo allude.

Una costruzione prosastica che però ha molto a che fare con la versificazione, ne segue le regole e anche le infrazioni, ma con delle particolarità: qui paradossalmente è la poesia a raffreddare, a tentare di raffreddare la prosa che viceversa a tratti si infiamma, diventa arroventata, tocca punte liriche che non troviamo nella versificazione vera e propria. 

Quindi come possiamo definirla dal punto di vista formale questa raccolta? Un prosimetro? Poesia in prosa? Prosa poetica? Prosa monologante?   

O forse sarebbe meglio parlare, al di là di qualsiasi etichetta, di poesia in flusso, che mi sembra la definizione più esatta, calzante, perché ci troviamo di fronte a un tipo di scrittura che, secondo me, Floriana ha avvertita come la sola che possa assecondare il flusso della vita, quella vita che la poesia di Floriana prova a indicare, e a convocare sulla pagina, nel tentativo di poterla dire, di poter almeno sfiorare il suo intimo segreto.

Una scrittura che si presenta come un continuum fluido ma anche ritmato, seguendo un ritmo, una sonorità che investe e impregna di sé sia la versificazione che la prosa, e che appunto è mutuato dalla vita, dal respiro delle creature, dal battito della terra, dal brusio della terra, dalla melodia della terra, che la terra emette, una melodia come un basso continuo (come Ida Travi insegna ne La poetica del basso continuo). Floriana ha realizzato così una sorta di struttura musicale che rende questa poesia anche e soprattutto poesia del dire e non solo del leggere, sin da subito ho avvertito l’esigenza di leggerla ad alta voce. Una scrittura quindi che è suono, canto, a volte in armonico, a volte dissonante. Perché ad un certo punto si presenta anche come rottura (della voce), come spezzatura della linea armonica centrale, per segnare un punto, un vuoto. Questa rottura accade (sia nei versi che nella prosa) quando il flusso di poesia avverte la necessità di una caduta, di un taglio, appunto.

Il taglio della poesia. 

 E questo è il tragico della poesia di Floriana, aver svelato il tratto sacrificale della poesia: morire a sé stessa per rifondarsi, così come per gli uomini, che devono morire a se stessi per rinascere.

Si narra che al poeta Pindaro, arrivato a Delfi, fu rivolta questa domanda fatidica:

Che cosa porti da essere sacrificato? (Thyein). Pindaro avrebbe risposto: Un peana.

Al di là della veridicità o meno dell’episodio, è fortemente significativo il fatto che Pindaro sostituisce metaforicamente all’animale sacrificale una poesia - più precisamente un peana, genere particolarmente associato ad Apollo, e quindi al Canto. La poesia che sacrifica sé stessa sull’altare della conoscenza, bisogna morire a sé stessi per rinascere, operare il taglio: nella parola taglio c’è la sillaba τα (ta) che non solo riproduce anche onomatopeicamente il suono del taglio ma è il gesto che apre (come in Ida Travi, Tà. Poesia dello spiraglio e della neve), simbolo di un’operazione violenta e iconoclasta ma anche salvifica. Questo ha molto a che fare con la tessitura lirica di Floriana in cui le parole, la poesia sono suono e segno e si pongono come oggetto sacrificale, e in quanto tali attestano il loro essere corpo, il loro statuto di materia.

La resa espressiva è quindi quella di un linguaggio fortemente materico, ma di una materia stridente perché si muove su un doppio registro: rallentato e potente nello stesso tempo, come un treno frenato nella sua corsa, come diceva Viktor Sklovskij: Un linguaggio rallentato, frenato, come di un treno che stia cercando di arrestarsi e che provoca un attrito.

 L’altra condivisione con la raccolta precedente è sul piano del contenuto, della poetica: in entrambe le raccolte la ricerca poetica di Floriana si concentra su un nucleo tematico potente, uno dei nuclei fondanti della sua poesia: la linea di frattura, sia iconica che metaforica, la rottura di un’omogeinità, la crepa che si apre ad un certo punto su una superficie che credevamo compatta e  non incrinabile: sia essa un corpo fisico, un corpo interiore, un legame affettivo, amicale, un rapporto d’amore, un patto sociale, politico, un ideale, una nostra certezza, tutto scopriamo si può  lesionare (nella nostra vita abbiamo a che fare continuamente con le lesioni).

Allora cosa farne di questa faglia, di questo taglio? Questo è il dilemma sul quale si arrovella la poesia di Floriana. Se nella raccolta precedente rimanevamo pericolosamente in bilico sui bordi della crepa, disperatamente alla ricerca di un appiglio sicuro, sempre sul punto di cadere, precipitare, e si cadeva, anzi si precipitava; qui nella nuova raccolta Floriana apre a una qualche salvezza, che è molto evidente nel sottotitolo, con quel rimando a possibili sarciture, “storie brevi e altre sarciture” cioè a salvifici rammendi, aggiusti, riparazioni (mutuando il termine sia dall’ambito sartoriale che edile). Se nella faglia Floriana si immergeva, ustionandosi e perdendosi, qui, nella nuova raccolta, c’è il lavoro paziente della ricucitura.

Scrive Floriana: Voglio ricucire ogni strappo nella ripetizione allitterata delle sillabe.

Non è comunque un lavoro facile, non è una poesia accomodante, è piuttosto una spinta a farlo, ad agire, ce lo dice la stessa Floriana nella poesia Pedina e fante:

 

     Allora non ti piace come scrivo?

     Mi inquieta ma cattura. Mi tiene sulla corda.

     È quello che voglio. Farti male

 

È chiaro, come ho spesso ripetuto, e non smetterò mai di ripeterlo, la poesia non deve accarezzarci, non deve risolvere la crisi, anzi la deve aprire, creare, ci deve mettere in crisi, la poesia stessa è crisi.

Ed anche questa poesia di Floriana nasce da un trauma, (come per Platone la filosofia) o meglio dal thauma, dal thaumazein, che è un turbamento che sconvolge, uno stupore di fronte a qualcosa che ci affascina e insieme ci spaventa. È la meraviglia mista a panico di fronte alle cose del mondo che ci emozionano e ci spaventano. E dentro questo racconto, quindi, nella poesia di Floriana c’è quello che principalmente ci spaventa e ci sorprende: il vivere umano, il vivere con tutte le sue contraddizioni, le sue bellezze e le sue brutture, le sue zone di ombra e di luce. Perché qui l’urgenza di Floriana è proprio di entrare nel trauma, è di entrare nei gangli, nelle nervature, nei nuclei pulsanti, sanguinanti del vivere, e per farlo occorreva prima di tutto incrinare  l’immagine falsata delle cose, svelare  quello che c’è oltre la ingannevole superficie, e quindi operare un taglio netto sulle convenzioni, le apparenze, gli accomodamenti, porre in stato di  crisi la razionalità, uscire dal carcere del concetto, e soprattutto del preconcetto, che sono tutte ingessature, gabbie,  accettare l’ex-sistere (cioè che le cose finiscono, possono finire)  e lasciare il posto alla  nascita continua,  aprirsi alla generatività che concepisce e mette al mondo il mondo. Come diceva Maria Zambrano: È per rinascere che siamo nati, dis-nascere per rimettersi al mondo, continuamente.

Lo stare al mondo, secondo lei, va continuamente riguadagnato e riconfigurato. non si nasce una sola volta per tutte, ma si rinasce continuamente a contatto con gli eventi della vita, della storia, di ciò che accade e ci accade. Così ha scritto:

Sembra che dover rinascere sia condizione della vita umana; dover morire e resuscitare senza uscire da questo mondo.

È un incessante mettersi ed essere messi al mondo quello che si sperimenta. La condizione dell’uomo è quella di un uomo mai nato del tutto che ha bisogno di portare a termine questo evento, vivendo ulteriori nascite.

E soprattutto Zambrano insiste sulla condizione di fragilità in cui ci troviamo alla nascita: nella nascita noi siamo esposti, fragili, nudi: siccome si nacque nudi, non si può rinascere senza nudità, senza spogliarsi o venir spogliati del tutto ciò che si ha indosso, senza rimanere senza baldacchino, e perfino senza tetto, senza sentire la vita intera come non la si è potuta sentire allorché si nacque la prima volta; senza protezione, senza appoggio, senza punto di riferimento. Appunto sulla faglia, sull’orlo del taglio, anzi nella vertigine

È questo che ci dice, in poesia e con la poesia, Floriana Coppola, accogliendo e valorizzando l’idea della rottura, della caduta, della fragilità come condizione indispensabile per vivere, come condizione condivisa da tutti gli esseri, tutte le creature viventi. Non è un caso  che la raccolta si apra con un “io”, dice “io racconto”, un io che però, alla fine del viaggio poetico, dell’attraversamento della esperienza stessa della scrittura poetica, dopo aver operato il taglio, dopo essere scesa nella faglia ed esserne risalita, dopo essere morta a se stessa più e più volte, ed essere rinata, di aver operato le sarciture,  ecco, quell’io diventa un “noi”, nell’ultima poesia troviamo infatti reiterato, a inizio delle strofe, questo ‘noi’, perché Floriana perviene alla positività del molteplice, del diverso, del divenire, l’io egocentrico, solipsistico, narcisistico, questo individualismo che è uno dei mali peggiori del nostro tempo, si frantuma e prolifera in una pluralità che è già promessa di palingenesi futura. Perché, come diceva Gilles Deleuze: Non è il caso né di piangere né di sperare, si tratta piuttosto di cercare nuove armi.  

M.D.