
Due note di lettura di Maristella
Diotaiuti per due volumi di Floriana Coppola:
La vertigine del taglio e La
faglia del fuoco.
Nota di lettura di Maristella
Diotaiuti per la presentazione del volume La
faglia del fuoco, di Floriana
Coppola, Il Laboratorio Edizioni, 2019, presentato a Le Cicale
Operose il 12 luglio, 2020.
Di cosa parliamo quando parliamo d’amore? Di quale sostanza è
fatto l’amore? Cos’è la ferita d’amore? L’assenza è vuoto o tessuto
cicatriziale che si fa narrazione? Le parole, il linguaggio, la poesia sono
strumento adeguato a significare l’esperienza d’amore e la sua fine o, meglio,
la sua trasformazione?
È la materia che innerva il suo ultimo lavoro poetico, la raccolta
di versi dal titolo incisivo e fondante, La faglia del fuoco, con
tutta la polisemia che lo caratterizza e ne amplifica il senso.
È questa, e altro ancora, la materia di indagine e di scrittura
nella quale affonda le mani Floriana Coppola, senza timore di sporcarsi o
ferirsi, per la natura incandescente di tale materia, per il disequilibrio
costante a cui si va incontro nel muoversi su un crinale così accidentato. E’
la sfida e l’ardimento di chi ha dimestichezza con gli elementi sostanziali,
come i colori, la carta, e gli esseri umani, i sentimenti e le parole.
Si tratta di un percorso meditativo-poetico, di un itinerario che
prende le mosse da lontano e va lontano, attraversando la precedente silloge
di Cambi di stagione – e altre mutazioni poetiche, edito da
Oèdipus. L’una precedente all’altra. Una conseguente all’altra. E non è un
caso.
Perché se le mutazioni avvengono anche in seguito ad una frattura,
uno strappo, una lacerazione, è vero anche il contrario, si apre una faglia
dopo aver modificato qualcosa, dopo aver provocato una crisi e innescato un
cambiamento. La “faglia” di Floriana Coppola è dentro il sentimento d’amore,
del quale Floriana scandaglia il sogno, la costruzione, la rappresentazione, ne
verifica la tenuta, i punti di rottura, le fragilità e le persistenze, i
confini del desiderio, dell’eros, le derive del domino e del possesso.
La misura poetica riflette l’estensione dell’amore, inteso come
flusso di energia inviato da un indirizzo esistenziale ad un altro, da un ‘io’
a un ‘tu’, Ognuno va verso l’altro, non ritorna a se stesso e poi si
perde, osserva acutamente Floriana, sperimentando la difficoltà di saper
stare nel discorso a due, nell’incontro che è incantamento e specchio […] e
diventare i tuoi occhi il mio specchio, ma anche constatazione e
accettazione di scarto e dissomiglianza, L’altro che si ama è sempre
uno straniero. Il fervore dell’attesa nutre il tempo narrato e il suo oggetto
d’amore. E ancora: Non so ancora chi sei e tu non sai / chi sono
io. Impermanenza e danno. Siamo / pianeti: si cercano dentro orbite infuocate /
solo acqua sul fuoco e fuoco sull’acqua / ora trattengo tra le dita la paura
dolcissima di te e di me […].
Il sentimento d’amore, dunque, come progetto esperienziale, come
luogo di sperimentazione del sé e dell’altro che non può trasformarsi in un
‘noi’ indistinto, monadico e totemico, Femmina e maschio, senza
mescolanza e senza confusione, siamo l’uno la discesa nell’altro e la sua
consumazione cannibale [...], un ‘noi’ indistinto che non può non prelude a
problematiche scissioni quando le scissioni diventano inevitabili, ma occorre
stare nella consapevolezza che Non mi perdi non mi perderai mai.
Ecco la ‘faglia’, il vuoto che si apre tra due rive contrapposte,
l’ambivalenza di un sentimento che nasce come totalizzante ma si scopre fragile
e transitorio, Non permane l’amore, è un’onda che avvolge e dura il
tempo esatto per travolgerti.
Su questi presupposti Floriana Coppola apre una serrata e intensa
indagine poetica sull’identità dentro il legame sentimentale e del legame
stesso, sul femminile, sul modo di intendere l’amore, l’eros, ma anche sulle
parole, sul linguaggio, assumendo il linguaggio poetico a strumento di
conoscenza e di scandaglio di sé e del mondo. Il linguaggio poetico diventa
esso stesso esperienza di scrittura che permette la scrittura stessa, il
linguaggio che riflette sul suo statuto di linguaggio e sulla sua capacità di
ridefinire e restituire la realtà, e la realtà sfuggente dell’amore, complessa
e multiforme con i suoi “segni inconciliabili”. La scrittura poetica si propone
come l’unica capace di cogliere le potenzialità rigenerative dei cambiamenti e
delle crisi, perché anche la poesia nasce dallo strappo, anzi la poesia è essa
stessa crisi.
Così, lo scavo che era iniziato in “Cambi di stagione”, qui, nella
“Faglia del fuoco”, diventa immersione nella materia oscura, discesa nel pozzo.
Anche la scrittura si adegua, abbandona la versificazione di “Cambi di
stagione” per prediligere il ritmo della prosa poetica, una prosa magmatica e
incandescente, densa, ricca di echi, di rimandi. Prosa necessaria perché qui
l’io è dialogante, è in relazione con un tu, siamo dentro un legame amoroso,
erotico, che non ammette spezzature. Occorre un tessuto fitto di parole, un
ordito e una trama perché si possa parlare d’amore, non bisogna prendere fiato.
Così i testi poetici realizzano una narrazione unica che implica un chiamare e
un rispondere, da una sponda all’altra della faglia, un tessuto di parole che
si fa musica dentro un lessico alto e raffinato, intenso ed evocativo ma, nello
stesso tempo materico e corporeo. Il corpo infatti, con la sua carica erotica,
diventa la mappa di navigazione di questo viaggio e trasforma la scrittura
poetica in scrittura del corpo e con il corpo.
Un corpo-scrittura che non teme né il cambiamento né la faglia, ma
li invoca come epifanici, muovendosi nella frattura e nella contraddizione.
Essere come l’Orlando di Virginia Woolf, evocato in una poesia di “Cambi di
stagione”, multiforme e liminale, e, come Orlando, Floriana cammina
tra due fuochi adesso il prima e il dopo / dove si rintana la parola e l’amore
si invola a piedi scalzi.
Floriana, così, affida alle parole, alle parole poetiche, la sua
personale e sofferta indagine sull’amore, ma che ci riguarda tutti, perché Anche
le parole sono attrezzi per scavare, per togliere polvere, per aggiustare.
Entrambi, linguaggio poetico e linguaggio amoroso sono uno strumento per
esserci, per sentirsi esistente nella propria patria esistenziale. Entrambi,
amore e poesia sono un pharmakon, medicina e veleno nello
stesso tempo. Scrive Floriana: Ci
si innamora dell’amore e diventiamo / schegge spezzate sul cuore asciutto
dell’altro / scaglie ruvide ficcate nella pelle / fino in fondo – l’amore
conosce solo innesti da togliere il fiato – l’anima solo incendi dolosi intorno
alla casa, e Scrivo
versi sghembi per placarmi, figli e radici del mio sonno eppure non placo
questo dolore, si sposta con astio di penna da un cassetto all’altro dell’anima.
Perché se da una parte Le
parole / non fanno l’amore / fanno l’assenza, come dice un’altra
straordinaria poeta, Alejandra Pizarnik, cioè dipingono il contorno del vuoto,
cadendoci dentro, è anche vero che, scrive Coppola, L’assenza
si fa casa, e più avanti La
breccia è fatta di parole, cioè il linguaggio poetico è un antidoto al
vuoto, una medicina. Elabora, così, un modo di pensare alla poesia come terapia
interiore, recuperando un senso più profondo a questa: la poesia giunge
dall’essere e all’essere riconduce. La poesia di Coppola è poesia di cura, ma
in una accezione diversa da quella più comunemente condivisa, non di volontà di
eludere il dolore, di cicatrizzare in fretta la ferita, la ferita d’amore,
perché non sanguini più, ma, al contrario, avendo cura di tenerla sempre
aperta, disinfettandola magari perché non si infetti, ma lasciarla visibile,
perché lì la carne è viva, è ipersensibile, è il punto in cui si sente di più.
Solo accettando la ferita, e il dolore della ferita, l’amore, anche quando finisce,
quando fa male, può diventare un processo di conoscenza e di crescita, La
ferita è zolla dissodata, scrive Floriana. Occorre, dunque, riempire lo
squarcio di materia nobile, come nella tecnica giapponese del Kintsugi,
valorizzando la crepa, impreziosendola con l’oro, dandole un nuovo aspetto che
si fa narrazione. Per questo Floriana Coppola esibisce la propria ferita, la
sovraespone, dichiarando la propria fragilità, e si consegna a noi Disarmata:
una creatura senza carapace, riversa sulla sabbia cocente del tuo giorno e di
ogni notte. Senza armature, senza maschere. Nuda.
E scrive poesie per offrire qualcosa di più eterno dell’amore. Per
contrapporre alla caducità dell’amore qualcosa che duri, perché, come dice il
filosofo Jean-Luc Nancy, La
poesia è il tempo stesso […] è il tempo presente che, specializzandosi nel
testo, declina la nostra singolarità, giocandola in uno scarto che ci tiene
sensatamente nell’aperto del mondo […] opera perché il senso del presente non
si chiuda. E così Floriana Coppola: L’idioma risale l’etimo della
parola e fa / sangue e santa la strada, ogni strada. Ogni creatura che parla è
in transito. Sogna di appartenere al mondo.
M. D.
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Nota di lettura di Maristella
Diotaiuti per la presentazione del volume “La vertigine del taglio”, di
Floriana Coppola, Terra d’ulivi Edizioni, 2021. Presentato, a Le Cicale
Operose, il 25 giugno, 2022, per la serie “Dialoghi d’autore”, a cura de Le
Cicale Operose.
Questa raccolta arriva subito
dopo un’altra, precedente, La faglia del fuoco con la quale secondo me ha
forti legami e rimandi, ed è un dato che ci attesta alcune significative
conferme, soprattutto sul lavoro che Floriana fa da tempo sulla parola e sul
linguaggio, nello strenuo tentativo di riattivare la forza creativa del
linguaggio, ma anche la sua forza conoscitiva e di indagine sull’essere e sul
suo stare al mondo e in relazione.
Sul piano del linguaggio:
Se nella precedente raccolta
c’era una compresenza di versificazione e di, o, meglio, di una prevalenza
della poesia sulla prosa, nella nuova raccolta troviamo una significativa
virata verso il racconto che ci dice molto sull’urgenza che ha Floriana di dire
e di dire in poesia, di raccontare, quindi di adeguare la scrittura poetica al
racconto. Come già ci aveva abituati con la precedente raccolta, anche qui Floriana
realizza una scrittura, una prosa poetica, distesa, ma anche magmatica,
ardente, appassionata, infiammata, passionale, impetuosa che non lascia scampo,
ne siamo inesorabilmente travolti, presi dalla vertigine, appunto. Una
scrittura metaforica, allusiva, polisemica e precisa, puntuale, affilata e
penetrante, che taglia, deve creare il taglio, appunto, cui il titolo allude.
Una costruzione prosastica che
però ha molto a che fare con la versificazione, ne segue le regole e anche le
infrazioni, ma con delle particolarità: qui paradossalmente è la poesia a
raffreddare, a tentare di raffreddare la prosa che viceversa a tratti si
infiamma, diventa arroventata, tocca punte liriche che non troviamo nella
versificazione vera e propria.
Quindi come possiamo definirla
dal punto di vista formale questa raccolta? Un prosimetro? Poesia in prosa? Prosa
poetica? Prosa monologante?
O forse sarebbe meglio parlare,
al di là di qualsiasi etichetta, di poesia in flusso, che mi sembra la
definizione più esatta, calzante, perché ci troviamo di fronte a un tipo di
scrittura che, secondo me, Floriana ha avvertita come la sola che possa
assecondare il flusso della vita, quella vita che la poesia di Floriana prova a
indicare, e a convocare sulla pagina, nel tentativo di poterla dire, di poter
almeno sfiorare il suo intimo segreto.
Una scrittura che si presenta
come un continuum fluido ma anche ritmato, seguendo un ritmo, una sonorità che
investe e impregna di sé sia la versificazione che la prosa, e che appunto è
mutuato dalla vita, dal respiro delle creature, dal battito della terra, dal
brusio della terra, dalla melodia della terra, che la terra emette, una melodia
come un basso continuo (come Ida Travi insegna ne La poetica del basso continuo). Floriana ha realizzato così
una sorta di struttura musicale che rende questa poesia anche e soprattutto
poesia del dire e non solo del leggere, sin da subito ho avvertito l’esigenza
di leggerla ad alta voce. Una scrittura quindi che è suono, canto, a volte in
armonico, a volte dissonante. Perché ad un certo punto si presenta anche come
rottura (della voce), come spezzatura della linea armonica centrale, per
segnare un punto, un vuoto. Questa rottura accade (sia nei versi che nella
prosa) quando il flusso di poesia avverte la necessità di una caduta, di un
taglio, appunto.
Il taglio della poesia.
E questo è il tragico della poesia di Floriana,
aver svelato il tratto sacrificale della poesia: morire a sé stessa per
rifondarsi, così come per gli uomini, che devono morire a se stessi per
rinascere.
Si narra che al poeta Pindaro,
arrivato a Delfi, fu rivolta questa domanda fatidica:
Che cosa porti da essere
sacrificato? (Thyein). Pindaro avrebbe risposto: Un
peana.
Al di là della veridicità o meno
dell’episodio, è fortemente significativo il fatto che Pindaro sostituisce
metaforicamente all’animale sacrificale una poesia - più precisamente un peana,
genere particolarmente associato ad Apollo, e quindi al Canto. La poesia che
sacrifica sé stessa sull’altare della conoscenza, bisogna morire a sé stessi
per rinascere, operare il taglio: nella parola taglio c’è la sillaba τα (ta) che
non solo riproduce anche onomatopeicamente il suono del taglio ma è il gesto
che apre (come in Ida Travi, Tà. Poesia dello spiraglio e della neve), simbolo di un’operazione violenta e iconoclasta ma anche salvifica. Questo
ha molto a che fare con la tessitura lirica di Floriana in cui le parole, la
poesia sono suono e segno e si pongono come oggetto sacrificale, e in quanto
tali attestano il loro essere corpo, il loro statuto di materia.
La resa espressiva è quindi quella
di un linguaggio fortemente materico, ma di una materia stridente perché si
muove su un doppio registro: rallentato e potente nello stesso tempo, come un
treno frenato nella sua corsa, come diceva Viktor Sklovskij: Un linguaggio
rallentato, frenato, come di un treno che stia cercando di arrestarsi e che
provoca un attrito.
L’altra condivisione con la raccolta
precedente è sul piano del contenuto, della poetica: in entrambe le raccolte la
ricerca poetica di Floriana si concentra su un nucleo tematico potente, uno dei
nuclei fondanti della sua poesia: la linea di frattura, sia iconica che
metaforica, la rottura di un’omogeinità, la crepa che si apre ad un certo punto
su una superficie che credevamo compatta e
non incrinabile: sia essa un corpo fisico, un corpo interiore, un legame
affettivo, amicale, un rapporto d’amore, un patto sociale, politico, un ideale,
una nostra certezza, tutto scopriamo si può
lesionare (nella nostra vita abbiamo a che fare continuamente con le
lesioni).
Allora cosa farne di questa
faglia, di questo taglio? Questo è il dilemma sul quale si arrovella la poesia
di Floriana. Se nella raccolta precedente rimanevamo pericolosamente in bilico
sui bordi della crepa, disperatamente alla ricerca di un appiglio sicuro, sempre
sul punto di cadere, precipitare, e si cadeva, anzi si precipitava; qui nella
nuova raccolta Floriana apre a una qualche salvezza, che è molto evidente nel
sottotitolo, con quel rimando a possibili sarciture, “storie brevi e altre
sarciture” cioè a salvifici rammendi, aggiusti, riparazioni (mutuando il
termine sia dall’ambito sartoriale che edile). Se nella faglia Floriana si
immergeva, ustionandosi e perdendosi, qui, nella nuova raccolta, c’è il lavoro
paziente della ricucitura.
Scrive Floriana: Voglio
ricucire ogni strappo nella ripetizione allitterata delle sillabe.
Non è comunque un lavoro facile,
non è una poesia accomodante, è piuttosto una spinta a farlo, ad agire, ce lo
dice la stessa Floriana nella poesia Pedina e fante:
Allora non ti piace come scrivo?
Mi inquieta ma cattura. Mi tiene sulla
corda.
È
quello che voglio. Farti male
È chiaro, come ho spesso
ripetuto, e non smetterò mai di ripeterlo, la poesia non deve accarezzarci, non
deve risolvere la crisi, anzi la deve aprire, creare, ci deve mettere in crisi,
la poesia stessa è crisi.
Ed anche questa poesia di Floriana
nasce da un trauma, (come per Platone la filosofia) o meglio dal thauma, dal
thaumazein, che è un turbamento che sconvolge, uno stupore di fronte a qualcosa
che ci affascina e insieme ci spaventa. È la
meraviglia mista a panico di fronte alle cose del mondo che ci emozionano e ci
spaventano. E dentro questo racconto, quindi, nella poesia di Floriana c’è
quello che principalmente ci spaventa e ci sorprende: il vivere umano, il
vivere con tutte le sue contraddizioni, le sue bellezze e le sue brutture, le
sue zone di ombra e di luce. Perché qui l’urgenza di Floriana è proprio di
entrare nel trauma, è di entrare nei gangli, nelle nervature, nei nuclei
pulsanti, sanguinanti del vivere, e per farlo occorreva prima di tutto
incrinare l’immagine falsata delle cose,
svelare quello che c’è oltre la
ingannevole superficie, e quindi operare un taglio netto sulle convenzioni, le
apparenze, gli accomodamenti, porre in stato di
crisi la razionalità, uscire dal carcere del concetto, e soprattutto del
preconcetto, che sono tutte ingessature, gabbie, accettare l’ex-sistere (cioè che le cose
finiscono, possono finire) e lasciare il
posto alla nascita continua, aprirsi alla generatività che concepisce e
mette al mondo il mondo. Come diceva Maria Zambrano: È per rinascere
che siamo nati, dis-nascere per rimettersi al mondo, continuamente.
Lo stare al mondo, secondo lei,
va continuamente riguadagnato e riconfigurato. non si nasce una sola volta per
tutte, ma si rinasce continuamente a contatto con gli eventi della vita, della
storia, di ciò che accade e ci accade. Così ha scritto:
Sembra che dover rinascere sia condizione
della vita umana; dover morire e resuscitare senza uscire da questo mondo.
È un incessante mettersi ed
essere messi al mondo quello che si sperimenta. La condizione dell’uomo è
quella di un uomo mai nato del tutto che ha bisogno di portare a termine questo
evento, vivendo ulteriori nascite.
E soprattutto Zambrano insiste
sulla condizione di fragilità in cui ci troviamo alla nascita: nella nascita
noi siamo esposti, fragili, nudi: siccome si nacque nudi, non si può rinascere
senza nudità, senza spogliarsi o venir spogliati del tutto ciò che si ha
indosso, senza rimanere senza baldacchino, e perfino senza tetto, senza sentire
la vita intera come non la si è potuta sentire allorché si nacque la prima
volta; senza protezione, senza appoggio, senza punto di riferimento. Appunto
sulla faglia, sull’orlo del taglio, anzi nella vertigine
È questo che ci dice, in poesia
e con la poesia, Floriana Coppola, accogliendo e valorizzando l’idea della
rottura, della caduta, della fragilità come condizione indispensabile per
vivere, come condizione condivisa da tutti gli esseri, tutte le creature
viventi. Non è un caso che la raccolta
si apra con un “io”, dice “io racconto”, un io che però, alla fine del viaggio
poetico, dell’attraversamento della esperienza stessa della scrittura poetica,
dopo aver operato il taglio, dopo essere scesa nella faglia ed esserne
risalita, dopo essere morta a se stessa più e più volte, ed essere rinata, di
aver operato le sarciture, ecco,
quell’io diventa un “noi”, nell’ultima poesia troviamo infatti reiterato, a
inizio delle strofe, questo ‘noi’, perché Floriana perviene alla positività del
molteplice, del diverso, del divenire, l’io egocentrico, solipsistico,
narcisistico, questo individualismo che è uno dei mali peggiori del nostro
tempo, si frantuma e prolifera in una pluralità che è già promessa di
palingenesi futura. Perché, come diceva Gilles Deleuze: Non è il caso né
di piangere né di sperare, si tratta piuttosto di cercare nuove
armi.
M.D.
